Più controlli sui permessi

Da laRegione | Chiudono i servizi regionali. I frontalieri in polizia per validare il documento d’identità

L’Ufficio della migrazione si riorganizza. Procedure online e centralizzazione degli sportelli a Bellinzona (pratiche standard) e Lugano (dimora e frontalieri indipendenti). Centralizzazione delle pratiche, procedure guidate online e più controlli per il rilascio dei permessi, compresa la verifica dell’autenticità del documento d’identità in Polizia (per i frontalieri) o agli sportelli del nuovo servizio che verrà istituito a Lugano. Sono alcuni degli aspetti della riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione, presentata ieri alla stampa da parte del Dipartimento delle istituzioni. L’obiettivo, ha detto più volte il direttore Norman Gobbi, è quello di «ottimizzare l’utilizzo delle risorse pubbliche e ripensare i servizi alla popolazione, migliorando la modalità di erogazione per accrescerne la qualità». Con questo spirito è stata riorganizzata la procedura di rilascio e di rinnovo di tutti i permessi, con un nuovo “flusso” che inizia – ed è già una novità – dalla compilazione del modulo online. «La procedura guidata ci permetterà di ricevere moduli completi con tutti gli allegati richiesti – spiega Morena Antonini, capo dell’Ufficio della migrazione –. Potremo quindi semplificare la fase di ricezione, di controllo e di registrazione delle domande ottimizzando le risorse dedicate alla consulenza all’utenza, che rimarrà garantita dal Contact center». Chiudono invece i Servizi regionali degli stranieri (quello di Agno già in aprile, gli altri da settembre). I richiedenti di permessi C (domicilio), N (richiedenti l’asilo), F (ammessi provvisoriamente) e G (frontalieri dipendenti) faranno capo all’ufficio di Bellinzona (Servizio comunitari e Servizio stati terzi), mentre i richiedenti di nuovi permessi B (dimora), L (dimora temporanea) e G (frontalieri indipendenti) dovranno recarsi a Lugano, dove sarà attivo un nuovo servizio ad hoc che verificherà tramite colloquio individuale sia la validità dei documenti che le reali intenzioni di soggiorno nel Paese. Come si giustifica il colloquio sistematico con tutti i richiedenti? «Ci accorgiamo che sempre di più le domande non sono complete. Chi si occupa di questo controllo oggi lo esegue a livello di documentazione. Non è, per intenderci, lo stesso operatore che si occupa della decisione di rilascio – risponde Antonini –. In futuro invece sarà lo stesso operatore ad occuparsi di incontrare il richiedente dopo aver ricevuto la sua documentazione, capire le sue intenzioni e poi decidere in merito al rilascio del permesso».

Un maggior controllo sarà dunque attuato sia sul piano dei colloqui individuali per i nuovi permessi B,L e frontalieri indipendenti, sia sul piano della verifica dei documenti. Tutti i frontalieri (rilascio e rinnovo del permesso G per lavoratori dipendenti) dovranno recarsi in un posto di polizia per autentificare il proprio documento d’identità. «Agli sportelli degli attuali servizi regionali non è possibile verificare l’autenticità – rileva ancora Antonini –. Non dovrebbe comunque essere un’attività che incide in modo particolare sul posto di polizia. Le domande di permessi G sono in media 40 al giorno». «E le gendarmerie a cui si possono rivolgere i richiedenti sono ben distribuite sul territorio – riprende Gobbi –. I posti di polizia consentono di avere la capillarità che viene meno con la chiusura dei Servizi regionali». Il piano di attuazione prevede la prima fase da aprile, con l’introduzione della nuova procedura per i permessi G e la contemporanea chiusura dello sportello di Agno. La seconda fase inizierà da settembre, quando tutte le domande saranno avviate mediante formulario elettronico e nel contempo saranno chiusi tutti gli sportelli dei Servizi regionali, mentre sarà costituito il ‘Servizio nuove entrate’ a Lugano, competente per l’esame delle domande di nuovi permessi di dimora Bo L e per frontalieri G con attività indipendente.

Razionalizzazione ma ‘senza ridurre i posti di lavoro’ – Norman Gobbi
Tre milioni. È tanto quanto il Dipartimento delle istituzioni riuscirà a risparmiare tramite la riorganizzazione dei servizi (vedi ‘laRegione’ del 27 gennaio), così come deciso nell’ambito della manovra di risanamento delle finanze cantonali. Il nuovo modello organizzativo concepito per la gestione dei permessi – e approvato dal Consiglio di Stato – contribuisce al risparmio, «ma senza perdere posti di lavoro», osserva il direttore del Dipartimento Norman Gobbi. Per quanto concerne la centralizzazione dei servizi, «abbiamo un occhio attento alle necessità territoriali – ribatte Gobbi, facendo riferimento alle critiche di chi lamenta invece una dismissione di impegno nelle regioni periferiche –. Bisogna però uscire dal vecchio dogma per cui tutti i servizi devono essere presenti dappertutto». Del resto, fa notare il consigliere di Stato, negli ultimi anni c’è stato un aumento significativo del numero di permessi e di domande da trattare, mentre le risorse dell’Ufficio della migrazione «sono rimaste le stesse». Motivo per cui occorre rivedere l’impegno del loro tempo, in particolare risparmiando ore dedicate oggi alla consulenza. «La procedura guidata permetterà di presentare la pratica in modo corretto». «Gli effettivi attuali, bisogna pur dirlo, non sono sufficienti – aggiunge Morena Antonini, a capo dell’Ufficio –. Con la nuova organizzazione saremo in grado di offrire un contratto a tempo indeterminato alla gran parte degli ausiliari oggi assunti». A mente dei responsabili, l’Ufficio sarà così in grado di offrire un servizio più veloce ed efficiente, con comunicazioni più tempestive anche all’indirizzo dei Comuni.

(Articolo di Chiara Scapozza)

Rafforzato il controllo sui permessi

Rafforzato il controllo sui permessi

Dal Corriere del Ticino | Verifiche in polizia per i frontalieri e colloqui personali con i dimoranti – Addio agli sportelli regionali

«La sensibilità elevata in materia non è solo politica, ma di tutti i ticinesi che in termini di permessi chiedono maggiore sicurezza». Anche così il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha motivato la riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione, che nel corso del 2017 cambierà volto sul piano dell’ubicazione – con la chiusura dei 5 uffici regionali e la concentrazione nelle sedi di Lugano e Bellinzona – e della modalità di erogazione dei propri servizi. Un mutamento, questo, non solo legato al pacchetto di risanamento finanziario del Cantone – che si tradurrà in un risparmio di 800.000 franchi a regime sui 3 milioni totali conseguenti alla revisione delle diverse prestazioni dipartimentali – ma finalizzato a una gestione più efficace ed efficiente del rilascio dei permessi agli stranieri. «E parliamo di incarti in costante aumento gestiti però con risorse invariate» ha affermato Gobbi. Da qui il nuovo flusso nell’evasione delle richieste presentato ieri a Bellinzona. «Un sistema – ha spiegato – che garantirà una risposta più tempestiva al cittadino, a fronte degli attuali ritardi nell’evasione delle pratiche, e allo stesso tempo rafforzerà i controlli». Sì perché in futuro le richieste di permesso di domicilio C e per frontaliere G (dipendente) seguiranno una strada diversa da quella per i permessi per frontaliere G (indipendente) e di dimora B. I primi faranno capo agli uffici
di Bellinzona e saranno sottoposti a un controllo standard. I secondi, invece, a una verifica elevata che sarà svolta presso il Servizio nuove entrate a Lugano e che sfocerà in un colloquio personale «teso al controllo del documento di identità e delle reali intenzioni del soggiorno» ha precisato Morena Antonini, capo dell’Ufficio della migrazione. Le novità non finiscono però qui, in quanto la cessazione delle attività degli uffici regionali (da aprile Agno, da settembre gli altri) coinciderà con l’introduzione di una procedura online obbligatoria per tutti i richiedenti di un permesso. «Ci siamo accorti delle ore sprecate nella consulenza agli sportelli – ha indicato Gobbi –, mentre ora saranno i diretti interessati a dover compilare i moduli necessari e ad allegare la documentazione richiesta. Il tutto avendo sempre la possibilità di far capo al contact center e alle postazioni ad hoc installate a Bellinzona». Terminata la procedura online, i richiedenti di un permesso per frontaliere G (dipendenti) saranno oltretutto tenuti a recarsi presso una delle sedi della Polizia cantonale per un controllo personale del documento d’identità. In questo modo, ha sottolineato Gobbi, si vogliono evitare gli abusi tramite documenti contraffatti e promuovere un maggiore controllo sul territorio. «Ma i posti di polizia non saranno oberati» ha tenuto a chiarire Antonini, facendo riferimento alle «circa 40 richieste al giorno per permessi G registrate attualmente». Sono invece state 75.774 le decisioni totali emesse dall’Ufficio della migrazione nel 2016, a fronte di circa 8.700 domande in arretrato registrate al 31 dicembre.

(Articolo di M.S.)

64 Bewilligungen verweigert

64 Bewilligungen verweigert

Da Luzerner Zeitung | Tessin Zum Ärger des Bundesrats verlangt der Kanton Tessin von Ausländern Strafregisterauszüge. Der politische Support wächst.

Italien ist verschnupft, der Bundesrat nicht amüsiert. Trotzdem verlangt das Tessin seit April 2015 Strafregisterauszüge von Ausländern, die im Kanton wohnen oder als Grenzgänger arbeiten wollen. Das bleibt nicht ohne Folgen. Die Zahl der verweigerten Bewilligungen steigt, wie das Sicherheitsdepartement mitteilt. Bis im Januar dieses Jahres haben die Behörden insgesamt 64 Gesuche abgeschmettert. Geprüft wurden bisher 40 703 Gesuche. In 350 Fällen tauchten Vorstrafen auf. 64 Mal waren sie so gravierend, dass der Kanton keine Bewilligung erteilte. Konkret hielt er etwa Personen von seinem Gebiet fern, die wegen fahrlässiger Tötung oder mehrfachen Raubes verurteilt worden waren.

Bundesrat sieht Verstoss gegen Personenfreizügigkeit
Bern hat den Kanton Tessin mehrfach aufgefordert, sein Vorgehen zu stoppen. Der Bundesrat wittert in der flächendeckenden Einforderung der Strafregisterauszüge einen Verstoss gegen die Personenfreizügigkeit. Das tut auch Rom. Ausserdem würden damit die italienischen Grenzgänger schikaniert. Sicherheitsdirektor Norman Gobbi kontert.
«Wir diskriminieren nicht die Italiener. Vielmehr belegen unsere Zahlen einen positiven Einfluss auf die Sicherheit», sagt der Lega-dei-Ticinesi-Politiker.
Auf politischer Ebene läuft es gut für Gobbi. Die staatspolitische Kommission des Nationalrats stimmte am Freitag zwei Tessiner Standesinitiativen für die systematische Einholung der Strafregisterauszüge zu. Die ständerätliche Schwesterkommission hatte das schon früher getan. Nun muss eine der beiden Kommissionen eine Vorlage ausarbeiten.

(Articolo di Kari Kälin)

Il casellario cerca ancora sostegno

Il casellario cerca ancora sostegno

Dal Corriere del Ticino | Nuova lettera a Berna: dopo l’appoggio della Commissione degli Stati ora il Governo sollecita il Nazionale Salgono a 64 le decisioni negative – Norman Gobbi: «Abbiamo dimostrato che la misura non è vessatoria»

La richiesta automatica dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini provenienti dall’Unione europea che intendono lavorare o soggiornare in Ticino torna alla ribalta. Il Consiglio di Stato ha scritto mercoledì 18 gennaio alla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale in vista della seduta di oggi, invitandola a confermare il sostegno alle iniziative del Gran Consiglio ticinese a favore della presentazione dell’estratto del casellario. Mossa che segue quella già messa in atto lo scorso novembre, quando il Governo aveva scritto alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati, che aveva in seguito deciso di sostenere la misura straordinaria introdotta nell’aprile 2015 dal Dipartimento delle istituzioni per tutelare la sicurezza del territorio. L’Esecutivo ha fornito anche un nuovo bilancio sulla misura al fine di «sottolineare i risultati positivi ottenuti in Ticino dopo l’introduzione della misura straordinaria che prevede la richiesta del casellario giudiziale per il rilascio e il rinnovo dei permessi B (di dimora) e G (per lavoratori frontalieri)». Ecco dunque le cifre aggiornate: a fine dicembre il numero di decisioni negative è salito a quota 64, l’aumento negli ultimi due mesi è stato dunque di 11 permessi non accordati o rinnovati. Numero che a un anno dall’introduzione della misura (aprile 2015-aprile 2016) si attestava a 33 decisioni negative. «Queste cifre dimostrano che l’attenzione del Dipartimento non è diminuita, il numero delle pratiche evase è aumentato», commenta il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi , da noi raggiunto. «Il numero di domande esaminate dalla Sezione della popolazione a fine dicembre era di 49.321. Nel 99,14% dei casi la procedura si è conclusa con il rilascio o il rinnovo del permesso, mentre in 350 occasioni sono invece emersi elementi di natura penale e in seguito alla loro valutazione solo 64 di queste richieste sono state respinte», ha proseguito Gobbi. Tra questi 64 casi si trovano infatti persone che hanno alle spalle condanne per reati gravi, come ad esempio omicidio continuato, distruzione di cadavere, rapina continuata o ancora detenzione illegale di armi e munizioni. Gobbi tiene inoltre a precisare che «spesso si rimprovera il Dipartimento sugli aumenti di risorse. Questo maggiore sforzo assunto dalla Sezione della popolazione è stato fatto senza aumentare il personale, migliorando l’efficienza interna». Per il direttore delle Istituzioni è altresì importante sottolineare come la misura straordinaria «non sia vessatoria, proprio perché oltre il 99% delle richieste è stata accolta e quindi i diritti sono stati salvaguardati, così come viene salvaguardato il diritto del territorio ticinese di evitare l’entrata di persone con precedenti penali gravi». Inoltre, nella nota stampa il Consiglio di Stato spiega che la Sezione della popolazione non dispone di alcun tipo di accesso a banche dati di polizia e che «l’identificazione di eventuali elementi di rischio accresciuto è quindi possibile unicamente attraverso la consultazione dell’estratto del casellario giudiziale». Nel frattempo il Dipartimento di Gobbi era stato chiamato a elaborare una variante sostitutiva alla presentazione automatica del casellario giudiziale per l’inizio del 2017. Questo per cercare di sbloccare il dossier fiscale tra Svizzera e Italia, parafato il 22 dicembre 2015. Su questo Gobbi precisa che «la variante sostitutiva arriverà per la metà del 2017». In caso di decisione positiva da parte della Commissione del Nazionale la posizione del Governo ticinese, che continua a mantenere la misura, ne uscirebbe rafforzata: «Ora è auspicabile che Berna ci copra le spalle e l’auspicio è che anche e la Commissione del Nazionale approvi le richieste del Gran Consiglio. Comunque qualsiasi misura sostitutiva verrebbe introdotta avrà eguale effetto rispetto alla prassi attuale», ha concluso Gobbi.

(Articolo di Michelle Cappelletti)

Casellario giudiziale: il Governo scrive alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio nazionale

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Il Consiglio di Stato – analogamente a quanto fatto lo scorso novembre con la Commissione del Consiglio degli Stati – ha inviato ieri una lettera alla Commissione istituzioni politiche del Consiglio nazionale invitandola a confermare il sostegno alle iniziative del Gran Consiglio ticinese a favore della presentazione dell’estratto del casellario giudiziale per i cittadini di Stati dell’Unione europea che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera. Il Governo ha inoltre fornito i nuovi dati che riguardano la misura straordinaria introdotta dal Dipartimento delle istituzioni nell’aprile 2015 a tutela della sicurezza del territorio ticinese: il numero totale di decisioni negative emesse è salito a 64 (+11 casi negli ultimi due mesi).

Lo scorso mese di novembre, la Commissione istituzioni politiche del Consiglio degli Stati aveva trattato e sostenuto le iniziative del Gran Consiglio ticinese a favore della presentazione dell’estratto del casellario giudiziale. Salutando positivamente questo sostegno, il Consiglio di Stato ha espresso – tramite una lettera inviata ieri – l’auspicio che anche la Commissione del Consiglio nazionale segua questa posizione.

Nella lettera, il Governo ha sostenuto questa richiesta sottolineando i risultati positivi ottenuti in Ticino dopo l’introduzione della misura straordinaria che prevede la richiesta del casellario giudiziale per il rilascio e il rinnovo dei permessi B (di dimora) e G (per lavoratori frontalieri).

A poco più di un anno e mezzo dall’adozione del provvedimento – avvenuto il 2 aprile 2015 – su 40’703 casi domande esaminate dalla Sezione della popolazione in 40’353 (pari al 99,14%) la procedura si è conclusa con il rilascio o il rinnovo del permesso senza particolari problemi e a dimostrazione dell’equità della misura. In 350 occasioni (pari allo 0.86%) sono invece emersi elementi di natura penale (condanne oppure procedimenti penali pendenti), e sono state quindi analizzate nel dettaglio e valutate con attenzione: 64 di queste richieste si sono concluse con una decisione negativa.

Il Consiglio di Stato ha inoltre colto l’occasione per sottolineare che l’Autorità amministrativa (Sezione della popolazione) non dispone di alcun tipo di accesso a banche dati di polizia. L’identificazione di eventuali elementi di rischio accresciuto è quindi possibile unicamente attraverso la consultazione dell’estratto del casellario giudiziale che ha confermato la propria efficacia nell’esperienza ticinese.

Fuori chi non ce la fa: 8 al mese

Fuori chi non ce la fa: 8 al mese

Su La Regione di oggi, 5 luglio 2016, un approfondimento sul tema dei permessi. Insieme ai colleghi di Governo ho detto la mia opinione.

Chi non riesce a mantenersi è fuori, anche se è sposato ad uno svizzero e ci sono figli. Nei primi 4 mesi, 25 allontanamenti per motivi economici: 16 revoche e 9 non rinnovi del permesso B. Un pugno di ferro che non piace a Bertoli: ‘Pericolosa apartheid’. Gobbi: ‘Anche abusi’. Beltraminelli: ‘Decisioni difficili’.

Mamma (o papà) deve fare le valigie perché non ha il passaporto elvetico e in famiglia si deve chiedere l’aiuto sociale. Succede sempre più spesso in Ticino e lo dimostrano le cifre che abbiamo chiesto al Dipartimento istituzioni: nei primi quattro mesi del 2016, per motivi economici, è saltato il permesso di dimora a 25 persone (16 revoche e 9 rinnovi bocciati) ed è stato revocato il domicilio ad altre 7 persone. Otto casi al mese. Due a settimana. Mica poco! Persone allontanate, anche se (in alcuni casi) sposate ad uno svizzero e con figli elvetici.

Se non riesci a mantenerti sei fuori, lo dice la legge. Norme applicate, per alcuni, con il pugno di ferro in Ticino. Se il trend dei primi mesi del 2016 si mantenesse, a fine anno avremo cifre ben sopra la media. Si potrebbe fare diversamente? Quale il ruolo del governo quando si smembrano famiglie: applicare la legge alla lettera o agire nell’interesse dei minori elvetici e della loro famiglia, dando priorità al valore della difesa dei minori e della famiglia, accogliendo i ricorsi?

Abbiamo girato la domanda a tre ministri, ottenendo tre posizioni diverse.

Il più critico è il consigliere di Stato Manuele Bertoli : «Chi ha mezzi vede i genitori rimanere, chi non ne ha ne viene separato. È una situazione rivoltante per un Paese sedicente civile: questo ricorda l’apartheid basata sul censo». Così il ministro socialista denuncia una politica troppo restrittiva adottata dalla maggioranza del governo verso quei coniugi stranieri che fanno fatica a mantenersi e vengono espulsi, anche se sposati con uno svizzero e con figli (a lato riproponiamo la sua intervista pubblicata qualche settimana fa sulla ‘Regione’).

Posizione diversa, quella del collega leghista, il ministro Norman Gobbi , che parla (vedi box) di una legge federale che va rispettata e di abusi «come ad esempio matrimoni combinati o forzati celebrati allo scopo di ottenere un permesso di soggiorno in Svizzera».

Infine, il presidente del governo, Paolo Beltraminelli , ammette che sono decisioni molto difficili da prendere (vedi sotto). Intanto le espulsioni sono in aumento in Ticino: siamo passati da 43 (nel 2013) a 81 revoche (nel 2015) l’anno della dimora per rovesci economici.

Abbiamo chiesto all’Ufficio migrazione come motiva questo boom di revoche: «Oltre all’attuale congiuntura economica poco favorevole, l’aumento dei casi di revoca dei permessi di domicilio, a seguito della dipendenza dai pubblici aiuti, è da ricondurre all’introduzione, avvenuta nell’ottobre 2014 del Settore giuridico (Sg) all’Ufficio della migrazione (Um). Tale neocostituito Servizio ha migliorato la capacità d’intervento dell’Amministrazione cantonale, soprattutto a livello di tempistica», spiega Morena Antonini responsabile dell’Ufficio migrazioni.

Difatti, tra le sue diverse mansioni il Servizio ha anche il compito di esaminare le segnalazioni da altre Autorità cantonali e comunali e adottare, se del caso, i necessari provvedimenti nell’ambito del diritto al proseguimento del soggiorno di un cittadino straniero in Svizzera: «Dall’ottobre 2014 sono quindi aumentate le segnalazioni ricevute dall’Um e, in particolare, dall’Sg da parte di altre Autorità amministrative (Ussi e Comuni) inerenti a persone straniere che percepiscono pubblici aiuti. Di conseguenza il medesimo, laddove ha riscontrato la presenza dei presupposti legali, ha proceduto ad adottare le misure del caso, ossia l’emissione di una decisione di ammonimento o la revoca del permesso», conclude Antonini.

La legge che ti separa da un genitore Più espulsioni dunque, anche perché la macchina amministrativa è diventata più performante: ammonimenti e revoche fioccano subito. Ma vediamo qual è la situazione giuridica: in base all’art. 42 cpv. 1 della Legge federale sugli stranieri (legge votata ed approvata nel 2005) i coniugi stranieri e i figli stranieri, non coniugati e minori di 18 anni, di cittadini svizzeri hanno diritto al rilascio e alla proroga del permesso di dimora se coabitano con loro. Tuttavia questo diritto decade (art. 51 cpv. 1 lett. b.) qualora siano adempiute le condizioni dell’art. 63, che tra l’altro prevede la revoca del permesso di domicilio se… lo straniero o una persona a suo carico dipende dall’aiuto sociale in maniera durevole e considerevole.

Risultato: se una svizzera si sposa con uno straniero e ha un figlio, qualora la famiglia non riuscisse più a stare a galla finanziariamente e abbia bisogno dell’aiuto sociale, accade che il padre venga separato da questo figlio e rimandato al suo Paese. Tutto ciò indipendentemente dal fatto che il figlio sia svizzero e che, come cittadino del nostro Paese, faccia valere la sacrosanta pretesa di poter vivere con ambedue i genitori accanto.

IL MINISTRO GOBBI
‘Anche tanti abusi del sistema’

Per il ministro socialista Manuele Bertoli smembrare una famiglia, perché il genitore straniero riceve aiuti sociali e viene allontanato, è profondamente ingiusto, una forma di moderna apartheid. Non la pensa così il collega Norman Gobbi: «Nel pieno rispetto del federalismo svizzero, il modus operandi adottato in questi casi è l’applicazione della legge, quella federale. Spesso abbiamo letto sui media le storie di persone che devono lasciare il nostro Paese. Storie sovente raccontate ad arte per sembrare agli occhi dei lettori una tremenda ingiustizia. In realtà, dietro questi racconti di frequente si nascondono abusi al sistema come ad esempio matrimoni combinati o forzati, celebrati allo scopo di ottenere un permesso di soggiorno nel nostro Paese». Al capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi chiediamo allora quale sia il ruolo del governo: applicare la legge alla lettera o agire nell’interesse dei minori elvetici e della loro famiglia, dando quindi priorità al valore della difesa dei minori e della famiglia accogliendo i ricorsi? «Prima di allontanare una persona sposata con un cittadino o una cittadina svizzeri e magari anche con figli, esiste un iter che prevede l’approfondimento puntuale di ogni situazione», dice. Il direttore delle Istituzioni spiega che il fatto di percepire aiuti sociali non comporta automaticamente la revoca del permesso di dimora: «Non si tratta infatti di una decisione presa arbitrariamente dall’oggi al domani. Innanzitutto i servizi del mio Dipartimento procedono con un ammonimento formale: il cittadino straniero dispone quindi di un certo lasso di tempo per cercare una soluzione – nel caso in cui non lo avesse ancora fatto – per migliorare la sua situazione economica e professionale, evitando la revoca dell’autorizzazione di soggiorno. Come previsto dalla legge, contro le decisioni di revoca di un permesso è sempre possibile inoltrare ricorso alle istanze superiori. Quando il cittadino straniero quindi deve lasciare la Svizzera, lo fa sulla base di una decisione confermata anche dalle istanze superiori, ossia dal Consiglio di Stato, dal Tribunale cantonale amministrativo e dal Tribunale federale», conclude Gobbi.

IL PRESIDENTE DEL GOVERNO BELTRAMINELLI
‘Decisioni difficili, ma il nostro sistema sociale protegge le famiglie più di altri Cantoni’

Chi non riesce a mantenersi, se non si rimette in pista professionalmente, rischia di perdere dimora o domicilio. La legge ti manda via anche se sei sposato con un cittadino svizzero e hai figli. Un partito come il Ppd, che mette la famiglia tra i valori più importanti da tutelare, come valuta queste espulsioni che vanno a smembrare famiglie a metà ticinesi e straniere. Lo abbiamo chiesto al presidente del governo Paolo Beltraminelli , che con i suoi colleghi è regolarmente chiamato a esprimersi sui ricorsi di chi viene espulso. Anche madri o padri con figli e coniugi in Ticino. In questi delicati casi, qual è il ruolo del governo, applicare la legge alla lettera o agire nell’interesse dei minori elvetici e delle famiglie?

«Occorre distinguere il diritto alle prestazioni di sicurezza sociale (assicurazioni sociali e prestazioni sociali di aiuto) dal diritto a risiedere nel nostro Paese (legislazione di polizia sugli stranieri). Sono due cose diverse e la sua domanda interessa il secondo aspetto», dice Beltraminelli.

E ci spiega: «La procedura di revoca o non rinnovo o mancata concessione di un permesso per motivi di eccessiva dipendenza dagli aiuti sociali è anche compatibile con gli Accordi bilaterali ed è utilizzata quindi in tutta Europa. Di principio uno straniero che vive in Svizzera deve potersi mantenere con i propri mezzi senza dipendere in modo duraturo dall’aiuto sociale (che è l’assistenza sociale e non altri aiuti come i sussidi di cassa malati o gli aiuti Api/Afi o le Pc Avs/Ai). Certamente la votazione del 9 febbraio 2014 ha portato ad un’attenzione maggiore verso questa problematica. La revoca non è certo automatica», dice. Insistiamo: almeno la famiglia va protetta meglio o no? «In Ticino il nostro sistema sociale difende e protegge più di altri Cantoni le famiglie grazie agli aiuti Api/Afi che non sono equiparati all’aiuto sociale (sentenza del Tf). È importante sottolineare che coloro che sono a carico dell’assistenza ricevono regolarmente gli aiuti per un periodo medio di quasi 2 anni che corrisponde a un importo medio sui 40’000 franchi nei due anni».

E sul ruolo del suo Dipartimento precisa: «Il Dss non fa nessuna differenza in base ai permessi nell’erogazione delle prestazioni sociali. L’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento è tenuto per legge a segnalare i beneficiari di assistenza sociale stranieri alla Sezione della popolazione, che poi procede con la verifica e decide sul permesso. Successivamente è data possibilità di ricorso al Consiglio di Stato che può cambiare la decisione dell’Autorità amministrativa soprattutto in caso di miglioramento della situazione finanziaria nel frattempo intervenuta. Vi è poi la possibilità di ricorso alle istanze superiori (Tram e Tf). Le decisioni vengono quindi attentamente ponderate». Ma umanamente, soprattutto per chi rappresenta il Ppd, cosa significa avallare decisioni che smembrano famiglie? Risponde Beltraminelli: «Non sono decisioni facili e capita spesso che il Consiglio di Stato approfondisca minuziosamente dossier particolari. Siamo però chiamati ad applicare una legge federale, la cui interpretazione è oggetto di una giurisprudenza abbastanza precisa e consolidata. Del resto, ancora recentemente il Tribunale federale ha confermato decisioni di revoca emanate dalle istanze cantonali». E pure il contrario.

Non riesci a mantenerti? La legge ti manda via

Non riesci a mantenerti? La legge ti manda via

Dal Giornale del Popolo del 20 giungno 2016, un articolo di Martina Salvini

Accade anche se sei sposato con uno svizzero. Nel 2015 in Ticino sono stati 36 i casi. Secondo Gobbi non si applica un pugno di ferro, ma “dura lex, sed lex”.

Il sasso nello stagno lo aveva lanciato il consigliere di Stato Manuele Bertoli con un articolo pubblicato quasi 2 mesi fa sul Corriere del Ticino: in Ticino, argomentava Bertoli, si sta applicando una politica restrittiva di rimpatrio di cittadini stranieri sposati con una persona svizzera. Una misura che va a disgregare la famiglia, in quanto spesso queste coppie hanno figli. Nel suo articolo Bertoli aveva voluto attirare l’attenzione su un tema che periodicamente torna di attualità, ma che a suo dire in questi ultimi anni si manifesta con maggiore insistenza.

Abbiamo voluto sentire a questo proposito il consigliere di Stato Norman Gobbi, titolare dei dossier che vengono trattati dalla sezione della popolazione. Quanti sono i casi di decisioni di allontanamento in Ticino? Perché si interviene con questi provvedimenti? Ecco che cosa ci ha risposto Gobbi.

In un contesto economico in cui trovare un lavoro per molti residenti (stranieri domiciliati compresi) diventa più difficile, è giustificato l’intervento con il “pugno di ferro” contro il coniuge straniero disoccupato (o solo parzialmente occupato) che non riesce a garantire una solidità finanziaria alla sua famiglia senza il sostegno statale?

Parlare di «pugno di ferro» significa formulare una valutazione che mi pare impropria. “Dura lex, sed lex” recita un detto latino. Per quanto dura la legge – in questo caso quella federale – va rispettata. Ed è proprio questo il modus operandi adottato dal mio Dipartimento nel pieno rispetto del nostro sistema federalista. Nei confronti dei coniugi di cittadini svizzeri rimasti senza lavoro e che ricorrono agli aiuti pubblici, come in tutti gli altri casi che affronta, la Sezione della popolazione basa il proprio esame sulla legislazione federale e internazionale e sulla giurisprudenza del Tribunale federale. Si tratta di persone che normalmente non hanno partecipato e contribuito al nostro sistema economico in modo attivo e durevole. Anche un cittadino comunitario, per esempio, che perde il lavoro e ha esaurito le indennità di disoccupazione, se non dispone di mezzi propri per mantenersi, perde il diritto a soggiornare in Svizzera.
Occorre comunque chiarire che, per i coniugi di cittadini svizzeri, il fatto di percepire aiuti sociali non comporta automaticamente la revoca del permesso di dimora. Chi ha ottenuto un permesso di dimora nell’ambito del ricongiungimento con un cittadino svizzero, se l’unione coniugale è effettiva ovvero se il matrimonio è realmente avvenuto, non può vederselo revocare o non rinnovare solo perché inizia a percepire prestazioni assistenziali. Sui nostri media leggiamo spesso le storie di persone che vengono allontanate dalla Svizzera e devono separarsi dalla famiglia, che agli occhi dei lettori appaiono come una grande ingiustizia. Ricordiamoci però che ci sono sempre motivazioni valide dietro ogni decisione e nell’iter che porta alla scelta si approfondisce ogni situazione. Posso infatti assicurare che ogni caso è sempre esaminato con la massima attenzione, e che prima di giungere alla revoca del permesso di soggiorno – che tengo a sottolineare rimane per noi l’ultima ratio – procediamo sempre a un ammonimento. Sui giornali spesso leggiamo solamente una parte della storia, quella che evidentemente alcuni hanno interesse a far emergere. In realtà dietro a queste situazioni frequentemente si celano degli abusi, per esempio matrimoni combinati o forzati, celebrati al solo scopo di ottenere un permesso di soggiorno nel nostro Paese. E lo Stato non può farsi carico di problematiche che scaturiscono da unioni coniugali fondate sulla volontà di raggirare la legge. I suoi compiti sono altri.

Nei casi in cui si decide che il coniuge straniero deve lasciare la Svizzera sono stati riscontrati degli abusi del nostro sistema sociale? Se sì, quali sono questi abusi?

Non è corretto parlare di abusi veri e propri ai danni del sistema sociale. La legge stabilisce che se vengono meno le condizioni per mantenere l’autorizzazione di soggiorno, per esempio la persona non dispone di un lavoro né di mezzi propri per continuare a vivere nel nostro Paese, deve lasciare la Svizzera.

Quante sono annualmente le decisioni di allontanamento dalla Svizzera che toccano un coniuge straniero di una cittadina svizzera?

Nel 2015 abbiamo registrato 36 casi su un totale di 189 revoche emesse dalla Sezione della popolazione. 28 hanno toccato cittadini di Stati terzi mentre 8 cittadini dell’Unione europea.

Nel suo Dipartimento in che maniera viene considerata un’azione più globale a favore del sostegno della famiglia e del reinserimento nel mondo del lavoro da parte del coniuge straniero disoccupato? I casi a rischio vengono segnalati e seguiti dalle autorità preposte (magari di altri dipartimenti, come gli uffici del lavoro, per esempio) prima di adottare il provvedimento dell’espulsione?

Il mio Dipartimento, per il tramite della Sezione della popolazione ha in questi casi il compito di regolamentare le condizioni di soggiorno dei cittadini stranieri nel nostro Paese; nella sua sfera di competenza non ci sono attività sociali come il sostegno alle famiglie in difficoltà o il reintegro nel mondo del lavoro di cittadini stranieri rimasti senza attività. Questi compiti spettano a servizi come gli Uffici regionali di collocamento del Dipartimento delle finanze e dell’economia e alla Divisione dell’azione sociale e delle famiglie, del Dipartimento della sanità e della socialità.
Prima di ordinare l’allontanamento di un coniuge di un cittadino svizzero procediamo comunque a un ammonimento formale, dopo il quale l’interessato dispone pur sempre di un certo lasso di tempo per cercare aiuto – qualora non lo abbia ancora fatto – e migliorare la propria situazione economica e professionale, così da evitare la revoca dell’autorizzazione di soggiorno. Dopo la nostra decisione ha poi il diritto di ricorrere alle istanze superiori che valutata la situazione deliberano in merito. Quando deve lasciare il nostro Paese il cittadino straniero spesso quindi lo fa sulla base di una decisione confermata anche dalle altre autorità (Consiglio di Stato, Tribunale cantonale amministrativo, Tribunale federale).

La richiesta fa centro 33 volte

Dal Corriere del Ticino del 4 maggio 2016

Sono decine i permessi negati a seguito della domanda sistematica dell’estratto introdotta da Norman Gobbi Il rapporto: «Persone con gravi precedenti penali e potenzialmente pericolose» – Il dossier oggi in Governo.

Dopo mesi di silenzio si torna a parlare del giro di vite sul casellario giudiziale voluto dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Oggi a Palazzo delle Orsoline il rapporto – consegnato in dicembre dallo stesso Gobbi ai colleghi – verrà verosimilmente discusso, ma difficilmente il Governo prenderà posizione in maniera netta. Intanto però ieri la questione è stata al centro di un’audizione a Berna con alcuni deputati ticinesi che sono stati ricevuti dalla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio degli Stati. E i ticinesi hanno in tal senso difeso la decisione presa lo scorso settembre dal Parlamento con la quale si chiede di rendere sistematica sul piano nazionale la richiesta dell’estratto. Ma la procedura introdotta 13 mesi or sono funziona o no? Ora siamo in grado di svelarvi i dati nudi e crudi, secretati per diverso tempo. Su 17.468 domande inoltrate in Ticino, 17.276 hanno portato al rilascio o al rinnovo di un permesso G (frontaliere) o B (dimorante). Una cifra complessiva che porta il Dipartimento ad affermare che «la misura non risulta essere troppo discriminante». Ma che ne è stato allora delle restanti 192 domande passate al setaccio? In 33 casi il rigetto è stato integrale, nella misura in cui le persone interessate non possedevano i requisiti minimi, oppure presentavano dei fattori negativi latenti. In altri 10 casi è stata pronunciata una proposta di ammonimento, 9 hanno invece spinto i richiedenti a rinunciare. Per contro le domande ancora all’esame sono 72. Venendo al dato saliente, si afferma che «in 33 casi si è potuto impedire il rilascio/rinnovo a persone con gravi precedenti penali e potenzialmente pericolose». Come noto la misura di Gobbi aveva condotto anche al lancio di una petizione, 12.192 le firme raccolte, mentre il Consiglio federale ha sempre fatto pressione al Ticino affinché la sospendesse con effetto immediato. Qualche mese fa c’è stato un ammorbidimento, con la soppressione della richiesta sui carichi pendenti. Tra Ticino e Berna non sono ad ogni modo mancate le tensioni, anche perché la Confederazione ha sempre considerato il giro di vite sul casellario come una pietra d’inciampo sulla via che porta alla conclusione degli accordi fiscali tra Svizzera e Italia. Ma Gobbi ha sempre replicato trattarsi «di una misura di sicurezza, non tesa a un protezionismo economico». La storia più recente, quando cioè il relativo dossier è passato dalle mani di Eveline Widmer Schlumpf a quelle del nuovo ministro delle finanze Ueli Maurer, dice per contro che Berna ha ipotizzato un indennizzo economico al Ticino in cambio di un ulteriore passo indietro. Nello specifico si parla di una compensazione dell’ordine di 20 milioni di franchi. Le trattative sono comunque proseguite in maniera piuttosto segreta tra le parti e al proposito non si è saputo più nulla. Detto questo, anche alla luce dei casi di presunti terroristi o simpatizzanti attivi dell’ISIS in Svizzera e in Ticino vien da chiedersi cosa accadrà ora. Il Governo Stato farà un passo indietro in questo momento delicato? Qualche risposta forse già oggi.

Tornando invece a Berna, ieri a difendere le due iniziative cantonali sostenute dal Gran Consiglio – e scaturite da una proposta di risoluzione alle Camere stilata nel 2008 dall’allora deputato leghista Lorenzo Quadri – sono stati Amanda Rückert (Lega) e Maurizio Agustoni (PPD), spalleggiati dal segretario generale del Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini. «Abbiamo illustrato le ragioni alla base delle due iniziative approvate dal Parlamento e della misura introdotta dallo scorso aprile in Ticino» ha tagliato corto Rückert, da noi raggiunta al termine dell’audizione. «Abbiamo posto l’accento sulla questione del casellario – ha aggiunto -, molto sentita a sud delle Alpi per motivi di sicurezza ma potenzialmente interessante per altri Cantoni di frontiera. Naturalmente siamo consci che a Berna la questione sarà trattata con un respiro più federale, e alla luce delle molteplici dinamiche con l’Unione europea». Come rilevato da Agustoni, l’estensione del provvedimento – una procedura standard per i cittadini provenienti da Stati terzi – andrebbe dunque trattata nel quadro dell’applicazione del 9 febbraio. «In tal senso – ci ha spiegato Agustoni – i commissari hanno posto diverse domande, non sull’applicazione e i risultati della misura ma sulla sua possibile integrazione nell’ambito delle negoziazioni con Bruxelles». Per ora la Commissione delle istituzioni politiche ha sospeso l’esame delle iniziative, come ci conferma il consigliere agli Stati Fabio Abate (PLR): «Non vi era la maggioranza sufficiente per dar seguito alla proposta. In alternativa abbiamo però deciso di congelare il dossier per capire se da altri fronti, e penso all’applicazione dell’iniziativa sull’immigrazione di massa e al voto britannico sulla permanenza nell’UE, giungano elementi di rilievo. Resta da capire come la misura possa venire implementata, visto che in altri Cantoni di frontiera non si registrano gli stessi problemi del Ticino». Sui dati, invece, tutti si sono trincerati dietro un «no comment» rifacendosi al segreto.

Il perché di una decisione coraggiosa

Chi non ricorda Raffaele Sollecito, che ha ottenuto un permesso B nel nostro Cantone, omettendo nell’autocertificazione dei precedenti penali di indicare la sua situazione aperta con la giustizia italiana? Oppure il caso dell’ex operaio frontaliere delle officine FFS di Bellinzona, sospettato di essere a capo di una cellula locale della Ndrangheta? O ancora, il giovane italo-dominicano che ha aggredito brutalmente un sessantenne di Gordola, un giovane criminale che era già stato condannato nel nostro Paese a un anno di reclusione, oltre che implicato in una lunga serie di reati gravi, ma malgrado ciò, sempre residente sul nostro territorio? Tutti questi sono esempi che ci dicono che il sistema di controllo dei permessi per stranieri non funzionava e che occorreva quindi intervenire con i necessari correttivi.

Dall’inizio del mio mandato quale Direttore del Dipartimento delle istituzioni, responsabile dell’autorità cantonale che si occupa della concessione dei permessi, ho sin da subito cercato dei correttivi a questo genere di situazioni che tanto fanno indignare i cittadini, creando incredulità e confusione.

Nel settembre 2013, per evitare il ripresentarsi di situazioni come quella di Raffaele Sollecito, Christian Vitta per il Gruppo PLR, aveva presentato una mozione volta al miglioramento della procedura per la concessione di permessi di dimora, postulando una serie di verifiche e provvedimenti. Poiché nel frattempo erano già in atto dei correttivi da parte del mio Dipartimento, alla medesima è stata data risposta il dicembre scorso, invitando il Parlamento a respingerla. Inoltre, alcune misure proposte, come quella della deroga al diritto dei cittadini europei di ottenere un permesso di dimora per motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità, erano state ritenute improponibili, siccome non conformi all’Accordo sulla libera circolazione. Ottenere l’estratto del casellario giudiziale per motivi legati all’ordine e alla sicurezza pubblici deve difatti essere giustificato da fatti concreti.

Una risposta questa, corretta giuridicamente, ma difficilmente condivisibile quando accadono degli episodi criminali come quello di Novazzano. E questa risposta mi riporta all’inizio del mio mandato nel 2011, quando chiesi di sostituire l’inutile autocertificazione con la presentazione dell’estratto del casellario giudiziale del Paese di provenienza del richiedente, così da poter valutare gli eventuali precedenti. La risposta da parte dei giuristi del Dipartimento fu chiara, non si poteva fare poiché occorreva attenersi a quanto disposto dall’Accordo sulla libera circolazione, che non permette la richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale. Questo “no”, ripetutomi tante volte come un mantra in questi quattro anni, non mi ha comunque dissuaso dall’intervenire per correggere la situazione.
E allora ho messo in atto una vera e propria strategia di controllo volta a contrastare efficacemente le situazioni di abuso: abbiamo incrementato i controlli ridefinendo le priorità operative dell’Ufficio della migrazione, abbiamo favorito lo scambio di informazioni tra le varie autorità cantonali (in particolare: Polizia, Istituto delle assicurazioni sociali, Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento, Ufficio delle prestazioni complementari, Cassa cantonale di compensazione per gli assegni AFI/API, Sezione del lavoro per il tramite degli Uffici di collocamento, ecc.), abbiamo altresì sensibilizzato i Comuni a segnalare casi dubbi, fornendo loro anche una linea telefonica preferenziale per farlo. Ho poi voluto che la richiesta di rinnovo o concessione dei permessi comprendesse della documentazione aggiuntiva, quale il contratto di lavoro, l’indicazione dello stipendio preciso, il contratto di affitto e la dichiarazione del proprietario dell’alloggio d’essere d’accordo che altre persone straniere, oltre al locatore, vivano nell’appartamento, tutta documentazione che Berna e Bruxelles ci hanno cortesemente invitato in più occasioni a non richiedere. Ho inoltre riorganizzato l’Ufficio della migrazione creando un servizio specifico che monitora i casi dubbi segnalati da varie autorità cantonali, ma anche dai tanti cittadini sensibili agli abusi. E questo nuovo servizio sta svolgendo con profitto il proprio importante compito: dall’inizio della propria attività il 1. ottobre 2014 a fine febbraio, in soli cinque mesi, il Settore giuridico ha esaminato 415 pratiche, che in 37 casi hanno portato alla revoca del permesso di soggiorno, mentre in 18 casi si è proceduto a non rinnovare oppure a non rilasciare un permesso. Le decisioni di ammonimento emesse, il primo passo verso una revoca o non rinnovo, sono inoltre state oltre 500.

Tutte misure queste, che stanno dando i loro frutti. Ma non basta. Non basta perché ancora la scorsa settimana è avvenuto quanto non deve accadere. Tra i presunti autori della rapina di Novazzano, vi erano degli stranieri beneficiari di un permesso B, oltretutto, uno dei quali con un permesso revocato e peraltro, condannato per un reato simile in passato. E allora, questo ennesimo caso mi ha portato ad andare oltre ai tanti “no, non si può fare” e a prendere una decisione coraggiosa, andando così oltre ai limiti restrittivi imposti dall’Accordo sulla libera circolazione, come ha saputo fare il Popolo svizzero, e il 68% dei Ticinesi, accettando l’iniziatica del 9 febbraio 2014. Da inizio aprile, i cittadini stranieri che chiedono il rilascio oppure il rinnovo di un permesso di dimora (B) o di un permesso per frontalieri (G) devono dunque allegare alla domanda anche il certificato del casellario giudiziale del loro Paese di provenienza. Un provvedimento straordinario, che ho ordinato per tutelare la sicurezza e l’ordine pubblico del nostro Cantone e dei Ticinesi, ben cosciente che questa limitazione dei diritti conferiti dall’Accordo sulla libera circolazione, giuridicamente, sia discutibile. Un provvedimento di polizia forse azzardato, motivato tuttavia dalla minaccia che costituiscono personaggi come quelli della rapina di Novazzano per la nostra sicurezza.
Alcuni casi accertati nelle ultime settimane, e, da ultimo, la rapina di Novazzano, hanno dimostrato come per tutelare i cittadini ticinesi e il nostro territorio, occorreva intervenire con ulteriori provvedimenti eccezionali e quindi con decisioni ferme. Il dicembre scorso, quando abbiamo presentato la risposta alla mozione Vitta, la situazione non era ancora giunta al punto da giustificare una misura del genere.

Leggo la fermezza con cui Christian Vitta è intervenuto nel dibattito in modo positivo. Non posso quindi che compiacermi, se Christian Vitta, il Gruppo PLR, così pure tutti gli altri esponenti politici, sapranno sostenermi anche di fronte a Berna, in questa mia decisione coraggiosa, benché scomoda, a tutela della sicurezza dei Ticinesi. Mi aspetto inoltre che in futuro, sia in Governo sia in Parlamento, i rappresentanti del PLR sosterranno le misure che dovranno essere introdotte a tutela della sicurezza del Ticino e Ticinesi senza troppe remore, anche se queste andranno a infastidire o a contrariare i sostenitori degli accordi bilaterali a ogni costo.