«Io, la difesa della neutralità, il calo della criminalità e l’hockey»

«Io, la difesa della neutralità, il calo della criminalità e l’hockey»

Il direttore del Dipartimento delle Istituzioni si ricandida per un posto in Governo. Ecco con quali principi.
Quattordici domande. E quattordici risposte telegrafiche. Stile Twitter. Il primo a sottoporsi al questionario di Tio/20 Minuti è Norman Gobbi (Lega dei Ticinesi), direttore del Dipartimento delle Istituzioni, che si ricandida per un seggio in Governo.  

C’è chi annota la presenza di troppi radar in Ticino. Non c’è alternativa? «Sono due le alternative: un mondo (utopico) senza eccessi di velocità che potrebbe portate (seconda alternativa) a una diminuzione coordinata dei radar delle Polizie comunali, oggi responsabili dell’80% dei controlli».
 
Scandali e litigi in polizia. Come recuperare credibilità?
«La credibilità della Polizia è altissima: è l’istituzione con il più alto grado di considerazione (8 punti su 10, dati studio “Sicurezza 2022” del Poli di Zurigo). Ben oltre i media, verso i quali l’indice di fiducia è 5.4 su 10 o il parlamento federale (6.8)».
 
La divisa ha perso potere e fascino?
«Assolutamente no. Al concorso che apriamo per la Scuola cantonale di Polizia partecipano centinaia di giovani donne e uomini ticinesi. Dobbiamo fare una selezione importante. La professione attrae e non è una questione di potere».

Violenza domestica: una piaga dilagante. Soluzioni concrete?
«Abbiamo messo in campo come Governo il Piano d’azione cantonale contro la violenza domestica. Molte attività, molta sensibilizzazione. Concretamente, per esempio, la Polizia cantonale ha creato il Centro di Competenza Violenza, diretto dalla psicologa Marina Lang».

Spesso le istituzioni usano toni molto duri nei confronti dei cittadini. Anche per questioni banali. Non si può essere più gentili?
«Se si allude alle lettere che intimano le multe di circolazione mi sembra un po’ esagerato farne un tema generale. Comunque stiamo implementando il progetto “Servizio eccellente” che tra le altre cose chiede “cortesia” nei rapporti istituzione-cittadino».

Cresce la popolazione straniera. È preoccupato per questa repentina internazionalizzazione del Ticino?
«Repentina? La popolazione straniera aumenta in Svizzera e in Ticino ormai da decenni. Non sono preoccupato nella misura in cui chi si ferma in Svizzera si adatta ai nostri usi e costumi (e leggi). Un sforzo d’integrazione delle persone anche attraverso l’azione dello Stato».

In una recente intervista “si è preso i meriti” del calo della criminalità in Ticino. Il calo della criminalità però è un fenomeno riscontrato in tutta Europa, soprattutto durante il Covid…
«Il calo della criminalità è stato costante dal 2012 a oggi. Quindi ben prima del Covid. Non mi sono preso meriti, ma constato che l’attività di prevenzione, di intervento e di repressione della Polizia ha portato a risultati concreti e a benefici per i ticinesi e per l’economia».

La violenza giovanile sembra sempre presente. Anzi. La sensibilizzazione non basta più?
«La violenza giovanile è un tema importante nella nostra società. La sensibilizzazione è solo una parte dell’aspetto. Ci vuole un sostegno educativo e culturale che oggi tante famiglie non riescono più a garantire».

Anziani sempre più fragili di fronte a truffe e a raggiri tecnologici. Come ci si può occupare di loro?
«Proprio negli ultimi mesi la Polizia cantonale ha avviato un campagna con diverse associazioni. Momenti d’incontro in tutto il Cantone con gli anziani, in cui si affronta in particolare il tema delle truffe. È solo l’ultimo esempio di quello che la Polizia cantonale fa».

Ha paura della cyber criminalità?
«Non si tratta di avere paura o meno. Si tratta di dare i mezzi alla Polizia per combatterla e di creare una informazione costante e aggiornata a istituzioni, aziende e privati per potersi difendere. È quello che facciamo anche con il gruppo “Cyber sicuro”».

Il suo più grande traguardo in questa legislatura?
«Ne ho parecchi, ma cito la votazione popolare sulle Autorità regionali di protezione (ARP). Il sì massiccio espresso nell’autunno del 2022 ci permetterà di introdurre una nuova forma (da amministrativa a giudiziaria) per aiutare persone in un momento difficile della loro vita».

Il suo rimpianto?
«Spero possa essere un rimpianto temporaneo e che abbia a trasformarsi in un successo per la logistica della Giustizia ticinese: l’acquisto dell’ex Banca del Gottardo a Lugano il cui messaggio è pendente da oltre 3 (tre!) anni in Gran Consiglio». 
 
Parliamo di hobby: cosa fa Norman Gobbi per rilassarsi?
«Non è un mistero che per me la camminata ogni mattina presto immerso nella natura della mia Leventina sia un toccasana. Poi ci sono anche altre attività: una cena o un pranzo con la mia famiglia per esempio, ma pure scendere in pista per una partita di hockey».
 
Perché un ticinese dovrebbe votarla?
«Spero ci sia più di un ticinese a votarmi! A parte gli scherzi: credo per le mie posizioni a difesa della sovranità svizzera, della nostra neutralità; per la promozione della sicurezza, della libertà e responsabilità individuale per creare un Cantone forte».
 
Da www.tio.ch
Inaugurata la nuova Scuola d’infanzia di Rodi-Fiesso

Inaugurata la nuova Scuola d’infanzia di Rodi-Fiesso

La sezione diventa inclusiva e ospita bambini provenienti da tutta la media e alta Leventina

Nuova vita per il vecchio edificio della scuola dell’infanzia di Rodi-Fiesso (Comune di Prato Leventina) la cui ristrutturazione è stata recentemente inaugurata alla presenza della popolazione e delle autorità comunali e cantonali. L’intervento di risanamento e ampliamento garantirà una struttura consona ad assicurare anche in futuro un servizio di prossimità fondamentale per le famiglie locali. L’intero stabile è inoltre ora adeguato allo standard di risparmio energetico. Il progetto e la direzione lavori sono stati affidati all’architetto Paolo Rossetti di Ambrì, mentre l’investimento ha potuto beneficiare di contributi cantonali e federali come pure di contributi da parte di terzi e del Patronato svizzero per i Comuni di montagna (Patenschaft), i cui benefattori “hanno con molto entusiasmo sostenuto il progetto”, sottolinea il Municipio in un comunicato. Grazie alla consapevolezza dimostrata dalla Sezione cantonale delle scuole comunali è inoltre stato possibile trasformare la sezione in scuola dell’infanzia inclusiva, atta a ospitare bambini in età prescolare provenienti da tutta la media e alta Leventina, i quali in un ambiente moderno e con misure di accompagnamento possono meglio superare la fase d’inserimento scolastico. All’inaugurazione erano presenti il consigliere di Stato Norman Gobbi, il capo della Sezione scuole comunali Rezio Sisini, la direttrice dei Servizi dell’educazione precoce speciale Monica Maggiori e l’ispettore aggiunto dell’Ispettorato scolastico Bellinzonese e Tre Valli Ariano Belli e la popolazione.

Da www.laregione.ch

(Foto: La Regione)

L’Usi ad Airolo? Sostenibile eccome!

L’Usi ad Airolo? Sostenibile eccome!

Una scelta, un valore, una consapevolezza.

Tre sostantivi che inquadrano la realizzazione da parte dell’Università della Svizzera italiana (USI) della «Casa della sostenibilità » ad Airolo. A torto si considera periferico il territorio di Airolo e più in generale dell’Alta Leventina. Qui siamo al centro delle Alpi. Il San Gottardo è il massiccio-simbolo per la Svizzera e per la stessa Europa. Scegliere di vivere, di lavorare e di promuovere ricerca e cultura ad Airolo significa poter guardare al resto della nostra nazione da una posizione di assoluta centralità. Un cambiamento di paradigma – sicuramente di prospettiva – che personalmente ho condiviso e ho fatto mio al momento di rimanere in Valle per costruire la mia famiglia. Una scelta consapevole, che mi ha permesso di rimanere nel luogo in cui sento forte la mia identità.
La «Casa della sostenibilità» si inserisce in un contesto di ricerca scientifica che ebbe inizio già prima del Novecento. Da allora sono state pubblicate oltre 400 monografie ed articoli apparsi su riviste specializzate.
I lavori considerano la flora, la fauna, l’idrobiologia,
la geologia ed i problemi tecnici legati allo sfruttamento idroelettrico ed alla gestione della pesca nei laghi alpini. Esiste così un vero patrimonio conoscitivo difficilmente riscontrabile in altre regioni naturalisticamente pregiate.
Il Centro Biologia Alpina di Piora, voluto dal Canton Ticino, rappresenta un importante luogo di ricerca, che ha sviluppato, come detto, molte pubblicazioni e collaborazioni con le università di Ginevra e di Zurigo in primo luogo. Di recente, proprio in ottica di sostenibilità, anche il Politecnico federale di Zurigo ha aperto un centro di ricerca sulla geotermia e la fisica dei terremoti con il «BedrettoLab», nascosto nelle viscere delle nostre montagne. Oggi l’aggancio con l’Università della Svizzera italiana si propone in maniera naturale, con l’USI che dimostra con i fatti il suo inserimento su tutto il tessuto cantonale. Non solo Lugano, non solo Mendrisio, ma con la Casa della sostenibilità pure nelle Alpi: Airolo viene quindi accolta nel «campus » allargato dell’USI che festeggia i suoi 25 anni di esistenza. Un valore in più per la nostra Università. Un valore in più per la Leventina e per tutto il Ticino.
La scelta dell’Università della Svizzera italiana è un atto consapevole sul valore del nostro territorio e sulla necessità di considerare il Ticino nel suo insieme anche per fare ricerca. Airolo per l’USI, soprattutto dopo l’apertura della seconda canna autostradale sotto il San Gottardo, sarà un anello di congiunzione con il resto della Svizzera. In particolare con Zurigo e con le altre Città elvetiche in cui si sviluppano i discorsi più interessanti per il nostro progresso, sempre più incentrati sul concetto di «sostenibilità» quale valore per il benessere di tutti i cittadini.

Opinione pubblicata nell’edizione di giovedì 14 ottobre 2021 del Corriere del Ticino

Un ritorno alla normalità? “C’è voglia di incontrarsi”

Un ritorno alla normalità? “C’è voglia di incontrarsi”

Gobbi: dopo il no alla Fiera di San Martino ben venga la Rassegna gastronomica del Mendrisiotto

Voglia di ritrovata normalità. Sembra un po’ questo lo spirito che aleggia tra la gente in queste giornate. È dello stesso parere il Consigliere di Stato Norman Gobbi. “Usciamo da un’estate altalenante, sia meteorologicamente sia socialmente parlando. Il tempo in luglio è stato quel che è stato, ma nello stesso tempo anche le discussioni attorno alla vaccinazione non sono sempre state…serene. In queste settimane però, tenuto conto che la situazione epidemiologica per fortuna si è assestata – quando in molti non tanto tempo fa ipotizzavano ancora una quarta o quinta ondata di contagi… – stiamo ritrovando una certa voglia di incontri, di partecipare a manifestazioni”. Però anche quest’anno non ci sarà la Fiera di San Martino a Mendrisio, prevista come sempre nella seconda settimana di novembre. “È stata una decisione presa dal Municipio di Mendrisio, che ha fatto una valutazione attenta e poi ha deciso di non organizzare la Fiera. Una scelta legittima – sottolinea il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Anche se personalmente San Martino mi mancherà e avrei preferito finalmente ritornare a incontrarmi con tanti amici e molte persone che a Mendrisio si danno appuntamento. Un momento di aggregazione genuino, sempre spontaneo e all’insegna della cordialità e della convivialità. Peccato”

Però questa voglia di normalità non si ferma davanti all’annullamento della sagra mendrisiense- “Sì, per fortuna. La “vendemmia” a Lugano si è svolta, pur con il rammarico del brutto tempo di domenica. E proprio il prossimo fine settimana a Bellinzona si svolge la rassegna dedicata ai nostri formaggi. Un bel momento, in cui uno tra i prodotti d’eccellenza del nostro territorio viene messo in mostra per essere apprezzato e degustato dai cittadini. Anche i turisti potranno approfittare di questa rassegna sempre più apprezzata al Nord delle Alpi. Ma ci sono anche altri segnali di una ritrovata normalità. Per esempio ritengo degna di nota la Rassegna Gastronomica del Mendrisiotto e Basso Ceresio. È giunta addirittura alla 58esima edizione, segno di lungimiranza tra i promotori. Sono 39 i ristoranti che vi partecipano. Una rassegna che contraddistinguerà tutto il mese di ottobre, come sempre, e che è partita proprio all’indomani dell’introduzione dell’obbligo del Certificato COVID per chi si accomoda all’interno dei ristornanti. È la prova provata che anche davanti a mutate condizioni imposte da questo virus, la voglia di fare e l’intraprendenza possono vincere. Il ritrovarsi attorno a un tavolo per una buona cena o un buon pranzo sono manifestazioni dell’attività umana molto importanti. Anche un bicchiere vino (attenzione: con moderazione e con tutte le precauzioni in caso di guida!) può essere utile per ritornare a una routine positiva. E poi quest’anno il vino della Rassegna è il Merlot dell’azienda cantonale di Mezzana…”, conclude sorridendo il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

(Immagine: www.rassegna.ch)

“Il GSsE non rispetta le decisioni popolari”

“Il GSsE non rispetta le decisioni popolari”

Arriva l’ennesima iniziativa contro il nostro Esercito

Solo una settimana fa su queste colonne avevamo riportato la notizia della nascita di Alleanza Sicurezza Svizzera, di cui è vice presidente il Consigliere di Stato Norman Gobbi. Un’associazione professionale in cui sono confluite le forze del fronte borghese per influenzare il dibattito sulla sicurezza in Svizzera e in particolare, ma non solo, per confrontarsi in modo antagonistico con il Gruppo Svizzera senza Esercito (GSsE), il cui scopo d’esistere è appunto l’abolizione dell’Esercito. Sono passate poche ore da quella notizia ed ecco che il GSsE, assieme ai Socialisti e ai Verdi, ha annunciato il lancio di un’iniziativa popolare per impedire l’acquisto degli F-35A. “Come volevasi dimostrare – afferma Norman Gobbi. Eravamo pronti a una simile evenienza. Anche perché era già stata pretestuosamente preannunciata dal GSsE non appena era circolato il nome degli F-35A. Ma noi sappiamo che qualsiasi modello fosse stato scelto l’iniziativa popolare contro questo acquisto sarebbe stata lanciata. È un affronto alla nostra democrazia diretta. Non è passato nemmeno un anno (era il 27 settembre 2020, ndr) da quando la popolazione ha votato a favore dell’acquisto dei nuovi aerei da combattimento. Mi si dirà che la maggioranza fu risicata, solo il 50.1%. È vero, ma nel nostro sistema democratico basta un voto per fare tutta la differenza del mondo. E questo viene da sempre rispettato. Invece oggi una certa sinistra se ne fa un baffo della democrazia diretta. La prova è questa nuova iniziativa popolare”, sottolinea il vice presidente di Alleanza Sicurezza Svizzera, Norman Gobbi.

Il GSsE vuole ora annullare questa decisione popolare con un’iniziativa, rendendo impossibile l’acquisto dell’aereo più economico e tecnicamente più avanzato: ciò impedirebbe – ribadisce il Consigliere di Stato Norman Gobbi – la sostituzione degli attuali aerei da combattimento che sono in servizio rispettivamente dal 1978 e dal 1996. L’acquisto di nuovi aerei da combattimento è essenziale per proteggere il nostro spazio aereo e le persone nel nostro Paese dalle minacce provenienti dal cielo per i prossimi 30-40 anni a partire dal 2030. Un concetto che il popolo svizzero aveva già sostenuto meno di un anno fa. Oggi si riparte con un’ennesima battaglia contro l’Esercito”.

Le polemiche sul modello scelto dal Consiglio federale sono state molto forti. “Sì, perché gli avversari dell’Esercito hanno iniziato a preparare il terreno con largo anticipo. Il risultato del processo di valutazione trasparente e riconosciuto a livello internazionale è chiaro: l’F-35A convince non solo per il suo basso prezzo, ma anche perché ha il miglior rapporto costi-benefici nonché la tecnologia più moderna. L’acquisto dei 36 aerei è quindi la scelta migliore per adempiere al servizio di polizia aerea e per proteggere le infrastrutture critiche. E in ultima analisi la nostra popolazione”, termina il Consigliere di Stato Norman Gobbi. 

 

“Achtung: adesso non si calino le brache!”

“Achtung: adesso non si calino le brache!”

Norman Gobbi sull’accordo istituzionale doverosamente cestinato e i futuri rapporti con l’UE 
Il progetto di accordo istituzionale Svizzera UE è finito doverosamente… nel fuoco. “È un passo importante quello che ha compiuto in settimana il Consiglio federale. Finalmente la voglia turbo-europeista ha subito uno stop”, afferma il Consigliere di Stato Norman Gobbi. “Ho sempre sostenuto la pericolosità di mettere una firma a un documento che creava grossi problemi alla nostra sovranità, svilendo l’essenza del nostro Stato: la democrazia diretta. Ma non solo: in questo accordo vi erano elementi contrari agli interessi essenziali della Svizzera. Il Governo ticinese poco più di due anni fa era stato chiaro: nessun sostegno a questo accordo istituzionale”.
I Cantoni hanno avuto un ruolo decisivo nell’affossamento dell’accordo. “Direi proprio di sì. La presa di posizione è stata netta. Il parere dei Cantoni su questioni di tale portata è stato fortunatamente tenuto in considerazione dal Consiglio federale. Non poteva essere altrimenti. Sono i Cantoni in prima battuta e i cittadini a subire eventuali conseguenze negative di cattivi accordi. In Ticino lo viviamo sulla nostra pelle già solo pensando agli attuali accordi di libera circolazione. E i passi che si intendevano fare con questo accordo istituzionale andavano ancora oltre. Non era tollerabile. Ci sono volute le proverbiali sette fette di polenta – che si traducono negli inutili sette anni di negoziati con l’UE – ma poi la decisione di abbandonare il tavolo delle trattative è stata presa. Bene!”, sostiene il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.
Il fatto che a presiedere il Consiglio federale quest’anno vi sia un rappresentante dell’UDC (Guy Parmelin, ndr) e che sia stata presa questa decisione crede sia una casualità? “Le rispondo riportando il tema in casa nostra, qui in Ticino e pongo io una domanda: il fatto che in Governo vi siano due rappresentanti della Lega è un caso rispetto alla posizione netta e tranciante espressa dal Cantone sull’accordo istituzionale? Qui posso rispondere, e dico che non è per nulla un caso! Anche perché la presenza di due leghisti in Governo è l’espressione di una popolazione che a maggioranza respinge ogni tentativo di avvicinamento con l’Europa, con questa Europa. Basti guardare tutte le votazioni sul tema. Anche lo scorso 27 settembre il Ticino aveva accolto l’iniziativa che voleva mettere un freno all’immigrazione di massa. Purtroppo – ma così vuole la democrazia – questa posizione è risultata minoritaria all’interno della Svizzera. Ne abbiamo preso atto. Lavoreremo affinché ora si possano stabilire nuovi rapporti bilaterali con l’UE sulla base della nostra effettiva forza contrattuale e senza calate di brache. Il Piano B nei confronti di Bruxelles esiste eccome. Ed è proprio quello di impostare rapporti bilaterali con l’UE da una posizione perlomeno paritaria e non supina. Un esempio concreto sarà il tema del miliardo di coesione nei confronti dell’UE (che in realtà è un miliardo e 300 milioni). Achtung: se lo si vuole elargire che lo si faccia in contropartita di qualcosa”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.
 
 
 
Una legge per combattere il terrorismo a 360 gradi

Una legge per combattere il terrorismo a 360 gradi

“Come dimostrato dagli attacchi del 12 settembre 2020 a Morges e del 24 novembre 2020 a Lugano, la minaccia terroristica più probabile nel nostro Paese proviene da attori il cui orientamento violento è radicato tanto in crisi personali o problemi psichici quanto in un’opera di convincimento ideologico. Le persone radicalizzate più suscettibili di commettere attentati sono ispirate dalla propaganda jihadista senza avere necessariamente un contatto diretto con un gruppo o un’organizzazione jihadista. Questo tipo di attacchi rimane una sfida per la sicurezza”. Così si esprime il Consiglio federale nel rapporto 2021 sulla politica di sicurezza. Una sfida a cui il mondo politico è chiamato a rispondere per salvaguardare i cittadini del nostro Paese. Abbiamo le « armi » per garantire che attacchi ed episodi violenti legati al terrorismo – non solo quello dovuto alla radicalizzazione islamista, ma pure quello conseguente a un’estremizzazione di ideologie di sinistra, di destra e/o animaliste – vengano scongiurati?

La risposta è « sì », se si considera che la Svizzera ha ampliato i suoi mezzi di difesa. Con la revisione del Codice penale, i reati terroristici quali il reclutamento, la formazione, i viaggi per unirsi alla « guerra santa » nonché la commissione di gravi reati terroristici possono essere puniti più duramente. La risposta è « no», se pensiamo che oggi la Polizia può intervenire solo quando una persona ha già commesso l’attacco terroristico. È questa la lacuna grave, a cui Consiglio federale e Parlamento hanno posto rimedio con la Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo ( MPT) che saremo chiamati a votare il 13 giugno.

Il punto più criticato dai referendisti è la misura che permetterà alla Polizia di decretare gli arresti domiciliari. Di mezzo ci sono la nostra libertà e i nostri diritti. È una preoccupazione legittima, ma che non ha ragione d’esistere. La Polizia non potrà fare il « bello e cattivo tempo», ma attenersi a regole precise. Come cittadini svizzeri godiamo di garanzie costituzionali che la nuova legge non contraddice. Qualsiasi misura preventiva di polizia deve essere proporzionata, considerando i diritti di libertà costituzionali. Molti hanno timore che questa nuova legge potrà limitare la partecipazione a manifestazioni di carattere politico. Falso: la libertà costituzionale di espressione toglie qualsiasi aggancio per un intervento preventivo contro manifestanti. Le condizioni per ordinare misure di polizia per la lotta al terrorismo sono dunque severe. Il fattore decisivo è il potenziale di violenza di un individuo, e tale potenziale deve essere valutato per ogni individuo. La legge definisce chiaramente ciò che costituisce una minaccia terroristica: si deve presumere – sulla base di indicazioni concrete e attuali – che una persona sia coinvolta in attività terroristiche. Inoltre tale soggetto deve essere già stato seguito con misure sociali, di integrazione e terapeutiche previste dal Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento. Se quest’ultime hanno fallito e se sono stati esauriti anche tutti gli altri strumenti a disposizione della Polizia ( gli stessi utilizzati contro la tifoseria violenta e la violenza domestica), è solo in quel momento che possono essere applicate le nuove misure per la lotta al terrorismo. Senza dimenticare che qualsiasi intervento deve essere limitato nel tempo e può essere contestato con un ricorso davanti a un Tribunale. Gli arresti domiciliari, poi, necessitano dell’approvazione del giudice.

La legge ha già tenuto conto di tutti i fattori che potrebbero far sorgere dubbi sulla legittimità degli interventi, con particolare attenzione – come detto – al rispetto delle nostre libertà costituzionali. È quindi nell’interesse di tutta la collettività che questa legge entri finalmente in vigore. È l’unico mezzo per combattere il terrorismo a 360 gradi e per fermare la mente e la mano di queste persone prima che compiano un attacco criminale.

Opinione pubblicata nell’edizione di sabato 15 maggio 2021 del Corriere del Ticino

«Una barricata meno rumorosa e più costruttiva»

«Una barricata meno rumorosa e più costruttiva»

Che ricordi ha di quel giorno, quando la Lega conquistò il secondo seggio?
«Arrivavo da un periodo particolare. Ero da un anno subentrato al compianto Attilio Bignasca in Consiglio nazionale, la campagna fu molto agitata poiché – con la rinuncia a ricandidarsi di Gabriele Gendotti – si poteva sognare il raddoppio. La domenica 10 aprile la passai con familiari e amici (mia figlia Gaia aveva appena 3 mesi e mezzo) all’Agriturismo Altanca in attesa dei risultati. Poi, appena si capì che la mia elezione era certa, con Rodolfo Pantani alla guida scendemmo a Lugano sino in piazza della Riforma, già gremita di amici leghisti. La gioia era tanta, come testimoniano le foto di quel momento, soprattutto per il Nano che quel giorno festeggiava pure il compleanno e l’inizio del suo agognato “triplete”, che si concluse con la conquista del sindacato di Lugano con Borradori nel 2013».

Dopo la vittoria il Nano disse che dai due leghisti si aspettava il rispetto del decalogo. Quel decalogo finì sul tavolo del Governo?
«Il decalogo leghista era ed è un programma di partito, mentre all’interno di un Governo si lavora in squadra, ognuno però con i suoi valori e le sue idee politiche. Noi queste idee, riprodotte nel decalogo, le abbiamo portate. Pensiamo al blocco dei ristorni fatto nel giugno 2011. Sul fatto del “governiamo noi”, quando venni eletto venivo da un’esperienza comunale dove c’era (e c’è) una maggioranza assoluta di un’altra forza nel Municipio, e quindi non ho mai inteso e vissuto il governare come un imporre bensì come un costruire, se possibile assieme».

Com’è cambiato il modo di governare e di fare politica della Lega con il raddoppio?
«Quella che Giorgio Salvadè chiamava “Lega di governo e barricata” è rimasta, anche se forse la barricata è un po’ meno rumorosa e più costruttiva. Da 26 anni la Lega siede in Consiglio di Stato, da 10 con due consiglieri di Stato. Questo ha portato per taluni a essere troppo filogovernativi, anche se personalmente le critiche le prendo positivamente se giustificate (vedi radar ad esempio), proprio perché sono nato politicamente in Gran Consiglio mettendo in discussione l’azione politica anche del nostro unico consigliere di Stato di allora (Marco Borradori, ndr)».

Le toccò il «poco simpatico» Dipartimento delle istituzioni, che disse di aver trovato «completamente azzurro» (PPD, ndr). E oggi?
«Poco simpatico ma voluto. Poco simpatico perché, capiti quel che capiti, siamo più esposti di altri poiché a maggior contatto con la cittadinanza; voluto perché vedevo un grande potenziale di miglioramento, nonché per la mia inclinazione personale. Dopo 10 anni il Dipartimento è più equilibrato, sia per sensibilità politiche sia per genere. Il mono pensiero è acritico e pericoloso, perché da un lato non ci si innova e dall’altra parte non ci si mette in discussione».

Sono passati 10 anni, cosa ha fatto di leghista questo Governo con la vostra spinta?
«Il Governo è finalmente un Governo di uomini di Stato e non rappresentanti di partito. Forse il tavolo di sasso o i presunti “maître à penser” esistono ancora, ma oggi il Consiglio di Stato è più sovrano e mi permetto di dire anche più autorevole rispetto al passato. Le decisioni le prendiamo noi, non altri. La spinta leghista? Beh, sicuramente ha portato il Governo ad avvicinarsi alla gente; ricordo con piacere il pranzo a San Martino con il Governo in corpore nel 2015 sotto la mia presidenza. Alla fine siamo dei semplici servitori dello Stato e quindi del Popolo, e questo non lo dimentico mai, come ricordo frequentemente ai miei funzionari dirigenti. Questa spinta, questa energia e questo impegno voglio continuare a metterli al servizio delle cittadine e dei cittadini ticinesi ancora nei prossimi anni di Governo».

Intervista all’interno dell’edizione di sabato 10 aprile 2021 del Corriere del Ticino

Il pugno, il sasso e la bicicletta

Il pugno, il sasso e la bicicletta

 

C’è una relazione tra le manifestazioni di intollerabile violenza – anche contro le forze di primo intervento chiamate a garantire la sicurezza di persone e beni – a cui assistiamo da parte di giovani individui e il perdurare delle chiusure? Domanda retorica: la relazione è evidente. I giovani, dopo mesi di scarsissime opportunità aggregative, non ci stanno più dentro per dirla nel loro gergo. La stragrande maggioranza di loro, come moltissimi adulti, riesce ancora a stringere il pugno in tasca e a ritrovarsi rispettando comunque le regole. A loro va tutta la mia considerazione e ammirazione. Alcuni gruppuscoli, approfittando della situazione, il pugno invece lo sferrano realmente o usano quella stessa mano per raccogliere sassi e bottiglie, scagliandoli contro soccorritori e agenti della polizia (a cui esprimo solidarietà e incoraggiamento!), che devono muoversi in un contesto quasi surreale.

Viviamo settimane davvero difficili. Dando il dovuto rispetto a quanto l’autorità federale ci impone, mi chiedo – e con me molte e molti ticinesi – se davvero il Consiglio federale ha capito quanto stia avvenendo a livello sociale (senza parlare qui delle conseguenze economiche). Ci sono misure tra loro contraddittorie: come giustificare la possibilità di trovarsi per una festa o una cena in 10 a casa e invece proibire di andare al ristorante in 4 attorno a un tavolo? Il tutto inserito in un contesto sanitario che, almeno guardando al Ticino, chiede prudenza senza ancora allarmare. Siamo riusciti tutti assieme a far diminuire drasticamente l’occupazione negli ospedali (ieri 70 ammalati COVID di cui 6 in cure intense). La terza ondata più volte annunciata non è partita. E le vaccinazioni – per le quali mi auguro che la Confederazione garantisca l’opportuna consegna di dosi per soddisfare la forte richiesta che abbiamo in Ticino – ci condurranno verso un drastico abbassamento del numero di ammalati gravi fino all’immunità di gregge. La paura credo abbia fatto novanta all’interno del Consiglio federale. Una scelta che, come detto, dobbiamo rispettare, ma che fa sorgere dubbi e insoddisfazione tra la nostra gente come nel resto del Paese.

Oggi, come ieri, dobbiamo dare una risposta di comunità, che si deve costruire in famiglia, tra genitori e figli, ma anche a scuola con il dialogo tra docenti e allievi per invitare chi sta subendo più di tutti senza più capire i perché – i nostri giovani – a trovare risposte d’aggregazione che non portino alla violenza e, anzi, a condannarla.

Abbiamo imparato negli ultimi 12 mesi a combattere il virus. Questo virus non deve annebbiare oggi le nostre teste. Per non giungere, quasi al termine di questa battaglia giocata su equilibri delicati, ad affermare, come qualcuno ha già scritto proprio ieri: «Abbiamo incendiato la casa per salvare la bicicletta».

Opinione pubblicata nell’edizione di lunedì 22 marzo 2021 del Corriere del Ticino

 

«Con gli anni sono cambiato ma qualche libertà me la prendo»

«Con gli anni sono cambiato ma qualche libertà me la prendo»

Intervista pubblicata nell’edizione di martedì 29 dicembre 2020 del Corriere del Ticino

 

Abbiamo incontrato il presidente del Governo Norman Gobbi per una chiacchierata a tutto tondo. Ma non solo sull’anno difficile ormai agli sgoccioli, toccando diversi ambiti. Un ritratto tra il personaggio pubblico, il consigliere di Stato e l’uomo, la vita privata.

Qual è la cosa più bella che le è capitata in questo 2020?
«Sicuramente il fatto di aver riscoperto alcuni valori mentre tutto si fermava e la nostra vita cambiava. Quando tutto ha chiuso sono rimasto molto a casa e ho dedicato il mio tempo alla famiglia, a mia moglie e ai miei figli».

E quella più brutta?
«Il distacco da diverse persone care in una situazione in cui non si poteva vivere in maniera compiuta il cordoglio. Ho detto addio a mio nonno, ad Attilio Bignasca e a Oviedo Marzorini. Se ne sono andate diverse persone alle quali ero davvero affezionato da una vita. Sento di mandare un segno di vicinanza a tutti coloro che hanno sofferto e hanno avuto lutti. Mesi difficili per tutti».

Il fatto di essere presidente del Governo ha cambiato il suo modo d’essere e di porsi?
«Dopo dieci anni in Governo sono comunque cambiato, il ruolo con il tempo ha un influsso nel modo di essere e di porsi. In sostanza aiuta a maturare, ma questo non toglie che, ogni tanto, qualche libertà me la prendo. È il mio modo di essere, altrimenti non mi sentirei più il Norman che tutti conoscono. Qualche battuta, magari fuori dalle righe o sopra le righe, qualche volta ci sta, siamo tutti uomini (o donne)».

Eppure c’è chi sostiene che c’era un Gobbi pre-elezioni 2019, affabile e sempre pronto alla battuta. E un Gobbi post-elezioni 2019 (chiuse con una valanga di voti). A chi sostiene che quel successo l’ha cambiata e l’ha reso meno popolare cosa risponde?
«Meno popolare? Forse perché quest’anno non ho potuto fare alcuna festa popolare perché sono state cancellate. Non c’è stato San Provino e San Martino, momenti di incontro che mi sono mancati eccome. È in quei momenti che tasti il polso e percepisci i sentimenti della popolazione. È cambiata la situazione, non io, in maniera radicale in pochi mesi. Chi passa davanti a casa mia lo sa bene quanto io rimanga in tutto e per tutto Norman, poco importa se ci diamo del tu o del lei. Qualcosa da raccontare la trovo sempre con chiunque. Adoro il contatto e lo scambio con le persone. Purtroppo le occasioni di questi incontri sono diventate più rare».

Quante ore dorme ogni notte il presidente del Governo?
«Tra 5-6 ore. D’inverno anche qualcosina in più. Ma non sono di certo un dormiglione. Mi piace fare, non dormire».

È lei che sveglia moglie e figli?
«No, non faccio troppo rumore. Chi vuole dormire a casa Gobbi lo può fare senza problemi».

Chi la segue su Instagram ogni mattina, verso le 6, o anche prima, raramente molto più tardi, trova il suo “buondì” con immortalata la chiesa di Nante. Perché ha inaugurato e mantiene questa tradizione?
«Ho iniziato per caso, poi visto che è una bella prospettiva, l’ho mantenuta. Il sole sorge da quella parte e quella vista permette un’interessante prospettiva anche sul cambio delle stagioni e spesso il cielo è ancora stellato. Mi risponde una decina di persone mentre la story la vedono in circa 2.000. Stranamente ho sempre vissuto vicino a delle chiese, prima a Piotta, poi a Minusio e ora a Nante. È fin curioso».

Ma la chiesa la guarda solo da lontano o la frequenta?
«Vedere una chiesa e fotografarla vuol dire quasi frequentarla».

È un credente praticante?
«Sono credente, ma non praticante».

Veniamo a queste feste. Cosa faranno Norman Gobbi e la sua famiglia?
«Rispetteremo le regole e questo è essenziale. Saremo in famiglia e non più di dieci, con mio fratello e mia mamma».

In queste occasioni riesce a staccare la spina o il lavoro la segue sempre e ovunque?
«Sono capace a staccare ed è stato così nei giorni di Natale. Ovviamente quando sei in vacanza e succede qualcosa devi essere sempre pronto a intervenire. E per me è sempre stato così».

Quanto sono stati pressanti i media nel chiederle interviste in questi mesi di pandemia?
«Io sono sempre stato disponibile, non solo in questo periodo. La differenza è che prima venivo interpellato su diversi temi, nella fase pandemica le domande sono state sempre le stesse. Ma mi rallegro che questa intervista è diversa dal solito. Bene».

Non so più dove ho letto che parlava di sua moglie come una donna di gran pazienza. Significa che in casa Gobbi la variabile difficilmente gestibile è lei?
«Forse Elena è molto paziente perché, di regola, sono poco a casa (pandemia permettendo) e deve gestire due bambini come Gaia e William, bambini intelligenti e vivaci».

Moglie che, ricordiamolo, ha conosciuto a palazzo delle Orsoline quando lei era un giovane parlamentare ed Elena gestiva la buvette. Ha un qualche aneddoto di quell’epoca?
«Ero un bambino, di certo un baby deputato. Nel 1999 e nel 2003 ero il deputato più giovane in Gran Consiglio. Con il 1. gennaio saranno 20 anni che Elena ed io stiamo assieme e siamo sposati da 12 anni. Tanti aneddoti, ma politici, quelli sentimentali non vanno resi pubblici» (n.d.r. e sorride).

Ci racconti allora…
«Era un modo di vivere la politica che oggi non c’è più, i bei tempi in cui tra parlamentari (al di là degli schieramenti partitici) si riusciva a fare squadra parlandosi e trovando delle soluzioni. Spesso questo avveniva in maniera informale, davanti a un buon piatto di affettato o polenta e salmì. C’era un grotto che mi piaceva particolarmente, ma non le dirò di più. Scherzi a parte rimpiango quel periodo e non mi piace un Parlamento nel quale ci si parla più addosso che assieme».

Chi la segue sui social, negli scorsi mesi l’ha vista frequentare diversi ristoranti. In quelle situazioni ha sempre visto rispettare alla lettera le direttive anti-coronavirus?
«I social sono croce e delizia, mi sono preso parecchie critiche, anche lo scorso inverno quando andavo con le racchette a due passi da casa mia. Io le regole le rispetto, a darmi fastidio è la mancanza di tolleranza. Nei ristoranti, quando arrivavo, era tutto perfetto e le regole le ho viste rispettare. Semmai è qualche avventore che era poco ligio con la mascherina quando si alzava da tavola».

Alla fine possiamo dire che la ristorazione è stato un po’ il capro espiatorio di una situazione oggettivamente complicata?
«Sì, lo possiamo dire. La decisione di chiudere bar e ristoranti è fondata su degli studi fatti negli USA su molti dati, ma con abitudini ben diverse dalle nostre. Ad esempio da loro, il mordi e fuggi porta anche 7-8 nuclei di clienti passare sullo stesso tavolo per un pranzo o una cena. Da noi solo 1 nucleo, eccezionalmente lo stesso tavolo accoglie un altro nucleo di clienti».

Peggio quindi la massa di persone su treni e bus nell’ora di punta?
«Indubbiamente, anche perché l’igiene di un bus e di un treno non può essere la stessa».

Restando alla ristorazione, in queste feste farà capo al take away?
«L’ho già fatto e se vorremo lo faremo ancora. Ma quando sono a casa mi piace mettermi ai fornelli, mi rilassa e mi diverte. Cucinare è uno dei miei pochi ambiti di creatività: chiamiamolo alleggerimento mentale».

E cosa cucina?
«Il risotto in tutti i modi. L’ultimo era ai mirtilli e champagne».

In cosa sono cambiate le discussioni in Governo tra la prima e la seconda ondata, tra la presidenza di Christian Vitta e quella sua?
«L’equivoco di fondo è che le presidenze fanno sempre capo allo stesso Governo, ad essere mutata è la situazione esterna e la percezione delle decisioni. Vado orgoglioso nel sostenere che in Governo le discussioni sono sempre aperte e franche, ognuno con le sue convinzioni e le sue sensibilità. Arrivare nella seconda ondata con le decisioni della prima, significava ammettere che avevamo capito e imparato poco. A marzo non restava che chiudere tutto perché non si capiva la situazione e tante erano le incognite. Poi l’estate è stata all’insegna della riconquista delle nostre libertà. In seguito si è resa necessaria una nuova chiusura graduale e ragionata. Ovviamente si può sempre fare meglio. Ma sottolineo che i ginevrini, che avevano riaperto dopo il loro “lockdown”, hanno dovuto chiudere ancora la ristorazione».

Ma a metterci la faccia e a dare il ritmo è il presidente…
«Direi che ci mette la faccia, ma dietro ci siamo tutti e cinque. E sottolineo che nessuno di noi ha mai messo in discussione o generato dibattiti pubblici sulle scelte prese. Questa è vera lealtà e io sono fiero di fare parte di questo Consiglio di Stato. È uno dei pochi aspetti belli della pandemia».

Appena le sarà possibile non esiterà a farsi vaccinare, oppure preferisce attendere un po’?
«Non mi farò vaccinare subito. Ma non perché non credo al vaccino, ma perché preferisco che venga somministrato a chi ne ha bisogno, a chi è realmente in pericolo. Almeno fino a quando le dosi a disposizione saranno sostanzialmente poche».

Ma lei si reputa immune?
«Per nulla, sarebbe arrogante sostenerlo. Ma dico che in un Cantone come il nostro, con i tassi più alti, siamo (ad oggi) il solo Consiglio di Stato senza contagi o quarantene. Questo è un dato oggettivo, segno che siamo attenti».

E che dire allora del Consiglio federale che farà in corpore il vaccino?
«Nulla in contrario, ma sa un po’ di azione di marketing. E ha fatto bene a farla».

Dobbiamo ammettere che la nostra vita è cambiata, poi c’è chi soffre e chi no il cambiamento. Lei a quale categoria appartiene?
«A quella che soffre il cambiamento, a questo tipo di cambiamento. Mi manca tastare il polso alla popolazione, mi piacciono i social, ma non mi bastano, adoro il contatto diretto, sui social si vedono piuttosto le tifoserie pro e contro, ma non è il Paese reale».

Appassionato di sport e tifoso dell’Ambrì Piotta, quanto le manca lo stadio e il suo ambiente?
«Mi manca moltissimo, per l’Ambrì (non me ne vogliano i bianconeri) e per il vivere la nostra gente. Inoltre va detto che alla Valascia come alla Cornèr Arena quando potevano esserci i tifosi in numero limitato, il comportamento degli stessi è stato impeccabile. I ticinesi, quando le cose si fanno serie, sono molto responsabili. Lo dico anche a vantaggio di chi, oltre San Gottardo, ritiene spesso il contrario. Tra i ticinesi vedo una gran voglia di tornare alla normalità».

Le capita ancora di pensare al 2015, alla corsa al Consiglio federale fallita?
«È stato un bel ricordo, un’occasione per mettermi alla prova lontano dal Ticino, la mia “comfort zone”. E sono rimasto come punto di riferimento in Ticino, anche per i media che ho imparato a conoscere e spesso mi contattano ancora».

Quale aspetto le provoca ancora un po’ d’amaro in bocca?
«Amaro in bocca non direi. Ma citerei lo sgambetto del PS. Facendo una battuta posso dire che però agli amici socialisti qualche sgambetto l’ho fatto anche io. È il sale della politica».

E cosa di quell’esperienza la fa ancora sorridere?
«Più che sorridere mi ha fatto piacere la gran voglia del Ticino di essere presente a livello federale. Significa che c’è amore per questo Paese, un affetto che molti sono certo hanno riscoperto in questa pandemia. Non sono molti i cittadini che possono andare fieri delle loro istituzioni. La difficoltà di muoverci oltre i confini nazionali ci ha reso più consapevoli delle virtù del nostro Paese e che quanto ci unisce tra svizzeri è ben maggior di quanto ci divide. È la differenza che c’è tra i grandi valori e quelli di dettaglio. Viviamo in una realtà stupenda e troppo spesso ci lamentiamo. Ma poi, molto in fretta, sappiamo tornare sui nostri passi».

Quando prevede non sarà più consigliere di Stato?
«Quando mi annoierò di fare questo lavoro. Ma non è ancora l’ora. Fino a quando ogni giorno troverò un perché mi devo arrabbiare e devo combattere per i miei ideali di svizzero, di ticinese e di leghista, farò di tutto per restare in Governo. Poi a deciderlo saranno i cittadini».

Come si immagina quando non sarà più in Consiglio di Stato?
«Dovrò inventarmi. Ho 43 anni, mettiamo che ne farò ancora sette, arriverò solo a 50 anni. Ma oggi non ci penso».

Un augurio ai ticinesi per il 2021.
«L’anno scorso abbiamo riscoperto il valore della terra, in primavera tutti si sono ritrovati ortolani e attenti al nostro piccolo essere. Davamo tutto per scontato e oggi sappiamo che di scontato non c’è più nulla. Neppure il benessere va considerato inscalfibile. Le cose cambiano, impariamo dai valori imprescindibili: avere cura della nostra terra, che significa avere cura di noi e dei nostri cari. La nostra vita è troppo importante e lo capiamo quando un dramma ci tocca di persona. Guardiamo le cose piccole e di valore. Qualcuno sorriderà, ma io sono legato al passo del montanaro, lento ma non troppo, sicuro, con una cadenza precisa. È quello che ti porta lontano».

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Dalla gioventù ad oggi
Parlamentare in erba nel 1999

 

Orgoglioso delle sue origini
Norman Gobbi detto «Vais», originario di Quinto, è nato il 23 marzo 1977 a Faido. Nel 2007 si è laureato in Scienze della comunicazione all’Università della Svizzera italiana, ma già nel 2002 l’intraprendenza e lo spirito imprenditoriale lo avevano portato ad avviare un’attività lavorativa quale consulente in comunicazione e marketing. Tra l’altro è stato membro del Consiglio d’amministrazione dell’Hockey club Ambrì Piotta, la sua squadra del cuore. Ma il richiamo della politica è molto forte, al punto che conosce sua moglie Elena alla buvette del Gran Consiglio (dove lei lavorava nel corso delle sessioni parlamentari) quando muove i primi passi da politico.

«Testa dura e tiepida»
Della sua famiglia scrive «sono felicemente sposato con Elena dal 2008 e orgoglioso papà di Gaia e William. Elena, da sempre è la prima persona che mi sostiene in tutte le sfide che decido di affrontare». E aggiunge: «Lealtà, pragmatismo, schiettezza, identità territoriale, amore per la Patria (il nostro territorio e la nostra popolazione): sono i valori su cui ho deciso di costruire le mie posizioni politiche. Testa dura e “tiepida”, sono sempre disposto ad aiutare e apprezzo la sincerità e le amicizie vere. Incontro volentieri le persone, prestando a tutte la medesima attenzione. Sono determinato: quando mi prefiggo un obiettivo mi impegno a fondo nel raggiungerlo. L’ascolto mi consente di entrare in sintonia con le persone con le quali sono in contatto. Mi piace prendere posizione, difendo le mie idee, senza però dimenticare quelle degli altri: c’è sempre qualcosa da imparare. Ho iniziato ad appassionarmi alla politica da ragazzino, già alle scuole medie durante le lezioni di storia e geografia. Una piccola palestra di civica, che mi ha convinto a entrare in politica all’età di 18 anni nella Lega».

In Gran Consiglio
Già in giovane età diventa un po’ la mascotte della Lega, segue le orme di diversi leghisti della prima ora e fa proprie le idee del movimento di Giuliano Bignasca. Nel 1999 viene eletto per la prima volta in Gran Consiglio, gremio che presiederà nell’anno 2008-2009. Politica cantonale ma anche federale, in Consiglio nazionale dove rimane per un anno (2010-2011).

L’anno del balzo in Governo
L’exploit Gobbi lo fa nell’aprile del 2011, quando viene eletto in Consiglio di Stato. È un successo personale, ma anche un momento storico per la Lega che piazza la doppietta in Governo: oltre al confermatissimo Marco Borradori, da quel momento la Lega manterrà la maggioranza relativa nell’Esecutivo cantonale, strappando al PLR il secondo seggio. Per i liberali radicali è una sconfitta che brucia ancora oggi, anche alla luce dei due tentativi falliti nel 2015 e nel 2019 di riprendersi quel seggio. Partito per Lugano Borradori a Bellinzona arriverà Michele Barra (stroncato da un male incurabile un anno dopo la sua entrata in carica). Poi è stata la volta di Claudio Zali, consigliere di Stato in carica. Gobbi nel 2019 risulta il più votato del Governo.

Il sogno infranto del Consiglio federale
La disponibilità e l’abilità del destreggiarsi con il tedesco (e lo Schwyzerdütsch) fanno di Gobbi un politico sempre più in vista a livello federale. Leghista convinto, ma molto vicino all’UDC (al punto di staccare la tessera di partito), convince il primo partito nazionale a considerarlo nella corsa al Consiglio federale. Era il 2015 e il Ticino da anni attendeva il momento buono per piazzare nuovamente un ticinese dopo Flavio Cotti (recentemente scomparso). Ma il 9 dicembre 2015 il verdetto è amaro. L’incarico viene affidato a Guy Parmelin. Il Ticino avrà il suo rappresentante nel 2017 con Ignazio Cassis (PLR).