Un altro nettissimo sì alle Preture di protezione

Un altro nettissimo sì alle Preture di protezione

Luce verde (senza contrari) del parlamento alla riforma delle autorità di protezione. Da chiarire però logistica, personale amministrativo e servizi d’appoggio

Con 79 voti favorevoli (e nessun contrario) il Gran Consiglio approva la riorganizzazione del settore tutele e curatele. Ancora però da chiarire logistica e numero dei funzionari amministrativi.

Se nella consultazione popolare del 30 ottobre 2022 l’introduzione nella Costituzione cantonale del modello giudiziario proposta da governo e parlamento era stata approvata da quasi il 78% (!) dei votanti, ieri il sì del Gran Consiglio agli aspetti organizzativi e finanziari di quel modello è stato altrettanto netto. Settantanove deputati (quattro gli astenuti e soprattutto nessun contrario) hanno condiviso il rapporto uscito dalla commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’ e compiuto così un ulteriore passo verso l’attuazione di quella che, come evidenziato a più riprese in aula, è tra le riforme importanti se non la più importante delle ultime tre legislature. Ovvero, la riforma delle Autorità di protezione. Con l’istituzione, come chiesto dal Consiglio di Stato nel messaggio del 2021, di autorità giudiziarie. Le Preture di protezione (quattro e relative sezioni). Dove collegi giudicanti, composti da magistrati (pretori di protezione o pretori aggiunti) e specialisti in ambito psicologico/pedagogico e nel campo del lavoro sociale stabiliranno le misure di protezione per adulti e minori vulnerabili, fragili. Diversi e delicati i provvedimenti. Delicati perché incidono e incideranno sui diritti e le libertà fondamentali dei destinatari. Tra i provvedimenti che entreranno in considerazione: tutele, curatele, collocamenti, privazione dell’autorità parentale, regolamentazione dei diritti di visita, ricoveri a scopo di assistenza… Una volta operative (quando ancora non si sa, si confida comunque in tempi brevi), le Preture di protezione prenderanno il posto delle Autorità regionali di protezione (attualmente le Arp sono sedici), del cui funzionamento e dei cui costi sono competenti i Comuni. In altre parole si passerà dal vigente sistema amministrativo a quello giudiziario, ‘cantonalizzato’. Il tutto allo scopo di migliorare la qualità delle decisioni e di rispondere alle esigenze di specializzazione poste dal Codice civile svizzero.

Il dibattito
Non è solo «importante», è anzi «fondamentale». Non usa giri di parole il presidente della ‘Giustizia e diritti’, nonché correlatore del rapporto unico, Alessandro Mazzoleni nel riferirsi alla riforma. «Nel campo della giustizia – rimarca il leghista – rappresenta il tassello più importante non solo di questa legislatura, ma anche di diverse precedenti, sia per la portata organizzativa sia per le conseguenze dirette sulle persone più fragili». Ma, mette in guardia, «il lavoro non è ancora concluso. Rimangono infatti da definire importanti aspetti procedurali e soprattutto sarà necessario potenziare anche tutti quei servizi di appoggio all’autorità di protezione. È infatti inutile adottare decisioni corrette e tempestive se poi non disponiamo di servizi altrettanto performanti in grado di attuarle efficacemente».
Gli fa eco per il Centro la correlatrice Sabrina Gendotti. «Si tratta – evidenzia a sua volta – della riforma del potere giudiziario in Ticino più importante, forse l’unica, degli ultimi quindici anni». Una revisione, va sottolineato, che concerne un ambito particolarmente delicato, vale a dire la tutela dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità. L’obiettivo della riorganizzazione, ricorda quindi la centrista, «era ed è migliorare la risposta dello Stato in un settore che incide direttamente sui diritti fondamentali». Necessario, poi, fare riferimento ad alcune cifre emblematiche. «Oggi le Arp – indica – prendono ogni anno circa 12mila decisioni. A fine 2024 risultavano in essere oltre 6’500 misure di protezione riguardanti più di 5’700 adulti e 1’700 minori». Un tema, insomma, che riguarda molti cittadini, ma che ha richiesto diversi anni per arrivare a questo punto. «Già nel 2022 – rievoca a proposito del primo rapporto commissionale, quello che ha portato il popolo a esprimersi sull’adozione del modello giudiziario – la ‘Giustizia e diritti’ aveva messo in luce limiti strutturali evidenti dell’attuale sistema. La ‘cantonalizzazione’ delle competenze permetterà di uniformare organizzazione e procedura, eliminare disparità di trattamento legate al domicilio e rafforzare l’autorevolezza dell’istituzione, anche nei rapporti con le autorità estere». Per Gendotti, sono tre i grandi cantieri che restano aperti. Quello logistico, «dato che il governo deve ancora individuare tutte le sedi adeguate alle Preture di protezione». Quello legato alla legge di procedura, «il cui messaggio è stato emanato lo scorso ottobre ed è ora al vaglio della nostra sottocommissione Protezione». E quello del potenziamento dei servizi d’appoggio, «senza i quali le decisioni delle Preture di protezione non potranno essere eseguite». Si lancia nelle figure retoriche la correlatrice Simona Genini, che interviene anche a nome del Plr: «Se l’insieme delle leggi di questo Paese fosse un corpo umano, con questa discussione ci troveremmo proprio al centro del petto, dove hanno sede gli organi vitali. Se fosse una città, saremmo sulla piazza della cattedrale». E spiega: «Ci sono davvero pochissimi settori di attività dello Stato che entrano così profondamente nella sfera privata delle persone e che per questo motivo operano sul filo sottile che separa l’intervento legittimo dall’invasione indebita». Non solo. «Ci muoviamo – aggiunge – nel mezzo del tema della fragilità umana. Bilanciare tutto ciò è difficile. Per chiunque condivida la prospettiva liberale è chiarissimo che non c’è scelta che debba essere ponderata con più attenzione di quella che porta lo Stato a limitare la libertà delle persone di scegliere per sé stesse». Essenziale, dice la deputata, «la volontà di voler mantenere una prossimità fisica alla cittadinanza con la presenza delle quattro nuove Preture (e sezioni, ndr) in otto città del cantone è tra l’altro da salutare positivamente. Questa scelta porta con sé il vantaggio della coordinazione e dell’uniformità delle decisioni: avere la certezza che esista un solo modo di procedere per tutto il territorio ticinese porta benefici evidenti per la cittadinanza, prima fra tutti la garanzia di non essere esposti a fluttuazioni legate a sensibilità di singoli. La probabilità di ottenere decisioni eque e rapide non sarà più questione di fortuna, né dipenderà dal Comune di residenza».
Anche per la correlatrice socialista Daria Lepori si tratta di «un passo in avanti significativo» volto a «riorganizzare un settore in cui entrano in gioco la libertà personale, l’autonomia privata e la vita familiare». Una riorganizzazione, sottolinea, che «presto o tardi toccherà probabilmente anche molti di noi qui presenti». Lepori volge poi lo sguardo ai Comuni, ai quali, «ce ne rendiamo conto, è richiesto uno sforzo importante, in quanto dovranno continuare a farsi carico dei costi per il periodo transitorio di due anni». L’auspicio è dunque «che il Cantone operi con la massima trasparenza durante questo delicato periodo. Oltre alla fase di transizione, i Comuni avranno ancora un ruolo fondamentale da svolgere nella loro qualità di autorità di prossimità. Un ruolo che andrà valorizzato dal Cantone, mantenendo un flusso di informazioni tra i Comuni e le nuove Preture di protezione». Da non dimenticare, rileva la socialista, il fatto che «l’attuazione della riforma non può prescindere dal contesto attuale. Nel corso degli anni le necessità di protezione sono infatti aumentate, ma gli strumenti a disposizione sono via via diminuiti». Dal canto suo, la correlatrice dell’Udc Roberta Soldati guarda già avanti, insistendo soprattutto sulla sostanza. Tre i punti cruciali. Il primo: «Il nuovo collegio giudicante dovrà permettere di ottenere delle decisioni più celeri e di qualità. Ma anche di evitare il conferimento, così come avviene oggi, di numerosi mandati a professionisti esterni per l’allestimento di perizie che, come sappiamo, richiedono tempi biblici a scapito dell’utenza, nonché ingenti costi a carico delle parti e dello Stato». Il secondo: «I membri del collegio giudicante saranno nominati dal Gran Consiglio. Considerato il delicato campo di attività, la procedura di selezione dovrà essere maggiormente articolata». Il terzo: «La Commissione amministrativa delle Preture di protezione dovrà fungere da reale organo di coordinamento per assicurare che ci sia una vera prassi univoca su tutto il territorio cantonale. Confidiamo che nel regolamento di attuazione vengano codificati alcuni aspetti essenziali, come un servizio di picchetto e l’esigenza che nel collegio giudicante sia garantita la presenza di entrambi i sessi (come richiesto peraltro anche da Agna, l’Associazione genitori nell’accudimento, ndr)».
Non ha dubbi neanche il correlatore dei Verdi Marco Noi, «proprio perché si sente il bisogno di un rigore formale riconoscibile sia dalla nostra cittadinanza, sia a livello internazionale. Sarà importante mantenere la collaborazione con le figure del territorio che già ora contribuiscono ad accogliere e sostenere coloro che sono in situazione di vulnerabilità». Non sono mancati gli interventi a titolo personale. Per il capogruppo socialista Ivo Durisch, «non si può pensare di implementare una riforma senza disporre del personale necessario all’interno dell’Amministrazione pubblica». Maura Mossi Nembrini (Più Donne): «Rispetto a dieci anni fa si registra un significativo aumento delle misure di protezione destinate sia ai minorenni sia alla popolazione adulta. In tal senso auspichiamo la promozione di uno strumento: il mandato precauzionale». Recita il Codice civile: “Chi ha l’esercizio dei diritti civili può incaricare una persona fisica o giuridica di provvedere alla cura della propria persona o dei propri interessi patrimoniali o di rappresentarlo nelle relazioni giuridiche, nel caso in cui divenga incapace di discernimento”.
I due consiglieri di Stato leghisti Claudio Zali e Norman Gobbi, corresponsabili dopo l’arrocchino in governo dei dipartimenti Istituzioni e Territorio, hanno rinunciato a intervenire. Muti. «Peccato», si è rammaricata Tamara Merlo di Più Donne: «Avremmo voluto avere delle indicazioni sugli aspetti logistici legati alla riforma e sui tempi per la sua attuazione». E anche sulla quantificazione del personale amministrativo necessario.

Dafond (Act): ‘Ma non oltre i due anni’
Con il voto di ieri il Gran Consiglio ha sottoscritto anche la proposta di finanziamento della nuova organizzazione formulata dalla ‘Giustizia e diritti’ nel rapporto. E cioè: l’adozione di “una fase transitoria della durata di due anni in cui i Comuni pagheranno al Cantone i 13’390’000 franchi fino a ora assunti per il funzionamento delle Arp. Dal canto suo il Cantone assumerà transitoriamente la differenza fra i costi attualmente pagati dai Comuni e l’onere annuale netto futuro delle nuove Preture di protezione, compreso il potenziamento parziale dell’Uap (Ufficio dell’aiuto e della protezione, Dipartimento sanità e socialità, ndr) per un totale di 6’210’000 franchi”. Trascorso il periodo transitorio, prosegue il rapporto, il governo “dovrà dunque assumersi integralmente il costo netto della riforma, quantificato in 19’600’000 franchi, neutralizzando lo stesso nella ridefinizione dei flussi con i Comuni. Come farlo è compito del Consiglio di Stato. Non dovrà tuttavia essere oggetto di compensazione l’importo relativo all’adeguamento parziale dell’Uap”. Premette quindi il presidente dell’Associazione dei comuni ticinesi Felice Dafond, contattato dalla ‘Regione’: «Anzitutto è una soluzione che non è stata concordata con l’Act ma che ha elaborato unicamente la ‘Giustizia e diritti’». Ciò detto, «ritengo che la commissione abbia fatto bene a slegare il finanziamento della riforma delle Autorità di protezione da ‘Ticino 2020’: una decisione presa a suo tempo dal governo ma che secondo me non aveva senso. Il periodo transitorio di due anni – aggiunge – ci può stare: deve però essere sin d’ora chiaro che, passata questa fase, il costo della nuova organizzazione deve assumerselo interamente il Cantone e senza altri riversamenti sui Comuni per compensare». Evidenzia ancora: «Come si è osservato e ribadito a più riprese, la riforma delle Arp è importante e urgente. Anche perché quelle attuali sono decisioni amministrative che in quanto tali non vengono riconosciute all’estero. Servono quindi, al più presto, delle autorità giudiziarie, e come per tutte le autorità giudiziarie il loro funzionamento e il loro costo dipendono dal Cantone, non dai Comuni».
Il prossimo step a livello commissionale è il rapporto sulle norme – proposte dal Consiglio di Stato con il messaggio dello scorso ottobre – volte a disciplinare il funzionamento delle Preture di protezione. Settantuno gli articoli elaborati dalla Divisione giustizia del Dipartimento istituzioni con la consulenza dell’ex giudice Franco Lardelli.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 gennaio 2026 de La Regione

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ARP, è finito il primo tempo

Approvate praticamente all’unanimità dal Parlamento il finanziamento e l’organizzazione delle future Preture di protezione Mazzoleni, presidente della Commissione: «Un passo fondamentale» – Ora bisogna trovare le nuove sedi e definire il quadro legislativo

Il primo tempo della tortuosa e lunga partita della riforma delle Autorità regionali di protezione (ARP) è concluso. Il Parlamento, senza scossoni, ha approvato praticamente all’unanimità il rapporto della Commissione giustizia e diritti che stabilisce l’organizzazione e il finanziamento del settore. Il primo passo verso un cambio di paradigma – le ARP passeranno da organo amministrativo comunale ad autorità giudiziaria cantonale a tutti gli effetti – così come deciso dal popolo nel 2022 (con un’ampissima maggioranza), è dunque realtà.

I due tronconi
La cantonalizzazione delle attuali Autorità di protezione, che diventeranno delle Pretura al termine dell’iter politico, passa da due tronconi: il primo, quello votato ieri, riguardava l’organizzazione e il finanziamento. Il secondo definirà invece l’effettivo funzionamento delle Preture, e quindi la legge che dettaglierà l’attività delle nuove autorità giudiziarie.
Il primo a prendere la parola in aula è stato Alessandro Mazzoleni, presidente della Commissione e relatore. «Si tratta di una riforma fondamentale », ha sottolineato il leghista. «Una delle più importanti delle ultime Legislature in campo giudiziario», sia per la portata organizzativa del nuovo modello, sia per le conseguenze sulle persone toccate dalla riforma. Mazzoleni, in conclusione, ha ricordato al Parlamento che il lavoro non è ancora concluso. « Rimangono da definire gli aspetti procedurali e soprattutto bisogna esaminare al più presto i servizi di appoggio delle ARP». Perché, ha chiosato, «è inutile approvare riforme se poi non disponiamo di servizi adeguati per eseguirle ». Il riferimento, in questo caso, va al previsto potenziamento dell’Ufficio dell’aiuto e della protezione (UAP), che sostanzialmente esegue e monitora le decisioni emanate dalle ARP. Il Parlamento ha stabilito che serviranno 15 unità a tempo pieno in più, con un costo di 1,7 milioni. Il Governo, invece, avrebbe preferito agire solamente dopo la messa a regime del progetto.

I cantieri aperti
A entrare nei dettagli di questa prima parte di riforma è quindi stata la co-relatrice Sabrina Gendotti (Centro), che ha inizialmente quantificato il numero di decisioni prese ogni anno dalle ARP: circa 12 mila. Negli anni, come ha ricordato, sono però sorti numerosi limiti dell’attuale modello: differenze di prassi, risorse diseguali tra i Comuni, organico non sempre sufficiente. «La riforma permette di passare dalle attuali 16 autorità di competenza comunale a 4 autorità giudiziarie di prima istanza di competenza cantonale », ha osservato. Il tutto, a beneficio dell’uniformità delle competenze, mentre spariranno le disparità di trattamento. Gendotti ha quindi toccato un punto centrale contenuto nel rapporto, ossia il fabbisogno di personale. Nel rapporto appena approvato, viene indicato che il Governo dovrà tenere un approccio parsimonioso, e che si valuterà il fabbisogno due anni dopo l’entrata in vigore delle Preture di protezione. La co-relatrice ha poi ricordato i tre cantieri ancora aperti: quello logistico ( l’Esecutivo deve trovare 4 sedi), quello legislativo (la legge di procedura è al vaglio della Commissione) e il già citato potenziamento della rete.
Da parte sua, la co-relatrice Simona Genini ( PLR) ha evidenziato come le ARP siano legate al delicato tema della fragilità umana. Serve, dunque, grande equilibrio e attenzione da parte di tutti. Fatta questa premessa, la deputata liberale radicale si è concentrata anche sul tema del finanziamento, «uno degli ostacoli » affrontati nel corso dell’iter politico. Il costo della riforma sarà inizialmente suddiviso fra Cantone (circa 13,4 milioni) e Cantone (6,2 milioni). Ma in Commissione, come ha richiamato ancora Genini, è stato trovato un compromesso. Dopo un periodo transitorio di due anni, la riforma verrà resa neutrale per i Comuni a livello finanziario. Sarà infatti il Cantone ad assumersi la totalità dei costi. Di rapporti fra i due livelli istituzionali ha parlato anche un’altra co-relatrice, Daria Lepori. La socialista ha evidenziato che anche in futuro i Comuni svolgeranno un ruolo importante grazie alla loro prossimità. Ora, ha aggiunto, in vista della seconda tappa verso la riforma delle ARP, è necessario proseguire il dialogo fra Governo e Parlamento, «anche perché l’attuazione del progetto non può prescindere da un’analisi della situazione attuale».

No alle logiche partitiche
Roberta Soldati (UDC) ha invece puntato sulle nomine dei futuri pretori. La co-relatrice ha infatti chiesto che il processo di nomina – che spetterà al Gran Consiglio – sia articolato, e richieda ai candidati competenze trasversali, umane e non solo tecniche, proprio perché si va a incidere «sui rapporti familiari e sui diritti fondamentali delle persone». E per attingere a un bacino più ampio, ha osservato, bisognerà uscire dalla logica della ripartizione partitica.
Il co-relatore Marco Noi ( Verdi) ha concluso il dibattito lodando il sostegno politico trasversale alla riforma. Un passo, quello appena compiuto, che tuttavia «non risolve tutte le questioni. Servono una serie di servizi cantonali ma anche sul territorio» affinché le future Preture di protezione funzionino davvero. Dopo il dibattito, a cui non ha partecipato il Governo, il voto –senza storia – del Parlamento. Il primo tempo della lunga riforma delle ARP è terminato. Ora, spazio al secondo, che potrebbe essere altrettanto lungo.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 gennaio 2026 del Corriere del Ticino

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La riforma delle ARP supera lo scoglio parlamentare
Via libera del Gran Consiglio ma per il passaggio da autorità amministrativa a giudiziaria, di competenza cantonale, il percorso non è finito

La riforma delle ARP, le Autorità regionali di protezione, attesa da quasi 20 anni, passata anche da una votazione popolare nel 2022, ha trovato martedì il via libera del Gran Consiglio ticinese. Il consenso è stato quasi unanime. Si passerà in sintesi da un’autorità amministrativa a una giudiziaria, con la creazione di quattro preture di protezione. La competenza non sarà più comunale ma cantonale e le nomine passeranno dal Parlamento stesso.
Quanto concordato sulla carta ora dovrà essere attuato. Il percorso verso l’operatività è quindi tutt’altro che concluso. “È la seconda tappa di questa importante revisione del settore della protezione del minore e dell’adulto”, come ha ricordato in aula Roberta Soldati (UDC), fra le firmatarie del rapporto commissionale. “La prossima sarà l’adozione della nuova legge sulla procedura che approderà in aula verosimilmente nei prossimi mesi. (…) La riforma non si esaurirà sulla carta mediante l’approvazione di quest’ultimo messaggio, ma dovrà essere inserita in un discorso più ampio già anticipato nel presente rapporto, dove si raccomanda un potenziamento dell’UAP (Ufficio dell’aiuto e della protezione, ndr) e della rete”.
Oltre alla questione procedurale, resta da risolvere anche quella logistica, perché le quattro preture per ora non hanno ancora una sede. In aula non sono giunti chiarimenti dal Consiglio di Stato: né Norman Gobbi né Claudio Zali hanno preso la parola. Si ritiene che perché le preture diventino operative ci dovrebbero volere un paio di anni.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/La-riforma-delle-ARP-supera-lo-scoglio-parlamentare–3459978.html