Gobbi: “No all’aumento dell’IVA per finanziare l’esercito”

Gobbi: “No all’aumento dell’IVA per finanziare l’esercito”

Sicurezza e finanziamento dell’esercito, Gobbi boccia la proposta del Consiglio federale

Rafforzare la sicurezza nazionale sì, finanziarla attraverso l’IVA no. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi prende posizione sulle proposte in discussione per il finanziamento dell’esercito. Tra le ipotesi avanzate dal Consiglio federale c’è infatti quella di aumentare l’imposta sul valore aggiunto (IVA), soluzione che però solleva interrogativi sul piano dell’equità. «L’IVA è un’imposta che grava su tutti allo stesso modo, indipendentemente dalla capacità economica», sottolinea Gobbi. «Questo significa che finirebbe per pesare maggiormente su chi ha meno e, a mio avviso, non è lo strumento più adatto per finanziare un compito fondamentale dello Stato come la sicurezza».  Non si tratta dunque solo di una questione tecnica, ma di una scelta che tocca direttamente il rapporto tra Stato e cittadini.

Quando la difesa si finanziava con la “Wehrsteuer”
Il punto, in sostanza, è politico prima ancora che fiscale: chi deve sostenere il costo della sicurezza? E con quale criterio? Per Gobbi «La sicurezza è un bene collettivo e deve essere finanziata in modo equo. Strumenti legati al reddito e alla sostanza permettono una ripartizione più equilibrata degli oneri e rafforzano anche l’accettazione da parte della popolazione». Una posizione che riporta al centro il ruolo dell’imposta federale diretta, storicamente conosciuta come “Wehrsteuer”, l’imposta per la difesa nazionale. Il richiamo non è solo simbolico. La storia svizzera dimostra che nei momenti di maggiore pressione lo Stato ha scelto strumenti fiscali più mirati. Già nel 1915, con il crollo delle entrate doganali e l’aumento delle spese legate alla mobilitazione, fu introdotta quella che veniva chiamata imposta di guerra o contributo di crisi. Nel 1939, con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, nacque l’imposta per la difesa nazionale, che colpiva reddito, sostanza e utili delle imprese. «La nostra storia dimostra che nei momenti decisivi lo Stato ha saputo ricorrere a strumenti più equi», evidenzia Gobbi. «È una tradizione che vale la pena considerare anche oggi».

Sicurezza sì, ma con regole chiare
Accanto al nodo fiscale, il dibattito si estende anche agli strumenti operativi, come la proposta di un fondo per gli investimenti negli armamenti. «Un fondo può offrire maggiore flessibilità», riconosce Gobbi, «ma deve poggiare su regole chiare, su una governance solida e su una definizione precisa degli obiettivi». Infine, emerge un’esigenza trasversale: la trasparenza. «È importante sapere con chiarezza come verranno impiegate le risorse, sia in ambito militare sia in quello civile», afferma Gobbi. «La trasparenza è un presupposto essenziale per mantenere la fiducia dei cittadini».

La vera sfida: convincere, non solo finanziare
In un contesto internazionale sempre più instabile, rafforzare la sicurezza è una necessità condivisa. Ma, come emerge dalla presa di posizione di Gobbi, la vera sfida non è solo trovare le risorse, bensì farlo in modo equo e politicamente sostenibile. Perché, in fondo, la sicurezza non si costruisce solo con i mezzi, ma anche con il consenso.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 5 aprile 2026 del Mattino della domenica