Cantone e Comuni a confronto: un passo significativo per il rilancio del dialogo istituzionale

Cantone e Comuni a confronto: un passo significativo per il rilancio del dialogo istituzionale

Comunicato stampa

In un momento segnato da sfide sociali e istituzionali sempre più complesse, il Simposio sui rapporti tra Cantone e Comuni si conferma uno strumento strategico per rafforzare la cooperazione tra i due livelli di governo. L’edizione 2025, promossa dal Dipartimento delle istituzioni, ha puntato su proposte concrete e un nuovo impulso politico, con l’obiettivo di rinnovare la fiducia reciproca e rilanciare una collaborazione efficace e duratura al servizio dei cittadini ticinesi.  

Si è svolta oggi all’Auditorium della Scuola cantonale di Commercio a Bellinzona, la sesta edizione del Simposio sui rapporti tra Cantone e Comuni, un evento annuale che rappresenta un’importante occasione di confronto e collaborazione tra le istituzioni cantonali e locali.
Voluto dal Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, il Simposio ha avuto come tema centrale l’attuazione di azioni concrete per migliorare la qualità della vita dei cittadini e delle aziende nelle comunità locali e rafforzare la cooperazione tra i due livelli di governo. All’evento hanno partecipato quasi 200 persone, tra autorità politiche e funzionari attivi sul territorio.
Come sottolineato dal Presidente del Governo Norman Gobbi nel suo intervento di apertura, il Simposio si inserisce in un ampio impegno del Consiglio di Stato volto a rilanciare il dialogo tra Cantone e Comuni: «Per superare l’impasse in cui ci troviamo, è fondamentale che ci sia una volontà politica condivisa di avanzare con soluzioni concrete. Il riconoscimento giuridico dell’autonomia comunale e l’introduzione di nuovi strumenti di dialogo istituzionale sono le basi per un rinnovato impegno verso un federalismo dinamico e moderno».  
Inoltre, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni ha anche ribadito che il federalismo non deve essere visto come un’eredità statica, ma come una leva per l’innovazione istituzionale, per cui il Governo sta rafforzando gli strumenti di comunicazione anche sul piano tecnico e operativo. A tale scopo, è in corso una revisione dei flussi informativi tra Cantone e Comuni, con l’obiettivo di sviluppare una piattaforma digitale moderna ed efficiente, e si sta lavorando alla riforma della Piattaforma politica di dialogo, per rendere gli incontri tra Governo e autorità locali più regolari e orientati a decisioni condivise.  
Il programma della giornata ha visto la presentazione e discussione di quattordici progetti concreti, sviluppati per affrontare temi come la gestione dello stress termico, la coesione sociale, l’integrazione dei servizi extrascolastici e l’economia locale. I partecipanti, tra cui municipali, consiglieri comunali, autorità politiche cantonali e rappresentanti di partiti e amministrazioni locali, hanno avuto l’opportunità di approfondire le modalità con cui i Comuni possono sfruttare la propria autonomia e collaborare con il Cantone per risolvere le sfide quotidiane delle comunità.  
«Il Simposio di oggi è la dimostrazione di quanto la collaborazione tra le istituzioni possa generare soluzioni pratiche e realizzabili al di là dei vincoli che ci impongono la legge e la ripartizione dei compiti. Non possiamo permetterci di restare fermi davanti alle sfide che ci pone la società contemporanea. Dobbiamo agire con determinazione, partendo dalle necessità concrete dei nostri cittadini», ha dichiarato Norman Gobbi.  
La giornata si è conclusa con una tavola rotonda che ha visto la partecipazione di esponenti della politica cantonale e comunale, un esperto in relazioni interpersonali e lo stesso Presidente del Governo.  
Il Dipartimento delle istituzioni continuerà a promuovere iniziative che favoriscano il rafforzamento della cooperazione tra le istituzioni cantonali e locali. L’evento di oggi ha confermato l’impegno del Consiglio di Stato per una politica istituzionale orientata al futuro, che metta al centro il dialogo, la fiducia reciproca e la realizzazione di progetti concreti per migliorare la vita quotidiana dei cittadini.    

Fine della Seconda guerra mondiale: commemorazione a Bellinzona

Fine della Seconda guerra mondiale: commemorazione a Bellinzona

Comunicato stampa

Le autorità cantonali hanno organizzato oggi, giovedì 8 maggio, una commemorazione per gli 80 anni trascorsi dalla fine della Seconda guerra mondiale in Europa. La cerimonia si è svolta in viale Henri Guisan a Bellinzona, presso il monumento in onore dei militi ticinesi «La Difesa», davanti al quale è stata collocata una corona d’alloro in memoria dei caduti per la pace e la libertà.  

Alla cerimonia sono intervenuti il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, il Presidente del Gran Consiglio Michele Guerra, il sindaco di Bellinzona Mario Branda e il cappellano militare fra Michele Ravetta. Erano presenti in rappresentanza dell’autorità militare il divisionario Maurizio Dattrino, il presidente della Società ticinese degli ufficiali Stefano Laffranchini, il caposezione del militare e protezione popolazione Ryan Pedevilla e gli alti ufficiali superiori ticinesi a riposo; presente con il drappello d’onore della Polizia cantonale il comandante Matteo Cocchi.  

Anche droni e cani contro la peste suina

Anche droni e cani contro la peste suina

Nei boschi del Penz si testano uomini e materiali per combattere la malattia che colpisce cinghiali e suini. Impiegati anche cani da traccia e droni

La malattia che colpisce cinghiali e maiali è ormai a 46 chilometri dal Ticino. Nei boschi del Penz si affinano materiali e tecniche di intervento: le autorità vogliono farsi trovare pronte.
I boschi del Mendrisiotto, così come quelli del Gambarogno, potrebbero essere una delle porte d’entrata della peste suina africana sul nostro territorio. Le autorità devono quindi farsi trovare pronte. Dopo la prova dello scorso autunno nel Luganese, in questi giorni è la zona della collina del Penz di Chiasso a ospitare una nuova esercitazione. Sul campo sono impegnati l’Ufficio del veterinario cantonale del Dipartimento della sanità e della socialità; la Sezione del militare e della protezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni; l’Ufficio caccia e pesca del Dipartimento del territorio e la Sezione dell’agricoltura del Dipartimento delle finanze e dell’economia in collaborazione con altri enti. Come la Protezione Civile, a supporto dell’Ufficio del veterinario cantonale in caso di situazioni di questo genere, con il compito principale di garantire la logistica a livello di posto comando, gestione informazioni delle pattuglie sul territorio e disinfezione del materiale. Anche il Consiglio di Stato, impegnato in una seduta extra muros a Chiasso, ha raggiunto la zona boschiva e seguito l’esercitazione.

‘L’allerta è cresciuta’
Anche la stampa ha potuto visitare il posto di controllo veterinario allestito a Riva San Vitale. Dopo un quadro della situazione, il veterinario cantonale Luca Bacciarini ha spiegato che negli ultimi tempi «l’allerta è cresciuta». L’ottobre scorso il virus, «innocuo per gli esseri umani, ma mortale per cinghiali e maiali», era stato accertato a 50-52 chilometri dal Ticino. «Gli ultimi casi di cinghiali che si spostano seguendo il parco del Ticino sono stati segnalati a 46 chilometri». La distanza sta quindi diminuendo «e i monitoraggi continuano». Nei Cantoni, e quindi anche in Ticino, «abbiamo un monitoraggio passivo per tutta una serie di malattie, compresa la peste suina africana, che porta a testare tutti i cinghiali trovati morti, anche per incidenti stradali o soppressi dai guardacaccia per malattia». Anche nel settore agricolo vengono controllati tutti i casi sospetti. «A livello nazionale abbiamo istituito una diagnosi di esclusione – ha sottolineato Bacciarini –. Anche dove non c’è il sospetto, ma comunque non lo si può escludere, non vengono subito presi provvedimenti sull’azienda, ma vengono fatti prelievi e analisi».

Simulati ritrovamenti
Alcune carcasse di cinghiale (è bene sottolinearlo, non contagiose e prive di virus) sono quindi state posizionate nella zona boschiva del Penz. Gli uomini impegnati nel posto di controllo veterinario sono in costante contatto con le squadre impegnate sul terreno e, in caso di rinvenimento, tutto viene segnalato sulle apposite mappe del territorio e una squadra di recupero viene inviata sul posto. «La prima cosa da fare è bloccare l’area dove sono presumibilmente presenti i cinghiali malati – ha spiegato ancora Bacciarini –. All’interno del bosco possono entrare unicamente le squadre che vanno a cercare le carcasse o chi deve fare lavori che non possono essere rimandati, come la vuotatura delle vasche di contenimento». Inizia poi la ricerca delle carcasse da testare e in seguito asportare. «La nostra scelta è di fare il prelievo sul posto, di solito dalla milza o se ci sono meno resti si può prendere un osso lungo, e fare in modo che i resti restino in un sacco che viene poi chiuso ermeticamente e riportato al posto veterinario, dove tutto il materiale utilizzato viene pulito e disinfettato, o direttamente alla ditta che smaltisce le carcasse». Uno degli obiettivi, ha aggiunto il veterinario cantonale, «è anche quello di limitare l’espansione della malattia. Non è detto che se la malattia viene riscontrata, tutti i cinghiali di quella zona siano morti di peste suina africana. Dopo questo lavoro ci sono tutta una serie di operazioni che devono essere effettuate, come il monitoraggio delle aziende agricole che hanno suini per determinare il prima possibile se c’è stata contaminazione». Esercitazioni come quella che terminerà oggi a Chiasso servono a «valutare se tutto quello che abbiamo progettato e preparato per interventi di questo genere, le strutture, il materiale e la formazione del personale sono adeguati o meno allo scopo».

Persone, cani e droni
Nella zona del laghetto di Pedrinate entriamo nel vivo dell’esercizio. Ad attenderci la veterinaria cantonale aggiunta Chiara Menegatti e un drone. Le ricerche possono infatti essere effettuate con le persone, con i cani da traccia addestrati alla ricerca di carcasse o con i droni, che permettono di perlustrare superfici più vaste in modo più rapido. «Nella giornata di martedì e mercoledì mattina sono stati utilizzati degli aiuti nelle attività di ricerca – ha spiegato Menegatti –. Dopo i cani da traccia, a essere testato è il drone per simulare la ricerca di quelli che sono gli animali vivi presenti sul terreno, che potrebbero anche essere cinghiali già venuti a contatto con la malattia, o altri animali selvatici o domestici presenti in zona». Il drone può inoltre essere «un valido supporto alla gestione delle squadre: il personale che si distribuisce per cercare le carcasse è dotato di GPS e può così essere monitorato in tempo reale dall’attività del drone». Il drone, ha aggiunto la veterinaria, è «uno strumento estremamente performante», ma presenta anche delle «criticità». Per il Penz queste sono legate «alla presenza di foglie sugli alberi. Siamo in un bosco di latifoglie che scherma la visione dall’alto. Anche la termo-camera che abbiamo usato principalmente in questo esercizio ha delle difficoltà a passare lo strato di fogliame. Il drone è quindi uno strumento valido sicuramente nelle stagioni dove la foglia non è presente nelle aree dove non c’è la copertura boschiva».

Consigli utili
Per prevenire lo sviluppo della malattia – l’evoluzione della situazione può sempre essere monitorata sul sito www.ti.ch/pestesuina – sono state emanate una serie di raccomandazioni. È vietato foraggiare gli animali selvatici e i suini con resti alimentari: tutti i resti di cibo devono essere smaltiti in modo che siano inaccessibili ai cinghiali; al rientro da una regione colpita dalla peste suina africana è vietato portare con sé dai territori toccati provviste per il viaggio (carne e insaccati). Il rinvenimento di carcasse di cinghiali va subito segnalato, indicando il luogo del ritrovamento e scattando delle fotografie, allo 091 814 41 08 o al 117 (fuori orario ufficio e giorni festivi).

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 8 maggio 2025 del Corriere del Ticino

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Esercitazione contro la peste suina africana

Esperti riuniti mei boschi di Pedrinate per testare droni e squadre. L’obbiettivo è fermare un virus letale per cinghiali e maiali. Zero per ora i casi rilevati

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Esercitazione-contro-la-peste-suina-africana–2810308.html

 

Tempi parziali per le toghe, le proposte legislative

Tempi parziali per le toghe, le proposte legislative

Ecco le principali modifiche normative prospettate dal Dipartimento istituzioni. La bozza di messaggio governativo in consultazione presso la magistratura

L’introduzione in magistratura della possibilità dell’impiego a tempo parziale “costituisce un’importante modifica dello statuto dei magistrati ticinesi che permetterà a gran parte di loro di adottare un modello di lavoro vieppiù diffuso sia nel campo pubblico come in quello privato, che offre flessibilità e consente di conciliare meglio vita professionale e privata, favorendo un accesso alla professione giudiziaria a un maggior numero possibile di professionisti del settore”. E ancora: “Una prima riforma dello statuto dei magistrati ticinesi che si configura dunque di portata storica, visto il superamento dell’impostazione peculiare del nostro cantone che ha sinora prevalso, ossia quella del magistrato ordinario ‘a tempo pieno’, impostazione oggi decisamente superata dall’evoluzione della società civile”. Non solo: “Questa riforma ben si concilia inoltre con l’importante processo in atto a livello di trasformazione digitale della giustizia ticinese, pure essa tesa a introdurre nuove possibilità di lavoro (anche in remoto) nelle cariche giudiziarie”. Stanno in queste parole del Dipartimento istituzioni le ragioni e gli obiettivi delle modifiche legislative che prospetta per dar seguito all’ok del Gran Consiglio, nella seduta dello scorso 19 giugno, anche ai tempi parziali a Palazzo di giustizia, come chiesto da una mozione della centrista Maddalena Ermotti-Lepori. Un sì al principio, che il Dipartimento ha tradotto in proposte di revisione della Log, la Legge sull’organizzazione giudiziaria. Sono contenute in una bozza di messaggio governativo, che, come aveva anticipato a ‘laRegione’ la responsabile, in seno al Dipartimento, della Divisione giustizia Frida Andreotti, è stata sottoposta in questi giorni per consultazione, fino al 26 maggio, agli organi della magistratura.

Full time per procuratori, gpc e magistrato dei minorenni
Le modifiche normative suggerite – per consentire “un’occupazione a tempo parziale per le magistrate e i magistrati dell’ordine giudiziario del Cantone Ticino” – considerano anche le “riserve circostanziate” espresse in particolare “dal Consiglio della magistratura, dal Ministero pubblico, dall’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitive e dal Tribunale di appello” in occasione di una precedente consultazione. Quella avviata dal Consiglio di Stato nel 2023 prima di prendere posizione sulla mozione di Ermotti-Lepori, atto parlamentare che ha poi condiviso. Tenuto conto delle “riserve circostanziate”, il progetto di messaggio esclude la possibilità del tempo parziale per alcune cariche e alcuni uffici giudiziari, come ad esempio il Ministero pubblico. Tempi pieni dunque per i procuratori. Stesso discorso per i giudici dei provvedimenti coercitivi e per il magistrato dei minorenni (sostituto incluso). La bozza di messaggio governativo attribuisce poi al Consiglio della magistratura la competenza per autorizzare il tempo parziale. Nonché, come vedremo dopo, le attività accessorie, “ritenuto il suo compito di controllo e sorveglianza dei diritti e dei doveri dei magistrati, a garanzia dell’indipendenza del magistrato e dei tribunali sotto il profilo istituzionale”.
Tornando ai tempi parziali e per andare sul concreto, il Dipartimento diretto da Norman Gobbi propone di inserire nella Legge sull’organizzazione giudiziaria un articolo sul grado di occupazione: il nuovo 19a. Primo capoverso: “La nomina dei magistrati avviene a tempo pieno o parziale, laddove non escluso, ritenuto che il grado di occupazione non può essere inferiore alla metà dell’orario completo”. Secondo: “La nomina a tempo parziale, se richiesta, può essere concessa, se le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono”. Terzo: “Il lavoro ripartito (job sharing) quale speciale contratto di lavoro mediante il quale due magistrati assumono l’adempimento di un’unica ed identica carica può essere ammesso unicamente se le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono”. Quarto: “Le seguenti funzioni devono essere esercitate a tempo pieno: a) presidente del Tribunale di appello e presidenti delle Camere e Corti del Tribunale di appello; b) procuratore generale, procuratori generali sostituti e procuratori pubblici; c) presidente e giudici dei provvedimenti coercitivi; d) presidente della Pretura penale; e) magistrato dei minorenni e sostituto magistrato dei minorenni”. Quinto: “Nei limiti prescritti ai capoversi 1 e 2, il Consiglio della magistratura, con il preavviso del presidente dell’autorità giudiziaria interessata, può autorizzare i magistrati già in servizio esercitanti la loro carica a tempo pieno a ridurre il loro tasso di attività”. Sesto e ultimo capoverso: “In caso di vacanze in una giurisdizione, il Consiglio della magistratura, con il preavviso del presidente dell’autorità giudiziaria interessata, può autorizzare i magistrati esercitanti la carica a tempo parziale a esercitare la carica a tempo pieno”.

Così per le attività accessorie
Non solo ha confezionato la base legale per consentire “la nomina o l’occupazione” a tempo parziale per i magistrati ordinari, con le eccezioni di cui sopra. Il Dipartimento ha pure regolamentato le attività accessorie “di questi magistrati nel tempo non dedicato alla loro funzione principale”. Il tema è delicato. Nella bozza di messaggio si propone di ancorare alla Legge sull’organizzazione giudiziaria un articolo riguardante le attività accessorie soggette ad autorizzazione: è il nuovo 19b. Primo capoverso: “Le occupazioni accessorie e le cariche pubbliche non devono pregiudicare l’esercizio della funzione, l’indipendenza, l’imparzialità o la dignità del magistrato o dell’autorità nella quale esercita”. Secondo: “Per quanto le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono, i magistrati a tempo parziale possono: a) assumere incarichi conferiti da autorità federali, cantonali o comunali o da enti parastatali cantonali e federali, nonché fungere da arbitro o da perito; b) esercitare l’avvocatura e il notariato; è fatto loro divieto di esercitare l’attività legale nel medesimo campo di attività di quella giusdicente, il divieto si estende agli avvocati del medesimo studio legale, laddove essi avessero ripreso la libera professione; c) esercitare una professione, un commercio o un’industria a titolo remunerativo; d) occupare il posto di direttore, gerente, amministratore e membro dell’ufficio di vigilanza o di quello di revisore di società, istituti, imprese o uffici che si propongono uno scopo di lucro”. Terzo capoverso: “L’autorizzazione è concessa dal Consiglio della magistratura, che informa parlamento e Consiglio di Stato”.
Si propone anche un altro articolo. È il 19c, quello sulle attività accessorie non soggette ad autorizzazione: “Per quanto le esigenze di servizio dell’autorità interessata lo permettono, i magistrati a tempo parziale possono, senza autorizzazione: a) redigere opere o articoli specializzati; b) partecipare all’edizione di riviste specializzate; c) partecipare a congressi e fungere da relatori a conferenze; d) dedicarsi ad attività artistiche”. Il Dipartimento istituzioni attende entro lunedì 26 le osservazioni della magistratura, prima di portare e condividere in Consiglio di Stato il messaggio definitivo all’indirizzo del parlamento.

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 8 maggio 2025 de La Regione

«Dare più autonomia ai Comuni e andare oltre il dipartimentalismo»

«Dare più autonomia ai Comuni e andare oltre il dipartimentalismo»

Cantone e Comuni, quo vadis? I problemi, le idee e le proposte concrete per passare «dal dire al fare». Ne abbiamo discusso a ruota libera con Norman Gobbi.


Il Simposio tra Cantone e Comuni arriva in un momento di stanchezza e delusione reciproca per gli atteggiamenti altrui?
«Negli ultimi mesi, i rapporti tra il Cantone e i Comuni si sono irrigiditi, e purtroppo non posso nascondere che i legami tra le due realtà siano sempre più logorati. Tuttavia, ritengo che non si tratti di una stanchezza o delusione che affligge le istituzioni, ma piuttosto del risultato di una crescente complessità del contesto nel quale viviamo. Il Simposio è stato ideato proprio con l’intento di promuovere un confronto diretto e concreto tra il Cantone e i Comuni, affrontando insieme le sfide comuni e cercando soluzioni pratiche e condivise».

Siamo un po’ al capolinea, occorre una nuova logica e nuove dinamiche per scongiurare l’implosione del sistema-Paese?
«Io non direi che siamo arrivati al capolinea, ma certamente ci troviamo di fronte a un bivio. La situazione è chiara: o si rinnova il modo di collaborare tra Cantone e Comuni, con visione, responsabilità e coraggio, o rischiamo di restare impantanati in una paralisi istituzionale che non sarebbe più tollerabile. Il sistema non è imploso, ma le eccessive interdipendenze create nel corso degli anni lo rendono sempre meno funzionale. È il momento di cambiare logica: ridurre la burocrazia, aumentare la concretezza e lavorare sulla fiducia reciproca».

Belle parole, ma…?
«Non ci limitiamo a parlare, ma stiamo intraprendendo una strada ben definita. Da Bedretto a Pedrinate, intendo incontrare personalmente i Municipi per ascoltare le loro esigenze e conoscere le problematiche che ciascun Comune sta affrontando. Questi incontri non sono solo istituzionali, ma un’occasione per instaurare un dialogo diretto e costruttivo. Un esempio importante di questa direzione è l’evento simbolico che si terrà il 10 settembre tra il Consiglio di Stato e i 100 sindaci del Ticino, per celebrare il centenario della Conferenza di Locarno. Sarà un segnale forte per riaffermare che la collaborazione tra Cantone e Comuni non è solo auspicabile, è essenziale. Parallelamente, è stato costituito un gruppo di lavoro misto che sta lavorando per rivedere i flussi informativi. Inoltre, riformeremo la piattaforma politica di dialogo, puntando a un confronto più regolare, trasparente e focalizzato sul bene comune. Insomma, se serve rompere qualche schema, lo faremo. Il federalismo è vivo solo se è dinamico. Se diventa un mantra vuoto, allora sì, rischia di morire».

In queste parole troviamo il direttore del dipartimento o il presidente del Governo?
«Entrambi. Questo perché il dialogo tra il Cantone e i Comuni non è solo una priorità del mio Dipartimento, ma una responsabilità che coinvolge l’intero Consiglio di Stato. Credo fortemente nel gioco di squadra e nella collegialità. Non possiamo permetterci di perdere tempo: il nodo cruciale delle relazioni con i Comuni è determinante per il futuro del nostro Cantone».

È vero che non siete in «guerra» ma è evidente che la situazione di «gelo istituzionale» è realtà. Si dice che «prima o poi tutto si aggiusterà?».
«Non credo che possiamo aspettare che le cose si risolvano da sole. Quando le relazioni si raffreddano, è necessario intervenire rapidamente, senza cercare colpevoli ma favorendo un confronto costruttivo. Non c’è conflitto, ma le distanze istituzionali devono essere colmate per evitare di compromettere il nostro sistema democratico».

Il Governo ha risposto piccato al piano federale di risparmi. Insomma: il Cantone si lamenta con Berna e i Comuni fanno altrettanto con il Consiglio di Stato. Sono le due facce della medesima medaglia?
«Il Consiglio di Stato è fermamente contrario alla prassi della Confederazione di ribaltare oneri derivanti da leggi federali direttamente sui Cantoni senza un’adeguata condivisione di competenze politiche e una maggiore autonomia esecutiva. A prima vista potrebbe sembrare che si tratti dello stesso discorso che fanno i Comuni, ma c’è una differenza fondamentale: negli ultimi anni, il Cantone ha evitato di scaricare nuovi oneri finanziari sugli enti locali. In questo senso, Governo e Parlamento hanno rispettato l’accordo con i Municipi, e questo è un passo importante».

Nel bel mezzo della discussione c’è da considerare un tessuto sociale sempre più in sofferenza che genera incertitudine e frustrazione. E lo Stato dov’è?
«Lo Stato è presente, ma oggi non può fare tutto. Siamo in una situazione di grande pressione, dove le risorse scarseggiano e le richieste aumentano. Le famiglie fragili, i cittadini stanchi e gli amministratori locali sovraccarichi sono una realtà che non possiamo ignorare. In questo contesto, però, la responsabilità non può ricadere solo sullo Stato. La vera sfida è ridare equilibrio, dove i diritti restano sacrosanti, ma ci sia anche un senso diffuso di corresponsabilità. Non si può chiedere continuamente, senza un impegno attivo da parte di tutti».

Occorre un Cantone chioccia oppure maggiore responsabilità da parte del cittadino e una mano dagli amministratori locali per fare passare il messaggio?
«Servirà un equilibrio tra entrambi gli aspetti. Il Cantone deve essere il garante dell’equità territoriale, ma non può assumere il ruolo di una chioccia che indebolisce il sistema. I Comuni devono avere la libertà di agire in autonomia, ma con la responsabilità che questo comporta. I cittadini, infine, devono essere coinvolti attivamente, non solo come destinatari, ma come attori primari del cambiamento. Solo attraverso una politica della prossimità e una maggiore responsabilizzazione di tutti gli attori possiamo costruire un sistema che funzioni davvero, in modo sostenibile e duraturo».

Il progetto «Ticino 2020» ha fallito. Lo ammette?
«Ammetto che ci troviamo in una fase di impasse, e negarlo sarebbe poco serio. Tuttavia, è fondamentale comprendere che il fallimento arriva solo per chi rinuncia, e io, insieme al Consiglio di Stato, non intendo arrendermi. Ticino 2020 non è finito, ma è giunto a un punto cruciale che richiede un rilancio deciso, chiaro e coraggioso. La nostra ricetta per uscire dall’impasse si basa su alcuni passaggi concreti. Anzitutto, propongo di modificare la Costituzione per rafforzare il principio dell’autonomia comunale. Non si tratta tanto o solo di un gesto simbolico, ma di una necessità: dobbiamo fare un passo avanti per consentire ai Comuni di affrontare le sfide quotidiane con maggiore libertà decisionale. L’autonomia non deve restare un concetto teorico, ma deve diventare un fondamento operativo per le amministrazioni locali. In secondo luogo, rinnovo l’invito ai Comuni di essere protagonisti in questo processo. Come già discusso durante una delle ultime riunioni della piattaforma politica, è ora di smettere di rimandare e di avanzare con richieste concrete. Devono dire chiaramente al Governo dove necessitano maggiore autonomia, senza timori o esitazioni. Non è più il tempo delle parole, ma delle azioni operative».

C’è altro?
«Intendo riproporre la stessa franchezza anche alla collega e ai colleghi di Governo. È essenziale che, insieme, superiamo il dipartimentalismo e lavoriamo in modo coordinato e coeso per il bene comune. Non possiamo più permetterci di operare ciascuno nel proprio settore, come se le nostre responsabilità non si intrecciassero. La collaborazione trasversale è indispensabile per affrontare le sfide in modo efficace e tempestivo. Solo così possiamo realizzare soluzioni concrete, superando gli ostacoli e dando risposte tangibili ai cittadini. Questa è la strada che ci permetterà di superare l’impasse e di portare avanti la nostra visione di un Ticino più autonomo, responsabile e coeso. Con chiarezza, coraggio e determinazione, potremo proseguire con successo il nostro cammino.

Si parla tanto di autonomia comunale, ma alla fine questa sembra essere più ideale che reale. Si può cambiare passo o vale la pena arrendersi all’evidenza?
«Arrendersi? Mai. L’autonomia comunale è fondamentale per dare un senso al Comune democratico che, in ragione della sua prossimità al cittadino, è il pilastro del nostro sistema, ma è vero che è sempre più contenuta. Ecco perché vogliamo ridarle forza anche sul piano giuridico e costituzionale. È una sfida politico-culturale, prima ancora che tecnica. Autonomia significa anche assumersi oneri, non solo rivendicare libertà. Chiunque la invoca deve poi anche essere pronto a esercitarla. Senza Comuni forti, il Ticino si indebolisce».

Come suggerisce di rilanciare il dialogo istituzionale?
«Confronto diretto, costante e strutturato. Non possiamo affidarci a riunioni formali ogni tre mesi e aspettarci miracoli. Ecco perché voglio riformare la piattaforma politica tra Cantone e Comuni, renderla più regolare, più trasparente e più operativa. Il dialogo non si impone, si costruisce. Anche con gesti simbolici forti, come la Dichiarazione sul federalismo che proporrò nei prossimi mesi. Serve una vera alleanza istituzionale».

Questo però è un compito dell’intero Governo…
«Il collegio governa insieme, e su questi temi – almeno formalmente – c’è una condivisione di fondo. Se però vogliamo davvero rilanciare la riforma dei rapporti con i Comuni, serve un impegno politico convinto da parte della collega e degli altri colleghi. Non basta dire «sì» attorno a un tavolo. Personalmente, sono pronto a fare la mia parte, anche spingendo dove serve. Perché la politica, se vuole essere utile, deve anche saper osare».

Cosa fare affinché il «federalismo» non venga svuotato?
«Dargli muscoli, ossa e cervello. Il federalismo non è folklore, è un metodo per stare insieme in modo intelligente, responsabile ed efficiente. E per essere efficace deve evolvere. Il federalismo moderno è fatto di collaborazioni dinamiche e non di separazioni rigide. È quello che stiamo cercando di costruire: una nuova grammatica dei rapporti tra Cantone e Comuni, fondata su fiducia, responsabilità e concretezza. La Dichiarazione ticinese sul federalismo sarà un punto di partenza. Ma il contenuto lo daremo noi, giorno dopo giorno, con ciò che scegliamo di fare – e di non fare.

Il suo anno di presidenza vedrà un Consiglio di Stato «itinerante». Ieri l’extra muros si è tenuta a Chiasso. Come descrive questa realtà?
«Chiasso è una città di frontiera, non solo da un punto di vista geografico ma anche da quello sociale. Ha saputo reinventarsi nel tempo, ma rimane confrontata con diverse sfide in termini di pressione sociale e urbanistica. Durante l’incontro che abbiamo avuto ieri a margine della seduta extra muros del Consiglio di Stato, ho visto delle autorità comunali che intendono affrontare queste sfide piuttosto che subirle. Credo che questo sia un segno di forza e lo spirito che auspico a questo Ticino. Chiasso può rappresentare un laboratorio per la politica di prossimità, se sapremo ascoltare e agire insieme».

E quale sarà la prossima tappa?
«La prossima tappa ci porterà al nord del Ticino: andremo a Bedretto. Una realtà immersa nella natura e confrontata con sfide ben diverse da Chiasso, ma altrettanto importanti. Una piccola realtà ticinese, ma molto ricca di storia e di tradizioni. Il Governo intende così essere vicino al territorio e con chi questo territorio lo amministra, lo vive e lo costruisce. È lì che si fa la vera politica».

Intervista pubblicata nell’edizione di giovedì 8 maggio 2025 del Corriere del Ticino