Greta Gysin attacca Gobbi ma fa un buco nell’acqua, “in Ticino solo espulsioni regolari”

Greta Gysin attacca Gobbi ma fa un buco nell’acqua, “in Ticino solo espulsioni regolari”

La consigliera nazionale Greta Gysin (Verdi) è rimasta con il cerino in mano. La sua interpellanza sulle revoche di permessi per stranieri in Ticino, da lei ritenute illegali, è stata letteralmente spazzata via dal Consiglio federale nella sua risposta divulgata ieri. 
La Gysin aveva interpellato il Consiglio federale lo scorso 24 settembre, alla luce del “famoso” servizio di Falò, ponendo in particolare la seguente domanda: “Come si pone il Consiglio federale di fronte all’agire del Consiglio di Stato ticinese, che ha (sic!) detta del Ministro delle istituzioni intenzionalmente ignora la legge e la giurisprudenza in materia di rinnovo e rilascio dei permessi di soggiorno?”
Ma il Consiglio federale non le ha dato soddisfazione. “Il Consiglio federale non è a conoscenza di decisioni pronunciate dalla sezione della migrazione del Canton Ticino che ignorerebbero le disposizioni legali vigenti e la pertinente giurisprudenza – si legge nella risposta all’interpellanza della Gysin -. Le autorità cantonali decidono in merito al rilascio, al rinnovo o alla proroga dei permessi nel quadro delle disposizioni legali e dei trattati con l’estero. Dispongono di un potere di apprezzamento cui possono avvalersi in conformità alle prescrizioni legali vigenti”. 
Il Consiglio federale ha confermato pure la legalità delle perquisizioni domiciliari, messa in dubbio dalla Gysin. “Per emanare la sua decisione – scrive il Consiglio federale – l’autorità si fonda sui documenti e sugli atti a sua disposizione. All’occorrenza, può effettuare accertamenti o sollecitare lo straniero a completare la sua domanda”.

Gobbi «Quel modello non fa per noi»

Gobbi «Quel modello non fa per noi»

Dal Corriere del Ticino del 10 agosto 2018 – un articolo a cura di Giovanni Galli

Obbligo di servire: il sistema norvegese (esteso a tutti) piace al Governo ma non ai Cantoni
Il capo del DI: «Sarebbe uno choc culturale, un’idea poco sostenibile davanti al popolo»

Complici le difficoltà che stanno incontrando esercito e protezione civile a completare i loro ranghi, il tema dell’obbligo di servire sta tornando d’attualità. Il mese scorso (cfr. CdT del 12 luglio) la Conferenza governativa per gli affari militari, la protezione civile e i pompieri ha esortato il Consiglio federale ad approfondire un modello che prevede di raggruppare protezione e servizio civile. Un modello già scartato a Berna, ma che secondo il consigliere di Stato Norman Gobbi, presidente della Conferenza, è da preferire a quello che sta esaminando attualmente il Dipartimento della difesa e che prevede un obbligo di servire generalizzato, esteso alle donne, come in Norvegia. Secondo il Consiglio federale questa soluzione è innovativa e orientata al futuro. L’obbligo di servizio varrebbe in principio per tutti, ma all’atto pratico non sarebbe sistematico. A svolgere l’uno o l’altro servizio verrebbero chiamate solo le persone effettivamente necessarie. Le forze armate avrebbero la possibilità di selezionare da un ampio bacino, indipendentemente dal sesso, le persone più qualificate e motivate. Il risultato degli approfondimenti dovrebbe essere reso noto a fine 2020.

Per i Cantoni però non è una soluzione. «Per tre motivi», spiega Gobbi. «Innanzitutto è un modello molto distante dalla nostra cultura. Se già oggi è difficile obbligare le donne a partecipare alla giornata informativa, pensiamo cosa comporterebbe un obbligo di prestare servizio “tout court”. Secondo: sarebbe un cambio di cultura estremo, uno choc difficile da superare e poco sostenibile in una votazione popolare. In terzo luogo non risponde alle necessità dei Cantoni. Il modello norvegese prevede ad esempio l’impiego nell’ambito dei pompieri, le cui competenze però in Svizzera sono cantonali e comunali, con una forte componente basata sul volontariato. Quest’ultimo aspetto non deve essere vanificato. Se a questo livello viene introdotto un obbligo di servire, la motivazione non sarebbe la stessa di chi opera quale volontario. I pompieri per primi vedono male un obbligo, perché quella del volontariato è una componente importante tanto quella professionale».

Manca gente

Il modello preferito dai Cantoni è denominato «obbligo di prestare servizio di sicurezza» e, al pari di quello norvegese, faceva parte delle varianti presentate nel 2016 da uno speciale gruppo di lavoro federale. La Conferenza ha già sollecitato due volte senza successo Parmelin a prenderlo ugualmente in considerazione. Dietro questa richiesta c’è un problema concreto. Per garantire l’effettivo di 72 mila militi nella protezione civile andrebbero reclutate ogni anno almeno 6 mila persone. Ma mentre nel 2010 ne venivano arruolate più di 8 mila, nel 2017 il loro numero è sceso a 4.800. Quanto alle forze armate hanno un fabbisogno di incorporazione di 18 mila militi all’anno, una soglia minima che quest’anno potrebbe non essere raggiunta.

Una via di mezzo

«Chiediamo che questo modello venga valutato in parallelo a quello norvegese. Lo consideriamo una via di mezzo tra lo status quo e il cambiamento totale legato al modello preferito dal Consiglio federale. Si tratta di unire servizio civile e protezione civile in una nuova organizzazione strutturata e non armata, denominata “protezione in caso di catastrofe” e che può rispondere ai bisogni della società in caso di emergenze, catastrofi naturali e tecnologiche, eventi bellici. Tale modello permetterebbe di non più disperdere risorse nel servizio civile, che non presta servizio in modo strutturato e che in caso di crisi non è paragonabile ad un’organizzazione di secondo scaglione come la PCi».

Il rapporto del 2016 tuttavia definiva non adeguato il modello caldeggiato dai Cantoni, in quanto configurerebbe una violazione del divieto dei lavori forzati. Un’obiezione che secondo Gobbi non regge. «Nessuno verrebbe mandato nelle cave a lavorare. Gli astretti al servizio verrebbero impiegati in favore della collettività, un po’ come avviene per il servizio civile ma in una struttura organizzata, in grado di rispondere meglio a determinati bisogni e più adatta alle esigenze dei Cantoni. Oggi il Servizio civile non è subordinato ai Cantoni. È una struttura federale nella quale vengono messi a disposizione posti occupati secondo i desiderata dei singoli membri. In un momento di pace va bene, in caso di crisi no». Cosa cambierebbe con il vostro modello per il servizio civile? «Non sarebbe più un mero rispondere ai desiderata individuali ma ad una missione di servizio alla collettività, in maniera strutturata».

Con il modello preferito dai Cantoni si stima che verrebbero considerati abili al servizio 30.400 delle 40 mila persone soggette agli obblighi militari. Queste presterebbero servizio per nove anni dal reclutamento. Gli idonei sarebbero pertanto 260 mila. Per l’esercito l’aumento dell’idoneità significherebbe un effettivo reale di 165 mila unità, mentre le altre 95 mila sarebbero disponibili per la protezione dalle catastrofi. Per i compiti di pubblica utilità del servizio civile resterebbero a disposizione 25 mila persone. «Oggi vediamo assottigliarsi gli effettivi dell’esercito, visto che molti commutano sul servizio civile. L’esercito si è ritrovato costretto a rivedere i suoi criteri di idoneità al servizio, attingendo al “serbatoio” della protezione civile. Il servizio civile non è un organo di sicurezza. Il popolo ha votato per il mantenimento dell’obbligo di servire nell’ambito della sicurezza. Constatiamo invece che il mandato costituzionale non viene correttamente adempiuto».

«Das darf es in Europa nicht mehr geben»

«Das darf es in Europa nicht mehr geben»

Dal Tages Anzeiger del 12 agosto 2016 | Simonetta Sommaruga zeigt sich betroffen über die Flüchtlingscamps in Como. Alle Dublin-Staaten müssten ihren Teil der Verantwortung übernehmen.

Im Juni waren es mehr als 100 pro Tag, Männer, Frauen, Kinder, die nach einer zum Teil lebensgefährlichen Flucht im Tessin aufgegriffen wurden. Weil sie weder über die nötigen Papiere verfügten noch einen Asylantrag stellten, schickten sie die Grenzwächter umgehend nach Italien zurück. Einige versuchen es immer wieder, verstecken sich in Zügen, die nach Chiasso fahren, nur um wieder erwischt zu werden. Derzeit halten sich rund 350 von ihnen in Como in einem Camp auf, werden am Mittag von Freiwilligen mit Mahlzeiten versorgt und stellen sich auf eine weitere Nacht unter freiem Himmel ein.

«Kein Transitland»

«Es ist schwer erträglich, solche Zustände zu sehen. Das darf es in Europa nicht mehr geben», sagte Justizministerin Simonetta Sommaruga gestern in der Orangerie Elfenau in Bern. Hätte sie dieses herrschaftliche Anwesen für einen Medientermin zur Flüchtlingskrise ausgesucht, hätte man ihr Zynismus vorgeworfen – immerhin empfing die russische Grossfürstin Anna Feodorowna dort vor 200 Jahren die bessere Berner Gesellschaft. Tatsächlich waren Ort und Termin schon lange festgelegt und der Anlass bloss als informeller Austausch mit Bundeshausjournalisten geplant. Doch dann wurde Sommaruga von der Aktualität überrollt.

Der Tessiner Justizminister Norman Gobbi (Lega) forderte gestern im TA, der Bundesrat müsse nun signalisieren, dass Migranten nicht durch die Schweiz nach Nordeuropa reisen dürften. Auch Sommaruga lehnt einen Korridor für legale Durchreisen entschieden ab. «Die Schweiz will kein Transitland werden. Das wäre nicht rechtmässig und gegenüber Deutschland nicht zu rechtfertigen», sagte Sommaruga. Ausserdem pochte Sommaruga auf die Einhaltung der Regeln des Dubliner Übereinkommens. Jeder Asylsuchende müsse in der Schweiz oder einem anderen europäischen Land ein Asylgesuch stellen können. Wo das Verfahren durchgeführt werde, sei aber nicht Sache der Asylbewerber.

Trotz der angespannten Lage vor der Schweizer Grenze: Im Juli wurden weniger Asylgesuche gestellt als im Juli des Vorjahres. Dies geht aus der Asylstatistik hervor, die gestern publiziert wurde. Knapp 2500 Asylgesuche wurden gestellt, 150 mehr als im Vormonat, aber 1400 weniger als im Juli 2015. Das erklärt das Staatssekretariat für Migration (SEM) in erster Linie damit, dass markant weniger Asylbewerber aus Eritrea in die Schweiz kommen. In den ersten sieben Monaten des Jahres sind ungefähr halb so viele Eritreer in Süditalien gelandet wie im Vorjahr. Ausserdem werden laut SEM in Deutschland mehr Eritreer registriert als bisher.

Der starke Rückgang ist allerdings nur eine Momentaufnahme. Seit Jahresbeginn registrierte das SEM total 16 800 Gesuche – 1000 mehr als in derselben Periode des Vorjahres. «Der Grund ist, dass Anfang Jahr die Asylzahlen höher waren als in üblichen Wintermonaten. Wir verzeichneten überdurchschnittlich viele Asylsuchende aus Afghanistan, Syrien und dem Irak, die über die Balkanroute in die Schweiz gelangten», sagt Léa Wertheimer vom SEM.

Folgt man den Erläuterungen der Justizministerin, war der Rückgang im Juli aber kein Zufall. Die Zusammenarbeit mit Italien funktioniere heute besser als bisher. Konkret: Italien registriere heute deutlich mehr Migranten als bis anhin. Diese seien sich immer häufiger bewusst, dass ein Asylgesuch in der Schweiz deshalb aussichtslos sei, sagte Bundesrätin Simonetta Sommaruga. Deshalb würden viele Migranten nicht hierbleiben wollen, sondern nach Deutschland oder Nordeuropa weiterreisen.

Hart ins Gericht ging Sommaruga mit den Dublin-Partnern: «Europa hat nach wie vor keine überzeugende Antwort auf die Herausforderungen in dieser Flüchtlingskrise.» Alle Dublin-Staaten müssten ihren Teil der Verantwortung übernehmen. Es brauche einen allgemeingültigen, dauerhaften Verteilschlüssel, nach dem die Flüchtlinge zugeteilt werden. Nur: «Diese Lösung wird sich höchstwahrscheinlich nicht durchsetzen», sagte Sommaruga.

‘La Svizzera non è un corridoio’

‘La Svizzera non è un corridoio’

Da LaRegione del 12 agosto 2016 | Norman Gobbi attendeva un cenno da Berna, e la consigliera federale Simonetta Sommaruga l’ha dato: «Segnale timido, ma c’è» – Incontro confidenziale con i prefetti di Como e Varese.

Lui, il ministro ticinese Norman Gobbi , si attendeva un cenno da Berna. Lei, la consigliera federale Simonetta Sommaruga , rimasta colpita dalla scena aperta di Como – «è difficile da sopportare» –, lo ha dato. «Simili condizioni in Europa non dovrebbero esistere», ha commentato ieri la ministra di Giustizia e polizia incontrando i media nella capitale. Molti migranti, ha osservato, «non vogliono presentare una domanda d’asilo in Svizzera, ma solo attraversare il Paese per recarsi in altri Stati europei, ma il nostro Paese non vuole diventare una via di transito». Per questioni di sicurezza «dobbiamo poter registrare chiunque entri in Svizzera, specialmente nell’attuale contesto. Dobbiamo sapere chi si trova qui da noi». Era il segnale che si attendeva?, chiediamo al consigliere di Stato. «Lo chiamerei un timido segnale. Che va nella giusta direzione. Ha confermato la realtà. Poteva essere un po’ più esplicita e chiara, anche per giungere ai media a noi vicini. Ciò aiuterebbe a ridurre la pressione alla frontiera. Anche perché – annota Gobbi – se lo dice un leghista è una cosa, se lo dice una consigliera federale, e socialista, ha un altro peso. Del resto, la Svizzera non può diventare un corridoio umanitario, perché non ci sarebbe lo sbocco a nord». La questione germanica? «Rispetto all’anno scorso le autorità tedesche hanno cambiato atteggiamento: hanno compreso che aprire le porte senza controllo crea dei problemi. Ricordo – esemplifica Gobbi – come a novembre 2015 ci fosse circa mezzo milione di migranti non registrati e questo ha creato preoccupazione e un rischio latente, che si evidenzia con i singoli casi successi». Per Sommaruga in Europa mancano soluzioni standard da applicare in comune. «Sappiamo che l’Italia non può permettersi gli standard che possono garantire Svizzera o Germania, ha altri problemi da risolvere come Stato-nazione – richiama Gobbi –. Va rilevato piuttosto che da parte anche delle autorità federali si condivide che la Confederazione non può essere e non è un corridoio di transito». Spostandosi di nuovo a sud, l’incontro con i prefetti di Como e Varese – anticipato da ‘laRegione’ di martedì – alfine c’è stato. E giusto mercoledì, quando è stato formalizzato il progetto di aprire a Rancate un centro temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata in Italia (cfr. l’edizione di ieri). Gobbi si appella alla riservatezza. «È stato un incontro amichevole, di scambio reciproco di informazioni su quanto sta avvenendo nei rispettivi territori – si limita a confermarci il direttore del Di –. Io ho presentato il centro. Loro hanno illustrato quanto stanno approntando». Come si pensa di gestire la situazione a Como? «Non posso dirlo».

Rancate, chiesta ‘chiarezza’

All’indomani della conferma che il centro si farà, tre granconsiglieri pipidini – Maurizio Agustoni , Giorgio Fonio eLuca Pagani – hanno inoltrato un’interrogazione al Consiglio di Stato. “La maggior parte dei gruppi politici di Mendrisio ha accolto positivamente questa iniziativa – scrivono –, sottolineando in particolare il senso di responsabilità nei confronti di un’emergenza umanitaria sempre più drammatica”. La “disponibilità all’accoglienza è però legata alla piena trasparenza sulle condizioni in cui lo Stato garantisce il rispetto degli impegni umanitari”. Anche per questo motivo i tre deputati hanno deciso di chiedere “chiarezza sul futuro”, in considerazione del fatto che risulta essere “fondamentale che la popolazione di Mendrisio e del Mendrisiotto possa disporre in modo completo ed esaustivo delle informazioni riguardanti l’effettiva situazione nella regione”. Viene chiesto al Cantone quali saranno precisamente le funzioni della struttura, chi ha assunto l’iniziativa e chi si occuperà di gestione e sicurezza. Inoltre, Agustoni, Fonio e Pagani chiedono quante saranno le persone ospitate e per quanto tempo. Si domanda infine se il governo abbia considerato altre opzioni e quale prassi viene seguita quando si presentano migranti che intendono chiedere asilo, soprattutto se minori non accompagnati.

Lodrino, l’affare Mazza & Gobbi

Lodrino, l’affare Mazza & Gobbi

Da La Regione del 25 maggio 2016

Il Comune sarà proprietario della struttura a un prezzo politico: un milione di franchi, o anche meno – Accordo c on la Confederazione trovato in un incontro chiarificatore, con il supporto di Norman Gobbi.

Entro la fine di quest’estate l’aeroporto di Lodrino sarà di proprietà della Confederazione. Il consigliere di Stato Norman Gobbi , da noi interpellato ieri, ha preferito non sbilanciarsi troppo riguardo al recente incontro a Berna – di cui siamo venuti a conoscenza – sull’aeroporto di Lodrino con i vertici del Dipartimento federale della difesa, il centro di competenza ArmaSuisse. Con un «grande risultato» – di buon auspicio per lo sviluppo futuro del nuovo Comune che nascerà dall’aggregazione con Cresciano, Osogna e Iragna – che entusiasma il sindaco di Lodrino Carmelo Mazza .

E non si fa certo fatica a credergli. È da tempo che aspettava questa notizia. «Già dal 1996 – spiega alla ‘Regione’ Mazza – il Municipio di Lodrino ha istituito un gruppo di lavoro con la Regione Tre Valli e l’allora direzione dello scalo militare rivierasco (Nelio Rigamonti), con l’obiettivo di preparare un (primo) regolamento in vista di un disimpegno della Confederazione e di uno sfruttamento, a scopi civili, dell’aerodromo». Una bozza, certo, frutto di una visione. Ebbene, oggi, a vent’anni di distanza, la certezza che si andava nella giusta direzione.

Traspare la tenacia di una valle, segnata dalle sorti dell’industria del granito, dal coronamento delle aggregazioni e poi la determinazione di un sindaco, dei ‘suoi’ municipali. Ma non solo. Mazza rivolge parole di ringraziamento verso Gobbi. Sua l’idea, dice Mazza, dell’incontro, l’attesa strategica del cambio della guardia tra il ‘vecchio’ ministro Ueli Maurer (ora capo delle Finanze) e il volto ‘nuovo’ Guy Parmelin. Da tempo era in agenda un incontro ‘chiarificatore’. La Confederazione voleva sei milioni, poi tre, mentre l’offerta del Comune non superava il mezzo milione. Con, due mesi e mezzo fa, «l’ultimatum» da Lodrino. A fare da contatto tra Maurer e Parmelin Bruno Locher, capo della Sezione territorio e ambiente che ha ricevuto incarico da Maurer di seguire il caso. Ecco che il costo ipotizzato ora è di un milione. Forse meno.

Si è però rischiato il tracollo. Successe già negli anni 2000. Grazie al lavoro di squadra con Sereno Imperatori (timoniere Ruag), con gli inserimenti di Raffaele De Rosa (direttore dell’Ente regionale per lo sviluppo del Bellinzonese e Valli) e il coinvolgimento delle ditte (Heli Tv e Ruag), con il supporto del delegato dell’aviazione Davide Pedrioli e di Fabio Conti (Sezione del militare e protezione della popolazione) si è giunti, nel 2013, al Piano settoriale dell’infrastruttura aeronautica (Psia) con le direttive federali per lo sviluppo edilizio e operativo dell’aerodromo, a concretizzare l’impegno pubblico del Comune di Lodrino (o, in alternativa, del Cantone).

Per farsi un’idea delle grandezze in gioco l’hangar 4 (verde), costruito una quindicina di anni fa per gli elicotteri Super Puma, è costato 12 milioni di franchi. Per convincere Berna della validità dell’offerta (e degli intendimenti) del Comune di Lodrino per l’aeroporto, il Municipio ha insistito sui progetti nati «per il nuovo Comune-Regione» sull’aerodromo in collaborazione con la Supsi, quel Polo tecnologico dell’aviazione che dispone ora delle basi per creare ricchezza. Quanto basta, insomma, per dimostrare che sul sedime (con la torre di controllo e gli hangar) non si intende lanciarsi in speculazioni immobiliari di nessun genere, ma che piuttosto si vuole avviare un progetto di sviluppo. Condizioni particolari fissate dalla Confederazione? Il mantenimento di condizioni di favore nei confronti delle forze aeree, quale segno dell’importanza che il Comune futuro intende riconoscere verso le loro esigenze, anche negli anni che verranno.

«Se sarà emergenza migranti, esercito alla frontiera con l’Italia»

Da TIO.CH l È il piano di Guy Parmelin e Ueli Maurer in caso aumentino gli arrivi. Fra i sostenitori anche Norman Gobbi.

Frontiere con l’Italia chiuse e presidiate dall’esercito in caso l’emergenza rifugiati esploda, è questa la soluzione che verrà proposta mercoledì all’esecutivo dai due consiglieri federali democentristi Ueli Maurer e Guy Parlmelin.

Previsto l’aumento del flusso dal Mediterraneo – Come mai una proposta del genere proprio ora? Secondo quanto riportato dal Le Matin Dimanche sarebbe legata al timore, con l’avvento della bella stagione, della ripresa dell’afflusso dal Mediterraneo all’Italia. Essendo la via dei balcani ormai difficilmente praticabile la soluzione alternativa vedrebbe il passaggio attraverso l’Adriatico fino al Bel Paese per poi tentare di raggiungere i paesi del nord (Germania, Gran Bretagna e Svezia) passando proprio per la Confederazione.

L’esercito dovrà aiutare i doganieri – Il dossier che verrà presentato al Consiglio federale, continua il domenicale, non indicherà nero su bianco un “tasso massimo” che farà scattare l’emergenza ma ribadirà le misure da applicare: la chiusura delle frontiere, il respingimento di ogni migrante verso l’Italia e l’impiego di militari come forze di supporto.

Gobbi: «La chiusura non sia un tabù» – Fra i sostenitori anche Norman Gobbi che, stando al giornale romando, avrebbe inviato diverse lettere non solo a Simonetta Sommaruga ma anche a Maurer e Parmelin riguardo alle problematiche legate alla frontiera italiana: «è necessario aumentare i controlli alle frontiere e, nel caso sia necessario, la chiusura non dev’essere un tabù», ha dichiarato il ticinese.

http://www.tio.ch/news/ticino/politica/1076475/-se-sara-emergenza-migranti-esercito-alla-frontiera-con-l-italia-

Schweizer Tunnelblicke

Schweizer Tunnelblicke

L’Handelsblatt mi ha intervistato nelle scorse settimane sul tema del risanamento autostradale del San Gottardo. Ecco l’articolo, integrale dove si possono leggere anche le mie risposte.

Der Streit um eine zweite Autoröhre durch den Gotthard entzweit die Schweizer. Es geht um die Unversehrtheit ihres Berges – und um ihre Souveränität. Eine Annäherung an den Mythos Gotthard von Holger Alich.

Es ist ein unwirtlicher Ort, tief unten im Berg. Schmutz klebt auf den einstmals weißen Kacheln.Fahles Neonlicht fällt von
der an ungezählten Stellen ausgebesserten Decke. Unablässig rollen Autos und Laster vorbei, die Wände lassen den Lärm iderhallen.
Der Tunnel rauscht wie ein wütendes Meer. Jürg Röthlisberger machen Lärm und Staub nichts aus. Im dunklen Anzug wirft er sich in Pose, blickt Richtung Italien, dreht sich um die eigene Achse. Der 51-Jährige leitet das Schweizer Bundesamt
für Straßen (Astra), er hat zum Fotoshooting geladen. Denn Röthlisberger ist im Wahlkampf. Für seinen Tunnel. Durch den Gotthard. Es ist eine historische Wahl, die die Schweizer am 28. Februar fällen. Oberflächlich geht es um Baupläne, Teer und Schutt. Man muss aber nicht tief bohren, um zu erkennen: Unterschwellig geht es um innerste Schweizer Befindlichkeiten.
Um die Unversehrtheit ihres Berges. Um ihre Souveränität. Was also, bitte, steht zur Wahl? Der Straßentunnel durch den Gotthard aus dem Jahr 1980, der Göschenen im Kanton Uri mit Airolo im Tessin verbindet, muss saniert werden. Die Regierung will den Tunnel in dieser Zeit sperren – und vorher eine zweite Röhre in das Felsmassiv bohren, um das Tessin während der Bauarbeiten nicht abzuschneiden.
Der Plan stößt auf eine bunt gemischte Gegnerschaft. Ex-Minister, Bau-Ingenieure und Umweltschützer, sogar die „Neue Zürcher Zeitung“, die sich sonst eher staatstragend gibt, protestieren: Das Vorhaben sei zu teuer, obendrein letztlich überflüssig. Tatsächlich sollen Tunnel und Sanierung 2,8 Milliarden Franken kosten. Aber vor allem glauben die Gegner der Regierung nicht, dass sie später beide Röhren mit nur je einer Spur betreiben wird. Sie fürchten Verkehr auf vier Spuren. Und mehr Spuren im Berg heißen mehr Laster im Berg.
Röthlisberger versichert zwar, man könne das durch Verfassung und Gesetz verhindern. Aber: „Was einmal gebaut wird, das wird eines Tages auch genutzt“, warnt Manuel Herrmann. Er trägt Bartstoppel im Gesicht und rote Turnschuhe. Herrmann spricht für die Alpenschutz-Initiative, einen der lautesten Gegner der zweiten Röhre. Ein vierspuriger Straßentunnel wäre ein gewichtiger
Konkurrent für den neuen Gotthard-Basistunnel der Bahn, der im Juni eröffnet (siehe Kasten).
Doch Herrmann hat noch mehr zu sagen: „Warum sollten wir der Europäischen Union gratis eine neue Transitstrecke für ihre Lkws bauen?“
Das ist der kritische Punkt, um den es in den Augen vieler Schweizer letztendlich geht: um ihr Verhältnis zur EU. Dass
sich dieser Punkt nun am Gotthard manifestiert, macht die Sache nicht einfacher, im Gegenteil. Die Zeitungen sind
voll mit Kommentaren, kaum ein Schweizer, der sich noch nicht zum Bauexperten erklärt hat.
Der Gotthard ist eben ein Mythos. Das Massiv zählt zu den Gründungslegenden des Landes, die Region gilt als Wiege der Schweiz. Als die Armee im Zweiten Weltkrieg eine Alpenfestung in das Massiv sprengte, wurde dieses sogenannte Reduit zum Symbol der Eidgenossen zur Verteidigung ihrer Unabhängigkeit.
In gewisser Weise haben es die Schweizer dem Gotthard sogar zu verdanken, dass ihr Land die Wirren der Geschichte berdauerte, wie André Holenstein, Professor für Schweizer Geschichte an der Universität Bern, erklärt:
Der Historiker verweist auf den Wiener Kongress von 1815, als Europa neu geordnet wurde. Die Schweiz bekam die Rolle des neutralen Pufferstaates zugewiesen. Sie sollte kritische Verkehrswege über die Alpen wie den Gotthard kontrollieren.
Zwei Tage dauerte es damals mit der Kutsche von Basel nach Mailand. Schon seit dem 13. Jahrhundert ist das Gotthard-
Massiv passierbar, aber bis ins 19. Jahrhundert ging es nur über den Pass nach Italien. 1882 eröffnete dann der erste Eisenbahntunnel – 15 Kilometer lang und seinerzeit der längste Tunnel der Welt. Es sollte noch mal fast 100 Jahre dauern, bis erstmals Autos durch den Berg rollten. Durch jenen StraßenStraßentunnel, der heute erneut die Gemüter der Eidgenossen erhitzt.
In einem schlichten Besprechungsraum im Betriebszentrum neben dem Tunneleingang in Göschenen ergreift nun Röthlisberger das Wort und eine Fernbedienung. „Fangen wir mit dem Fakt an, den niemand bestreitet“, sagt er und lässt per Knopfdruck die erste
Seite seiner Präsentation zur Tunnelsanierung an die Wand werfen. Eine Million Laster und fünf Millionen Autos im Jahr haben dem Tunnel arg zugesetzt:
Die Zwischendecke muss erneuert werden, ebenso der Fahrbahnbelag, ganz zu schweigen von Lüftung, Rettungstunnel, Stromanlage und, und, und.
Die Arbeiten an sich seien nicht kompliziert, sagt Röthlisberger. „Was die Dinge schwierig macht, ist die Tatsache, dass der Tunnel 17 000 Meter lang ist.“Über 200 Varianten haben seine Leute untersucht, „der zweite Tunnel ist die beste Variante“. Dann seien auch spätere Sanierungen einfacher und billiger.
Vor allem aber gehe es um Sicherheit: Ohne Gegenverkehrt sinke die Unfallgefahr gewaltig. Wer erinnert sich nicht an
die schrecklichen Bilder jener Katastrophe von 2001, als zwei Laster frontal ineinanderrasten und ausbrannten. Innerhalb
von Minuten stiegen die Temperaturen im Tunnel auf 1000 Grad Celsius, elf Menschen starben.
Röthlisberger referiert besonnen, man merkt ihm an, dass er den Vortrag schon oft gehalten hat. Und doch lässt auch den Spitzenbeamten das Thema Gotthard nicht kalt.
Bei Fragen zu der Kritik seiner Gegner wird er schnell emotional. Was ist zum Beispiel mit dem Argument, die Sanierung werde teurer als nötig, weil ja der Tunnel an neue technische Normen angepasst werden müsse? „Unfug.“ Wäre mehr Autoverkehr auf der Schiene keine Alternative zum Bau einer zweiten Röhre? Nein, niemand wolle die Grundstücke für die notwendigen Verladeterminals verkaufen. „Das haben wir alles geprüft.“ Seine Überzeugung, dass der Gotthard eine zweite Röhre braucht, ist so unverrückbar wie das Massiv.
Felsenfest ist auch die Überzeugung von Manuel Herrmann. Zum Gespräch in einem Café in Altdorf, wenige Kilometer vom Eingang zum Straßentunnel entfernt, ist er mit einer dicken Aktenmappe angerückt, gefüllt mit Daten und Zahlen.
Unweit von hier hat man auf einer Brücke eine gute Aussicht auf das Gotthard-Massiv – und die Straße, die sich in das Alpenpanorama frisst.
Herrmann blickt auf die Laster hinab, die unter ihm hindurchrollen. Sie machten aus der Schweiz eine „Transit-Hölle“, warnt seine Initiative. Die Alpenschützer hatten schon 1994 durchgesetzt, Lkw-Verkehr auf die Schiene zu verlagern. Per Gesetz ist die Zahl der Transit-Laster auf 650 000 begrenzt, aber die Zahl wird längst überschritten.
Wenn Herrmann von der Hölle spricht, hat er allerdings mehr im Sinn als den Dreck und Lärm der Laster.
Herrmann verdächtigt die Regierung, eine versteckte Agenda zu haben. „Die Tunnelnutzung mit vier Spuren kann als Faustpfand in den Verhandlungen mit der EU eingesetzt werden“, vermutet er.
Es gibt ja nicht gerade wenige Streitfragen mit der EU zu klären – man denke nur an jenen Beschluss der Schweizer, die Zuwanderung auch aus der EU wieder zu begrenzen. Die Frage der Tunnelnutzung könnte im politischen Gemenge quasi zum Tausch angeboten werden, fürchtet Herrmann.
Ganz klar: Die Europäer haben ein Interesse an einer problemlosen Passage durch die Schweiz, und ein bilaterales Abkommen verbietet es der Schweiz, die Straßenkapazitäten durch die Alpen künstlich zu beschränken. Allerdings hat die EU-Verkehrskommissarin Violeta Bulc der Schweiz in einem Brief versichert, dass es das Abkommen nicht verletzen würde, später beide Röhren mit nur je einer Spur zu nutzen. Die Kapazität des Tunnels bliebe ja im Vergleich zur heutigen
Situation die gleiche.
Doch was ist ein Brief wert von einer EU-Kommissarin, die bei Fertigstellung des Tunnels wohl nicht mehr im Amt ist?
Längst haben sich erfahrene Kämpfer zu den Alpenschützern gesellt.
Auch Thomas Minder sagt: „Solche Zusagen halte ich nicht für sehr belastbar.“ Der Unternehmer, dessen Name in der Schweiz vor allem für Zahnpasta und andere Kosmetikprodukte steht, ist auch Politiker – einer der wenigen, die jenseits der Alpen bekannt sind. Er lancierte die „Abzocker-Initiative“, die 2013 eine Mehrheit fand; öffentlichkeitswirksam unterstützte er auch die europaweit umstrittene Volksinitiative „Gegen Masseneinwanderung“.
Seit 2011 vertritt Minder im Ständerat den Kanton Schaffhausen ganz im Norden.
Er befürchtet, dass sich die Schweiz mit dem Bau einer zweiten Röhre gegenüber der EU „erpressbar“ mache. Er entwirft
dafür ganz eigene Szenarien: „Sollte eines Tages der Brenner-Pass zum Beispiel nach einen Erdbeben gesperrt werden
müssen, wird der Druck von der EU massiv werden, alle vier Spuren im Tunnel zu öffnen, um den Alpentransit zu gewährleisten.“
Auch betriebswirtschaftlich hält er nichts von der zweiten Röhre. „Es ist doch finanzpolitischer Unfug, für 1,4 Milliarden Franken einen Standstreifen zu bauen“, empört er sich. Minder ist parteilos, sitzt aber im Parlament bei den Abgeordneten der nationalkonservativen SVP – die wiederum sind für die zweite Röhre. Der Tunnel entzweit politisch Gleichgesinnte, so wie er auch die Fronten zwischen den politischen Lagern verschiebt.
Das beobachtet Norman Gobbi, der von Süden aus auf den Tunnel blickt. Er amtiert im Kanton Tessin als Regierungspräsident, vergleichbar mit einem deutschen Ministerpräsidenten, und wundert sich: „Die Linken, die sonst für eine offene Schweiz und eine Annäherung an die EU plädieren, sind gegen die neue Röhre. Die Bürgerlichen, die eher EU-skeptisch sind wie ich, sind dafür.” Die Schweizer so durcheinander zu bringen, das schafft nur der Gotthard.

La moglie «Orgogliosa di te»

La moglie «Orgogliosa di te»

Da Cdt.ch l
BERNA Gli occhi di Elena brillano, mentre il marito Norman si lascia alle spalle Palazzo federale dopo una mattina – lunga un sogno – che entrerà di diritto nell’album dei ricordi più belli della famiglia Gobbi. Sulla Bundesplatz, passate le nuvole e dimenticati i protocolli, si applaude, una volta ancora, il politico, l’uomo, il marito. Fiera e sorridente c’è anche Antonella Bignasca, insieme a Toni Brunner e Christoph Blocher l’artefice di una candidatura ticinese capace di raccogliere consensi come non accadeva da tempo. Assonnati e piazzati nel loro trono, i piccoli Gaia e William hanno la testa altrove, magari in quel Franz Carl Weber visitato il giorno prima. Quello che è certo è che l’affetto di «papone» (ndr. come lo chiamano amorevolmente), consigliere federale o meno, resterà intatto. La sensazione che qualcosa sia cambiato nelle ultime settimane, invece, regna tra i grandi. «Norman ha vissuto un mese importante» ci dice Elena, mentre accompagna il marito a salutare tifosi e amici giunti a sostenerlo. «Cosa ho detto a mio marito dopo il verdetto? Lo conosco e ora va lasciato tranquillo». A caldo, in effetti, è ancora difficile affinare i metri di giudizio. Ma per Elena una cosa è più che certa: «Sono orgogliosa di Norman e del percorso che è stato in grado di compiere. Dall’investitura ufficiale nel ticket UDC, passando per le audizioni e sino ai 50 voti raccolti al primo turno, è stato un crescendo splendido». Un cammino che senza dubbi ha consolidato ulteriormente un già performante 4×4. «Nell’ultimo mese – nota la signora Gobbi – Norman ha gestito alla grande numerose pressioni, e dei media e dell’opinione pubblica. In prospettiva, dunque, è stata un’esperienza che lo fortificherà certamente». Già, il futuro. Elena non avrebbe temuto quello da moglie di uno dei sette saggi. «Sì, saremmo stati pronti a lasciare Nante per trasferirci a Berna» ci confida, mettendo in evidenza anche l’opportunità di una formazione bilingue per i figli. Chi lo sa, forse si tratta di un appuntamento con la storia solamente rimandato. Di certo, per ora, c’è che oggi Gobbi tornerà a ricoprire appieno la carica di presidente del Governo, ma soprattutto che sotto la volta del cupolone rimarrà la sua caratura, quella di un politico capace. Un profilo che, secondo Elena, «avrebbe tutto fuorché sfigurato nella veste di consigliere federale». E mentre lo dice i suoi occhi, per le emozioni ancora vivide nella mente e nel cuore, continuano a brillare.

Massimo Solari

“È ora di riaccendere la fiamma del Ticino”

“È ora di riaccendere la fiamma del Ticino”

Da Cdt.ch l Consigliere di Stato o consigliere federale? Norman Gobbi è a un bivio. Mercoledì mattina l’Assemblea federale deciderà e c’è da scommettere che anche il Ticino resterà qualche ora con il fiato sospeso. Sia quelli che tifano che quelli che gufano. Ma come vive Gobbi l’attesa? Cosa farà nelle prossime ore? È teso o rilassato? E qual è il ruolo della sua famiglia? Il Corriere del Ticino lo ha intervistato a tutto campo nell’edizione cartacea di oggi. Qui un ampio estratto.
La scorsa settimana l’ha trascorsa più a Berna che in Ticino. Ha iniziato a prendere un po’ confidenza con il Palazzo?

«Già prima di affrontare questa candidatura andavo a Berna una o due volte la settimana per impegni da consigliere di Stato. Diciamo che una certa confidenza con la Berna federale l’ho da tempo, anche perché sono stato consigliere nazionale. Non direi quindi che sto facendo una corsa dell’ultimo minuto».

Martedì scorso è stato un giorno di fuoco con le audizioni dei gruppi PLR e PPD. A caldo non ha voluto esprimersi e ora che è trascorso qualche giorno?

«Sono stati incontri cordiali, al di là delle domande critiche che i giornalisti hanno già fatto nelle scorse settimane, mi sono trovato a mio agio. Diciamo che non mi sono sentito sotto tiro, ma giustamente e legittimamente interrogato per capire come un candidato si posiziona, ma anche come si relaziona».

Era teso o è riuscito ad essere spontaneo e rilassato?

«Proprio rilassato non direi, ma ero comunque sereno. Ho voluto ribadire forte e chiaro quanto sia importante il momento per la Svizzera italiana. Dobbiamo tornare ad essere rappresentati nel Consiglio federale perché i 16 anni trascorsi sono il periodo più lungo nell’ultimo secolo di nostra assenza dal Governo federale. Oggi, più che mai, il Ticino sente la necessità di accendere la fiamma dell’amore che ci lega alla Confederazione».

Qual è stata la domanda che l’ha messa maggiormente in difficoltà?

«Le domande in inglese che mi sono state poste dai gruppi PLR e PPD sono state particolari. Credo comunque di aver dimostrato di sapere rispondere alle sollecitazioni anche in una lingua importante, pur non essendo tra quelle nazionali».

E quale situazione è riuscita a strapparle un sorriso o una risata?

«Sempre una domanda in inglese, posta da un membro del PLR che, pur leggendo da un foglio il quesito, ha fatto qualche piccolo errore e gli ho fatto presente (in inglese) che avevamo le medesime difficoltà con questo idioma. L’ho fatto in maniera spontanea e ironica ed è stato un momento di relax con una bella e sana risata da parte di tutti».

Sul fatto che lei sia e si senta leghista, ma che è convinto di rappresentare l’UDC, crede di avere convinto gli interroganti?

«Molti osservatori lo ritengono un mio punto debole. La realtà è che sono candidato ufficiale dell’UDC al Consiglio federale e che il gruppo UDC alle Camere mi ha scelto con 72 voti su 81. Mi sembra sufficiente. Inoltre dal 2003 Lega e UDC collaborano sotto la cupola di Palazzo e sono profondamente uniti da valori come la libertà, l’indipendenza, la sicurezza e il benessere della nostra Patria».

Nella sua permanenza nella capitale quante mani ha stretto? Con quanti parlamentari si è intrattenuto?

«Tanti conosciuti e tanti rincontrati. È stato positivo, anche perché la scelta che fanno deputati (ndr. a scrutinio segreto) è strettamente personale. L’empatia, credo, conti. E non poco».

I suoi detrattori sembrano un po’ stanchi. Forse perché la loro azione per screditarla non pare aver avuto grande eco?

«Non tocca a me giudicare chi mi critica, è una loro libera scelta. Già per le cantonali ero stato criticato e la miglior risposta sono stati i 73.540 voti personali che ho ricevuto. Piuttosto voglio sottolineare il sostegno unanime da parte del Consiglio di Stato e quello dell’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio. Un sostegno che non era dovuto, ma che ho fortemente apprezzato perché da un cappello istituzionale alla mia candidatura. Li ringrazio ancora, come pure ringrazio i tanti cittadini che ormai da settimane mi stanno esprimendo la loro vicinanza».

Per l’occasione ha anche aperto gli album di famiglia. Come mai? In passato era sempre stato molto riservato nel proteggere moglie e figli?

«La separazione tra famiglia e politica c’è ancora. Tengo molto ai miei affetti familiari e li tutelo sempre dalla mia azione politica. Ma è comprensibile che ci fosse un interesse da parte dei media d’oltre San Gottardo verso questa dimensione non nota, per capire chi è l’uomo (non politico) Norman Gobbi. Sono anche il solo padre di famiglia che si candida, quindi con una dimensione familiare compiuta. Insomma, lasciatemelo dire, colui che viene definito da alcuni come l’orco della politica cantonale, non mi sembra sia proprio un diavolo».

In Consiglio di Stato aveva fortemente voluto il Dipartimento delle istituzioni e, nel 2011, evitato quello dell’economia e delle finanze. Ora è proprio la casella che resterebbe scoperta con l’addio di Eveline Widmer-Schlumpf. Oggi se la sentirebbe di assumerne la responsabilità?

«Sono decisioni che vengono prese collegialmente. È noto che ci sono consiglieri federali in carica interessati ad altri dipartimenti. Ogni consigliere federale deve essere pronto ad ogni evenienza».

Domani, martedì 8 dicembre, la sera della vigilia, la cosiddetta notte dei lunghi coltelli, dove la trascorrerà?

«Con i giornalisti, mi verrebbe da dire! Ho difatti una lunga serie di richieste da parte dei media. Dopodiché, trascorrerò la serata con la mia famiglia che mi raggiungerà a Berna per starmi accanto».

A Berna arriverà anche il fan Club di Lega e UDC. Ha organizzato lei?

«No, è stata un’iniziativa spontanea che, ovviamente, mi riempie di gioia e per questo li ringrazio per il loro supporto».

Gianni Righinetti