Un altro nettissimo sì alle Preture di protezione

Un altro nettissimo sì alle Preture di protezione

Luce verde (senza contrari) del parlamento alla riforma delle autorità di protezione. Da chiarire però logistica, personale amministrativo e servizi d’appoggio

Con 79 voti favorevoli (e nessun contrario) il Gran Consiglio approva la riorganizzazione del settore tutele e curatele. Ancora però da chiarire logistica e numero dei funzionari amministrativi.

Se nella consultazione popolare del 30 ottobre 2022 l’introduzione nella Costituzione cantonale del modello giudiziario proposta da governo e parlamento era stata approvata da quasi il 78% (!) dei votanti, ieri il sì del Gran Consiglio agli aspetti organizzativi e finanziari di quel modello è stato altrettanto netto. Settantanove deputati (quattro gli astenuti e soprattutto nessun contrario) hanno condiviso il rapporto uscito dalla commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’ e compiuto così un ulteriore passo verso l’attuazione di quella che, come evidenziato a più riprese in aula, è tra le riforme importanti se non la più importante delle ultime tre legislature. Ovvero, la riforma delle Autorità di protezione. Con l’istituzione, come chiesto dal Consiglio di Stato nel messaggio del 2021, di autorità giudiziarie. Le Preture di protezione (quattro e relative sezioni). Dove collegi giudicanti, composti da magistrati (pretori di protezione o pretori aggiunti) e specialisti in ambito psicologico/pedagogico e nel campo del lavoro sociale stabiliranno le misure di protezione per adulti e minori vulnerabili, fragili. Diversi e delicati i provvedimenti. Delicati perché incidono e incideranno sui diritti e le libertà fondamentali dei destinatari. Tra i provvedimenti che entreranno in considerazione: tutele, curatele, collocamenti, privazione dell’autorità parentale, regolamentazione dei diritti di visita, ricoveri a scopo di assistenza… Una volta operative (quando ancora non si sa, si confida comunque in tempi brevi), le Preture di protezione prenderanno il posto delle Autorità regionali di protezione (attualmente le Arp sono sedici), del cui funzionamento e dei cui costi sono competenti i Comuni. In altre parole si passerà dal vigente sistema amministrativo a quello giudiziario, ‘cantonalizzato’. Il tutto allo scopo di migliorare la qualità delle decisioni e di rispondere alle esigenze di specializzazione poste dal Codice civile svizzero.

Il dibattito
Non è solo «importante», è anzi «fondamentale». Non usa giri di parole il presidente della ‘Giustizia e diritti’, nonché correlatore del rapporto unico, Alessandro Mazzoleni nel riferirsi alla riforma. «Nel campo della giustizia – rimarca il leghista – rappresenta il tassello più importante non solo di questa legislatura, ma anche di diverse precedenti, sia per la portata organizzativa sia per le conseguenze dirette sulle persone più fragili». Ma, mette in guardia, «il lavoro non è ancora concluso. Rimangono infatti da definire importanti aspetti procedurali e soprattutto sarà necessario potenziare anche tutti quei servizi di appoggio all’autorità di protezione. È infatti inutile adottare decisioni corrette e tempestive se poi non disponiamo di servizi altrettanto performanti in grado di attuarle efficacemente».
Gli fa eco per il Centro la correlatrice Sabrina Gendotti. «Si tratta – evidenzia a sua volta – della riforma del potere giudiziario in Ticino più importante, forse l’unica, degli ultimi quindici anni». Una revisione, va sottolineato, che concerne un ambito particolarmente delicato, vale a dire la tutela dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità. L’obiettivo della riorganizzazione, ricorda quindi la centrista, «era ed è migliorare la risposta dello Stato in un settore che incide direttamente sui diritti fondamentali». Necessario, poi, fare riferimento ad alcune cifre emblematiche. «Oggi le Arp – indica – prendono ogni anno circa 12mila decisioni. A fine 2024 risultavano in essere oltre 6’500 misure di protezione riguardanti più di 5’700 adulti e 1’700 minori». Un tema, insomma, che riguarda molti cittadini, ma che ha richiesto diversi anni per arrivare a questo punto. «Già nel 2022 – rievoca a proposito del primo rapporto commissionale, quello che ha portato il popolo a esprimersi sull’adozione del modello giudiziario – la ‘Giustizia e diritti’ aveva messo in luce limiti strutturali evidenti dell’attuale sistema. La ‘cantonalizzazione’ delle competenze permetterà di uniformare organizzazione e procedura, eliminare disparità di trattamento legate al domicilio e rafforzare l’autorevolezza dell’istituzione, anche nei rapporti con le autorità estere». Per Gendotti, sono tre i grandi cantieri che restano aperti. Quello logistico, «dato che il governo deve ancora individuare tutte le sedi adeguate alle Preture di protezione». Quello legato alla legge di procedura, «il cui messaggio è stato emanato lo scorso ottobre ed è ora al vaglio della nostra sottocommissione Protezione». E quello del potenziamento dei servizi d’appoggio, «senza i quali le decisioni delle Preture di protezione non potranno essere eseguite». Si lancia nelle figure retoriche la correlatrice Simona Genini, che interviene anche a nome del Plr: «Se l’insieme delle leggi di questo Paese fosse un corpo umano, con questa discussione ci troveremmo proprio al centro del petto, dove hanno sede gli organi vitali. Se fosse una città, saremmo sulla piazza della cattedrale». E spiega: «Ci sono davvero pochissimi settori di attività dello Stato che entrano così profondamente nella sfera privata delle persone e che per questo motivo operano sul filo sottile che separa l’intervento legittimo dall’invasione indebita». Non solo. «Ci muoviamo – aggiunge – nel mezzo del tema della fragilità umana. Bilanciare tutto ciò è difficile. Per chiunque condivida la prospettiva liberale è chiarissimo che non c’è scelta che debba essere ponderata con più attenzione di quella che porta lo Stato a limitare la libertà delle persone di scegliere per sé stesse». Essenziale, dice la deputata, «la volontà di voler mantenere una prossimità fisica alla cittadinanza con la presenza delle quattro nuove Preture (e sezioni, ndr) in otto città del cantone è tra l’altro da salutare positivamente. Questa scelta porta con sé il vantaggio della coordinazione e dell’uniformità delle decisioni: avere la certezza che esista un solo modo di procedere per tutto il territorio ticinese porta benefici evidenti per la cittadinanza, prima fra tutti la garanzia di non essere esposti a fluttuazioni legate a sensibilità di singoli. La probabilità di ottenere decisioni eque e rapide non sarà più questione di fortuna, né dipenderà dal Comune di residenza».
Anche per la correlatrice socialista Daria Lepori si tratta di «un passo in avanti significativo» volto a «riorganizzare un settore in cui entrano in gioco la libertà personale, l’autonomia privata e la vita familiare». Una riorganizzazione, sottolinea, che «presto o tardi toccherà probabilmente anche molti di noi qui presenti». Lepori volge poi lo sguardo ai Comuni, ai quali, «ce ne rendiamo conto, è richiesto uno sforzo importante, in quanto dovranno continuare a farsi carico dei costi per il periodo transitorio di due anni». L’auspicio è dunque «che il Cantone operi con la massima trasparenza durante questo delicato periodo. Oltre alla fase di transizione, i Comuni avranno ancora un ruolo fondamentale da svolgere nella loro qualità di autorità di prossimità. Un ruolo che andrà valorizzato dal Cantone, mantenendo un flusso di informazioni tra i Comuni e le nuove Preture di protezione». Da non dimenticare, rileva la socialista, il fatto che «l’attuazione della riforma non può prescindere dal contesto attuale. Nel corso degli anni le necessità di protezione sono infatti aumentate, ma gli strumenti a disposizione sono via via diminuiti». Dal canto suo, la correlatrice dell’Udc Roberta Soldati guarda già avanti, insistendo soprattutto sulla sostanza. Tre i punti cruciali. Il primo: «Il nuovo collegio giudicante dovrà permettere di ottenere delle decisioni più celeri e di qualità. Ma anche di evitare il conferimento, così come avviene oggi, di numerosi mandati a professionisti esterni per l’allestimento di perizie che, come sappiamo, richiedono tempi biblici a scapito dell’utenza, nonché ingenti costi a carico delle parti e dello Stato». Il secondo: «I membri del collegio giudicante saranno nominati dal Gran Consiglio. Considerato il delicato campo di attività, la procedura di selezione dovrà essere maggiormente articolata». Il terzo: «La Commissione amministrativa delle Preture di protezione dovrà fungere da reale organo di coordinamento per assicurare che ci sia una vera prassi univoca su tutto il territorio cantonale. Confidiamo che nel regolamento di attuazione vengano codificati alcuni aspetti essenziali, come un servizio di picchetto e l’esigenza che nel collegio giudicante sia garantita la presenza di entrambi i sessi (come richiesto peraltro anche da Agna, l’Associazione genitori nell’accudimento, ndr)».
Non ha dubbi neanche il correlatore dei Verdi Marco Noi, «proprio perché si sente il bisogno di un rigore formale riconoscibile sia dalla nostra cittadinanza, sia a livello internazionale. Sarà importante mantenere la collaborazione con le figure del territorio che già ora contribuiscono ad accogliere e sostenere coloro che sono in situazione di vulnerabilità». Non sono mancati gli interventi a titolo personale. Per il capogruppo socialista Ivo Durisch, «non si può pensare di implementare una riforma senza disporre del personale necessario all’interno dell’Amministrazione pubblica». Maura Mossi Nembrini (Più Donne): «Rispetto a dieci anni fa si registra un significativo aumento delle misure di protezione destinate sia ai minorenni sia alla popolazione adulta. In tal senso auspichiamo la promozione di uno strumento: il mandato precauzionale». Recita il Codice civile: “Chi ha l’esercizio dei diritti civili può incaricare una persona fisica o giuridica di provvedere alla cura della propria persona o dei propri interessi patrimoniali o di rappresentarlo nelle relazioni giuridiche, nel caso in cui divenga incapace di discernimento”.
I due consiglieri di Stato leghisti Claudio Zali e Norman Gobbi, corresponsabili dopo l’arrocchino in governo dei dipartimenti Istituzioni e Territorio, hanno rinunciato a intervenire. Muti. «Peccato», si è rammaricata Tamara Merlo di Più Donne: «Avremmo voluto avere delle indicazioni sugli aspetti logistici legati alla riforma e sui tempi per la sua attuazione». E anche sulla quantificazione del personale amministrativo necessario.

Dafond (Act): ‘Ma non oltre i due anni’
Con il voto di ieri il Gran Consiglio ha sottoscritto anche la proposta di finanziamento della nuova organizzazione formulata dalla ‘Giustizia e diritti’ nel rapporto. E cioè: l’adozione di “una fase transitoria della durata di due anni in cui i Comuni pagheranno al Cantone i 13’390’000 franchi fino a ora assunti per il funzionamento delle Arp. Dal canto suo il Cantone assumerà transitoriamente la differenza fra i costi attualmente pagati dai Comuni e l’onere annuale netto futuro delle nuove Preture di protezione, compreso il potenziamento parziale dell’Uap (Ufficio dell’aiuto e della protezione, Dipartimento sanità e socialità, ndr) per un totale di 6’210’000 franchi”. Trascorso il periodo transitorio, prosegue il rapporto, il governo “dovrà dunque assumersi integralmente il costo netto della riforma, quantificato in 19’600’000 franchi, neutralizzando lo stesso nella ridefinizione dei flussi con i Comuni. Come farlo è compito del Consiglio di Stato. Non dovrà tuttavia essere oggetto di compensazione l’importo relativo all’adeguamento parziale dell’Uap”. Premette quindi il presidente dell’Associazione dei comuni ticinesi Felice Dafond, contattato dalla ‘Regione’: «Anzitutto è una soluzione che non è stata concordata con l’Act ma che ha elaborato unicamente la ‘Giustizia e diritti’». Ciò detto, «ritengo che la commissione abbia fatto bene a slegare il finanziamento della riforma delle Autorità di protezione da ‘Ticino 2020’: una decisione presa a suo tempo dal governo ma che secondo me non aveva senso. Il periodo transitorio di due anni – aggiunge – ci può stare: deve però essere sin d’ora chiaro che, passata questa fase, il costo della nuova organizzazione deve assumerselo interamente il Cantone e senza altri riversamenti sui Comuni per compensare». Evidenzia ancora: «Come si è osservato e ribadito a più riprese, la riforma delle Arp è importante e urgente. Anche perché quelle attuali sono decisioni amministrative che in quanto tali non vengono riconosciute all’estero. Servono quindi, al più presto, delle autorità giudiziarie, e come per tutte le autorità giudiziarie il loro funzionamento e il loro costo dipendono dal Cantone, non dai Comuni».
Il prossimo step a livello commissionale è il rapporto sulle norme – proposte dal Consiglio di Stato con il messaggio dello scorso ottobre – volte a disciplinare il funzionamento delle Preture di protezione. Settantuno gli articoli elaborati dalla Divisione giustizia del Dipartimento istituzioni con la consulenza dell’ex giudice Franco Lardelli.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 gennaio 2026 de La Regione

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ARP, è finito il primo tempo

Approvate praticamente all’unanimità dal Parlamento il finanziamento e l’organizzazione delle future Preture di protezione Mazzoleni, presidente della Commissione: «Un passo fondamentale» – Ora bisogna trovare le nuove sedi e definire il quadro legislativo

Il primo tempo della tortuosa e lunga partita della riforma delle Autorità regionali di protezione (ARP) è concluso. Il Parlamento, senza scossoni, ha approvato praticamente all’unanimità il rapporto della Commissione giustizia e diritti che stabilisce l’organizzazione e il finanziamento del settore. Il primo passo verso un cambio di paradigma – le ARP passeranno da organo amministrativo comunale ad autorità giudiziaria cantonale a tutti gli effetti – così come deciso dal popolo nel 2022 (con un’ampissima maggioranza), è dunque realtà.

I due tronconi
La cantonalizzazione delle attuali Autorità di protezione, che diventeranno delle Pretura al termine dell’iter politico, passa da due tronconi: il primo, quello votato ieri, riguardava l’organizzazione e il finanziamento. Il secondo definirà invece l’effettivo funzionamento delle Preture, e quindi la legge che dettaglierà l’attività delle nuove autorità giudiziarie.
Il primo a prendere la parola in aula è stato Alessandro Mazzoleni, presidente della Commissione e relatore. «Si tratta di una riforma fondamentale », ha sottolineato il leghista. «Una delle più importanti delle ultime Legislature in campo giudiziario», sia per la portata organizzativa del nuovo modello, sia per le conseguenze sulle persone toccate dalla riforma. Mazzoleni, in conclusione, ha ricordato al Parlamento che il lavoro non è ancora concluso. « Rimangono da definire gli aspetti procedurali e soprattutto bisogna esaminare al più presto i servizi di appoggio delle ARP». Perché, ha chiosato, «è inutile approvare riforme se poi non disponiamo di servizi adeguati per eseguirle ». Il riferimento, in questo caso, va al previsto potenziamento dell’Ufficio dell’aiuto e della protezione (UAP), che sostanzialmente esegue e monitora le decisioni emanate dalle ARP. Il Parlamento ha stabilito che serviranno 15 unità a tempo pieno in più, con un costo di 1,7 milioni. Il Governo, invece, avrebbe preferito agire solamente dopo la messa a regime del progetto.

I cantieri aperti
A entrare nei dettagli di questa prima parte di riforma è quindi stata la co-relatrice Sabrina Gendotti (Centro), che ha inizialmente quantificato il numero di decisioni prese ogni anno dalle ARP: circa 12 mila. Negli anni, come ha ricordato, sono però sorti numerosi limiti dell’attuale modello: differenze di prassi, risorse diseguali tra i Comuni, organico non sempre sufficiente. «La riforma permette di passare dalle attuali 16 autorità di competenza comunale a 4 autorità giudiziarie di prima istanza di competenza cantonale », ha osservato. Il tutto, a beneficio dell’uniformità delle competenze, mentre spariranno le disparità di trattamento. Gendotti ha quindi toccato un punto centrale contenuto nel rapporto, ossia il fabbisogno di personale. Nel rapporto appena approvato, viene indicato che il Governo dovrà tenere un approccio parsimonioso, e che si valuterà il fabbisogno due anni dopo l’entrata in vigore delle Preture di protezione. La co-relatrice ha poi ricordato i tre cantieri ancora aperti: quello logistico ( l’Esecutivo deve trovare 4 sedi), quello legislativo (la legge di procedura è al vaglio della Commissione) e il già citato potenziamento della rete.
Da parte sua, la co-relatrice Simona Genini ( PLR) ha evidenziato come le ARP siano legate al delicato tema della fragilità umana. Serve, dunque, grande equilibrio e attenzione da parte di tutti. Fatta questa premessa, la deputata liberale radicale si è concentrata anche sul tema del finanziamento, «uno degli ostacoli » affrontati nel corso dell’iter politico. Il costo della riforma sarà inizialmente suddiviso fra Cantone (circa 13,4 milioni) e Cantone (6,2 milioni). Ma in Commissione, come ha richiamato ancora Genini, è stato trovato un compromesso. Dopo un periodo transitorio di due anni, la riforma verrà resa neutrale per i Comuni a livello finanziario. Sarà infatti il Cantone ad assumersi la totalità dei costi. Di rapporti fra i due livelli istituzionali ha parlato anche un’altra co-relatrice, Daria Lepori. La socialista ha evidenziato che anche in futuro i Comuni svolgeranno un ruolo importante grazie alla loro prossimità. Ora, ha aggiunto, in vista della seconda tappa verso la riforma delle ARP, è necessario proseguire il dialogo fra Governo e Parlamento, «anche perché l’attuazione del progetto non può prescindere da un’analisi della situazione attuale».

No alle logiche partitiche
Roberta Soldati (UDC) ha invece puntato sulle nomine dei futuri pretori. La co-relatrice ha infatti chiesto che il processo di nomina – che spetterà al Gran Consiglio – sia articolato, e richieda ai candidati competenze trasversali, umane e non solo tecniche, proprio perché si va a incidere «sui rapporti familiari e sui diritti fondamentali delle persone». E per attingere a un bacino più ampio, ha osservato, bisognerà uscire dalla logica della ripartizione partitica.
Il co-relatore Marco Noi ( Verdi) ha concluso il dibattito lodando il sostegno politico trasversale alla riforma. Un passo, quello appena compiuto, che tuttavia «non risolve tutte le questioni. Servono una serie di servizi cantonali ma anche sul territorio» affinché le future Preture di protezione funzionino davvero. Dopo il dibattito, a cui non ha partecipato il Governo, il voto –senza storia – del Parlamento. Il primo tempo della lunga riforma delle ARP è terminato. Ora, spazio al secondo, che potrebbe essere altrettanto lungo.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 28 gennaio 2026 del Corriere del Ticino

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La riforma delle ARP supera lo scoglio parlamentare
Via libera del Gran Consiglio ma per il passaggio da autorità amministrativa a giudiziaria, di competenza cantonale, il percorso non è finito

La riforma delle ARP, le Autorità regionali di protezione, attesa da quasi 20 anni, passata anche da una votazione popolare nel 2022, ha trovato martedì il via libera del Gran Consiglio ticinese. Il consenso è stato quasi unanime. Si passerà in sintesi da un’autorità amministrativa a una giudiziaria, con la creazione di quattro preture di protezione. La competenza non sarà più comunale ma cantonale e le nomine passeranno dal Parlamento stesso.
Quanto concordato sulla carta ora dovrà essere attuato. Il percorso verso l’operatività è quindi tutt’altro che concluso. “È la seconda tappa di questa importante revisione del settore della protezione del minore e dell’adulto”, come ha ricordato in aula Roberta Soldati (UDC), fra le firmatarie del rapporto commissionale. “La prossima sarà l’adozione della nuova legge sulla procedura che approderà in aula verosimilmente nei prossimi mesi. (…) La riforma non si esaurirà sulla carta mediante l’approvazione di quest’ultimo messaggio, ma dovrà essere inserita in un discorso più ampio già anticipato nel presente rapporto, dove si raccomanda un potenziamento dell’UAP (Ufficio dell’aiuto e della protezione, ndr) e della rete”.
Oltre alla questione procedurale, resta da risolvere anche quella logistica, perché le quattro preture per ora non hanno ancora una sede. In aula non sono giunti chiarimenti dal Consiglio di Stato: né Norman Gobbi né Claudio Zali hanno preso la parola. Si ritiene che perché le preture diventino operative ci dovrebbero volere un paio di anni.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/La-riforma-delle-ARP-supera-lo-scoglio-parlamentare–3459978.html

Fallimenti abusivi in Ticino, ogni anno 50 incarti in Procura

Fallimenti abusivi in Ticino, ogni anno 50 incarti in Procura

Dalle aziende “dormienti” ai crediti Covid passando per la sottocapitalizzazione: un’analisi delle vulnerabilità e delle misure adottate per proteggere il territorio e le sue risorse

I fallimenti abusivi danneggiano fortemente il tessuto economico ticinese. Per contrastarli, dal 2019, il Ticino ha un perito contabile – Peter Ranzoni – incaricato di individuare le procedure sospette e segnalarle al Ministero pubblico. E in 6 anni 271 incarti sono già finiti in procura.
Ogni anno una cinquantina di incarti finiscono in procura, su circa 800 casi di fallimenti che conta il Ticino. Il reato più frequente è quello di omissione della contabilità. “Abbiamo casi di omissione perché chi ha messo in piedi l’azienda non ha idea o non è in chiaro su cosa voglia dire tenere la contabilità e i relativi documenti – spiega al Quotidiano Peter Ranzoni –, ma abbiamo anche quelli che, magari a causa di difficoltà finanziarie, cercano di risparmiare preferendo magari pagare i fornitori e lasciando da parte gli oneri amministrativi”.
Il Ticino ha contribuito ad ispirare la modifica della legge federale entrata in vigore un anno fa, che ha anche nel mirino le società dormienti o vuote, aziende che non hanno una vera attività. “Seguendo il denaro si riesce a recuperarlo – spiega da parte sua il direttore del dipartimento Istituzioni Norman Gobbi –, con l’obbiettivo di danneggiare chi vuole abusare dei fallimenti e chi approfitta del sistema molto liberale dell’economia svizzera danneggiando però il nostro territorio. Noi vogliamo quindi proteggere il nostro territorio e, seguendo il denaro, riuscire a recuperarlo a tutela della nostra economia e dei lavoratori dello Stato”.
Anche perché in un fallimento abusivo, anche lo Stato perde: in oneri sociali, AVS o imposte alla fonte. I settori più esposti sono quelli della ristorazione o dell’edilizia e spesso emerge che le imprese erano sottocapitalizzate dall’inizio, e che i 20mila franchi usati per costituire la SAGL se li erano intascati subito gli azionisti. “Oggi con 20 mila franchi di partenza è difficile dare una parvenza di solidità a un’attività aziendale anche piccola – afferma ancora Peter Ranzoni –. Per fare un esempio: è una cifra che non permette nemmeno di comprare un furgone nuovo. Si va quindi o sull’usato o sul leasing, pagando in questo caso acconti e prime rate, ma se poi gli affari non vanno come previsto va a finire che dopo 1-2 anni, finiti i 20mila franchi, il fallimento è quasi inevitabile”.
Con un capitale così risicato i crediti Covid erano stati ben visti, ma anche in questo c’è stato anche chi ne ha approfittato: 81 i casi. La lotta ai fallimenti abusivi non si ferma comunque qui, tanto che si parlava di un potenziamento anche dell’Ufficio dei registri. “Potenziamento non a breve, ma che rientra nella riorganizzazione che permetterà di liberare risorse a favore di questa attività” conclude Norman Gobbi.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Fallimenti-abusivi-in-Ticino-ogni-anno-50-incarti-in-Procura–3448170.html

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Fallimenti abusivi, ecco i casi più frequenti. Ranzoni: «Alcuni reati sono difficili da rilevare»

271 incarti per possibili reati fallimentari. Tanti ne sono stati segnalati al Ministero pubblico negli ultimi 6 anni grazie alla figura del perito contabile. Norman Gobbi: «Il Cantone è stato lungimirante»
 
Aziende che falliscono e fanno saltare fuori abusi e illeciti. Il fenomeno è noto e in aumento anche in Ticino e per questo il Cantone nel 2019 ha istituito una nuova figura a livello svizzero: il perito contabile. Una scelta che sta dando i suoi frutti, ha rilevato oggi in un comunicato il Cantone. «Questo dimostra che il Ticino è lungimirante» commenta a Ticinonews Sera il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi, «abbiamo visto con anticipo il rischio accresciuto di fallimenti in cui ci sono dei danni sull’economia, sui lavoratori, ma anche nei confronti dello Stato. Il perito ha permesso di fare un gioco di squadra tra tutti gli attori, per perseguire questi reati».
 
Gobbi: «Siamo stati i primi, ma non vogliamo fermarci»
E i risultati del lavoro sono positivi. In Ticino tra il 2019 e il 2025 ci sono stati 271 incarti per possibili reati di questo tipo. Guardando avanti, si continua quindi a lavorare con l’obbiettivo di far emergere e perseguire gli abusi, ma anche ridurre nel medio-lungo termine il numero dei fallimenti abusivi. «Potremmo consolarci dicendo che siamo stati i primi, i più bravi, ma vogliamo continuare consolidando queste strutture, per esempioaffiancando altre figure a supporto del perito, perché lo abbiamo visto: il numero di reati riscontrati è elevato».
 
Parola al perito. «C’è di tutto, ma alcuni reati sono difficili da rilevare”
Il ruolo di perito contabile è ricoperto dal 2019 da Peter Ranzoni dell’Ufficio fallimenti. Noi l’abbiamo raggiunto nel suo ufficio per saperne di più sulla sua funzione, chiedendogli in primis quali tipi di reati siano più frequenti. «Premetto che fallire non è di rilevanza penale, ma bisogna chiaramente rispettare le regole imposte dalle leggi» esordisce. Sulla casistica, ammette che «c’è un po’ di tutto: i casi più frequenti sono quelli di omissione della contabilità, vuoi perché l’amministratore è poco al corrente di come tenere la contabilità, vuoi perché quando le cose iniziano ad andare meno bene si può tendere a risparmiare sui costi amministrativi per soddisfare altri oneri…». A ruota segue la cattiva gestione, di che si tratta? «È un tipo di reato molto ampio che raggruppa diversi casi: un esempio tipico è il mancato deposito dei bilanci nei tempi previsti dalla legge». Sono quindi più rari quei casi in cui chi sta fallendo magari sposta i suoi ultimi beni per occultarli. «Sono più rari, ma ci sono. C’è da dire che non è sempre facile per l’Ufficio fallimenti accorgersi di questi tipi di reati, perché ad esempio se di base manca già la contabilità significa che manca uno strumento importante per capire i beni a possesso dell’azienda. Per alcuni si riesce a risalire con i registri pubblici, per altri diventa più difficile».Infine, interpellato sulle sfide, Ranzoni segnala che «fino all’anno scorso non esisteva un divieto (per le persone condannate per reati fallimentari) di proseguire con nuove società. Dal 2025 è invece entrata in vigore una modifica che permette di inserire un blocco che non permette più – dopo una condanna – di figurare come amministratore di una SAGL, ad esempio». E sui diversi casi legati alla vicinanza alla frontiera, «è chiaro che parecchia gente entra dalla zona di confine e fa partire delle attività. A volte è la conoscenza approssimativa degli strumenti giuridici svizzeri che può portare a una sovra-rappresentazione dei fallimenti».
 
Il Ticino in prima linea nella lotta ai fallimenti abusivi

Il Ticino in prima linea nella lotta ai fallimenti abusivi

Comunicato stampa

Il Canton Ticino è da anni attivamente impegnato nella lotta contro i fallimenti abusivi e si conferma all’avanguardia rispetto alle misure recentemente introdotte a livello federale. Dal 2019 opera presso l’Ufficio dei fallimenti una figura specializzata, il perito contabile, con il compito di individuare e contrastare gli abusi. Tra il 2019 e il 2025 sono stati segnalati al Ministero pubblico 271 incarti per possibili reati fallimentari. Un approccio mirato che rafforza la prevenzione e la tutela del tessuto economico cantonale.

Dal 1° gennaio 2025 sono entrate in vigore nuove misure federali per contrastare i fallimenti abusivi, tra cui la modifica parziale dell’articolo 11 della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento (LEF). Si tratta di un importante passo avanti nella prevenzione dei reati di natura penale legati ai fallimenti. Il Ticino, che ha contribuito ad ispirare la modifica legislativa federale, si conferma all’avanguardia in questo ambito. Già da diversi anni, infatti, il Dipartimento delle istituzioni ha scelto di intervenire in modo mirato per contrastare un fenomeno che danneggia profondamente il tessuto economico e sociale.
Da agosto 2019, presso l’Ufficio dei fallimenti della Divisione della giustizia opera una figura professionale innovativa: il perito contabile nell’ambito della lotta contro gli abusi fallimentari. Il suo incarico principale è quello di individuare e contrastare gli abusi fallimentari, in un contesto reso particolarmente complesso anche dalla posizione geografica del Ticino, situato a ridosso del confine. Il perito ricopre inoltre un ruolo chiave di collegamento con le autorità inquirenti.

Un bilancio molto positivo
I risultati di questo nuovo approccio sono concreti. Tra il 2 agosto 2019 e il 31 dicembre 2025 sono stati segnalati al Ministero pubblico 271 incarti per possibili reati fallimentari, un numero nettamente superiore rispetto al passato. Va altresì ricordato che non di rado in una segnalazione sono comprese più ipotesi di reato. Accanto a reati tipicamente legati al fallimento quali l’omissione di contabilità (166 CP), la bancarotta fraudolenta (163 CP) e la cattiva gestione (165 CP), sono state segnalate anche ipotesi di reato al di fuori di questo ambito. La fattispecie più segnalata è l’omissione di contabilità (166 CP), spesso in relazione con altre ipotesi di reato, con 203 casi. Seguono la cattiva gestione (165 CP), con 139 casi, e la bancarotta fraudolenta (163 CP), con 42 casi.
In relazione alle misure introdotte durante la pandemia per sostenere l’economia sono stati segnalati anche 81 casi di Contravvenzione all’ordinanza sui crediti Covid-19. In questi anni di attività il perito si è confrontato con tutte le problematiche legate ai reati fallimentari, dai fallimenti seriali al commercio di società vuote e alla liberazione fittizia del capitale sociale.
In diversi casi è emerso come le imprese fossero sottocapitalizzate fin dall’inizio, in quanto la società era stata acquistata già vuota oppure perché il capitale proprio era stato ritornato agli azionisti subito dopo l’iscrizione della società a registro di commercio. Frequenti anche i casi dove la contabilità non veniva tenuta, oppure aggiornata con mesi di ritardo, così come i casi di inosservanza delle norme previste dal codice delle obbligazioni in merito alla perdita di capitale e di eccedenza di debiti.

Dialogo e collaborazione con i partner
Oltre ai risultati numerici, questa figura ha permesso di rafforzare la collaborazione tra i diversi servizi dell’Amministrazione cantonale, con il Ministero pubblico e con la Polizia cantonale, Sezione Reati Economico Finanziari. La formazione riveste altresì un ruolo importante. In quest’ambito sono state attivate alcune collaborazioni con partner del territorio, quali l’Istituto della formazione continua, nell’ambito del corso di “Autodifesa finanziaria”, e la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI), nell’ambito dei Master of Advanced Studies in “Diritto economico e Business Crime” nonché in “Business Law”.

Obiettivi e prospettive
Lo scopo dell’introduzione di questa nuova figura professionale che esiste dal 2025 in tutti i Cantoni, è duplice: da un lato far emergere e perseguire penalmente gli abusi, dall’altro ridurre nel medio-lungo termine il numero dei fallimenti abusivi, rendendo meno attrattivo l’uso di strutture aziendali per scopi fraudolenti. Il Canton Ticino ha saputo essere all’avanguardia nella lotta ai fallimenti abusivi creando nel 2019 questa nuova posizione professionale presso l’Ufficio dei fallimenti.

Cerimonia di dichiarazione di fedeltà per sette nuovi agenti di custodia delle Strutture carcerarie cantonali

Cerimonia di dichiarazione di fedeltà per sette nuovi agenti di custodia delle Strutture carcerarie cantonali

Comunicato stampa

L’Università della Svizzera italiana ha ospitato sabato 22 novembre 2025 la cerimonia di dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi di sette nuovi agenti di custodia – tra cui due donne – delle Strutture carcerarie cantonali, che hanno concluso il percorso formativo di otto mesi.

La cerimonia ha segnato un passaggio istituzionale fondamentale per l’assunzione della funzione, secondo una tradizione che valorizza il ruolo degli agenti di custodia nel sistema penitenziario cantonale.
Hanno portato il loro saluto la Professoressa Annamaria Astrologo, titolare dell’Istituto di diritto dell’Università della Svizzera italiana, il Presidente del Consiglio di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, la Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e il Direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini-Deltorchio, sottolineando l’importanza di una professione che unisce responsabilità, sicurezza e attenzione alla dignità delle persone detenute.

La Professoressa Annamaria Astrologo, titolare dell’Istituto di diritto dell’Università della Svizzera italiana, che ha ospitato la cerimonia, ha portato il proprio saluto, evidenziando il legame dell’Università della Svizzera italiana con il territorio, che si è concretizzato anche nelle collaborazioni formative in ambito penitenziario.
Il Presidente del Consiglio di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha richiamato il valore del lavoro degli agenti di custodia e le misure avviate per far conoscere la professione e affrontare la sovraoccupazione carceraria, nonché le sfide del settore penitenziario a livello svizzero.
La Direttrice della Divisione della giustizia, Frida Andreotti, ha ricordato il significato della Dichiarazione di fedeltà e le responsabilità morali e legali del ruolo, mentre il Direttore delle Strutture carcerarie cantonali, Stefano Laffranchini-Deltorchio, ha sottolineato l’orgoglio della divisa, le aspettative che attendono gli agenti di custodia in questa importante funzione e il loro contributo alla risocializzazione dei detenuti.

La cerimonia, allietata dall’accompagnamento solenne della Musica militare ticinese, si è svolta alla presenza di numerose autorità politiche, giudiziarie e accademiche, così come dei molti famigliari presenti a questo importante momento.

Contrastare la violenza domestica: il Ticino traccia un bilancio incoraggiante

Contrastare la violenza domestica: il Ticino traccia un bilancio incoraggiante

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni (DI), il Dipartimento della sanità e della socialità (DSS) e il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS) hanno presentato nel corso di una conferenza stampa il bilancio d’attività sul fronte della lotta alla violenza domestica nel corso dell’ultimo anno, soffermandosi su alcune misure: il disegno di Legge cantonale sulla prevenzione e il contrasto alla violenza domestica, l’entrata in funzione a livello svizzero del numero unico a tre cifre e la campagna nazionale di prevenzione “L’uguaglianza previene la violenza”.

Lo scorso anno su 563’633 reati complessivi registrati in Svizzera, 21’127 si riferivano a violenza domestica. I dati di polizia svizzeri mostrano che ogni due settimane una persona muore per violenza domestica, 26 persone nel 2024, in gran parte donne. Le vittime sono 70% donne e 30% uomini. Le persone con disabilità e gli anziani risultano particolarmente vulnerabili. Nel Canton Ticino, nel 2024 si sono registrati 982 interventi di polizia per situazioni di disagio famigliare; sono stati 60 gli allontanamenti coattivi degli autori dall’abitazione comune e 142 gli allontanamenti volontari. L’Ufficio dell’assistenza riabilitativa ha seguito 108 autori di violenza, avviando percorsi di sostegno. Le Case protette hanno accolto 48 donne e 52 bambini vittime di violenza domestica. Il Servizio per l’aiuto alle vittime ha registrato consulenze rivolte a 330 persone circa per violenza domestica (79% donne). I dati 2025 per il Ticino confermano oggi sostanzialmente quelli del 2024, con una lieve flessione per il secondo anno consecutivo.
Il bilancio del Piano d’azione cantonale contro la violenza domestica è complessivamente positivo: delle 80 misure previste, 79 sono state realizzate, attivate o sono in fase di sviluppo. Molte di queste prevedono continuità e aggiornamenti costanti. Le misure attuate in questi quattro anni hanno permesso un rafforzamento significativo dei servizi coinvolti, una migliore capacità di intervento e una più efficace protezione delle vittime. Tra le misure principali figurano: formazione del personale di farmacia, sensibilizzazione di medici di famiglia, avvocati e magistrati; diffusione della guida «Contatti dopo la violenza domestica» ai professionisti della protezione dei minori; creazione del Centro di competenza violenza della Polizia cantonale e riorganizzazione del servizio dedicato; introduzione della gestione della minaccia nella revisione della legge sulla polizia, formazione dei primi infermieri forensi presso la SUPSI; diffusione delle campagne nazionali di sensibilizzazione; incontri strutturati tra istituzioni e società civile.
Il Presidente del Consiglio di Stato ha comunicato che il bilancio finale del Piano d’azione presentato nel 2021 e aggiornato del 2022, inizialmente previsto per quest’anno, viene rinviato al prossimo anno per allinearsi alle strategie nazionali (Roadmap Violenza domestica e Piano d’azione nazionale 2022-26). ll Governo intende consolidare quanto ottenuto e sviluppare entro il 2027 una quarantina di nuove misure che verranno inserite nel Piano d’azione.
Il Direttore del DSS, Raffaele De Rosa ha ricordato che la violenza domestica è un fatto drammatico per chi lo vive, e anche un fallimento di tutta la comunità, perché mina la fiducia, la sicurezza e la dignità all’interno delle relazioni più intime. Contrastare la violenza domestica significa proteggere chi subisce e costruire un futuro diverso per bambine e bambini che hanno il diritto di crescere in un ambiente sicuro. La violenza tra le mura di casa non è mai una questione privata: riguarda tutti noi. E ognuno di noi – istituzioni, enti partner, comunità – ha una parte di responsabilità nel garantire che le vittime trovino ascolto, protezione e una via d’uscita concreta. Per questo è essenziale rafforzare l’impegno nelle politiche coordinate e nella rete di intervento che negli anni si è consolidata grazie al lavoro congiunto di istituzioni, enti partner, fondazioni, associazioni, professioniste e professionisti, volontarie e volontari. Una rete che non è un concetto astratto, ma è fatta di persone che ogni giorno ascoltano, accolgono, accompagnano e lavorano con competenza per fermare la spirale della violenza. Fra le novità, il direttore del DSS, ha aggiornato sull’avanzamento dell’introduzione del numero unico nazionale a tre cifre, che a livello federale si prevede sarà attivo dal 1° maggio 2026. Uno strumento semplice, immediato e riconoscibile per chi cerca aiuto o per chi assiste a situazioni di pericolo e che permetterà di orientare rapidamente le vittime verso i servizi adeguati in tutto il Paese. Un numero unico significa meno esitazione, più rapidità, più chiarezza. È un tassello che potrà davvero fare la differenza nei momenti in cui ogni secondo pesa, ha spiegato De Rosa, rimarcando la chiara volontà politica di contrastare con forza e determinazione la violenza in tutte le sue forme e di continuare a lavorare con serietà e senso di responsabilità per proteggere chi è più fragile e per rafforzare gli strumenti che funzionano.
“La violenza di domestica, sessuale e di genere è purtroppo una triste realtà che tocca in misura prevalente le donne ed è in aumento. Il fatto che molti episodi non vegano denunciati rende questa piaga sociale ancora più preoccupate. È una sconfitta per l’intera società e per tutti noi, ecco perché dobbiamo impegnarci ancora di più per prevenirla e contrastarla”, ha dichiarato la Direttrice del DECS, Marina Carobbio Guscetti. La Consigliera di Stato ha poi espresso soddisfazione per l’avvio della campagna nazionale di prevenzione della violenza domestica, sessuale e di genere “L’uguaglianza previene la violenza”. Lanciata la scorsa settimana dalla Confederazione, verrà promossa per i prossimi tre anni, a scadenza semestrale, con regolari nuovi contenuti. Il Consiglio di Stato si sta impegnando per diffondere in modo capillare gli importanti messaggi della campagna, unendo le forze con rappresentanti del Parlamento cantonale, dei Comuni, come pure di enti e di associazioni. La direttrice del DECS ha quindi messo in evidenza il ruolo centrale dell’educazione, ambito essenziale per prevenire la violenza di genere poiché contribuisce a contrastare gli stereotipi e a promuovere relazioni fondate sulla parità, sul consenso e sul rispetto reciproco. Marina Carobbio Guscetti ha illustrato alcune delle attività realizzate nelle scuole in occasione del 25 novembre e durante i 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere. Ha infine ricordato che anche nei settori della cultura e dello sport gli sforzi vanno ulteriormente moltiplicati, per garantire ambienti improntati a rispetto ed equità.

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi si è infine soffermato su una misura particolarmente attesa del Piano d’azione cantonale: la Legge cantonale per la prevenzione e il contrasto della violenza domestica, attualmente in fase di consultazione interna all’Amministrazione cantonale. Essa s’inserisce nell’ambito dell’asse d’intervento politiche coordinate e concretizza l’adesione all’iniziativa parlamentare presentata nella forma generica da Roberta Soldati e cofirmatari per una “Legge cantonale contro la violenza domestica” da parte del Parlamento il 13 giugno scorso. La legge, che si fonda sul quadro legislativo internazionale, nazionale e trova ispirazione da quelle esistenti in altri Cantoni, ha quale scopo quello di favorire la collaborazione delle autorità competenti, dei servizi e della società civile al fine di adottare un approccio integrato volto a prevenire e contrastare la violenza domestica e attuare le misure di intervento in ambito di prevenzione, protezione e perseguimento. Essa si applica ai casi di violenza domestica subiti sia da donne che da uomini. È composta da 19 articoli, organizzati in sei titoli. La lotta alla violenza domestica richiede un impegno costante e una visione comune: il Consiglio di Stato esprime la propria gratitudine a tutte le persone che, a titolo professionale o volontario, operano quotidianamente in questo ambito con competenza e impegno. Invita infine la popolazione ad aderire alle varie manifestazioni della campagna “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere”

Il giuramento dei nuovi agenti di custodia

Il giuramento dei nuovi agenti di custodia

«Un momento significativo, che formalizza l’impegno professionale al servizio dello Stato».
Si è tenuto sabato pomeriggio all’Usi, il giuramento dei sette nuovi agenti di custodia: due di loro sono donne. La cerimonia di dichiarazione di fedeltà arriva dopo la conclusione del percorso formativo di otto mesi. Hanno preso la parola il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi; la direttrice della Divisione della giustizia, Frida Andreotti e il direttore delle Strutture carcerarie cantonali, Stefano Laffranchini-Deltorchio.

Da 20Minuti.ch

Stop violenza domestica, pronta la legge cantonale

Stop violenza domestica, pronta la legge cantonale

Legge contro la violenza domestica, la Divisione giustizia concretizza la richiesta del parlamento. Gobbi: ora la consultazione interna ai Dipartimenti

Il Dipartimento istituzioni ha stilato il progetto di normativa. Si compone di diciannove articoli, suddivisi in sei titoli. Gobbi: oggi parte la consultazione.
Consta di diciannove articoli suddivisi in sei titoli: “A tutela di chi vive situazioni di violenza in famiglia”.
È il progetto di legge cantonale contro la violenza domestica: al riguardo il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha fornito qualche anticipazione dalle colonne del ‘Mattino della domenica’ di ieri. Il Dipartimento istituzioni, per il tramite della Divisione giustizia diretta da Frida Andreotti, ha dunque confezionato, in tempi brevi, una normativa ad hoc come richiesto dal parlamento, che in giugno aveva accolto all’unanimità il rapporto della socialista Daria Lepori e del centrista Fiorenzo Dadò favorevole alla proposta di Roberta Soldati (Udc).
Il parlamento aveva sollecitato il governo a redigere un disegno di legge entro una data simbolica, quella del 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Così è avvenuto. Oggi, lunedì, “con il collega Claudio (Zali, ndr), avvieremo la consultazione interna ai Dipartimenti, visto che è una legge importante che tocca diversi settori dello Stato”, ha ancora fatto sapere Gobbi, ricordando che attualmente nel nostro cantone “le disposizioni sulla violenza domestica sono presenti nei vari testi di legge (giustizia e polizia, sanità, scuole ecc.)”.

I numeri di ‘una realtà dolorosa’
Dopo il sì del Gran Consiglio all’iniziativa Soldati, ha spiegato Gobbi intervistato dal domenicale, “come Dipartimento delle istituzioni abbiamo quindi colto l’occasione per concretizzare una misura del Piano d’azione che avevo già proposto anni fa: quella di elaborare delle basi legali a livello cantonale. Ora abbiamo preparato in tempi brevissimi la prima legge cantonale per la prevenzione e il contrasto della violenza domestica”. Per il presidente del governo “solo continuando a lavorare tutti uniti – Istituzioni e Società civile – potremo rafforzare il contrasto alla violenza domestica”. Un fenomeno che anche in Ticino registra numeri purtroppo importanti, come evidenziato da Gobbi: “Tre interventi della Polizia cantonale ogni giorno per disagi famigliari. Circa 200 le persone che dopo episodi simili sono state allontanate dal domicilio dalla Polizia o hanno deciso di farlo volontariamente. Oltre un centinaio gli autori e autrici che sono stati presi a carico dall’Ufficio dell’assistenza riabilitativa. Una cinquantina di donne sono state ospitate nelle case protette. I numeri parlano chiaro: anche nel nostro Cantone la violenza tra le mura di casa è una realtà dolorosa”.

Piano d’azione: domani il bilancio annuale
Al progetto di legge si accennerà verosimilmente nella conferenza stampa, a Palazzo delle Orsoline, indetta per domani – giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne – dallo stesso Dipartimento istituzioni e da quelli della Sanità e socialità e dell’Educazione, cultura e sport: i ministri Gobbi, Raffaele De Rosa (Dss) e Marina Carobbio (Decs) stileranno il bilancio annuale dell’attività svolta nell’ambito del Piano d’azione cantonale sulla violenza domestica, uno strumento adottato nel 2021 dal Consiglio di Stato. Sarà inoltre l’occasione per lanciare le iniziative della campagna ‘16 giorni di attivismo contro la violenza di genere’.

L’incontro con l’Intergruppo ‘Parità’
La scorsa settimana intanto, sempre a Palazzo delle Orsoline, Gobbi, Carobbio e De Rosa si sono incontrati con l’Intergruppo parlamentare ‘Parità’.
La delegazione governativa ha così riferito della campagna nazionale di prevenzione della violenza domestica, sessuale e di genere denominata ‘L’uguaglianza previene la violenza’, avviata di recente dalla Confederazione. Sviluppata e promossa dall’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo, in collaborazione con le istituzioni federali, cantonali e della società civile, la campagna “si estenderà su tre anni con contenuti rinnovati ogni sei mesi”, indica il governo in una nota. Ratificando la Convenzione di Istanbul, la Svizzera “si è impegnata a prevenire e combattere le violenze nei confronti delle donne e delle ragazze, nonché la violenza domestica”. Promuovere l’uguaglianza, sottolinea il Consiglio di Stato, rappresenta “un importante fattore di protezione: quando tutte le persone godono degli stessi diritti, delle stesse opportunità e delle stesse possibilità d’azione, si riducono gli squilibri di potere che alimentano discriminazioni e dipendenze sociali ed economiche”. In questa fase iniziale i messaggi della campagna “si rivolgono sia alle vittime sia alla popolazione, per favorire il riconoscimento tempestivo dei segnali d’allarme della violenza”.

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 24 novembre 2025 de La Regione

Ticino in prima linea contro la violenza domestica

Ticino in prima linea contro la violenza domestica

Norman Gobbi: “Pronta la prima Legge cantonale”

Tre interventi della Polizia cantonale ogni giorno per disagi famigliari. Circa 200 le persone che dopo episodi simili sono state allontanate dal domicilio dalla Polizia o hanno deciso di farlo volontariamente. Oltre un centinaio gli autori e autrici che sono stati presi a carico dall’Ufficio dell’assistenza riabilitativa. Una cinquantina di donne sono state ospitate nelle case protette. I numeri parlano chiaro: anche nel nostro Cantone la violenza tra le mura di casa è una realtà dolorosa.
Negli anni il contrasto alla violenza domestica è divenuto un tema sempre più importante e prioritario, sia nel dibattito pubblico sia per le Istituzioni.
In Ticino è stato proprio il Dipartimento delle istituzioni diretto da Norman Gobbi che ha voluto rafforzare il contrasto della violenza domestica. “Il Ticino è da sempre in prima linea nel contrasto della violenza domestica”, conferma il Presidente del Consiglio di Stato. “Nel nostro Cantone servizi come Polizia, Servizio aiuto alle vittime, Ufficio dell’assistenza riabilitativa, scuole, ospedali e tanti altri svolgono da anni un ruolo essenziale nel contrasto della violenza domestica, a livello di prevenzione e della presa a carico di vittime e autori”.
Il Dipartimento delle istituzioni ha ripreso nel 2018 il coordinamento istituzionale sulla violenza domestica con la Divisione della giustizia. “La violenza domestica è divenuto un tema pubblico, non più confinato alla stretta cerchia familiare o domestica. Grazie alla Divisione della giustizia, i vari attori coinvolti nel Cantone, nei Comuni e nella Società civile (tante sono le associazioni interessate) oggi si parlano molto di più”.
L’impegno del Canton Ticino è riconosciuto a livello svizzero e funge da modello per tanti ambiti: nel 2021 il Consiglio di Stato ha varato il primo Piano di azione cantonale sulla violenza domestica, in seguito aggiornato con un centinaio di misure concrete introdotte per il contrasto della violenza domestica. Tra queste misure, segnaliamo la formazione del personale di farmacia, la sensibilizzazione dei medici di famiglia, degli avvocati, di chi opera nell’ambito educativo, la creazione del centro di competenza violenza presso la Polizia cantonale, la formazione dei primi infermieri forensi, la diffusione a livello cantonale dei contatti dei servizi di ascolto, supporto e di aiuto.
E presto si aggiungerà un nuovo importante tassello, in concomitanza con la giornata mondiale sulla violenza domestica in programma il 25 novembre. “Nel nostro Cantone le disposizioni sulla violenza domestica sono presenti nei vari testi di legge (giustizia e polizia, sanità, scuole, ecc.). Approvando una specifica iniziativa parlamentare, il Parlamento ha chiesto lo scorso giugno di elaborare una nuova legge cantonale contro la violenza domestica. Come Dipartimento delle istituzioni abbiamo quindi colto quindi l’occasione per concretizzare una misura del piano d’azione che avevo già proposto anni fa: quella di elaborare delle basi legali a livello cantonale. Ora abbiamo preparato in tempi brevissimi la prima legge cantonale per la prevenzione e il contrasto della violenza domestica”.
Si tratta di un lavoro importante, una prima per il nostro Cantone: “Domani con il collega Claudio, avvieremo la consultazione interna ai Dipartimenti” – dichiara Norman Gobbi – visto che è una Legge importante che tocca diversi settori dello Stato. Una ventina di articoli suddivisi in cinque titoli a tutela di chi vive situazioni di violenza in famiglia”. Una condivisione necessaria per giungere a una Legge quadro completa e soprattutto efficace per la prevenzione e il contrasto della violenza domestica. “Solo continuando a lavorare tutti uniti – Istituzioni e Società civile – potremo infatti rafforzare il contrasto della violenza domestica”, conclude il Presidente del Consiglio di Stato, sottolineando “le molte iniziative in programma in queste settimane grazie all’apporto fondamentale di Comuni e Società civile, a cui invito tutta la popolazione a partecipare!”.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 23 novembre 2025 de Il Mattino della domenica

Ticino in prima linea nel contrasto alla violenza domestica, sessuale e di genere

Ticino in prima linea nel contrasto alla violenza domestica, sessuale e di genere

Comunicato stampa

È stata inaugurata oggi, dalla Consigliera federale Elisabeth Baume-Schneider, la prima campagna nazionale di prevenzione della violenza domestica, sessuale e di genere, dal titolo L’uguaglianza previene la violenza.
La campagna – sviluppata e promossa dall’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo in collaborazione con la Confederazione, i Cantoni, i Comuni e numerose organizzazioni della Società civile – verrà riproposta ogni sei mesi durante i prossimi tre anni con lo scopo di coinvolgere l’insieme della popolazione in favore di una società fondata sul rispetto che prende le distanze da ogni forma di violenza a casa, per strada, sul lavoro o a scuola.
In una prima fase la campagna sarà destinata in particolare alle vittime, in una seconda fase alle persone loro vicine e in una terza fase alle persone violente o potenzialmente violente.
A partire da maggio 2026 la campagna promuoverà inoltre la diffusione del nuovo numero nazionale dedicato all’assistenza alle vittime (142), che sarà coordinato a livello cantonale dal Dipartimento della sanità e della socialità.  
In Ticino, la campagna s’inserisce nelle importanti attività portate avanti dal Consiglio di Stato che ha adottato dal 2021 un Piano d’azione cantonale sulla violenza domestica, come pure il Programma cantonale di promozione dei diritti, di prevenzione della violenza e di protezione di bambini e giovani (0-25 anni) e il Piano d’azione cantonale per le pari opportunità.
I messaggi della campagna verranno proposti attraverso spazi pubblicitari, canali social ufficiali dell’Amministrazione cantonale, varie attività di sensibilizzazione promosse da Istituzioni cantonali e comunali e numerose associazioni della società civile presenti in Ticino.
Nel corso del mese di novembre diversi Dipartimenti procederanno con l’invio del materiale informativo cartaceo (ad esempio locandine e volantini) agli enti partner, al fine di promuovere una maggiore divulgazione della campagna.
Il Consiglio di Stato ribadisce con convinzione il motto che “Tutti insieme uniti contro la violenza, possiamo davvero fare la differenza”.  
Informazioni, consigli e offerte di sostegno sono disponibili sul sito dedicato alla campagna www.senza-violenza.ch.  
Dal 25 novembre al 10 dicembre 2025 si terrà inoltre anche nel Canton Ticino la campagna mondiale denominata “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere”, promossa dalla Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni.
In allegato il programma (non esaustivo) dedicato alla Campagna dei 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere, disponibile anche all’indirizzo www.ti.ch/violenza.  
Per maggiori informazioni e per contribuire alla diffusione del materiale informativo, è possibile rivolgersi al Coordinamento istituzionale in ambito violenza domestica presso la Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni (violenzadomestica@ti.ch / 091 814 32 32).  

“Criminalità d’importazione, carceri svizzere piene”

“Criminalità d’importazione, carceri svizzere piene”

Statistica penitenziaria 2024: oltre 3’500 detenuti stranieri

Nel 2024 in Svizzera sono state eseguite 12’404 pene o misure detentive. Un dato che, pur non segnando un aumento esplosivo rispetto agli anni precedenti, racconta molto sull’evoluzione della società elvetica e sulla pressione crescente che grava sul sistema penitenziario.
Secondo le cifre ufficiali, quasi tre quarti delle esecuzioni riguardano effettivamente la detenzione in un istituto penale. Di queste, il 91% coinvolge uomini e ben il 69% persone di nazionalità straniera. Un quadro che conferma una tendenza ormai consolidata: la popolazione carceraria svizzera è composta in larga misura da stranieri, e questo elemento spiega in buona parte la crescita registrata negli ultimi decenni.
“Negli ultimi quarant’anni – spiega Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni ticinese – il numero di detenuti stranieri è aumentato del 350%. Si tratta di un’evoluzione impressionante, che riflette non solo l’aumento della popolazione straniera in Svizzera, ma anche l’impatto della criminalità transfrontaliera e della mobilità internazionale. Le carceri sono diventate lo specchio di questa realtà.”
Oggi, il rapporto tra detenuti svizzeri e stranieri è di circa uno a tre: per ogni detenuto svizzero ce ne sono due di nazionalità estera. In altre parole, solo un quarto della popolazione carceraria possiede il passaporto rossocrociato. “Per chi non ha domicilio fisso o radici nel Paese – precisa Gobbi -, la detenzione rimane la sola via praticabile. È però vero che l’immigrazione da determinate aree – in particolar modo dal Nord Africa – l’inclinazione alla delinquenza è marcata.”
Accanto alla detenzione, le pene alternative continuano comunque a rappresentare una parte importante del sistema. Nel 2024 oltre 3.000 condanne sono state eseguite sotto forma di lavoro d’interesse generale – quasi un quarto del totale – e il 3% tramite la sorveglianza elettronica. In queste modalità la percentuale di svizzeri è sensibilmente più alta, così come quella delle donne, a conferma del fatto che le misure extracarcerarie si applicano più facilmente a chi ha un contesto stabile.
Per Gobbi, la sfida dei prossimi anni sarà duplice: da un lato garantire la sicurez09za pubblica, dall’altro mantenere un sistema penitenziario equilibrato e sostenibile. “Non possiamo ignorare che due detenuti su tre non sono svizzeri. È una realtà che pesa sulle strutture e sulle finanze dei Cantoni. Dobbiamo lavorare a livello federale per coordinare meglio le politiche penali e migratorie, altrimenti continueremo a gestire gli effetti senza affrontare le cause.”
Le cifre del 2024, in fondo, raccontano una storia che va oltre le mura delle prigioni. Parlano di una Svizzera aperta e mobile, ma anche esposta a nuove sfide. Come ricorda Gobbi, “le carceri sono uno specchio della società: ci mostrano chi siamo e in che direzione stiamo andando. E a mio modo di vedere, vanno posti degli urgenti correttivi”.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 9 novembre 2025 de Il Mattino della domenica

Statistica detenuti