I 50 anni della Stampa

I 50 anni della Stampa

Intervista pubblicata nell’edizione di venerdì 14 settembre 2018 del Corriere del Ticino

«Basta un’evasione e l’intero sistema è fallito»

Intervista a tutto campo con il direttore Stefano Laffranchini: la gestione dei carcerati, il rischio corruzione e quella casetta dell’amore per i detenuti

Il penitenziario della Stampa compie 50 anni. Inaugurata nell’agosto del 1968, la struttura è stata messa a dura prova negli ultimi anni: se nel 2016 in Ticino le giornate di incarcerazione sono state 82 mila, nel 2017 sono salite a 87 mila. Ma com’è cambiata nel tempo la gestione dei detenuti e soprattutto, qual è lo stato di salute delle nostre carceri? 

Qual è lo stato di salute delle carceri ticinesi?
«In generale buono: nel 1968 la Stampa è stata costruita in maniera intelligente, con piani e sezioni indipendenti. Una modalità che ci consente di gestire al meglio la popolazione carceraria. D’altra parte però abbiamo un problema di posti, come pure di obsolescenza della struttura. Ma ci stiamo lavorando».

Il problema del sovraffollamento è annoso. Ma sono i criminali che crescono o è la durata delle pene che si allunga?
«Direi che il sistema è diventato più performante. Basta leggere la cronaca di tutti i giorni: è raro che gli autori di un crimine non vengano presi. Accanto a questa maggiore efficienza dell’apparato di sicurezza occorre però considerare che almeno l’80% della popolazione carceraria in Ticino è straniera. E questo significa che difficilmente potrà beneficiare della liberazione condizionale. Mi spiego meglio: per poterne usufruire il detenuto non deve in particolare presentare un rischio di fuga. Evidentemente, se non ha legami sul territorio è difficile che venga concessa. Di conseguenza i detenuti che devono scontare l’intera pena alla Stampa sono la maggior parte, incidendo così sull’occupazione».

Quando si parla di sicurezza delle carceri il pensiero corre agli agenti di custodia. Come siamo messi in termini di effettivi?
«In generale, posso affermare che grazie alla spinta del capo Dipartimento, recentemente il Consiglio di Stato ha deciso di rivedere il numero degli agenti verso l’alto. All’ultimo concorso aperto, per 14 posti liberi si sono candidati in 102. Quindi direi che l’interesse per la professione c’è».

Ci racconta che carcere ha trovato al suo arrivo?
«Dal 2014, anno della mia entrata un funzione, gli interventi sono stati molti: ad esempio, in termini organizzativi sono stati rivisti l’organigramma e i flussi di lavoro. Allo stesso tempo, sono stati creati nuovi servizi come quello del trasporto dei detenuti o di intervento in caso di carcerati problematici. Insomma, non siamo rimasti con le mani in mano».

Torniamo ai 50 anni della Stampa. In mezzo secolo, com’è cambiata la gestione dei detenuti?
«È cambiata tantissimo. Basta solo pensare che una volta c’erano solo due sezioni: una per i detenuti recidivi e una per quelli alla prima incarcerazione. Oggigiorno, questa separazione ha lasciato spazio a un altro tipo di suddivisione che avviene anche dal profilo etnico e culturale dei detenuti. Mentre per quel che concerne il reato commesso non vi sono suddivisioni. Questo, ad eccezione degli autori di reati contro l’integrità sessuale, raggruppati in un’unica sezione».

Restiamo sui detenuti, come si svolge una giornata-tipo per un carcerato?
«È molto semplice: in un giorno infrasettimanale il detenuto si sveglia alle 7 e dopo la colazione viene messo al lavoro per 3 ore. Al termine, hanno 45 minuti di tempo libero prima del pranzo in cella. E il pomeriggio si riprende: 3 ore di lavoro e 45 minuti di tempo libero prima della cena. Solo che la sera c’è la possibilità di mangiare in cella o, a gruppi di 15, di cenare in una piccola cucina in compagnia. Mentre alle 21 scatta la chiusura in cella. Rispettivamente, nei festivi al posto delle ore di lavoro i detenuti hanno delle ore libere dove possono andare in palestra o svolgere altre attività».

Ma in media quanto costa la detenzione di un uomo in un anno?
«Il costo è di circa 270 franchi a detenuto. Una cifra questa leggermente inferiore agli altri cantoni, anzitutto considerando il costo differente relativo alle risorse umano, per rapporto ad altri cantoni svizzeri, come accade spesso in altre professioni».

In settimana i detenuti lavorano quindi sei ore al giorno. Che tipo di attività svolgono?
«Innanzitutto va detto che l’obiettivo è il reinserimento sociale del detenuto. Per rispondere alla sua domanda invece, come possibilità di lavoro abbiamo una falegnameria, una legatoria, una stamperia, assembliamo dei giocattoli e stampiamo le targhe per le automobili immatricolate in Ticino. Ma non solo. Accanto a queste mansioni abbiamo i laboratori di servizi interni: ovvero cucina, lavanderia e stireria. Inoltre sui piani sono occupati 12 detenuti che, in gergo, vengono chiamati gli “scopini” e si occupano delle pulizie come pure dell’ordine – inteso non come sicurezza ma dal profilo della gestione delle telefonate e via dicendo – del piano».

Ma come viene vista la figura dello scopino che, pur essendo un detenuto, ha questo tipo di controllo?
«Come una figura autorevole e rispettata. A dispetto del termine che può sembrare riduttivo, si tratta di un posto di responsabilità».

Quanti sono i carcerati che lavorano alla Stampa? Ricevono un compenso?
«All’incirca lavorano in 130 e vengono remunerati con al massimo 3,50 franchi all’ora. Al giorno, guadagnano dunque fino a 33 franchi di cui 8 vengono trattenuti per il loro sostentamento. Bisogna capire che nel contesto delle strutture carcerarie dal profilo oggettivo 8 franchi sono pochi ma, da un punto di vista soggettivo, è una somma importante. Insomma, è un gesto educativo. Inoltre, dell’importo totale il 15% viene bloccato fino alla scarcerazione del detenuto mentre il 20% è utilizzato per pagare eventuali spese mediche non coperte dalla LaMal. Quello che rimane è a disposizione del detenuto che può utilizzarlo come aiuto alla famiglia, per acquisti nel nostro negozietto interno oppure ancora per telefonare a casa. Allo stesso tempo, sempre in un’ottica di responsabilizzazione, se il detenuto vuole la televisione la paga. Un franco al giorno».

La domanda qui sorge spontanea. Che tipo di film possono guardare i detenuti?
«Partendo dal presupposto che la missione del carcere è la risocializzazione teniamo evidentemente sotto controllo la situazione ponendo una serie di limitazioni. Di principio è vietata la visione di filmati pornografici. Senza voler essere moralisti a tutti i costi bisogna considerare che vi sono persone in detenzione per aver commesso aggressioni sulle donne e questo genere di filmati non aiutano il percorso rieducativo».

Restiamo sul tema: come risponderebbe a chi critica i presunti privilegi di cui godrebbero i detenuti?
«Semplice, ho deciso di non rispondere più. Perché la verità è che c’è una percezione bivalente del carcere: da un lato, una fetta dell’opinione pubblica è convinta che vessiamo i detenuti nei modi più disparati. Dall’altro, c’è chi ci vede come un carcere a 5 stelle. In tal senso passo dal dovermi giustificare sul perché nel menu proponiamo cibo vegetariano ma non vegano, urtando magari la sensibilità di qualcuno, al rendere conto del perché una volta all’anno si organizza un piccolo concertino in favore dei detenuti. Insomma, da qualsiasi parte la si guardi, ci sarà sempre qualcuno critico. Alla fine ho quindi deciso di non giustificarmi più. Io devo svolgere il mio lavoro e fare il possibile per favorire il percorso di risocializzazione del detenuto, senza fare sconti nel caso in cui non vengano rispettate le regole».

Vi sono già stati casi di corruzione presso le strutture carcerarie che dirige?
«In generale va detto che c’è stato, e potenzialmente c’è, questo problema anche presso le strutture carcerarie cantonali. Tuttavia ritengo che rispetto ai miei omologhi, e penso in particolar modo alla vicina Penisola, ho un vantaggio: ovvero quello di dirigere una struttura di dimensioni “ridotte” dove il numero di detenuti non supera le 280 unità. C’è quindi un divario importante con le prigioni lombarde dove, invece, si contano 1.500 detenuti. In tal senso va da sé che un numero maggiore di detenuti significa disporre di più personale e di conseguenza conoscere tutti non è semplice. In Ticino, le strutture carcerarie contano 160 collaboratori, mi è dunque molto più facile instaurare un rapporto personale con ciascuno di loro e percepire se c’è qualcosa che non va. Un caso di corruzione, nella storia della Stampa, in effetti c’è stato. I fatti del 1992 – quando alcuni detenuti sono evasi muniti di armi che erano state fornite proprio da un collaboratore – sono ben impressi nella memoria di tutti. Oggi la guardia resta alta per evitare che fatti simili possano succedere nuovamente. Perché basta un’evasione e il sistema carcerario è fallito. Ecco perché non abbassiamo mai la vigilanza. In tal senso, oltre al rapporto di fiducia con i singoli agenti sono state attuate una serie di azioni preventive: penso ad esempio ai controlli a sorpresa sul personale in entrata, sottoscritto compreso».

Cambiamo tema. In 50 anni il crimine è evoluto e oggi si parla sempre di più della radicalizzazione. Quanto la preoccupa il proselitismo nelle carceri?
«Va detto che il carcere è uno specchio del territorio. Il problema della radicalizzazione è molto sentito in Italia e in Francia ma meno, per il momento, in Svizzera e in Ticino. Alla Stampa abbiamo avuto un caso di detenuto radicalizzato, e abbiamo adottato tutte le misure del caso per evitare che influenzasse altri detenuti».

Ad esempio?
«Per ovvie ragioni di sicurezza, non posso esprimermi al riguardo. Di campanelli d’allarme a cui prestare attenzione per combattere il proselitismo ce ne sono ma non sono sempre facilissimi da cogliere. In tal senso, la prossimità degli agenti di custodia è decisiva come pure l’osservazione di piccoli segnali come la banalità di farsi crescere la barba, di chiedere un tappetino per la preghiera o seguire il Ramadan. Evitiamo fraintendimenti: non sto dicendo che tutti i musulmani praticanti sono radicalizzati, semplicemente che ci sono dei piccoli segnali a cui dobbiamo prestare attenzione. Ma a giocare un ruolo sono anche i detenuti stessi che possono segnalare eventuali comportamenti sospetti. In media, il 15% dei detenuti oggi è di fede musulmana».

Ampliando invece lo sguardo, qual è la principale difficoltà nella gestione di un carcere?
«Probabilmente sto per dare la risposta meno prevedibile in assoluto. Ma la difficoltà più grande che ho non è dettata dal carcere in quanto tale ma piuttosto da una questione organizzativa. Il penitenziario cantonale infatti fa parte dell’Amministrazione cantonale e quindi deve sottostare a iter e procedure stabilite, soprattutto per quel che riguarda l’aspetto finanziario. La mia aspettativa al momento di assumere questa carica era quella di essere direttore del carcere con tutta l’autonomia che questo comporta. In altre parole avere un budget all’inizio dell’anno da poter gestire al meglio nel corso dei mesi. Ma così non è. Fortunatamente posso contare sulla sensibilità e l’appoggio del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. A volte però sono davvero sorpreso dei tempi dell’apparato statale per ottenere le risorse materiali di cui necessito per la gestione ottimale della struttura».

Un’ultima domanda: le è già successo che un detenuto si togliesse la vita?
«È capitato una volta in quattro anni. Si tratta di una singola volta che però ha lasciato il segno ma anche sul personale che intrattiene rapporti umani con queste persone. È la cosa peggiore che possa succedere. Non da ultimo perché, in veste di direttore, significa che ho disatteso la mia missione. Ogni decesso, per me, è un fallimento».

Torneo internazionale strutture carcerarie “Memorial Andrea Nimis”

Torneo internazionale strutture carcerarie “Memorial Andrea Nimis”

Sono state 10 le squadre a contendersi domenica il “Memorial Andrea Nimis”, torneo calcistico riservato alla strutture carcerarie. A darsi battaglia sul campo di Sonvico, messo gentilmente a disposizione dalla Città di Lugano, le polizie penitenziarie di Zurigo, Argovia, Realta, San Gallo, Novara, Pavia, Firenze e due compagini del carcere della Stampa.

Al termine di una giornata all’insegna del totale fair-play, a spuntarla è stato il team di Novara, che ha meritatamente conquistato il trofeo sconfiggendo in una combattuta finale il Pavia. Buon risultato anche per le due squadre ticinesi, che hanno chiuso al 6° e al 9° posto.

Il torneo si è svolto con un girone all’italiana, seguito nel pomeriggio dalle finali che hanno stabilito la classifica finale. Buona anche la cornice di pubblico che ha senza dubbio approfittato della bella giornata di fine estate. Da notare, fra l’altro, anche la presenza del consigliere di Stato Norman Gobbi e del direttore delle strutture carcerarie, Stefano Laffranchini, che hanno portato il loro saluto a tutti i giocatori e il loro particolare sostegno alle squadre di casa.

È stata anche una bella occasione di incontro tra colleghi che lavorano in Cantoni e contesti differenti, che hanno avuto modo di confrontarsi non solo sul campo, ma anche fuori, discutendo delle loro rispettive realtà professionali.

L’appuntamento è già fissato per il 2019, quando il torneo, che si disputa ogni anno, si terrà a San Gallo.

 

Futuro rosa per il Naravazz

Futuro rosa per il Naravazz

Il Consigliere di Stato Gobbi a Torricella-Taverne per discutere dell’ipotesi di carcere femminile

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi, responsabile del Dipartimento delle istituzioni, lo aveva rimarcato recentemente, era inizio giugno, in parlamento: ovvero il sensibile aumento in Ticino della popolazione carceraria femminile negli ultimi due anni circa e, parallelamente, la mancanza di una sezione specifica a loro dedicata al penitenziario della Stampa. Dati che hanno portato a una serie di ipotesi così da risolvere la situazione della ventina di detenute, recluse nell’ambito delle indagini preliminari o già in esecuzione anticipata della pena.

Fra quelli, va detto, che sono ancora dei ‘disegni’ vi è anche il Luganese, e in particolare il comune di Torricella-Taverne, individuato dal Cantone quale sede del Naravazz, in passato carcere aperto, prima istituto per ragazzi poi come struttura di esecuzione di fine pena, e in seguito utilizzato per uffici cantonali e corsi di polizia.

«È stato solo un discorso a lungo termine, una discussione ad ampio raggio – risponde alla nostra richiesta di un commento sull’incontro di ieri pomeriggio fra Cantone e Comune il sindaco Tullio Crivelli –; per questo mi è impossibile ora rilasciare una dichiarazione. Prima di farla aspettiamo una lettera ufficiale del dipartimento, dopodiché prenderemo eventualmente posizione. È comunque un’idea che si svilupperà nel tempo e le tempistiche saranno abbastanza lunghe».

Già vent’anni fa il Comune si era mosso alla notizia dell’apertura di un carcere, poi fu ‘digerito’, arrivando i detenuti nell’ultimo periodo di sconto di pena. Oggi, le ventilate volontà del dipartimento di vedere nel Naravazz un’opzione per le detenute hanno probabilmente fatto riaffiorare fra le istituzioni e i cittadini la voce, della popolazione in generale, che esige in primo luogo sicurezza. Necessità però che sarebbe già stata assicurata da Gobbi che guarda alle donne finite in prigione i cui reati non vengono inclusi nella voce ‘gravi’, ma limitati alle truffe, ai furti e alla Legge federale sugli stupefacenti.

La volontà di cercare una soluzione è dettata, soprattutto, dalla mancanza di una sezione specifica per le donne, che le esclude da determinate misure previste diversamente al carcere della Stampa per gli uomini, come per esempio la possibilità, in esecuzione della pena, di lavorare nei laboratori presenti all’interno della struttura carceraria. L’alternativa? Scontare la loro reclusione alla Farera con i limiti insiti nella Farera stessa, ben più restrittivi (il diritto a una sola ora d’aria), ma non senza seguire una formazione nell’ottica della risocializzazione evitando così il pericolo di recidiva.

Naravazz, comunque, se da ‘suggerimento’ diventerà realtà, si presenta già fin d’ora come una soluzione transitoria, ciò in vista della prospettata costruzione del nuovo carcere penale. Il Cantone dovrà su questa strada predisporre entro fine anno un progetto concreto, calcolandone costi d’investimento e benefici. La struttura di Torricella-Taverne è chiusa, infatti, da tempo e dovrà essere perciò sanata e rimodernizzata nei suoi contenuti esterni ed interni.

C’è sovraffollamento, ma molto si fa per il reinserimento dei detenuti

C’è sovraffollamento, ma molto si fa per il reinserimento dei detenuti

Tutti convinti. Quanto si sta facendo per rendere possibile il reinserimento dei detenuti nella società, espiata la pena, è decisamente importante e degno di nota. «Vorrei ricordare che il progetto In-Oltre messo a punto con la Spai è stato un modello innovativo di formazione per la popolazione carceraria» ha osservato ieri Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, nel commentare il rapporto annuale della Commissione di sorveglianza dibattuto ieri in aula. Certo, ha aggiunto il consigliere di Stato, il sovraffollamento resta un problema serio «ma è una realtà ancora decorosa rispetto ad altre carceri situate ad esempio in Romandia». Formazione scolastica dunque, indispensabile anche per il reinserimento professionale e alto livello di sicurezza, come impone la struttura. Luigi Canepa, relatore commissionale, ha elogiato l’attività svolta che comporta impegno e consapevolezza e ha lanciato un’idea – sviluppata in Gran Bretagna – per trovare un rimedio ai detenuti stranieri, sempre numerosi anche nelle carceri ticinesi. «Cinque anni fa – ha risposto Gobbi – chi vi parla aveva proposto alle autorità federali di finanziare una struttura in Romania, ma la cosa non ebbe seguito. Non volevamo certo riproporre quanto fu l’Australia per l’impero britannico, ma piuttosto agevolare il reinserimento dei detenuti nel loro paese di origine». Non ultimo, bisognerà trovare una soluzione alla popolazione carceraria femminile oggi in aumento soprattutto per reati legati al traffico di stupefacenti, come richiesto da Maruska Ortelli (Lega). Per non dire del futuro carcerario nella pianura della Stampa, dove gli spazi sono ormai al limite. Sempre ieri il parlamento ha dato via libera anche a una prima fase della riorganizzazione del settore della protezione del minore e dell’adulto, posticipando il termine di decadenza organizzativa delle Autorità regionali di protezione (Arp). Un capitolo tanto delicato quanto importante che dovrà trovare un futuro nel settore giudiziario o amministrativo, per quanto quest’ultimo si direbbe favorito. Si può considerare ormai definita, invece, la cantonalizzazione del servizio.

Stesse risorse, più qualità

Stesse risorse, più qualità

Servizio all’interno dell’edizione di venerdì 18 maggio 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10487084


Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 19 maggio 2018 de La Regione

Dal 2019 alla Stampa saranno creati tre comparti speciali per i detenuti più problematici
Norman Gobbi: “L’aumento dei detenuti non ha portato a un calo della qualità, che resta ottima. Ma si può sempre migliorare”

Il Penitenziario cantonale della Stampa vedrà presto una nuova sezione al proprio interno. Nel maggio del prossimo anno, infatti, entreranno in funzione degli spazi destinati a detenuti che necessitano di «una gestione particolare». Saranno creati un comparto di alta sicurezza, uno per detenuti tossicodipendenti e un comparto per reclusi con patologie psichiatriche «maggiori».
Lo ha comunicato Stefano Laffranchini, direttore delle Strutture carcerarie cantonali, intervenendo alla presentazione, indetta dal Dipartimento istituzioni, dei dati 2017 relativi alle prigioni ticinesi. Il primo comparto, quello di alta sicurezza, «si è reso necessario per gestire meglio le situazioni che necessitano due agenti per ogni detenuto» rileva Laffranchini. Poter concentrare in un solo luogo i detenuti tossicodipendenti e chi è affetto da disturbi psichiatrici, invece, «risponde sia alla necessità di aumentare la sicurezza, sia di poter sviluppare un percorso mirato».
Anche perché è una soluzione che accontenta tutti: «La loro gestione non andrà a irrigidire la quotidianità nel penitenziario, non cambierà nulla per i detenuti. Sarà garantita una miglior presa a carico di queste categorie di detenuti» assicura il direttore delle Strutture carcerarie cantonali. Un’altra novità sarà quella dell’istituzione del nuovo Servizio medico carcerario, già decisa dal Consiglio di Stato nel dicembre dell’anno scorso e che vedrà la sua entrata in funzione al più tardi a partire dal 1° gennaio 2019. «L’obiettivo che ci poniamo con questa novità è creare la figura di un medico che possa fare una prima analisi della situazione per poi, una volta chiarito il quadro, inviare i detenuti che ne hanno bisogno a degli specialisti» conclude Laffranchini. Un’altra novità – «ed è uno scoop», afferma Luisella Demartini, alla testa dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (Uar) – è che il 16 maggio, quindi tre giorni fa, la Commissione federale che valuta i progetti pilota ha deciso di sostenere ‘Obiettivo desistenza’, progetto che ha come scopo «identificare sì i fattori di rischio, certo. Ma anche lavorare sul potenziale sociale della persona, al fine di permetterle un’uscita durevole dal problema». Una parte degli operatori in seno all’Uar «entrerà nel progetto, proposto dalla Conferenza latina della Probazione, e darà una mano nel costruire questo nuovo metodo di presa a carico, che – nota Demartini – deve avere l’imperativo di ridurre il rischio di recidiva e di garantire l’uscita durevole della persona da comportamenti delinquenziali». La Divisione della giustizia, per contro, sarà impegnata nel riordino delle competenze e dei processi amministrativi «con una mappatura che sarà affidata a una società esterna – afferma la sua responsabile Frida Andreotti – e attendiamo i risultati dopo l’estate». Misure, queste, che per Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, «vogliono migliorare l’organizzazione e aumentare la qualità delle Strutture carcerarie». Con lo stile di lavoro «che contraddistingue tutto il Dipartimento, ovvero cercare di ottenere risultati migliori con le stesse risorse. Dando loro gli strumenti e le possibilità di sviluppare al meglio le proprie competenze». Che nascono giocoforza dalla formazione. «Siamo l’unico Cantone che forma i futuri agenti in classe, per dargli le conoscenze necessarie affinché quando entrano nelle Strutture carcerarie cantonali siano pronti, abbiano il background giusto per mettersi subito a disposizione», conclude Gobbi.

 

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 19 maggio 2018 del Corriere del Ticino

Ticino Carceri affollate ma sicure
Lo scorso anno sono salite a quota 87.000 le giornate di detenzione

Prosegue la tendenza alla sovraoccupazione delle strutture carcerarie cantonali. Nel 2017 sono state circa 87.000 le giornate d’incarcerazione registrate nel bilancio annuale del Settore esecuzione pene e misure del Dipartimento delle istituzioni, presentato ieri a Bellinzona. Come ha sottolineato il direttore Norman Gobbi «le giornate di detenzione preventiva sono aumentate e questo pone in forte crisi il carcere della Farera, visti i posti limitati di quest’ultima, a conferma della notevole pressione cui il settore è sottoposto». In particolare, il direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini-Deltorchio, ha messo l’accento sulle misure introdotte volte a migliorare ulteriormente l’organizzazione e l’operatività di questo settore: «Le conseguenze del sovraffollamento sono in particolare in termini di complessità e di eterogeneità dei casi da gestire». A questo proposito Gobbi ha specificato che «già lo scorso anno è stato deciso l’aumento dell’effettivo di 13 unità, non tutte subito concesse, vista la necessità di formare adeguatamente il personale». Sul piano infrastrutturale, invece, sarebbe sotto esame un’opzione per appoggiarsi a una struttura a Biasca. Inoltre nel corso del 2019, all’interno del penitenziario della Stampa è prevista «la creazione di una nuova sezione destinata ai detenuti che necessitano di una gestione particolare, suddivisa nel comparto di alta sicurezza, in una zona dedicata ai detenuti tossicodipendenti e e in una per reclusi con patologie psichiatriche maggiori» ha spiegato Laffranchini-Deltorchio. Da parte sua l’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, le cui competenze principali riguardano la prevenzione e il controllo del rischio di recidiva tramite azioni educative, ha seguito oltre 1.000 casi. «Il Consiglio di Stato ha demandato a una società esterna il compito di effettuare una mappatura delle competenze e dei processi amministrativi del settore esecuzione pene e misure, ma non si tratta di un audit» ha precisato la direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti. In quest’ambito a partire da quest’anno è entrato in vigore a livello federale il nuovo diritto sanzionatorio. Le modifiche al Codice penale svizzero introducono novità sul piano delle pene e della loro esecuzione, in particolare la sorveglianza tramite braccialetto elettronico, sperimentata in Ticino dal 1999. «La consacrazione di questa modalità di controllo, permette ora di estendere il braccialetto ad altri ambiti di utilizzo. Ora – ha specificato il capo dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa Luisella Demartini-Foglia – viene sempre più invocato in materia di violenza domestica, ma si può pensare un suo utilizzo per la geolocalizzazione del sorvegliato, grazie al dispositivo gps». Quanto alla funzionaria indagata per il prestito di 50.000 franchi al marito da parte del detenuto Flavio Bomio, Demartini-Foglia ha tagliato corto: «Si tratta di un caso eccezionale»

Un vessillo per le Strutture carcerarie cantonali

Un vessillo per le Strutture carcerarie cantonali

Ieri a Bellinzona il Consigliere di Stato Norman Gobbi, accompagnato dalla Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti e dal Direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini-Deltorchio, ha presentato il vessillo delle Strutture carcerarie cantonali. L’evento, organizzato nell’Aula del Gran Consiglio a Bellinzona, ha visto l’adesione di un pubblico composto da esponenti del mondo politico e giudiziario cantonale.

Nel nuovo stendardo, lo stemma del Canton Ticino è posato su due spade incrociate, simbolo della difesa, funzione cardine che la società affida al proprio sistema penitenziario, unitamente a quella della risocializzazione.

Nel proprio intervento, il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha ricordato l’importanza del ruolo svolto dal personale delle strutture carcerarie cantonali, in un settore che vede toccate le dimensioni fondamentali della vita umana, e ha spiegato l’opportunità di riconoscere sempre e di nuovo il ruolo sociale di questa istituzione, anche attraverso una adeguata veste grafica.

Il Direttore delle Strutture carcerarie ha ribadito da parte sua l’importanza, per i collaboratori delle SCC, di riconoscersi in valori quali la correttezza, la responsabilità e il coinvolgimento, che trovano la loro consacrazione in qualcosa di altamente simbolico, come lo può essere un vessillo.

Al termine dei saluti ufficiali, è stata data la parola a Padre Michele Ravetta, dall’ottobre 2010 nominato da Monsignor Vescovo Cappellano del Penitenziario cantonale “La Stampa”, che ha impartito la benedizione alla nuova bandiera.

A partire da subito il nuovo vessillo sarà esposto all’interno dello stabile La Farera a Cadro e utilizzato in occasione di eventi ufficiali come la cerimonia di Dichiarazione di fedeltà alla Costituzione e alle leggi degli agenti di custodia e della scuola di polizia in programma il 17 marzo 2018.

Donne&Uomini: L’estetista che sceglie il carcere

Donne&Uomini: L’estetista che sceglie il carcere

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 21 febbraio 2018 del Corriere del Ticino

Dice addio a smalti e unghie per lanciarsi in una nuova avventura: essere una guardia di custodia alla Farera «Ero stufa della superficialità di alcuni clienti» – Sul rapporto con i detenuti è schietta: «Basta farsi rispettare»

L’agente di sicurezza, la camionista o ancora la boscaiola. Anche in Ticino sono sempre di più le donne che, in barba ai pregiudizi più datati, si cimentano con mestieri «da uomini». Nelle scorse puntate abbiamo incontrato l’ispettrice di cantieri Marika Beretta (vedi edizione del 28 novembre), la spazzacamina Jessica Kosky (22 dicembre), la camionista Monica Menegola (30 dicembre) e la vigilessa del fuoco Ottavia Gaggini (27 gennaio). Oggi il Corriere del Ticino dedica spazio a Selene Alcini, ex estetista ora guardia carceraria alla Farera.

Lasciare il lavoro da estetista per diventare una guardia carceraria. È la strabiliante storia di Selene Alcini, classe 1988, che da un giorno all’altro ha detto addio a trucchi e smalti per le unghie ed è diventata un’agente di custodia presso il carcere della Farera. Una scelta che Selene che ci racconta con voce chiara e frizzante mentre la incontriamo sul posto di lavoro dove, rigorosamente in divisa, unico indizio del suo passato sono le curatissime unghie nere. «C’è stato un momento in cui non riuscivo più a sopportare la superficialità di un certo tipo di clientela – ci spiega – allora ho deciso di cambiare e mi sono informata per quanto concerne la formazione in Polizia. E lì ho scoperto che c’era anche questa possibilità». A spingere la nostra interlocutrice verso questa professione non solo un carattere forte e deciso, ma anche una certa curiosità: «Alcuni miei amici si erano lanciati in Polizia ed era una scelta che mi solleticava. A differenza di loro però, non mi convinceva l’idea dell’arma. Quindi sono ben contenta che qui non portiamo la pistola».

Come ci racconta Selene, a caratterizzare il lavoro in carcere è anche il fatto che «si gestisce la persona. Non è un pronto intervento come per gli agenti di polizia. Qui, con il tempo, si conosce il detenuto e si sviluppa un rapporto di dialogo: c’è chi ti racconta che la moglie gli ha fatto visita, chi ti mostra la foto del bambino o ancora chi aspetta una lettera e ti chiede dei consigli. Alla fine, noi donne siamo impiegate nelle strutture carcerarie non solo per una questione pratica come lo spoglio delle detenute, ma anche per una questione emotiva. Non dimentichiamo che il detenuto uomo si confida molto più facilmente con una donna, le racconta di una problematica e, non da ultimo, manteniamo viva una propensione al dialogo che per una persona incarcerata da molto tempo tende ad affievolirsi». Soddisfatta della propria decisione, oggi Selene non ha dubbi: è stata la scelta giusta. Ma come hanno reagito parenti e marito di fronte ad una simile capriola? «I miei ex colleghi come pure i clienti non ci credevano. Anzi, ritenevano che semplicemente non fosse possibile perché questo è un mondo prettamente maschile. E devo dire che non ho ricevuto un gran sostegno da parte loro. Tutt’altra storia per quanto concerne i miei genitori che mi hanno sempre spinta a seguire l’istinto. Ecco, forse mio marito è rimasto un po’ scioccato – ride – diciamo che non è molto favorevole all’idea che io sia all’interno di una struttura chiusa, circondata da persone che stanno attraversando un periodo difficile». E per riuscire a conciliare vita professionale e vita privata, Selene ha delle regole ben precise: a separare i due mondi sono le mura della Farera. «Quando si esce da qui bisogna essere capaci di ‘’decomprimere’’ – ci spiega – evitare insomma di portarsi a casa il lavoro e viceversa: come entro nel carcere tutti i problemi di vita quotidiana restano fuori». Una separazione che viene facilitata anche dalle norme stesse della struttura dal momento che all’interno della Farera sono banditi telefonini e l’accesso a internet o ai social media. «Per otto ore siamo tagliati fuori dal flusso delle notizie e dei contatti – continua la nostra interlocutrice – e ammetto che all’inizio è stato abbastanza difficile perché sono sempre stata una persona molto attiva sui social. Ma è una questione di sicurezza e, dopo tre anni di lavoro alla Farera, posso dire di essermi abituata».

Superati i test fisici e psicologici d’entrata, per diventare guardia carceraria Selene ha seguito la scuola cantonale per agenti di custodia e al momento frequenta la formazione federale a Friburgo. E, proprio come tutti gli studenti, non si scappa alla tesi di laurea: «Mi piacerebbe approfondire il tema delle incarcerazioni di transessuali – racconta – un argomento di cui si parla ancora poco in Svizzera ma che esiste e che richiede un’attenzione particolare. Soprattutto per quanto concerne la gestione e l’integrazione di questi detenuti». Ma la lezione più importante, la nostra interlocutrice la vive tutti i giorni sulla propria pelle, a stretto contatto con i detenuti. E anche se giovanissima, porta con sé una valigia già piena di esperienze. «Non mi dimenticherò mai di quando, l’anno scorso, mi sono trovata confrontata con un acuto problema di salute di un detenuto – ci racconta – mi ricordo ancora di quando ho aperto la cella e ho capito cosa stava succedendo, trovandolo privo di sensi. Con i colleghi sono riuscita a rianimarlo ma poi, quando a qualche ora di distanza ripensi a quanto accaduto, ti stupisci della lucidità con la quale hai agito. Ed è merito della formazione. Ma non puoi sapere di essere pronto finché, effettivamente, non ti succede». Sollecitata sulle difficoltà di questo mestiere, la nostra interlocutrice non ha un attimo di esitazione: «Quando di fronte ti trovi un bambino». Come ci spiega Selene infatti, per legge le detenute donne hanno il diritto di tenere in carcere il figlio fino all’età di tre anni. «E ce ne sono – continua – ma mantenere le distanze con un bebè non è evidente. Chiaramente in questi casi si mettono a disposizione dei giochi nella cella e il necessario affinché il bimbo possa svilupparsi correttamente, ma non è facile. Non dimentichiamo che, anche se piccolissimi, imparano già tutto». Schietta e diretta, Selene è una persona con la quale ci si trova subito a proprio agio e, tra una chiacchiera e l’altra, ci si dimentica di essere in un carcere. Ma come reagiscono i detenuti quando, di fronte, si trovano una giovane ragazza? «Generalmente portano rispetto – assicura– l’importante è non lasciare mai che venga oltrepassato il limite. È basilare. Poi è chiaro che con i detenutisi instaura un rapporto perché loro hanno bisogno di parlare. L’importante è che sia un’apertura a senso unico: non devi mai raccontare qualcosa di te. Ognuno ha i suoi trucchi: c’è chi la butta sul ridere, chi risponde con un’altra domanda. Basta non rivelare mai dei dettagli personali». Senza infine dimenticare che «i detenuti sono persone – conclude Selene – come vedono che tu rispetti loro, loro rispettano te. Non lo nego, ci sono nazionalità che non concepiscono l’idea di ricevere ordini da una donna e in questi casi, piuttosto che forzare, semplicemente li si affida ad agenti uomini. Quando si parla di sicurezza non c’è spazio per questioni di genere».

Carceri: il Ticino in controtendenza

Carceri: il Ticino in controtendenza

Articolo apparso sull’edizione di martedì 6 febbraio 2018 del Corriere del Ticino

Rispetto al resto della Svizzera si registra un sovraffollamento di detenuti

I cantoni latini ospitano nelle loro strutture un totale di 2.756 detenuti, con un esubero di 187 carcerati. Un dato preoccupante e in controtendenza con quanto riscontrato invece nel resto del paese. Dagli ultimi dati pubblicati dall’Ufficio federale di statistica (UST), in Svizzera il tasso di occupazione carcerario è infatti leggermente calato, attestandosi al 92,5% nel 2017. Si discosta il Ticino che, insieme alla Romandia, ha registrato un tasso di occupazione degli istituti di pena del 107%, registrando la quota più alta tra le regioni svizzere e l’unica che mostra un sovraffollamento. Per far fronte a questa situazione, il direttore delle strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini, ai microfoni della RSI, ha precisato che «a giugno nel carcere penale della Stampa verranno ripristinate 15 celle, a seguito di lavori di ristrutturazione. A medio termine, il Consiglio di Stato ha inoltre approvato l’indirizzo di un masterplan che prevede l’edificazione di due ulteriori sezioni presso la Stampa».

Ampliando di nuovo lo sguardo e se si osservano i dati a livello svizzero, emerge che dal 2013 al 2017 il tasso ha rallentato la sua corsa, scendendo dell’8% . «Ma in alcune prigioni i detenuti sono sempre troppi» ha sottolineato l’UST, con evidente riferimento al Ticino e alla Romandia. La prima della classe è la Svizzera orientale, che può esibire una quota dell’80%, ma anche la parte germanofona ha fatto bene i compiti, fermandosi a un 88%.


Da Il Quotidiano di lunedì 5 febbraio 2018
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10094906


Da Tio.ch di lunedì 5 febbraio 2018

Un mese in lista d’attesa, per entrare in carcere

Il direttore delle carceri Stefano Laffranchini conferma il problema del sovraffollamento alla Stampa.
L’anno scorso un nuovo record.

In Ticino il numero dei detenuti è sproporzionato alle capacità ricettive dei penitenziari. Lo dicono i dati dell’Ufficio federale di statistica, che parlano di un’occupazione del 107%. E lo conferma il direttore delle strutture carcerarie. «Abbiamo un problema innegabile» ammette Stefano Laffranchini, contattato da tio.ch/20minuti: «Negli ultimi anni l’aumento è stato costante e ha raggiunto un nuovo picco l’anno scorso».

Lista d’attesa di un mese – I numeri parlano chiaro: se nel 2016 in Ticino le giornate di incarcerazione sono state 82mila in totale, nel 2017 sono salite a 87mila. L’occupazione media tra Stampa, Farera e Stampino è di 238 detenuti al giorno, con picchi eccezionali (261 il massimo nel 2017) che mettono in difficoltà il personale delle carceri. «Tutto diventa più difficile in questa situazione, si creano più convivenze forzate e quindi più tensione tra i detenuti. Ne consegue un aumento esponenziale del carico di lavoro per le guardie carcerarie» osserva Laffranchini.

Effetto “cono di bottiglia” – Il problema maggiore è alla Stampa. Qui il numero limitato di posti fa sì che «si crea un effetto “collo di bottiglia” con tempi di attesa di un mese circa, alla Farera, per i detenuti che devono passare dal carcere giudiziario al regime di esecuzione pena anticipata» continua il direttore.

 

 

 

 

Le guardie carcerarie vanno a lezione di islam

Le guardie carcerarie vanno a lezione di islam

Articolo apparso sull’edizione di lunedì 5 febbraio 2018 del Giornale del Popolo

Un corso ad hoc per scorgere i segnali di radicalizzazione tra i detenuti e prevenirla. È quanto avviene nelle nostre carceri, dove dall’anno scorso gli agenti penitenziari sono chiamati a seguire una lezione in cui vengono illustrati i principi cardine del mondo islamico. L’importanza degli imam, le cause della radicalizzazione, ma anche il contesto da cui si sono originati gli attentati di Parigi, Nizza, Londra e Barcellona. «Il progetto è nato due anni fa e dall’anno scorso ha preso avvio l’istruzione delle guardie carcerarie. A differenza di altre Nazioni –in special modo Italia e Francia – al momento non stiamo vivendo il fenomeno della radicalizzazione in Ticino. A fini preventivi, coerentemente al Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento, abbiamo intrapreso questa formazione specifica», spiega il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini. «Da noi su 250-260 detenuti, gli islamici praticanti sono 15-20 persone. Pur non essendo pochi la nostra situazione è molto diversa dagli istituti penitenziari del resto d’Europa, dove i detenuti sono migliaia, e dove diventa molto più complicato intercettare fenomeni di radicalizzazione», prosegue.

Come si struttura il progetto?
Ci siamo organizzati in una prima fase con il Centro svizzero di formazione del personale penitenziario, e da quest’anno con la collaborazione della Facoltà di Teologia dell’Università della Svizzera italiana (USI), per fornire una formazione continua di carattere molto pratico, che possa permettere al personale di comprendere la diversità di chi ha di fronte. La gestione ottimale dei detenuti passa innanzitutto dalla comprensione della cultura islamica in generale, non solo di come si svolge un processo di radicalizzazione.

Come funziona nello specifico?
Il corso dura una giornata, durante la quale un docente esterno trasmette alcune nozioni di storia e di cultura islamica, le tradizioni di cui si compone, ma pure i segnali che indicano una possibile radicalizzazione. Dal profilo logistico abbiamo la possibilità di impedire l’estremizzazione, separando gli individui e inserendoli in altri contesti culturali, ma per poterlo fare dobbiamo prima saper leggere i segnali giusti. E questo lo può fare l’agente del penitenziario che lavora a stretto contatto con i detenuti. Per i quadri e i dirigenti esiste invece una formazione impartita dal Centro svizzero di formazione del personale penitenziario.

Come sta andando? Cosa ne pensano gli agenti?
La formazione è stata recepita in maniera molto positiva, i nostri agenti trovano il corso interessante. È chiaro che il fatto che per il momento il Ticino e la Svizzera siano in qualche modo risparmiati dal fenomeno della radicalizzazione in carcere non ci permette di tracciare un bilancio sulla reale efficacia del corso impartito. Evidentemente non possiamo ancora cogliere i frutti tangibili di questa formazione specifica, non essendo confrontati con il problema.

Come vi comportate con i detenuti praticanti? Quanta libertà lasciate?
Noi garantiamo la piena libertà di praticare il culto, purché il loro comportamento sia compatibile con il modello sociale del nostro Paese. Questo significa che se il detenuto vuole digiunare in periodo di Ramadan ha tutto il diritto di poterlo fare, ma il mattino è tenuto a presentarsi sul posto di lavoro come tutti gli altri detenuti. L’esercizio della libertà confessionale deve insomma inserirsi nel contesto sociale in cui ci troviamo.

Teme che in futuro la radicalizzazione interesserà anche le sue strutture?
Il mio timore è che possa avvenire in modo sommerso. Proprio per questa ragione ci stiamo muovendo in maniera preventiva, con questi corsi. Dobbiamo poterci rendere immediatamente conto se insorgono fenomeni di radicalizzazione. Una volta colti i segnali abbiamo gli strumenti necessari per intervenire. Il problema è proprio riuscire a riconoscerli precocemente, non trascurando alcun segno.