Agente di custodia: “Occasione per un lavoro polivalente”

Agente di custodia: “Occasione per un lavoro polivalente”

Aperto sino al 26 settembre il bando di concorso per la scuola aspiranti
È stato pubblicato la scorsa settimana il bando di concorso per candidate e candidati Agenti di custodia. Gli aspiranti selezionati, donne e uomini, parteciperanno alla speciale scuola che verrà organizzata nel corso del 2022. Ne abbiamo parlato con il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi. “La professione di Agente di custodia ha conosciuto negli anni un costante adattamento, per rispondere al meglio alle sfide legate alla sicurezza, ma non solo, che un istituto di pena deve saper affrontare. L’agente di custodia, per usare le parole del direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini, è oggi un professionista polivalente, preparatissimo sia fisicamente, che mentalmente, dovendo possedere l’acume necessario per fare un costante apprezzamento della situazione, per prevedere quali siano i pericoli potenziali e per gestire la tecnologia sempre più complessa di cui un carcere è dotato. A questo si aggiungono competenze relazionali fuori dal comune, perché deve essere in grado di mantenere sempre il giusto rapporto con il detenuto, in qualunque condizione di stress e ambientale. Senza mai perdere il controllo di sé e della situazione. Insomma, un lavoro sempre più complesso, ma nello stesso tempo sempre più gratificante”, afferma il Consigliere di Stato Norman Gobbi.
Per fare tutto questo occorrono persone preparate. “Da qui la necessità di una scuola ad hoc. Il bando pubblicato sul sito dell’amministrazione cantonale – sottolinea Norman Gobbi – serve proprio per selezionare le donne e gli uomini che potranno partecipare a questa scuola e in seguito essere nominati in qualità di Agenti di custodia. La scuola dura 8 mesi. Al termine di primi cinque mesi che sono in massima parte corsi scolastici in senso stretto si terranno gli esami intermedi. Seguiranno 3 mesi più di ingaggio pratico presso le strutture carcerarie, che si concluderanno con l’esame finale. Senza tema di smentita possiamo tranquillamente affermare che il sistema di formazione ticinese per agenti di custodia sia il migliore in Svizzera. Per la Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni ciò rappresenta un orgoglio. Per me è una soddisfazione constatare il buon livello di formazione, che si traduce poi in un ottimo lavoro al servizio delle strutture carcerarie e di quella parte della nostra società che ha bisogno di un intervento più attento per permettere una effettiva possibilità di reinserimento. Ciò porta poi a diminuire il rischio di recidiva, obiettivo primario in questo tipo di sostegno”.
Per chi è interessato a questa scuola martedì 14 settembre alle 20.00 è prevista nell’aula magna della SUPSI di Trevano una sera informativa. “Gli aspiranti Agenti di custodia devono essere nati non prima del 1976 e non dopo il 1997. Vengono richiesti diversi requisiti che gli interessati potranno ritrovare sul bando di concorso (www.ti.ch/concorsi ) oppure conoscere nel corso della serata di martedì. Lo diciamo apertamente: il nostro obiettivo è di avere numerose candidature così da poter scegliere aspiranti con i migliori requisiti. Ciò aumenterà il livello dei futuri professionisti attivi presso le strutture carcerarie cantonali”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.
Agente di custodia: pubblicato il bando di concorso per la scuola 2022

Agente di custodia: pubblicato il bando di concorso per la scuola 2022

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni ha pubblicato oggi, venerdì 3 settembre 2021, sul Foglio Ufficiale il bando di concorso per agenti di custodia. Il concorso comporta per le candidate e i candidati scelti la partecipazione alla formazione durante un periodo di 8 mesi. Il superamento degli esami intermedi e finali permetterà di essere nominati presso le Strutture carcerarie cantonali in qualità di Agenti di custodia. Il concorso rimarrà aperto sino al 26 settembre e martedì 14 settembre si terrà per tutte le persone interessate una serata informativa dalle 20.00 alle 22.00 nell’aula magna della SUPSI attigua al Centro studi di Lugano Trevano. La formazione inizierà indicativamente nel secondo trimestre del 2022.

L’agente di custodia riveste un ruolo molto importante per il buon funzionamento delle nostre istituzioni. Si tratta di un lavoro di responsabilità, che presuppone variegate competenze. Per questa ragione viene organizzata una formazione ad hoc, così da consegnare ai candidati le conoscenze e le competenze necessarie per svolgere tale lavoro all’interno delle Strutture carcerarie ticinesi.

Sul sito ufficiale del Cantone all’indirizzo www.ti.ch/concorsi le persone interessate potranno trovare il bando di concorso, che riporta nel dettaglio le condizioni per parteciparvi: i compiti a cui un agente di custodia è chiamato; i requisiti generali che la candidata o il candidato devono soddisfare (per esempio sono ammessi coloro che sono nati dal 1976 al 1997); le competenze necessarie per essere ammessi alla scuola; i documenti da presentare per il concorso, che può essere inoltrato esclusivamente on-line al summenzionato indirizzo. Si specificano pure le condizioni salariali, sia quelle previste durante gli 8 mesi di formazione, sia quelle successive, quando l’agente entrerà in funzione.

Per presentare in ogni dettaglio il lavoro dell’agente di custodia e in particolare la formazione alla quale gli aspiranti candidati dovranno partecipare è prevista martedì 14 settembre una specifica serata informativa, durante la quale i responsabili delle Strutture carcerarie cantonali saranno presenti per fornire tutte le informazioni utili. L’incontro si terrà nell’aula magna della SUPSI attigua al Centro studi di Lugano Trevano e la partecipazione è libera. Si ricorda per finire che il bando di concorso rimarrà aperto sino al 26 settembre 2021.  

“Sezione femminile” alla Stampa per le donne in esecuzione di pena

“Sezione femminile” alla Stampa per le donne in esecuzione di pena

Norman Gobbi: “Soluzione pragmatica per un problema che oggi tocca una decina di persone”

Se ne era discusso durante l’ultima seduta di Gran Consiglio a fine giugno: per le detenute si sta trovando una soluzione all’interno della Stampa. È lo stesso Consigliere di Stato Norman Gobbi a spiegarci la soluzione trovata. “Il numero di donne dietro le sbarre, purtroppo, è aumentato in questi anni. Ciò ha posto dei problemi al nostro Cantone, anche perché le Strutture carcerarie cantonali hanno sempre un tasso di occupazione assai elevato, vista la posizione geografica del Ticino che confina con l’Italia. Il fatto che ci siano donne in esecuzione di pena richiede soluzione flessibili. Sinora, oltre ad appoggiarci a carceri femminili in altri Cantoni, alcune detenute erano accolte alla Farera, ossia il carcere di chi è in attesa di giudizio. La soluzione verrà trovata all’interno della Stampa. Saranno create quattro celle dedicate alle donne. Un comparto che si innesterà nel carcere penale maschile, ma che sarà totalmente autosufficiente, quindi impermeabile dal profilo sonoro e visivo, permettendo alle detenute di svolgere le loro attività senza mai entrare in contatto con i detenuti di sesso maschile”, afferma il direttore del Dipartimento delle istituzioni.

Nel recente passato si era parlato di trasformare la struttura al Navaraz di Taverne-Torricelle, già istituto per ragazzi, poi struttura di esecuzione di fine pena, e in seguito utilizzato per uffici cantonali e corsi di polizia. “Un’ipotesi che abbiamo ventilato – precisa Norman Gobbi – ma che si è scontrata anche con la volontà di realizzare in futuro il nuovo carcere penale cantonale. Oggi si propone una soluzione pragmatica, dai costi relativamente contenuti, che consentirebbe alle detenute di svolgere tutte le attività previste all’interno di un carcere. Oltre a seguire una formazione nell’ottica della risocializzazione per evitare il pericolo di recidiva – formazione che non è mai venuta a mancare anche nella situazione attuale – il lavoro nei vari laboratori, così come fanno i detenuti di sesso maschile. Finanziariamente la riconversione dell’ex carcere aperto di Taverne-Torricella quale sezione di un carcere femminile non è più praticabile”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Nelle carceri ticinesi sempre più stranieri

Nelle carceri ticinesi sempre più stranieri

“La nostra situazione geografica richiede ingenti investimenti per la sicurezza”

Ci sono due dati particolarmente sensibili che sono balzati agli occhi durante le ultime settimane. Il primo: in Svizzera i detenuti presenti nelle strutture carcerarie sono diminuiti di circa il 10 per cento. In Ticino no. Il secondo: la presenza di detenuti stranieri nelle strutture carcerarie svizzere continua ad aumentare e in Ticino è superiore rispetto a quanto avviene nel resto dei Cantoni, e oggi supera la media svizzera del 70%. Andiamo con ordine e parliamo del primo aspetto. “La controtendenza ticinese sull’affollamento delle carceri rispetto al resto della Svizzera – afferma di Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – è causata da importanti e numerose inchieste legate al traffico di stupefacenti. Ciò ha comportato un aumento di detenuti nel carcere giudiziario. Un dato da leggere – come sempre in questa materia – con una duplice valenza: in senso positivo, perché vuol dire che l’attività di repressione della Polizia è molto elevata. Dall’altro lato in senso negativo, perché significa che sul territorio ticinese la criminalità è presente per fare “affari” nel mondo della droga e usa il Ticino quale via privilegiata per i suoi traffici internazionali di stupefacenti. La risposta dell’autorità inquirente però, come si vede, è importante e non saranno passati inosservati alle e ai ticinesi che seguono la cronaca la serie di comunicati stampa diramati dalla nostra Polizia cantonale anche nelle ultime settimane. Stroncare i commerci internazionali di droga e assicurare alla giustizia questi venditori di morte rimane uno dei compiti prioritari per le forze dell’ordine”, evidenzia il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Il secondo aspetto riguarda invece la presenza elevata di cittadini stranieri all’interno delle nostre carceri. “I dati parlano chiaro: su 242 detenuti, il 27% è svizzero, mentre il 73% è di nazionalità straniera. Alla Farera, ossia il carcere giudiziario con i prevenuti colpevoli in attesa del processo, il rapporto è addirittura 80% stranieri e 20% svizzeri. Questa proporzione, o disproporzione, mette sotto la lente il fatto che il Ticino per la sua particolare situazione geografica deve investire molto di più nella sicurezza per motivi legati a situazioni extra territoriali. L’attività investigativa contro il crimine organizzato internazionale, ma pure le molteplici inchieste che toccano stranieri del settore dell’asilo ci fanno capire che per mantenere un alto grado di sicurezza all’interno dei nostri confini dobbiamo spendere molti più soldi di altri Cantoni, non toccati dalle nostre problematiche”, sottolinea il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Già la scorsa settimana dalle colonne del Mattino lei parlava di questa “situazione speciale” del Ticino rispetto al resto della Svizzera, con la necessità di avanzare richieste alla Confederazione per sostenere il Cantone con nuovi mezzi finanziari. “Non si scappa: il Ticino può trarre vantaggi dalla sua collocazione geografica, ma gli oneri che deve sostenere proprio per tale situazione sono diventati e diventano sempre più grandi. Come dicevo, basta guardare alla grandissima pressione sui salari e sull’occupazione che crea il mercato del lavoro lombardo sui nostri posti di lavoro. Anche il settore della sicurezza è una spia che ci mette sotto gli occhi l’evidenza di un Cantone chiamato a oneri supplementari a favore di tutto il resto della Svizzera. Tale sforzo è riconosciuto dalla Confederazione. Ma nell’ultimo decennio non appare più adeguato. È in questo quadro che dobbiamo intervenire”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.   

Quarantena dietro le sbarre

Quarantena dietro le sbarre

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 2 febbraio 2021 di 20 Minuti

Solo due casi positivi finora nelle carceri ticinesi. Il direttore Laffranchini: «Regole ferree, ma i detenuti dimostrano responsabilità». Anche i positivi finiscono in carcere. Nello scorso mese è capitato due volte: persone arrestate, sottoposte a tampone e risultate infette. Che fare? L’epidemia non blocca la giustizia. Condotti alla Farera, i due malviventi sono stati isolati. La diffusione del virus dietro le sbarre – un rischio da non sottovalutare, come si vede in Italia – finora è stata sventata. «Dall’inizio della pandemia abbiamo adottato protocolli ferrei e questi sono i primi casi» spiega il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini. Non male, su oltre 220 detenuti. Nella vicina Lombardia, a metà gennaio erano 228 i positivi nelle carceri: un record in Italia. Non sono mancati gli appelli a vaccinare i detenuti il prima possibile. Che anche in Ticino le carceri siano un ambiente a rischio, è innegabile secondo Laffranchini. «Parliamo di molte persone che condividono uno spazio chiuso, con un Quarantena dietro le sbarre potenziale di diffusione esponenziale». Gli over 60 e con
malattie pregresse sono «decine» tra Stampa, Farera a Stampino, ricorda il direttore. «Non possiamo permetterci di lasciare entrare il virus». Di qui una serie di misure in uscita – i congedi allo Stampino sono stati sospesi – e in entrata. Nel carcere giudiziario della Farera, i nuovi detenuti vengono isolati in gruppi ristretti – due o tre perone – per dieci giorni dopo l’arrivo. «Per mancanza di spazi non possiamo permetterci quarantene singole» spiega Laffranchini. «In questo modo comunque è possibile agire con interventi mirati se necessario». Tutto finora è andato bene. I due detenuti positivi hanno avuto «un decorso tranquillo» e sono nel frattempo guariti. I compagni di cella – per un totale di cinque – sono stati sottoposti a quarantena e non hanno sviluppato sintomi. «A oggi non sono avvenuti contagi all’interno del carcere» tiene a precisare Laffranchini. «I due detenuti in
questione sono stati contagiati all’esterno». La notizia – diffusasi velocemente – non ha generato scene di panico. «La popolazione carceraria è stata sensibilizzata sulle misure preventive, e sta dimostrando grande
autodisciplina e senso di responsabilità» conclude il direttore. «Anche se le limitazioni dovute al Covid pesano senz’altro sull’umore, in persone già private della libertà». 

Nell’ex prigione qualcosa si muove: ecco cosa sta succedendo

Nell’ex prigione qualcosa si muove: ecco cosa sta succedendo

Da www.tio.ch
Il Naravazz è ufficialmente chiuso nel 2013. Ma puntualmente la popolazione nota curiose attività. Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi: «Usiamo l’edificio per le esercitazioni».
Intanto resta aperta l’ipotesi di creare un carcere femminile.

L’hanno chiuso ufficialmente nel 2013. Eppure, di tanto in tanto, qualche abitante di Torricella-Taverne nota curiosi movimenti attorno al Naravazz, un ex prigione dal passato illustre. Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi, interpellato da Tio/20Minuti spiega: «Usiamo l’edificio per le esercitazioni. Sappiamo che la gente ogni tanto fa domande. Non c’è da preoccuparsi, è tutto in regola».

Quella pagina web ancora attiva
I quesiti, tuttavia, sono alimentati anche dal fatto che sul sito del Cantone l’ex carcere risulta tuttora in funzione. A fare sì che, dopo 7 anni, la pagina web sia ancora attiva sembrerebbe esserci un inghippo legislativo. Il Naravazz, il cui ultimo inquilino è stato l’Ufficio dell’incasso e delle pene alternative (UIPA), nel frattempo trasferito a Palazzo Governativo, a un certo punto pareva destinato a diventare un carcere femminile. «Questa ipotesi di progetto – fanno sapere dal Dipartimento delle istituzioni – rientra in una discussione più ampia che riguarda la pianificazione di tutte le strutture carcerarie. Il Cantone, come è risaputo, valuta di realizzare il nuovo penitenziario cantonale».

Le mille vite di una prigione
Sedici camere, con la possibilità di ospitare una ventina di detenuti. «Il Naravazz – aggiunge Laffranchini – ha avuto più vite. A un certo punto era destinato a persone in esecuzione di pene eseguite in regime di lavoro esterno, di semiprigionia. Oppure a esecuzioni di pene di breve durata. Ospitava anche detenuti in esecuzione di pena che non presentavano un rischio di fuga e per i quali non c’era da attendersi il rischio di recidiva».

Una location ideale
Il carcere aperto trova attualmente spazio allo Stampino di Cadro. «Il Naravazz invece – conclude Laffranchini –, con le sue celle e col suo ambiente carcerario, momentaneamente resta una location ideale per qualsiasi tipo di esercitazione legato alle forze dell’ordine. Dalla polizia alla protezione civile».

In prigione, più soli che mai

In prigione, più soli che mai

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 25 marzo 2020 del Corriere del Ticino

Annullate buona parte delle attività lavorative e, soprattutto, le visite dei familiari – Il direttore: «È la misura che ho preso più a malincuore»
Detenuti e personale uniti per non fare entrare il virus: «Gli ospiti hanno dimostrato un senso di responsabilità che è andato oltre ogni mia aspettativa»

«La situazione è cambiata in modo drastico». Sono parole di Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi. È a lui che ci siamo rivolti per capire come l’emergenza coronavirus ha cambiato le giornate all’interno delle prigioni.
Il carcere infatti, nonostante sia per antonomasia un luogo di isolamento (dall’esterno), non è rimasto immune all’emergenza e in queste settimane ai detenuti (tra cui al momento non si registrano casi di positività al virus) sono stati imposti sacrifici. «La situazione – spiega Laffranchini – viene monitorata costantemente dal nostro servizio medico. Siamo in ogni caso pronti sia dal profilo logistico, sia da quello procedurale, a gestire l’epidemia nel caso in cui dovesse diffondersi.
Per preservare il personale, abbiamo inoltre messo in atto anche da noi le misure varate dal governo, limitando le attività (e conseguentemente le risorse necessarie) all’indispensabile e prevedendo la possibilità, per parte del personale, di lavorare da casa tenendosi pronto a raggiungere il posto di lavoro entro sessanta minuti».

Niente visite, ma più ore d’aria
Ma come è mutata la vita dei detenuti? «La situazione è cambiata in modo drastico, e la necessità di preservare la popolazione carceraria dal contagio mi ha purtroppo costretto a sospenderne alcuni diritti. I congedi verso l’esterno e ogni tipo di visita sono stati sospesi, quando normalmente ogni detenuto beneficia, in regime normale, di 7 ore di colloquio mensili. Ammetto che questa è stata la misura che ho preso più a malincuore, in quanto la risocializzazione dei detenuti passa dal mantenimento delle relazioni e dei propri contatti sociali. Ogni detenuto vive inoltre la stessa situazione del resto della popolazione, con parenti, anche vulnerabili e anziani, che ora non può più vedere o incontrare, una situazione che ne accresce la preoccupazione». Ma c’è di più. «Anche gran parte delle attività lavorative e tutte le formazioni sono state sospese, sia per l’impossibilità di garantire il concetto di distanza sociale, sia per mancanza di lavoro; riverbero del blocco di gran parte delle attività produttive deciso dal Governo. Non vi sono per contro state limitazioni alla libertà di movimento dei detenuti. Anzi, la stessa è stata ampliata. Questo per estendere la superficie di movimento e ridurre la densità delle persone, nel rispetto sempre del concetto di distanza sociale».

«Ho riscontrato maturità»
È dunque un periodo di detenzione più duro (anche solo dal punto di vista psicologico) del solito? «Per i motivi che ho accennato in precedenza, e per l’inattività forzata e l’impossibilità di intrattenere contatti di persona con i propri cari, la situazione per i detenuti non è affatto semplice. Eppure ho riscontrato una maturità, una presa di coscienza e un senso di responsabilità che è andato oltre ogni mia aspettativa. La crisi sta in qualche modo unendo popolazione carceraria e personale, che solidalmente si sentono unite nel tentativo di preservare le strutture dal contagio o, anche se questo dovesse avvenire, nel gestirlo nella calma e con responsabilità. Questo è stato possibile grazie a un dialogo continuo con l’insieme dei detenuti, ed è qualcosa che mi serve da insegnamento per il futuro. La gestione della quotidianità di un carcere non forzatamente deve essere comunicata tramite una circolare interna, ma può essere, nel limite del possibile, condivisa: anche in situazioni normali, le scelte gestionali più drastiche, se spiegate compiutamente e dovutamente, rispondendo immediatamente ai dubbi dei detenuti, potrebbero venir comprese e rispettate più responsabilmente».

Attaccamento al lavoro
E come stanno reagendo invece gli agenti di custodia? «Stanno dimostrando un attaccamento alla professione che non mi sorprende. Non è la prima volta che, in situazione di crisi, posso contare su collaboratori che danno tutto per il bene delle strutture carcerarie. Alcuni sollevano legittimi dubbi, perplessità e timori, ma grazie al rapporto di fiducia preesistente instauratosi con i superiori, con la direzione, con il servizio medico e con l’Ufficio dell’Assistenza Riabilitativa ne parlano apertamente, dando modo ai vari servizi di fornire loro le necessarie risposte in tempo reale». E per la sezione aperta? Immaginiamo che i detenuti che aveva una possibilità di lavoro esterno oggi non possono più svolgerla. «I congedi verso l’esterno dalla sezione aperta – spiega Laffranchini – sono stati sospesi, mentre chi lavora per un datore di lavoro continua a farlo, sempre che l’attività non sia stata sospesa. Sei detenuti continuano a essere impiegati all’azienda agricola ORTO, in quanto operativa in un’attività considerata essenziale. Occorre però immaginarsi le condizioni della sezione aperta quasi come quelle “domestiche”: a parte l’impossibilità di lasciare l’edificio e di rimanere con i propri cari, i mezzi di comunicazione, la libertà individuale, eccetera fanno sì che le condizioni dei detenuti non si discostino molto dal cittadino comune costretto a rimanere a casa».

‘Niente tensione e 15 celle per la quarantena’

‘Niente tensione e 15 celle per la quarantena’

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 12 marzo 2020 de la Regione

Il direttore: i detenuti capiscono e collaborano

«Per il momento non registriamo né tensioni né proteste all’interno delle strutture detentive. Anzi, noto da parte della popolazione carceraria comprensione e disponibilità. Del resto abbiamo puntato sul dialogo, spiegando ai detenuti le caratteristiche di questa infezione e i motivi per cui abbiamo adottato determinate misure». Il direttore delle carceri cantonali Stefano Laffranchini descrive così la situazione dietro le sbarre ticinesi in piena epidemia di coronavirus. Una realtà ben diversa da quella italiana, che in questi giorni parla di prigioni teatro di rivolte, e anche di morti fra i detenuti, dovute a provvedimenti come la riduzione delle visite. Questione anche e soprattutto di numeri e di condizioni detentive. Non poche infatti le carceridella Penisola confrontate con un perenne problema di sovraffollamento, tale da costringere più reclusi a condividere la stessa cella. Al penitenziario cantonale della Stampa si contavano ieri 201 reclusi: una sessantina nel carcere giudiziario della Farera, destinato a chi per esempio è in attesa di giudizio; il resto nella sezione penale, riservata a coloro che stanno scontando una condanna. Cifre comunque al di sotto della capienza: 260 posti.

Situazione dunque per ora gestibile.
Senz’altro. Si tratta di proteggere la salute dei detenuti e ovviamente quella degli agenti di custodia e di altri funzionari, ma anche degli operatori sociali, professionalmente attivi nelle carceri, in cui entrano e dalle quali escono ogni giorno. Come direzione abbiamo quindi introdotto alcune misure, che sono peraltro quelle raccomandate dalle autorità sanitarie. Fra queste: una distanza di almeno un metro e mezzo fra le persone (‘social distancing’), niente strette di mano, riduzione al minimo indispensabile dei contatti fra detenuti e personale, disinfettanti per le mani ovunque, controllo dello stato di salute di chi viene rinchiuso e divieto d’accesso al carcere ai visitatori e ai funzionari che accusano sintomi influenzali. Fino ad oggi non abbiamo nessun caso positivo al coronavirus. A proposito di visitatori, stiamo monitorando il loro flusso.

E che cosa osservate?
Il flusso è in calo. Per due ragioni. La prima è che il nostro servizio medico ha fatto e sta facendo un lavoro enorme di sensibilizzazione verso i detenuti. Il nostro medico è passato in ogni laboratorio dove i detenuti lavorano, spiegando loro le caratteristiche del Covid-19, e come si diffonde, invitandoli a limitare il numero delle visite. Responsabilmente, le persone recluse si stanno autoregolando, chiedendo a parenti e conoscenti di ridurre o addirittura di sospendere le visite. La seconda ragione del calo è la ‘chiusura’ dell’Italia: ora entrano in Svizzera solo i lavoratori frontalieri. Oggi il 20/30 per cento dei nostri detenuti sono cittadini italiani e non tutti residenti in Italia. Quelli che vivono in Ticino ricevevano visite anche da parenti provenienti dalla Penisola.

Direttore Laffranchini, avete adottato altre misure?
Abbiamo predisposto quindici celle dove isolare le persone detenute che hanno avuto stretti contatti con chi è stato contagiato dal coronavirus. Sono quindi celle per la quarantena. Evidentemente chi ha bisogno di essere ospedalizzato viene ricoverato in un’apposita struttura sanitaria. Sono scenari, per ora non verificatisi, che il servizio medico operativo nelle carceri, e che è alle dirette dipendenze dell’Ente ospedaliero cantonale, è pronto ad affrontare adottando i necessari provvedimenti.

Coronavirus e persone a rischio, quanti sono gli over 65 detenuti?
Attualmente pochissimi: il sette, otto per cento. E per ora godono tutti di buona salute.

Oltre a quello medico, è stato attivato il servizio psicologico?
Per il momento no. Non c’è stato bisogno. Il sottoscritto e il servizio medico puntano sul dialogo e su misure proporzionate alla situazione. Cosa che sta dando i frutti sperati. I detenuti capiscono e collaborano, attenendosi alle regole.

Concorso per aspiranti Agenti di custodia: prorogata la scadenza del concorso

Concorso per aspiranti Agenti di custodia: prorogata la scadenza del concorso

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni comunica di aver prorogato la data di scadenza del bando di concorso per aspiranti Agenti di custodia per le Strutture carcerarie cantonali al 16 agosto 2019.
Oggi, venerdì 19 luglio 2019, sul Foglio Ufficiale è stata pubblicata la proroga, questo per permettere di poter disporre di più candidature possibili per questa importante funzione nel settore esecuzione pene e misure. Una funzione per la quale è prevista una specifica scuola della durata di 8 mesi, che prenderà avvio nel primo trimestre del 2020.
Il concorso è aperto a donne e uomini nati fra il 1974 e il 1995. Le candidature dovranno pervenire entro il 16 agosto 2019 ed esclusivamente on-line, attraverso il sito www.ti.ch/concorsi. Tutte le informazioni sui requisiti, le competenze e i compiti richiesti agli aspiranti, possono pure essere reperite consultando il sito www.ti.ch/carcere.