Prevenire gli abusi domestici

Prevenire gli abusi domestici

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«Ogni vittima di femminicidio è un fallimento dello Stato»

Berna e i Cantoni vogliono intensificare la lotta alla violenza domestica e sessuale – Jans: «Si tratta soprattutto di una questione di uomini» – C’è «necessità assoluta» di ulteriori strumenti – Gobbi: «Sorveglianza elettronica dal 2027»

Solo nel 2025, i reati di violenza domestica in Svizzera hanno superato i 22 mila casi. Sono oltre sessanta ogni giorno. Un numero mai raggiunto prima e che suona come un campanello d’allarme. A che punto siamo con la lotta contro questo fenomeno? E su quale strada si deve proseguire? Domande che si è posto ieri il consigliere federale Beat Jans, illustrando il bilancio della «Roadmap contro la violenza domestica e sessuale» a cinque anni dall’avvio del progetto.
«Le cifre dipingono un quadro ancora negativo», ha sottolineato Jans, mettendo in chiaro un aspetto: «Si tratta soprattutto di una questione di uomini ». La gran parte degli autori di reati è infatti di sesso maschile, così come la gran parte delle vittime è di sesso femminile. Di più. Il luogo più pericoloso è rappresentato dalle quattro mura domestiche. Un aspetto sottolineato a più riprese ieri.

Undici campi d’azione
La Roadmap contiene undici campi d’azione: tra questi, figurano ad esempio la gestione delle minacce, la formazione continua di chi lavora in questo ambito, i mezzi tecnici (come la sorveglianza elettronica), la protezione dei minori esposti alla violenza domestica, nonché le misure che riguardano anche gli autori di atti di violenza domestica. E c’è poi una misura particolarmente attesa: il numero di telefono centrale per le vittime di reato. Ovvero il «142», che entrerà in funzione venerdì (vedi in basso).
Il rapporto sull’attuazione della Roadmap mostra che la strada intrapresa è quella giusta, ma c’è la «necessità assoluta di ulteriori strumenti ». «Il bilancio è positivo. Ma per chi è colpito da questo fenomeno, il bilancio non conta nulla», ha riassunto dal canto suo il consigliere di Stato Norman Gobbi, intervenuto a Berna in qualità di membro del comitato della Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP).

Una lotta di tutta la società
L’obiettivo, ora, è di fissare standard comuni tra tutti i Cantoni, « ad esempio nella gestione delle minacce », ci spiega Gobbi, aggiungendo che bisogna anche garantire una buona presa a carico di ogni vittima. Proprio per questo, l’attivazione del numero «142», da venerdì, è un altro segnale importante. «I progressi in questo ambito, però, non cadono dal cielo: servono volontà politica, risorse e coordinamento », ha sottolineato il ticinese. « Deve diventare una lotta di tutta la società».
« Dietro ogni caso, c’è una persona », hanno ribadito a più riprese Beat Jans, Norman Gobbi e anche Mathias Reynard, presidente del governo vallesano e della Conferenza dei direttori cantonali delle opere sociali (CDOS). Il vallesano, dal canto suo, ha anche ricordato che le cifre (già elevate) sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno sistemico. L’accesso alle prestazioni per le vittime di violenza domestica e sessuale, oggi, varia enormemente da Cantone a Cantone, ha deplorato Reynard, aggiungendo che la roadmap ha dimostrato l’importanza di attuare misure complementari. Il numero «142», da solo, non è sufficiente. Il Canton Vallese, ad esempio, ha deciso che darà seguito a ogni chiamata al numero unico con «un approccio proattivo», sia nei confronti delle vittime, sia nei confronti degli autori di violenza.

Prima che l’autore passi all’atto
Ieri si è parlato tanto di prevenzione. In Ticino è attivo il Gruppo prevenzione e negoziazione (GPN) della polizia. «È un’unità che ha già permesso di gestire, ma soprattutto di riconoscere, le situazioni di minaccia. L’importante è saper cogliere questi segnali premonitori di allarme, prima che il potenziale autore passi all’atto », riconosce Gobbi, che si è poi anche espresso sull’implementazione della sorveglianza elettronica. «Il Ticino è stato tra i Cantoni pilota su questo fronte. L’obiettivo è che dal 2027 i Cantoni possano ricorrere alla sorveglianza elettronica ». Per Beat Jans, questo Electronic Monitoring ha permesso di rafforzare notevolmente la protezione delle vittime. Dai progetti pilota cantonali (in particolare quello di Zurigo) è emersa l’importanza di questo strumento che sarà implementato a breve.

«Swiss-Eagle»
Nello specifico, il dispositivo si chiama «Swiss-Eagle». È un sistema « che permette una sorveglianza attiva e passiva » e si tratta di una soluzione pensata per tutti i Cantoni (24 su 26) che fanno parte dell’associazione Electronic Monitoring (EM).
Quasi la metà dei Cantoni nei prossimi mesi condurrà una fase di test ( l’obiettivo è di avere una prassi coordinata a livello federale), ma si sta valutando anche la creazione di una centrale di sorveglianza comune per tutta la Svizzera. Affinché questo strumento sia efficace, «occorre un’attuazione coordinata a livello intercantonale, in particolare mediante una centrale di sorveglianza nazionale plurilingue e il coordinamento sovraregionale degli interventi di polizia», si legge nel rapporto.
«Tuttavia, non esiste una bacchetta magica contro la violenza», ha più volte ripetuto Vassilis Venizelos, consigliere di Stato vodese e presidente dell’associazione Electronic Monitoring. A suo avviso, lo Stato deve essere presente per prevenire, accompagnare e proteggere. «Perché ogni femminicidio e ogni tentativo è un fallimento per lo Stato».

In attesa della politica
Ci sono poi altre misure di rilievo che attendono di essere implementate. Il Consiglio federale ha infatti proposto lo scorso autunno delle modifiche alla legge concernente l’aiuto alle vittime di reati: l’obiettivo è di facilitare l’accesso alle prime cure prestate da personale specializzato. Oltre a ciò, la documentazione medico- legale (utilizzabile come prova) sarà gratuita e sarà possibile ottenerla anche senza dover sporgere denuncia immediata. È pure previsto che i cantoni potenzino l’offerta di alloggi di emergenza. Questa revisione sarà discussa a giugno dal Consiglio nazionale.

Da sapere
I servizi sul territorio: dalle case protette alle unità della polizia

Riservatezza e anonimato
Il «142», a partire da venerdì, sarà il numero di riferimento (gratuito e anonimo) per chi è vittima di violenza. In caso di urgenze, però, si può contattare la polizia (117), l’ambulanza (144) o eventualmente anche il Telefono Amico (143). Oltre a ciò, tra i servizi presenti sul territorio del Canton Ticino ci sono anche Case protette per vittime di violenza domestica (donne con o senza figli): per il sopraceneri c’è Casa Armònia (0848 33 47 33) e nel sottoceneri l’Associazione Consultorio e Casa delle donne (078 624 90 70). Il numero unico «142» andrà a sostituire l’attuale numero del Servizio per l’aiuto alle vittime di reati. Il Servizio LAV è distribuito su tre sedi regionali: Bellinzona e Valli, Locarno e Valli, Lugano e Mendrisio. Riservatezza e anonimato sono garantiti.

Anticipare il pericolo
Sul fronte degli interventi nei confronti dei possibili autori di reati, è attivo anche un servizio della polizia cantonale denominato Gruppo Prevenzione e Negoziazione (GPN), il cui compito è anche quello di anticipare il possibile passaggio all’atto violento. Ad esempio, attraverso il riconoscimento e la valutazione di specifici segnali premonitori, anche (ma non solo) nell’ambito della violenza domestica.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 28.04.2026 del Corriere del Ticino

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Violenza domestica, siamo a metà del guado
Per Confederazione e Cantoni è positivo il bilancio della roadmap lanciata nel 2021. Annunciate ulteriori misure contro i femminicidi. Numero 142 operativo da venerdì

Lanciata cinque anni fa, la roadmap contro la violenza domestica e sessuale si è rivelata efficace. Lo ha affermato lunedì, tracciando un bilancio dei lavori, il consigliere federale Beat Jans. Tuttavia, ulteriori strumenti sono necessari per combattere in particolare il fenomeno dei femminicidi. L’attuazione di diverse misure a livello federale e cantonale ha permesso di compiere progressi notevoli, indica in un comunicato il Dipartimento federale di giustizia e polizia (Dfgp). «Ma l’impegno di Confederazione e Cantoni prosegue: le cifre dipingono un quadro ancora negativo», ha aggiunto nel corso di una conferenza stampa a Berna Jans.
Tra i passi avanti effettuati, ha evidenziato il basilese, la sorveglianza elettronica ha permesso di potenziare notevolmente la protezione delle vittime. Dai progetti pilota cantonali è emersa l’importanza di questo mezzo, che può variare a seconda della situazione. Inoltre, per la gestione delle minacce, i Cantoni hanno definito standard qualitativi uniformi, accolti con favore da tutti gli attori. Essi aiutano a individuare tempestivamente i rischi di violenza, valutarli e contenerli.
Il Consiglio federale ha invece agito proponendo delle modifiche alla legge concernente l’aiuto alle vittime di reati, che facilitano l’accesso alle prime cure prestate da personale specializzato e prevedono la gratuità della documentazione medico-legale, utilizzabile come prova. È pure previsto che i Cantoni amplino l’offerta di alloggi di emergenza. L’aumento dei casi di abusi fra le mura di casa e dei femminicidi richiede però altri provvedimenti, è stato fatto notare durante l’incontro con i media. Nel 2025 vi sono state 22’066 infrazioni legate alla violenza, ossia un incremento del 4,4% rispetto all’anno precedente, ha ricordato il presidente del governo vallesano e della Conferenza dei direttori cantonali delle opere sociali (Cdos) Mathias Reynard.

Numero 142 operativo a giorni
«Non siamo ancora al traguardo», ha confermato il consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi, presente in qualità di membro del comitato della Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (Cddgp). Secondo il leghista, «gli ultimi anni ci hanno mostrato che i progressi sono possibili, ma non cadono dal cielo. Ci vogliono volontà politica, risorse e coordinamento». «La violenza domestica non verrà tollerata, è una mia priorità, così come punire i colpevoli», ha promesso dal canto suo Jans. Tra le novità, a brevissimo termine (dal 1° maggio) sarà operativo il 142, il numero nazionale per le vittime, che offrirà un accesso rapido ai servizi di assistenza. «Dispenserà consigli 24 ore su 24», ha spiegato Reynard.

Più a lungo termine, il Parlamento sta attualmente discutendo l’eventuale necessità di una legge nazionale sulla protezione contro la violenza, con l’obiettivo di uniformare le norme in materia.
Il Consiglio degli Stati ha già approvato alcuni interventi parlamentari e anche il Consiglio federale è favorevole.

Rafforzata anche la prevenzione
Il Dfgp sottoporrà all’esecutivo, presumibilmente agli inizi del 2027, un pacchetto con misure volte a migliorare la tutela dalla violenza domestica nel diritto civile e nel diritto processuale civile, ha sottolineato Jans. L’idea è che le autorità verifichino con maggiore cura il rischio di soprusi all’interno delle famiglie, tenendone conto nell’attribuzione della custodia e dell’autorità parentale. Un altro scopo è tutelare le vittime nelle procedure civili, risparmiando loro il confronto diretto con l’aguzzino. Il Dfgp ha pure in programma una revisione del diritto sulle armi.
Stando a Jans, anche la prevenzione verrà rafforzata. Le Camere federali hanno infatti deciso di estendere la campagna sul tema – intitolata ‘L’uguaglianza previene la violenza’ – avviata nel novembre 2025. Inoltre, nella primavera dell’anno prossimo verrà probabilmente adottata una nuova strategia nazionale.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 28 aprile 2026 de La Regione

«La violenza domestica è inaccettabile, combatterla è una priorità»

«La violenza domestica è inaccettabile, combatterla è una priorità»

L’aumento delle violenze domestiche e dei femminicidi richiede ulteriori misure, che producano effetti quanto prima.
Nuova strategia nazionale, nella primavera 2027, contro la violenza domestica, sessualizzata e di genere.

https://www.cdt.ch/news/svizzera/la-violenza-domestica-e-sessuale-e-inaccettabile-combatterla-e-una-priorita-426197

Violenza contro le donne: il Consiglio d’Europa valuta i progressi di Svizzera e Ticino

Violenza contro le donne: il Consiglio d’Europa valuta i progressi di Svizzera e Ticino

Comunicato stampa

Mercoledì 11 marzo il Consiglio di Stato ha accolto in Ticino una delegazione del Gruppo indipendente di esperte ed esperti sull’azione contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa (GREVIO). L’incontro si è svolto nell’ambito della visita in Svizzera volta al monitoraggio dell’attuazione della Convenzione di Istanbul.

La Svizzera figura tra i Paesi che hanno ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Per verificarne l’attuazione, l’organo indipendente incaricato dal Consiglio d’Europa – il GREVIO – effettua periodicamente dei monitoraggi nei diversi Stati aderenti. Nel Canton Ticino l’implementazione della Convenzione viene garantita per il tramite del Piano d’azione cantonale sulla violenza domestica con un coordinamento dei lavori affidato alla Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni. Completano l’attività in tal senso una serie di strategie cantonali parallele tra cui il Piano d’azione cantonale per le pari opportunità e il Programma cantonale di protezione dei diritti, di prevenzione della violenza e di protezione di bambini e giovani.
Nell’ambito della recente visita in Svizzera, lo scorso 11 marzo una delegazione del GREVIO – ricevuta dal Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, dalla direttrice del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport Marina Carobbio Guscetti e dal direttore del Dipartimento della sanità e della socialità Raffaele De Rosa – ha incontrato oltre alle rappresentanti e ai rappresentanti delle associazioni della Società civile, diversi professionisti istituzionali confrontati al tema della violenza nei confronti delle donne, sessualizzata e di genere. Presenti in particolare, accanto alla Divisione della giustizia – che ha organizzato e coordinato la giornata –, rappresentanti del Servizio per l’aiuto alle vittime di reati, la Polizia cantonale rappresentanti del potere giudiziario civile e penale e delle Autorità di protezione, l’Istituto di medicina legale, l’Ufficio dell’assistenza riabilitativa e la Delegata per le pari opportunità. Oltre che sul tema della protezione rivolta nell’ambito di una procedura penale o civile alle persone toccate da queste forme di violenza, il GREVIO ha posto l’accento sull’attività di prevenzione e di promozione delle pari opportunità proposta nelle scuole, sull’attività di sensibilizzazione della popolazione unitamente a quella di formazione delle professioniste e dei professionisti confrontati a questi delicati temi.

Le iniziative a livello cantonale
La violenza domestica e la violenza di genere sono un grave problema che coinvolge l’insieme della società. Con il raggiungimento degli obiettivi presentati dal Consiglio di Stato nel Piano cantonale d’azione sulla violenza domestica (2021 e 2022) prosegue l’attività volta a prevenire la violenza, sostenere coloro che ne sono colpiti e perseguire le persone che commettono violenza. Nell’attesa della presentazione della nuova strategia nazionale – prevista per la fine del 2026 –molteplici nuove misure sono già state individuate dal Coordinamento istituzionale in ambito violenza domestica della Divisione della giustizia, in collaborazione con la rete di professioniste e professionisti attivi sul territorio. Collaborazioni che negli anni si rafforzano ed estendono vieppiù dai servizi essenziali, ai Comuni ticinesi e anche a enti, associazioni e servizi locali, al fine di garantire una diffusione capillare delle informazioni e soprattutto facilitare l’accesso agli aiuti a chi lo necessita.
Da un primo bilancio della visita, il GREVIO si è rallegrato di aver appreso, in diverse occasioni e pure per il nostro Cantone, che l’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul in Svizzera ha segnato una svolta importante nel contrasto a queste forme di violenza, constatando i notevoli progressi realizzati in tempi brevi, dal 2022 ad oggi, data della precedente visita di controllo. Sulla base delle informazioni raccolte durante la missione, il GREVIO elaborerà una valutazione aggiornata. Il rapporto finale è atteso per l’autunno 2026 e conterrà nuove raccomandazioni rivolte alla Svizzera per rafforzare ulteriormente le politiche di prevenzione e di contrasto alla violenza nei confronti delle donne, sessualizzata e domestica.

Riforma di tutele e curatele, un altro passo verso le preture

Riforma di tutele e curatele, un altro passo verso le preture

In Ticino si passerà da 16 ARP a 4 preture di protezione – Cantone e Comuni si confrontano sugli aspetti tecnici

Nei prossimi anni in Ticino cambierà radicalmente il settore di tutele e curatele: verrà cantonalizzato e professionalizzato e dalle 16 Autorità regionali di protezione (ARP) attive oggi, si passerà a 4 preture di protezione. Un passaggio di cui si è discusso giovedì mattina a Bellinzona, in un primo incontro tra Cantone e Comuni. Non mancano i nodi da sciogliere.

Il cantiere della riforma
A poco meno di due mesi dal plebiscito parlamentare, il cantiere delle preture di protezione, fa tappa a Bellinzona; in una sala dell’Istituto delle assicurazioni sociali ci si confronta su aspetti tecnico-pratici del nuovo organo giudiziario che si occuperà delle tutele e delle curatele e quindi di temi delicati quali diritto di visita dei figli, collocamenti in istituto e così via. “Sicuramente il dato essenziale è che è stato fatto questo passo importante, adesso si tratta di concretizzare. Qui ci scontriamo un poco con la realtà che dobbiamo affrontare”, dice alle telecamere della RSI Daniele Caverzasio, municipale di Mendrisio. Tra i punti da chiarire “ad esempio c’è la questione personale, c’è la questione di sviluppo software, c’è la questione comunicazione…”.
Frida Andreotti, direttrice della Divisione della giustizia, sottolinea che “stiamo parlando all’incirca di una quarantina di persone che oggi operano in un ambito di carattere amministrativo, quindi non decidono, non sono i presidenti, non sono i membri permanenti né i delegati comunali… sono le persone che si occupano del segretariato, delle revisioni. Eventuali giuristi potranno, se lo vorranno (perché il presupposto è il loro accordo) passare alla nuova organizzazione futura del Cantone, le preture di protezione”.
Preture che saranno quattro, tutte cantonalizzate. Dovranno perciò garantire uniformità dal punto di vista procedurale ma anche informatico. “Hanno visitato le varie sezioni ARP, si sono resi conto che sono parametri completamente diversi, per cui la gestione degli incarti è il primo atto che si dovrebbe fare, anche se non c’è ancora un sistema informatico, però è una richiesta proprio di un cambio anche metodologico di lavoro e culturale, proprio per facilitare poi la successione dell’implementazione informatica”, spiega Roberta Passardi, municipale di Torricella-Taverne.

Uniformità procedurale e informatica
Andreotti sottolinea che “il fatto di uniformare era proprio uno dei presupposti della riforma, che ha portato poi alla creazione dell’autorità giudiziaria che lavorerà secondo una legge di procedura specifica attualmente al vaglio del Parlamento. Si tratterà, una volta che avrà preso la decisione, anche di dare dei mezzi per poter lavorare in maniera uniforme. Qui penso anche a un sistema di gestione degli incarti unico, che è già stato stabilito e che è in adozione presso la magistratura del Canton Ticino”.

Il nodo del finanziamento
Le preture di protezione saranno realtà tra qualche anno. Nel frattempo si proverà a sciogliere il nodo politico del finanziamento, che si sarebbe dovuto regolare con la oramai “fu” riforma Ticino 2020.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Riforma-di-tutele-e-curatele-un-altro-passo-verso-le-preture–3587280.html

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Un primo incontro sul futuro delle ARP

Riforma delle Autorità regionali (ARP): finanziamento, logistica e personale sono stati al centro della riunione fra il Cantone e i Comuni-sede – Claudio Zali fiducioso sugli aspetti economici, ma il percorso «non sarà breve».
La riforma delle Autorità regionali di protezione (ARP) – dopo l’ampissimo sostegno ricevuto in Parlamento lo scorso gennaio – ha mosso un primo passo concreto. Ieri mattina, a Bellinzona, i rappresentanti degli attuali Comuni- sede (sedici in tutto) hanno incontrato il responsabile politico del dossier Claudio Zali, la direttrice della Divisione della Giustizia Frida Andreotti e il direttore aggiunto Cristoforo Piattini. Parecchi i temi messi sul tavolo durante la riunione: dal finanziamento al personale, passando per le questioni logistiche della riforma e alcuni aspetti tecnici, come l’implementazione di un nuovo applicativo informatico.

Il percorso
Prima di capire gli sviluppi della prima riunione « postvoto » del Gran Consiglio, è utile fare un piccolo passo indietro per mettere meglio a fuoco il tema. Come detto, nella prima sessione dell’anno il plenum ha approvato il rapporto per la riforma delle ARP, dando seguito a quanto stabilito in votazione dal popolo nel 2022: passare dall’attuale modello amministrativo gestito interamente dai Comuni a un modello giudiziario controllato dal Cantone. E questo per migliorare e controllare più da vicino un settore estremamente sensibile, che pronuncia circa 12 mila decisioni all’anno che toccano direttamente i cittadini. Le ARP, infatti, si occupano di proteggere e seguire sia i minori, sia gli adulti bisognosi di aiuto, decidendo come seguirli e assisterli nella vita quotidiana.

Conoscersi meglio
Il voto di gennaio ha dato il via libera alla prima parte della riforma, che contiene gli aspetti più tangibili come appunto il finanziamento, le sedi e il sistema di elezione dei magistrati (che spetterà al Gran Consiglio). Il secondo filone, al momento, è nelle mani della commissione, incaricata di allestire un rapporto sulla proposta del Go verno riguardante gli aspetti procedurali della riforma. Detto ciò, cerchiamo di capire meglio i contenuti della riunione di ieri. Una riunione a carattere informativo, con lo scopo di definire quali altri passi compiere nei prossimi mesi.

Non tutto è risolto
« I nodi riguardano il finanziamento, da risolvere con tutti i Comuni, non solo quelli che ospiteranno le future ARP, le risorse umane (che passeranno dagli Enti locali al Cantone, una quarantina di persone, ndr) e la logistica », spiega al Corriere del Ticino Claudio Zali, che si è occupato dell’apertura della riunione. Sul finanziamento, uno degli ostacoli principali dell’iter della riforma appena approvata, il consigliere di Stato si dice fiducioso, anche se una certa preoccupazione non manca visti i deficit di bilancio previsti dallo Stato nei prossimi anni. Il Cantone, scaduti i due anni transitori, dovrà infatti assumersi integralmente i costi della riforma così come stabilito dal Parlamento. Nel frattempo, i Comuni continueranno a pagare i costi finora assunti per il funzionamento delle ARP (circa 13,4 milioni), mentre il Cantone pagherà gli oneri aggiuntivi (pari a circa 6,2 milioni). Una volta entrate in vigore le nuove Preture di protezione, i costi per lo Stato saranno di circa 19,6 milioni all’anno. «Le risorse andranno reperite all’interno del Cantone, ma confido in una soluzione », aggiunge Zali. Per quanto riguarda gli aspetti logistici, invece, le ipotesi sono al vaglio. I Comunisede passeranno da 16 a 4 (saranno con ogni probabilità Mendrisio, Lugano, Locarno e Bellinzona), ma nulla è ancora stato deciso. «Sarebbe troppo bello avere già una soluzione», sorride il consigliere di Stato. «A Lugano, ad esempio, la sede della futura Pretura di protezione dipende da un riassetto complessivo della logistica della giustizia, un tema da anni in sofferenza».

La fotografia
L’obiettivo del Cantone, a questo punto, è anche quello di disporre di una fotografia esatta delle ARP, ad esempio in termini di personale e di logistica. «Il passaggio del personale dei Comuni  all’amministrazione dello Stato non è un automatismo», rileva da parte sua Frida Andreotti. Vanno quindi chiarite le questioni contrattuali, quantificando altresì quanti dipendenti vogliono effettivamente cambiare datore di lavoro. Per quanto riguarda gli spazi, come spiega ancora la direttrice della Divisione, una possibilità provvisoria è la locazione di alcune sedi in attesa di trovare una soluzione definitiva. Ad ogni modo il percorso richiederà ancora parecchio tempo. Come rileva ancora Zali, l’approvazione della riforma in Parlamento « è un traguardo, ma anche un punto di partenza. Ci sono ancora numerosi passaggi da compiere. Il percorso non è breve, ma dipende dalla velocità con cui si cammina».

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 13 marzo 2026 del Corriere del Ticino

‘Carceri sovraffollate, situazione senza precedenti’

‘Carceri sovraffollate, situazione senza precedenti’

Sul fronte dell’occupazione – meglio, del sovraffollamento – delle prigioni ticinesi è ormai allarme rosso. Sono sempre più piene di detenuti.
“La situazione registrata dall’inizio dell’anno appare senza precedenti, toccando peraltro tutta la Svizzera, e richiede la valutazione di misure straordinarie per quanto ci riguarda”, avverte la direttrice, in seno al Dipartimento istituzioni, della Divisione giustizia Frida Andreotti in una comunicazione all’intero Consiglio di vigilanza – allargato – sulle strutture carcerarie cantonali, nel quale è pure rappresentata quasi tutta la magistratura penale.
Una comunicazione fatta venerdì “a nome del presidente” del citato organo, il capo del Dipartimento Norman Gobbi. I vertici delle Strutture carcerarie e della Divisione, con il coinvolgimento dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa e del Servizio di medicina penitenziaria, scrive Andreotti, “stanno esaminando interventi organizzativi immediati per alleviare la pressione”. Si sta valutando fra l’altro “il reintegro di personale di custodia e la possibilità di affidare compiti accessori ad agenzie di sicurezza privata”. I posti letto, aggiunge la responsabile della Divisione giustizia, “hanno dovuto essere aumentati, con tutte le conseguenze negative del caso. Trasferimenti oltre Gottardo e senza consenso nei Paesi d’origine delle persone sono al vaglio”.

Così venerdì scorso
I dati contenuti nella lettera indicano in maniera chiara l’estrema criticità della situazione. Si riferiscono all’occupazione delle strutture detentive nello stesso giorno della comunicazione, cioè venerdì 13 febbraio. Carcere penale La Stampa, destinato alle persone condannate a una pena privativa della libertà: “Tasso di occupazione superiore al 105%. Tale situazione incide direttamente sulla gestione del Carcere giudiziario, poiché, dal momento dell’autorizzazione dell’esecuzione anticipata della pena (oltre 20 persone in attesa), le tempistiche di trasferimento alla Stampa risultano dilatate per carenza di posti disponibili”. Carcere giudiziario La Farera, destinato alla carcerazione preventiva: “Tasso di occupazione del 110%. Per far fronte all’aumento della presenza si sta facendo puntualmente capo alla riconversione delle celle di rigore in celle ordinarie. La presenza di oltre 20 persone di sesso maschile in esecuzione anticipata della pena, di principio trasferibili alla Stampa, evidenzia l’effetto ‘collo di bottiglia’ determinato dalla sovraoccupazione del Carcere penale”. Sezione aperta Lo Stampino: “Tasso di occupazione attorno al 50%”. Celle di polizia (Cantonale) di Lugano e Mendrisio: “Occupazione pressoché al 100%”. Clinica psichiatrica cantonale: “Due persone collocate in camere securizzate per ragioni mediche”. Rileva Andreotti: “Nel complesso per le strutture chiuse si può parlare di un’occupazione totale prossima al 110%”.
Si registra dunque un “forte e persistente” sovraffollamento. Una situazione, di cui il Consiglio di Stato “ha preso atto”, che da un lato “ha ritardato i lavori per la completazione della nuova Sezione femminile al Carcere penale, lavori che verranno avviati per la fase conclusiva in questi giorni”, e dall’altro “rende necessario il collocamento temporaneo di persone in stato di carcerazione preventiva nelle celle di Polizia di Lugano e Mendrisio oltre i termini di omologazione delle celle”.

‘Conseguenze’ e ‘forte preoccupazione’
Il 2025, si ricorda nella recente missiva, è stato caratterizzato “da livelli di occupazione costantemente prossimi alla capacità massima e, in diversi periodi, superiori alla stessa, con conseguente aumento della complessità gestionale e del carico operativo”. L’inizio del 2026 “presenta un ulteriore peggioramento della situazione”. Annota la responsabile della Divisione giustizia: “Il numero significativo di persone attualmente in esecuzione anticipata della pena lascia verosimilmente presagire un protrarsi della pressione su tutta la catena penale e da ultimo sulle Strutture carcerarie cantonali”. Questa situazione “incide in maniera significativa sull’operatività quotidiana e sul carico di lavoro di tutto il personale operante all’interno delle Strutture carcerarie – agenti di custodia, capi arte, servizi amministrativi, operatrici e operatori sociali, nonché il Servizio di medicina penitenziaria – che continua a garantire professionalità, senso di responsabilità e qualità nell’adempimento dei propri compiti anche in un contesto particolarmente gravoso”.
Insomma, c’è “una forte preoccupazione”, anche “per l’evoluzione della situazione”, si legge nella comunicazione al Consiglio di vigilanza. Eloquenti le parole pronunciate lo scorso giugno in Gran Consiglio dal deputato del Plr Patrick Rusconi, autore del rapporto sull’attività tra il maggio 2024 e il maggio 2025 della commissione parlamentare che sorveglia sulle condizioni detentive in Ticino: il sovraffollamento è “ormai cronico”, il sistema penitenziario “non può reggere questa pressione, il rischio è il collasso”. Nel resto della Svizzera non si sta meglio: da un’indagine di Keystone-Ats, pubblicata ieri, emerge che “praticamente tutti i cantoni” hanno prigioni sovraffollate.

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 16 febbraio 2026 de La Regione

Sovraffollamento delle carceri, in cerca di una soluzione

Sovraffollamento delle carceri, in cerca di una soluzione

In Ticino, come negli altri Cantoni, gli spazi per i detenuti sono al limite – Norman Gobbi: “I processi logistici, purtroppo, richiedono tempi più lunghi rispetto alle necessità o alle emergenze”

Le carceri ticinesi sono sovraffollate, e non è una novità. Sia alla Stampa sia alla Farera, il carcere preventivo, lo spazio a disposizione non è più sufficiente e, nelle ultime settimane, si è raggiunto il record di presenze. In alcuni casi è necessario l’utilizzo delle celle di fermo della polizia come celle di detenzione preventiva.
È dunque urgente trovare una soluzione. Il tema, del resto, è sul tavolo dal 2024: si discute, infatti, della possibilità di installare alla Stampa dei container prefabbricati per creare nuove celle. Soluzione che, secondo Norman Gobbi, presidente del Consiglio di Stato ticinese, potrebbe applicarsi d’urgenza senza passare dal Gran Consiglio.
“Ci sono delle limitazioni”, spiega Gobbi ai microfoni di SEIDISERA: “I processi logistici, purtroppo, richiedono tempi più lunghi rispetto alle necessità o alle emergenze. Inizialmente, durante il Covid, si pensava ad un momento transitorio, legato all’aumento dei traffici di droga. Oggi constatiamo che c’è anche un’elevata presenza di persone che, a seguito dei controlli svolti al confine, finiscono nelle nostre carceri”.
E lo Stampino? La sezione aperta in semi-prigionia del carcere penale potrebbe offrire degli spazi da destinare a celle chiuse? “Attualmente è sottoccupato ed è una misura di emergenza che stiamo valutando”, continua Gobbi. “Essendo una struttura aperta, prevede delle regole di impiego diverse: richiede degli accorgimenti logistici e un impegno di personale superiore. Stiamo lavorando con i collaboratori e stiamo discutendo con i sindacati per capire come possiamo affrontare queste sfide”.

Una situazione non soltanto ticinese
Non solo le carceri ticinesi, ma in generale quelle svizzere soffrono e sono sovraffollate. Non è infatti possibile, allo stato attuale, trasferire i detenuti in altri cantoni. Anche il personale è sotto pressione e per questo è stata approvata una nuova edizione della scuola di formazione di agenti di custodia, il cui bando verrà pubblicato prossimamente.

Verso il nuovo carcere femminile
Nel frattempo, è in fase di realizzazione il nuovo carcere femminile. Attualmente le detenute sono collocate alla Farera, ma con l’apertura della nuova area si potrebbero liberare diversi posti. “I lavori sono in fase conclusiva. Quando saranno terminati, potremo trasferire le donne attualmente ospitate alla Farera con l’espiazione anticipata in espiazione di pena presso la nuova sezione. Questo servirà a sgravare l’occupazione elevata al carcere preventivo”.
Resta il fatto che il sovraffollamento persiste ormai da due anni. Ai microfoni di SEIDISERA interviene anche Giulia Petralli, presidente della Commissione di sorveglianza delle condizioni di detenzione in seno al Gran Consiglio ticinese: “La soluzione di emergenza presuppone anche delle soluzioni alternative. Per noi sarà importante garantire ai detenuti delle condizioni di detenzione dignitose anche in questi luoghi non adibiti al 100% per una detenzione”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Sovraffollamento-delle-carceri-in-cerca-di-una-soluzione–3498577.html

Aperto il concorso per l’assunzione di nuovi Agenti di custodia in formazione

Aperto il concorso per l’assunzione di nuovi Agenti di custodia in formazione

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni ha pubblicato il concorso per l’assunzione di Agenti di custodia in formazione. La professione unisce compiti di sicurezza, gestione operativa e accompagnamento delle persone detenute nel loro percorso di reinserimento. Le candidate e i candidati selezionati seguiranno una Scuola di 8 mesi a tempo pieno, a partire dall’autunno 2026, al termine della quale – previo superamento degli esami – entreranno nel Corpo degli Agenti di custodia delle Strutture carcerarie cantonali, subordinate alla Divisione della giustizia. Una serata informativa è prevista il 24 febbraio. Il termine per le candidature è fissato al 31 marzo.

Il concorso rappresenta un’importante opportunità sia per chi si affaccia al mondo del lavoro, sia per chi ha già maturato esperienza e desidera inserirsi in un contesto dinamico e ricco di sfide, contribuendo attivamente alla sicurezza e alla gestione delle istituzioni penitenziarie del nostro Cantone, nonché al percorso di reinserimento sociale delle persone detenute.
Sono ammessi al concorso candidate e candidati tra i 21 e i 48 anni. Per rispondere alle esigenze del personale e favorire la conciliabilità tra lavoro e famiglia, già dallo scorso anno è stata introdotta la possibilità di un’assunzione a tempo parziale, al termine del percorso formativo svolto a tempo pieno e una volta superati gli esami.  

Una professione attrattiva
La professione di Agente di custodia è cambiata nel tempo ed oggi comprende una gamma più ampia di compiti e responsabilità, che spaziano dalla sicurezza alla gestione operativa, fino alla dimensione relazionale del ruolo.
La sicurezza resta un elemento centrale, ma non si limita più al solo controllo fisico delle strutture. Le agenti e gli agenti sono chiamati a monitorare e gestire sistemi tecnologici avanzati, come telecamere di sorveglianza, dispositivi di accesso controllato e strumenti per la gestione dei flussi di persone, oltre a interagire quotidianamente con le persone detenute.
Questa funzione richiede la capacità di instaurare relazioni professionali basate sul rispetto e sull’assenza di discriminazioni, nonché una predisposizione ad accompagnare le persone detenute nella gestione della quotidianità. Viene altresì promosso un clima sereno e costruttivo, nel giusto equilibrio tra il rispetto delle regole e l’ascolto delle necessità individuali. Le agenti e gli agenti rivestono dunque un ruolo fondamentale nel processo di rieducazione e reinserimento delle persone detenute, favorendo comportamenti responsabili e sostenendo le attività formative o lavorative intraprese durante la detenzione.
Per svolgere al meglio questa funzione è prevista una formazione iniziale a tempo pieno, seguita da un ampio programma di aggiornamento continuo a livello cantonale e nazionale, che conduce al conseguimento di un Attestato federale. Un titolo che garantisce un solido bagaglio di conoscenze e una preparazione sempre aggiornata, elementi fondamentali per affrontare una professione impegnativa e al contempo gratificante. 

Serata informativa
Per conoscere meglio la professione, il percorso formativo e le modalità di partecipazione al concorso, è prevista una serata informativa presso il Centro di istruzione della Protezione Civile a Rivera, martedì 24 febbraio 2026. L’evento potrà essere seguito anche in streaming all’indirizzo www.ti.ch/multimedia o successivamente sul canale YouTube Repubblica e Cantone Ticino. 
Il bando completo e tutte le informazioni necessarie sono disponibili sul sito www.ti.ch/concorsi
Il termine per l’inoltro delle candidature è fissato al 31 marzo 2026.  

Flyer – Serata informativa agenti di custodia

Carceri ticinesi oltre il limite, un problema ormai strutturale

Carceri ticinesi oltre il limite, un problema ormai strutturale

La Stampa e la Farera non hanno più posti a disposizione e le autorità sono sempre più spesso costrette a trovare soluzioni «alternative» In arrivo il credito sui prefabbricati – A mancare, oltre gli spazi, sono però anche le risorse umane: si aprirà (di nuovo) il concorso per agenti di custodia

Il sovraffollamento delle carceri ticinesi è ormai un tema ricorrente da diversi anni. «Carcere sovraffollato: se la soluzione è ‘creativa’», titolavamo ad esempio un articolo del 2 gennaio 2024, nel quale riportavamo dell’utilizzo delle «cellette» provvisorie della Polizia cantonale per ovviare alla mancanza di posti alla Farera, il carcere giudiziario per le detenzioni preventive. «Cellette» che, rispetto a quelle normali, non garantiscono lo stesso livello di diritti per i detenuti. Proprio in questi giorni, l’utilizzo di queste celle provvisorie (teoricamente omologate ‘solo’ per 72 ore) è tornato al centro dell’attenzione pubblica grazie alla segnalazione dell’avvocata Elisa Travella, dello Studio Nievergelt & Stoehr. L’uomo difeso dalla legale, infatti, è rimasto ben oltre le 72 ore consentite nelle celle di rigore, portando l’avvocata, appunto, a parlare di «condizioni al limite della dignità umana». Una puntuale situazione, ora rientrata, che rende bene l’idea delle conseguenze concrete di un sistema carcerario che ha ormai raggiunto il suo limite. Come confermatoci dalla direttrice della Divisione della giustizia, Frida Andreotti, da questo punto di vista i dati (aggiornati a ieri mattina) parlano chiaro: il tasso d’occupazione alla Stampa è del 110% (con circa 145 posti disponibili), alla Farera del 107% (con 88 posti). Insomma, le due strutture ticinesi sono già oltre il loro limite. E all’orizzonte, nel breve periodo, non si intravvedono miglioramenti legati a previste scarcerazioni. «Mi risulta essere il caso più lungo che abbiamo avuto, legato a una serie di sfortunate circostanze», afferma Andreotti riguardo all’uomo detenuto nelle «cellette » di polizia per otto giorni. «In ogni caso, la visita medica nelle prime 24 ore viene sempre garantita», rassicura la direttrice, spiegando che «il tema dell’integrità fisica e psichica dei detenuti rimane importantissimo ». Anche se, conferma, «a causa del sovraffollamento alla Farera in casi puntuali bisogna ricorrere a queste soluzioni. Cerchiamo comunque di fare tutto il possibile per garantire condizioni dignitose, malgrado il contesto».

In tutto il Paese
Ora, guardando al di là del caso puntuale, Andreotti rileva che il tema del sovraffollamento non riguarda unicamente il Ticino, ma un po’ tutta la Svizzera, «con un aumento delle carcerazioni del 7% nel 2024 – confermato dal nostro punto di vista anche nel 2025 – e un’occupazione che si aggira attorno al 95%». Non è un caso, da questo punto di vista, che a inizio febbraio una rivolta – che ha coinvolto 32 detenuti per circa 3 ore – sia scoppiata nel carcere Bellechasse a Sugiez (Canton Friburgo). Una protesta, appunto, legata proprio alle condizioni di prigionia. Ma non solo. Sempre la scorsa settimana, anche le autorità retiche hanno parlato di una «situazione tesa» nelle carceri grigionesi, anch’esse ormai prossime al limite strutturale in termini di posti a disposizione. Una problematica diffusa, dunque, che non aiuta certo il Ticino: se anche le carceri del resto del Paese sono sovraffollate, i trasferimenti (che non riguardano però le carcerazioni preventive) diventano ovviamente più difficili.

Alla ricerca di soluzioni
Tornando al contesto ticinese, Andreotti spiega anche quali potrebbero essere le potenziali soluzioni per alleviare un po’ la situazione. Sul corto termine, come abbiamo già avuto modo di riferire lo scorso anno, dovrebbero giungere per il carcere della Stampa i cosiddetti «moduli abitativi-detentivi». Ossia, dei prefabbricati che permetterebbero perlomeno di aggiungere qualche posto al carcere penale. Su questo fronte, spiega Andreotti, «abbiamo già ricevuto il nullaosta dall’Ufficio federale e stiamo dunque preparando la richiesta di credito all’indirizzo del Governo e quindi del Gran Consiglio», che dovrebbe giungere nei prossimi mesi. Per quanto riguarda il carcere giudiziario, invece, la situazione potrebbe migliorare leggermente sul medio termine quando sarà ultimata la sezione femminile, il cui cantiere (come abbiamo riferito nell’edizione di sabato) è nelle fasi finali. Ciò, infatti, permetterà di portare le detenute alla Stampa, liberando qualche posto alla Farera.
Sul lungo (se non lunghissimo) termine, invece, sono ancora nelle fasi preliminari le discussioni per il futuro carcere della Stampa, la cui attuale struttura ha ormai concluso il suo ciclo di vita. Su questo fronte, spiega la direttrice, «la prossima settimana è previsto un incontro con il gruppo di lavoro chiamato a valutare il fabbisogno per le misure terapeutiche stazionarie». Anche per queste misure, infatti, i posti in Svizzera e in Ticino mancano da tempo. E, anche in questo caso, malgrado siano disposte dai giudici non sempre si riesce effettivamente a effettuarle a causa della mancanza di strutture dedicate.

Una questione di risorse
Detto ciò, resta un ultimo tema importante riguardo ai limiti strutturali delle carceri ticinesi: la mancanza, cronica, di nuovi agenti di custodia. Come dire: non è solo una questione di spazi, ma anche di risorse umane. Negli scorsi anni più e più volte sono stati aperti dei concorsi per agenti di custodia. Ma il problema, spiega Andreotti, non è ancora risolto e per questo motivo proprio domani sarà aperto un ulteriore concorso. Il messaggio della direttrice, da questo punto di vista, è chiaro: «Fatevi avanti».

Sotto la lente dei deputati
Del tema del sovraffollamento, va infine detto, si occupa da tempo anche la Commissione (del Gran Consiglio) di sorveglianza delle condizioni di detenzione. Nell’ultimo rapporto, stilato nel maggio dello scorso anno, un intero capitolo era infatti dedicato alla problematica. E, va da sé, anche quest’anno il tema farà capolino nel rapporto annuale della Commissione. «Partecipiamo regolarmente alle riunioni del Consiglio di vigilanza» riguardanti il sovraffollamento, «e il tema ci è dunque noto», spiega la presidente del gremio, la deputata Giulia Petralli (Verdi). Ma, alla luce della problematica, la commissione ha recentemente sollecitato un incontro con la Divisione della giustizia e con il consigliere di Stato Norman Gobbi per fare il punto della situazione. Riunione che, spiega Petralli, «si terrà nelle prossime settimane». Anche se, rileva la presidente, «sappiamo che purtroppo di alternative non ce ne sono molte» e anche che «la Commissione non può fare molto per risolvere la situazione, se non sensibilizzare tutti i colleghi (ndr. del Gran Consiglio) sulla necessità di investire più risorse» nel settore.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 10 febbraio 2026 del Corriere del Ticino

Roccia nella tempesta

Roccia nella tempesta

Sotto la guida del Consigliere di Stato Norman Gobbi (Lega dei Ticinesi), il Canton Ticino verifica da oltre dieci anni gli estratti del casellario giudiziale di cittadini UE nell’ambito delle domande di permesso di soggiorno o di lavoro frontaliero – sebbene gli accordi bilaterali lo vietino in linea di principio.

Ecco cosa è successo
Secondo un’inchiesta di «Tamedia», il Canton Ticino viola da oltre dieci anni gli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’UE: sebbene le autorità svizzere non possano controllare gli estratti del casellario giudiziale di cittadini UE nell’ambito di richieste di permesso di soggiorno o di lavoro frontaliero senza un sospetto concreto, la “Sonnenstube” della Svizzera, sotto la direzione del responsabile del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi (Lega dei Ticinesi), fa esattamente questo – dall’aprile 2015.

Il fattore eroico
Già nel giugno 2015 la Confederazione aveva invitato il Canton Ticino, tramite lettera, a revocare il controllo degli estratti del casellario giudiziale. Anche l’ambasciatore svizzero a Roma è stato convocato presso il Ministero degli Esteri italiano a causa della vicenda.
Nonostante le critiche provenienti da Berna e Roma, il direttore del Dipartimento delle istituzioni Gobbi resta fermo nella sua posizione: la misura sarebbe una reazione a diversi gravi reati commessi nel Cantone da cittadini italiani con precedenti penali. «Si tratta di una misura adottata per proteggere la popolazione ticinese», ha dichiarato a «Tamedia».
E questo ancora oggi: «Ci consente di effettuare accertamenti approfonditi e di impedire l’ingresso in Svizzera di stranieri con precedenti penali», ha spiegato recentemente Gobbi al «Tagblatt».
Il Cantone intende mantenere la misura fino a quando non sarà disponibile un’«alternativa sostenibile».
Questa alternativa potrebbe arrivare a breve: con un’iniziativa cantonale, il Canton Ticino chiede la legittimazione della propria prassi – la richiesta è attualmente pendente a Berna. Parallelamente, il Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) sta valutando se l’ottenimento degli estratti del casellario giudiziale possa essere consentito nell’ambito dell’adesione alla banca dati europea sulla criminalità. Allo stesso tempo, anche il Consiglio federale sta esaminando l’eventualità di un accordo bilaterale con l’Italia.

Come potrebbe perdere lo status di eroe
Norman Gobbi potrebbe ancora cedere alla pressione proveniente da Berna e Bruxelles e revocare anticipatamente la prassi ticinese. Non lo riteniamo probabile: chi resta saldo per oltre un decennio, con ogni probabilità continuerà a esserlo.

Da www.nebelspalter.ch

Allontanamento di un detenuto dalla sezione aperta del carcere penale

Allontanamento di un detenuto dalla sezione aperta del carcere penale

Comunicato stampa

In merito al video diffuso negli ultimi giorni sui social media relativo all’allontanamento non autorizzato di un detenuto dal carcere Lo Stampino, il Dipartimento delle istituzioni, le Strutture Carcerarie e la Polizia cantonale comunicano quanto segue.

Nella tarda serata del 24 gennaio un detenuto, approfittando delle caratteristiche del regime detentivo della Sezione aperta delle Strutture carcerarie cantonali, si è allontanato dall’istituto senza autorizzazione. L’episodio è stato immediatamente rilevato dalle Strutture carcerarie che, con la Divisione della giustizia e la Polizia cantonale, hanno prontamente attivato le procedure previste. Grazie al tempestivo intervento delle forze dell’ordine e al coordinamento con le autorità competenti, il soggetto è stato rintracciato in breve tempo. Il collocamento nella Sezione aperta “Lo Stampino” del carcere è stabilito dal Giudice dei provvedimenti coercitivi in assenza di rischio di fuga e di recidiva, poiché tale soluzione garantisce maggiore libertà di movimento e comporta minori misure di sicurezza. Un detenuto che intende allontanarsi dallo Stampino può farlo senza particolari difficoltà e senza ricorrere a modalità estreme, ad esempio non rispettando le regole previste oppure non rientrando da un congedo o da un’attività lavorativa svolta all’esterno. Va precisato che si tratta di scelte che comportano conseguenze importanti per il detenuto il quale, una volta rintracciato dalle forze dell’ordine, viene ricondotto in carcere dove, oltre a incorrere in una sanzione disciplinare, sconta il resto della pena nella sezione a regime chiuso.

Non verranno rilasciate ulteriori informazioni.