Dipartimento delle istituzioni: nuove regole per l’accesso agli sportelli

Dipartimento delle istituzioni: nuove regole per l’accesso agli sportelli

Comunicato stampa 

Il Dipartimento delle istituzioni, tenuto conto della situazione epidemiologica particolare e della necessità di garantire una migliore lotta alla diffusione del virus nonché una maggiore tutela della salute pubblica, informa che a partire da mercoledì 20 gennaio 2021 tutti gli sportelli accessibili all’utenza che fanno riferimento al DI continueranno a essere aperti, ma solo su appuntamento. La misura resterà in vigore almeno sino al 5 febbraio 2021.  

In particolare, analogamente a quanto già predisposto per gli sportelli della Sezione della circolazione di Camorino, l’apertura su appuntamento riguarda gli uffici dei registri, l’ufficio del registro fondiario federale, l’ufficio del registro di commercio, l’autorità di prima istanza LAFE, gli uffici di esecuzione, gli uffici dei fallimenti e l’ufficio dell’incasso e delle pene alternative. I servizi online già in essere sono garantiti (estratti in generale, documenti giustificativi, ecc.) come pure le pratiche evase per posta (istanze, richieste, ecc). Non sarà possibile la consegna di documenti brevi manu, senza appuntamento.  
Pure gli sportelli dell’Ufficio dello stato civile della Sezione della popolazione sono accessibili unicamente su appuntamento. Si rammenta anche in questo caso la possibilità di evadere le procedure tramite i servizi online. Le informazioni all’utente saranno fornite esclusivamente via e-mail, tramite il servizio di posta tradizionale oppure telefonicamente.    

Violenza da brivido, giovani molto tesi

Violenza da brivido, giovani molto tesi

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 19 gennaio 2021 de La Regione

Tre interventi al giorno della polizia solo la punta dell’iceberg.
Le strategie del Cantone.

Terapia obbligatoria e bracciale ai violenti
Ogni due settimane una donna viene uccisa in Svizzera tra le mura domestiche. Cifre allarmanti che purtroppo non rendono giustizia alla reale piaga della violenza domestica: la polizia interviene in Ticino in media ben tre volte al giorno. Gli agenti, nel 2019, hanno allontanato dal contesto familiare ben 183 uomini. In qualche raro caso ad alzare le mani sono le donne, ma di regola a subire botte, insulti, umiliazioni, minacce, violenze sessuali sono madri, mogli, compagne, sorelle. La violenza coniugale uccide più del tabacco e della strada. “Sono cifre elevate, eppure stiamo parlando solo della punta dell’iceberg di una violenza davvero molto più diffusa, a emergere attraverso i dati di polizia sono di regola circa un terzo dei casi effettivi”, spiega Chiara Orelli Vassere. Da poco meno di un anno è la coordinatrice istituzionale per la violenza domestica al Dipartimento delle istituzioni e sta lavorando a un piano di azione cantonale.

L’obiettivo è individuare un ventaglio di misure per prevenire, sensibilizzare e contrastare questa piaga sociale a più livelli, attraverso un lavoro collettivo, creando una rete coesa e funzionale che sappia dare risposte tempestive e adeguate. La prima fase di mappatura quantitativa e qualitativa della problematica è quasi terminata. C’è insomma una prima fotografia per definire reali bisogni ed effettive necessità di intervento. Molto è stato fatto, non si parte certo da zero, molto si deve ancora fare.

Più formazione per individuare le vittime
Emergono diverse piste, poi andranno fatte delle scelte: “La formazione specifica, ad esempio, è importante. Soprattutto i punti di primo contatto con le vittime, decisivi per l’individuazione del maltrattamento e la sua successiva sanzione (ad esempio in ambito sanitario, ma anche giudiziario) devono saper riconoscere i segnali di una violenza che non di rado è anche, o esclusivamente, psicologica; occorrerà verificare l’adeguatezza di protocolli di presa a carico, pensare a figure formate e di riferimento per la tematica all’interno delle strutture. Ne stiamo discutendo con un gruppo di esperti in cui ci sono rappresentati anche i medici di famiglia e dell’Ente ospedaliero cantonale e della composita realtà della giustizia”, precisa Orelli.

Più giovani sotto stress
Altro punto, le statistiche. “Sarà utile avere dati condivisi tra i vari attori, affiancando ai dati oggi disponibili quelli deducibili dall’importante lavoro svolto ad esempio dai consultori familiari, da Telefono amico, dal 147 di Pro Juventute, da ulteriori fonti”. “Anche i giovani saranno al centro della nostra attenzione”, aggiunge Orelli. Proprio i giovani, durante questa seconda ondata pandemica stanno mostrando una maggiore insofferenza. “Registriamo un aumento dei casi di conflittualità in famiglia che coinvolgono i giovani, sia tra genitori e figli, sia nelle giovani coppie, dove emergono situazioni di sopraffazione e prevaricazione. Gli osservatori territoriali segnalano con una certa frequenza situazioni di controllo ossessivo, ad esempio del cellulare e degli spostamenti del partner, che rischiano di degenerare ed esplodere in violenze. Per contrastare questa tendenza sarebbero opportune ad esempio azioni di sensibilizzazione a scuola su modelli di relazione senza violenza. Una sorta di contronarrazione da proporre a contrasto di modelli relazionali violenti spesso veicolati da vettori culturali diffusi tra i giovanissimi”.
Il focus ovviamente sarà anche sulle vittime, se la presa a carico in urgenza è spesso efficace, per Orelli, andrebbe rafforzato un percorso che continui nel tempo, una volta superata la prima fase emergenziale.

Il nuovo piano entro l’autunno
Insomma davvero tanta carne al fuoco. Un piano articolato sta prendendo corpo, un passo dovuto per attuare la Convenzione di Istanbul (dal 2018 Svizzera è in vigore la Convenzione del Consiglio d’Europa su prevenzione e lotta contro la violenza sulle donne e violenza domestica). Gli obiettivi sono quattro: prevenire, proteggere le vittime, perseguire gli autori, avere politiche coordinate. “Per l’autunno contiamo di presentare al Governo un piano cantonale con misure concrete, sostenibili, condivise e in sintonia sul piano nazionale”, stima Frida Andreotti, responsabile della Divisione giustizia.

Purtroppo si sa che violenza chiama violenza. I danni sono esponenziali. Quanti minori assistono impotenti e rischiano di assorbire una cultura della violenza che li segnerà per la vita, trasformandoli, magari, in adulti che menano le mani. Gli effetti a cascata sono enormi. Infatti Confederazione e Cantoni sono corsi ai ripari con una serie di interventi.

Sul piano federale si profila ad esempio una misura per accrescere la difesa delle vittime: l’applicazione del bracciale (o cavigliera) per la sorveglianza elettronica a distanza dell’autore di violenza domestica. Scatterà dal 1° gennaio 2022. “Si valuteranno con i partner della rete, in primis l’Autorità che dovrà prendere le decisioni, i criteri sia per una sorveglianza attiva con la possibilità di intervento immediato in caso di urgenza, sia passiva, con verifiche posticipate, del rispetto delle interdizioni imposte, ritenuto che l’applicazione della sorveglianza elettronica va adeguatamente preparata sia con la vittime che con l’autore”, spiega Siva Steiner, responsabile dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, che dal 2011 assicura sostegno e consulenza in materia di violenza domestica e dal 2014 gestisce camere d’emergenza per chi, dopo aver agito con violenza, viene allontanato dal proprio domicilio dalla polizia.

Le novità in ambito giuridico non sono finite. Da luglio scorso, grazie a nuove disposizioni del Codice penale svizzero la decisione sulla prosecuzione del procedimento non dipende più esclusivamente dalla volontà della vittima, come era in precedenza. Altra importante novità. Sempre da luglio scorso, il procuratore pubblico può ordinare – sospendendo il procedimento per 6 mesi – la partecipazione dell’imputato (in caso di lesioni semplici, minacce) a un programma di prevenzione alla violenza. “Fino ad ora dal Ministero pubblico non abbiamo ancora ricevuto nessun mandato, tenuto conto che va prevista una procedura che prende del tempo dall’apertura del procedimento”, precisa Steiner. Il suo servizio è pronto e ben rodato: nel 2019, ha preso contatto con 106 persone segnalate dalla polizia; dopo il primo colloquio ne ha seguite 91. “L’obbligo è un buon strumento per garantire un contatto con la persona sotto procedimento. La sfida è trasformare questa costrizione in opportunità per riconoscere e possibilmente modificare comportamenti violenti”. Sei mesi non sono certo tanti per cambiare atteggiamenti radicati magari da decenni.

C’è chi ce la fa e chi ci ricasca
“Sono però sufficienti per porre le basi di un cambiamento, proponendo sostegni e strumenti per rinunciare alla violenza”. Concretamente vengono proposti quattro programmi, di cui uno con un approccio cognitivo comportamentale: “Sono 12 incontri di gruppo, a frequenza quindicinale, spalmati su sei mesi, dove si discute di violenza domestica da vari punti di vista, dalle sue cause alle sue conseguenze, affrontando dinamiche, aspetti sociali e culturali, aiutando le persone a gestire le emozioni, la rabbia. Alla fine del percorso è prevista una valutazione per il Ministero pubblico. Vediamo situazioni davvero molto diverse e usiamo strategie differenziate in collaborazione con altri partner. Chi riconosce di avere un problema e vuole cambiare può seguire ad esempio un percorso terapeutico con uno specialista esterno. Altri necessitano aiuti specializzati per risolvere situazioni di dipendenza o problematiche sociali”. L’esperto non vuole parlare di profili, ma di fattori di rischio personali (tendenza all’impulsività, disturbi psichici, dipendenze … ) e/o ambientali (problemi economici, relazionali, familiari, sociali…) che inducono le persone a scegliere la violenza come risposta ai conflitti in famiglia. La sfida è motivare le persone a cambiare, trovando nuovi strumenti. Ma quanto sono efficaci questi approcci, si evitano le recidive? Steiner precisa che non ci sono statistiche in Ticino. Per alcuni il sostegno funziona e mostrano via via comportamenti differenti, altri invece vengono risegnalati dalla polizia al suo servizio: “Soprattutto in momenti di crisi, vecchi schemi di comportamento possono riapparire”, conclude Steiner.

“Chiesti più controlli alle frontiere”

“Chiesti più controlli alle frontiere”

Servizio all’interno dell’edizione di lunedì 18 gennaio 2021 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/13762840

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Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 19 gennaio 2021 del Corriere del Ticino

Controlli al confine Il Ticino non molla
Il Consiglio di Stato scrive a Berna e chiede di presidiare la frontiera con l’Italia Chiesti anche test rapidi per chi rientra in Svizzera da viaggi all’estero e la chiusura dei valichi secondari
Norman Gobbi: «Abbiamo constatato un aumento del traffico in entrata per motivi non legati al lavoro»

Nelle fasi iniziali della pandemia, ormai quasi un anno fa, la strategia di chiudere le frontiere è risultata molto efficace nel ridurre la diffusione del coronavirus. Nel momento in cui il virus si stava diffondendo inesorabilmente, quasi tutti i Paesi europei hanno scelto di chiudere i confini non solo alle regioni con focolai, ma anche a tutte le altre nazioni. In piena seconda ondata, però, questa strategia non è per il momento stata applicata e, come prevedibile, il tema dei controlli alla frontiera è tornato d’attualità anche alle nostre latitudini. Questa richiesta, lo ricordiamo, è stata avanzata dalle autorità cantonali già il 4 novembre e il 21 dicembre scorsi ma le sollecitazioni sono rimaste lettera morta. E ora, alla luce dei focolai di variante inglese sul territorio cantonale, con la campagna vaccinale in pieno svolgimento e il «semi-confinamento» deciso dal consiglio federale, nella giornata di domenica l’Esecutivo cantonale si è nuovamente rivolto a Berna rinnovando la richiesta di introdurre controlli sistematici e di chiudere i valichi minori (prevedendo però delle fasce orarie di eccezione in particolare per i valichi maggiormente utilizzati dai lavoratori del settore sanitario). Nella missiva, il Governo ha pure ribadito la propria preoccupazione per la situazione alla frontiera con l’Italia e ha avanzato la proposta di sottoporre sistematicamente a test rapidi i viaggiatori che rientrano in Svizzera da viaggi all’estero, in particolare da aree a rischio, anche europee.

La zona rossa lombarda
Da domenica, come noto, la Lombardia è tornata zona rossa, ma nonostante il recente decreto del Governo italiano limiti gli spostamenti tra le regioni italiane (e all’interno delle regioni rosse), non vi è traccia di un divieto agli spostamenti verso gli Stati confinanti. Con tutte le conseguenze del caso. Il Governo è certo: il notevole flusso transfrontaliero, immortalato anche dalle webcam del Cantone nella mattinata di lunedì sulla A2, appare infatti solo parzialmente legato a motivi professionali.
«La nostra è una realtà cantonale con forte permeabilità verso sud e in particolare con la vicina Lombardia», premette il presidente del consiglio di Stato Norman Gobbi, da noi contattato. «Questo fine settimana abbiamo constatato un aumento del traffico in entrata per motivi non legati al lavoro. In Italia vigono restrizioni agli spostamenti più severe e qualcuno ne ha approfittato per uscire di casa e godere di quelle libertà che oltre confine non sono permesse». Da qui, dunque, il nuovo appello a Berna a intervenire, magari decretando la situazione straordinaria come già aveva fatto lo scorso mese di marzo. «Fino ad oggi non abbiamo mai ricevuto risposta», osserva Gobbi. Per il Governo, l’attuale assenza di controlli sistematici rischia di ridurre l’effetto delle misure restrittive e gli sforzi profusi nella campagna di vaccinazione. In questo senso, ribadisce Gobbi, i controlli al confine sono necessari anche e soprattutto dopo il mini-lockdown decretato da Berna e la conseguente richiesta alla cittadinanza di evitare il più possibile i contatti personali.

Non solo turisti
A preoccupare non è però il solo turista d’oltreconfine desideroso di trascorrere un pomeriggio sul Monte Generoso bensì anche chi dal Ticino si reca in Italia a fare la spesa. Una problematica che, sottolinea il presidente dell’Esecutivo, «è stata fatta presente all’Autorità federale». Per il Governo, l’attuale assenza di controlli sistematici rischia di ridurre l’effetto delle misure restrittive e gli sforzi profusi nella campagna di vaccinazione. In questo senso, ribadisce Gobbi, i controlli al confine sono necessari anche e soprattutto dopo il mini-lockdown decretato da Berna e la conseguente richiesta alla cittadinanza di evitare il più possibile i contatti personali.

È così facile passare il confine?
Ma passare il confine è davvero così facile? Tramontata la prima ondata, dal 15 giugno la Svizzera garantisce la libera circolazione all’interno dell’area Schengen. Tradotto, chi volesse andare in Italia deve semplicemente controllare le norme in vigore nel Paese d’entrata. Quindi, nello specifico, districarsi fra i colori delle Regioni italiane e le relative restrizioni. E anche per gli italiani, al di là delle ragioni lavorative, venire in Ticino non è certo un’impresa. Insomma, per il governo ticinese il confine è troppo morbido e permeabile. Un invito a nozze per il coronavirus (e non solo).
«Durante la prima ondata – aveva sottolineato qualche giorno fa la portavoce dell’Amministrazione federale delle dogane (AFD) Donatella Del Vecchio – abbiamo vissuto un periodo di eccezione. Il Consiglio federale aveva dichiarato la situazione straordinaria e poi aveva imposto delle restrizioni alle condizioni di entrata in Svizzera. L’AFD aveva quindi proceduto, oltre ad un controllo sistematico, a indirizzare il traffico unicamente sui valichi maggiori. Dal 15 giugno, questa situazione straordinaria è venuta a cadere ed è stata ripristinata la libera circolazione».
Tradotto, un ticinese che riuscisse (anche sfruttando la pigrizia delle autorità italiane, spesso assenti ai valichi minori) a varcare il confine potrebbe, qualora non incorresse in controlli su territorio italiano, rientrare in Svizzera anche con acquisti e spesa alimentare. Senza incorrere in multe, proprio in virtù della libera circolazione. Certo, vale il solito monito: superata la franchigia, bisogna dichiarare quanto acquistato. Ma vale soprattutto la raccomandazione del Consiglio federale, tuttora in vigore, che invita le persone a non spostarsi se non per motivi strettamente necessari. E la spesa oltre confine, va da sé, non lo è al di là delle restrizioni italiane e nello specifico lombarde. «Durante la situazione straordinaria – conclude Del Vecchio – effettuavamo controlli sistematici mentre ora siamo tornati a farli in base all’analisi dei rischi e a campione. Se prima sanzionavamo il turismo degli acquisti perché era previsto dall’ordinanza COVID-19, dal 15 giugno non possiamo farlo».

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Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 19 gennaio 2021 de La Regione

‘Controlli sistematici alla frontiera’
La lettera è stata inviata ieri
Controlli sistematici alle frontiere e chiusura dei valichi minori con delle fasce orarie di eccezione in particolare per i valichi maggiormente utilizzati dai lavoratori del settore sanitario. È quanto chiesto dal Consiglio di Stato in una lettera al Consiglio federale in cui si esprime preoccupazione per la situazione di frontiera con l’Italia, in particolare per il fatto che il flusso transfrontaliero è legato solo parzialmente a motivazioni lavorative. A preoccupare l’Autorità cantonale, pur in un quadro di miglioramenti dei dati epidemiologici del cantone, è la situazione legata alla presenza accertata della “variante inglese” del virus, che ha comportato il blocco delle visite in case anziani, ospedali e istituti per disabili, e che nella giornata di domenica ha visto porre in quarantena tutti gli allievi e i docenti della scuola media di Morbio Inferiore dopo che nell’istituto sono stati constatati 14 casi di positività, almeno due dei quali riconducibili alla “variante inglese”. A seguito di tali decisioni il Consiglio di Stato ha deciso di introdurre il divieto di attività sportive con contatto fisico e quelle svolte in spazi chiusi di bambini e giovani fino al compimento dei 16 anni in tutto il Mendrisiotto. L’attuale assenza di controlli sistematici, scrive il Consiglio di Stato a Berna, rischia infatti di ridurre l’effetto delle misure restrittive e gli sforzi profusi nella campagna di vaccinazione. Secondo l’esecutivo, oltre ai controlli sistematici alle frontiere e alla chiusura dei valichi minori, sarebbe inoltre auspicabile sottoporre sistematicamente a test rapidi i viaggiatori che rientrano in Svizzera da viaggi all’estero, in particolare da aree a rischio, anche europee.

Coronavirus: il Governo chiede controlli sistematici alla frontiera

Coronavirus: il Governo chiede controlli sistematici alla frontiera

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha scritto ieri al Consiglio federale esprimendo la propria preoccupazione per la situazione alla frontiera con l’Italia: il notevole flusso transfrontaliero appare infatti solo parzialmente legato a motivi professionali. Il Governo ha rinnovato la richiesta di introdurre controlli sistematici e di chiudere i valichi minori, con delle fasce orarie di eccezione in particolare per i valichi maggiormente utilizzati dai lavoratori del settore sanitario.

Anche se i dati epidemiologici mostrano un miglioramento della situazione nel nostro Cantone, la presenza accertata della nuova «variante inglese» del virus preoccupa le autorità cantonali. Il Dipartimento della sanità e della socialità (DSS) ha introdotto misure di protezione accresciute per le prossime settimane, vietando le visite nelle case per anziani, negli ospedali del settore acuto, nelle strutture di riabilitazione e negli istituti per invalidi. Nella giornata di ieri inoltre, l’Ufficio del medico cantonale del DSS, d’intesa con il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, ha posto in quarantena tutti gli allievi e i docenti della scuola media di Morbio Inferiore. La misura si è resa necessaria dopo che nell’istituto sono stati constatati 13 casi di positività, almeno due dei quali riconducibili alla «variante inglese». A seguito di tali decisioni il Consiglio di Stato ha tempestivamente deciso di introdurre il divieto di attività sportive con contatto fisico e quelle svolte in spazi chiusi di bambini e giovani fino al compimento dei 16 anni in tutto il Mendrisiotto.

Il Consiglio di Stato ha nel frattempo trasmesso una lettera al Consiglio federale, esprimendo nuovamente la propria preoccupazione sulla questione del controllo alle frontiere, tuttora irrisolta: l’attuale assenza di controlli sistematici rischia infatti di ridurre l’effetto delle misure restrittive e gli sforzi profusi nella campagna di vaccinazione.

Poiché il recente decreto del Governo italiano limita gli spostamenti tra le regioni italiane, ma non verso gli stati confinanti, il Governo ticinese ha quindi rinnovato la richiesta alla Confederazione – già formulata il 4 novembre e il 21 dicembre scorsi – di introdurre misure di controllo alla frontiera. È stata inoltre richiesta la chiusura dei valichi minori, prevedendo fasce mattutine e serali di eccezione, in particolare nei valichi più utilizzati dal personale sanitario.

Secondo il Consiglio di Stato sarebbe inoltre auspicabile sottoporre sistematicamente a test rapidi i viaggiatori che rientrano in Svizzera da viaggi all’estero, in particolare da aree a rischio, anche europee.