Gobbi: «Il futuro passa da un federalismo vero»

Gobbi: «Il futuro passa da un federalismo vero»

Per Cantone e Comuni si apre una nuova fase di dialogo

Il Dipartimento delle istituzioni ha concluso il ciclo di consultazioni sulla futura Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni, presentando una proposta concreta per rafforzare la collaborazione istituzionale. Nella primavera del 2026, 22 Comuni urbani, periurbani e rurali hanno partecipato al confronto, contribuendo a definire un nuovo modello basato sulla futura Conferenza di cooperazione interistituzionale. «Con questa proposta entriamo in una fase nuova», afferma il Consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «Le consultazioni hanno confermato una volontà diffusa di rafforzare il dialogo e costruire strumenti più efficaci».

Un nuovo tavolo di lavoro
La Conferenza sostituirà l’attuale piattaforma, giudicata troppo ampia e prevalentemente informativa. Il nuovo organismo sarà composto da cinque Consiglieri di Stato e cinque rappresentanti dei Comuni e lavorerà attraverso gruppi paritetici incaricati di analizzare i problemi, individuare le possibili soluzioni e scegliere insieme quelle più efficaci. «Non vogliamo un organo che si limiti a informare», sottolinea Gobbi. «Vogliamo un luogo in cui Cantone e Comuni condividano analisi e decisioni. È qui che si misura il federalismo: nella capacità di decidere insieme». Fondamentale sarà garantire la rappresentanza di realtà molto diverse tra loro. «Accanto alle Città, con strutture amministrative complesse, ci sono Comuni periurbani e rurali che affrontano esigenze completamente differenti. Questa pluralità dovrà essere rappresentata, evitando un sistema troppo rigido».

Un federalismo fondato sulla collaborazione
Per Gobbi la riforma va oltre il semplice riassetto istituzionale. «Parliamo di un federalismo vero, attento alle diversità dei Comuni e ai bisogni della popolazione. Il rapporto tra Cantone e Comuni si costruisce con fiducia, ascolto e collaborazione, non attraverso circolari». In quest’ottica, i Comuni devono essere coinvolti fin dall’elaborazione delle soluzioni. «Non possono essere semplici esecutori delle decisioni cantonali. Sono partner istituzionali con cui collaborare nell’interesse di cittadini, aziende e territorio».

L’eredità di Ticino 2020
Contestualmente è stata decisa la chiusura formale del progetto Ticino 2020. Gobbi riconosce le difficoltà incontrate, ma invita a non considerarlo un fallimento. «Preferisco assumermi la responsabilità di ciò che non ha funzionato, fare un bilancio e ripartire con una proposta che valorizza quanto abbiamo imparato». Tra gli ostacoli principali cita il principio della neutralità finanziaria, che imponeva di ridefinire i rapporti tra Cantone e Comuni senza aumentare i costi complessivi, limitando però i margini di intervento. «Il lavoro svolto ha comunque permesso di individuare con precisione i nodi da affrontare. Questo patrimonio di conoscenze non va disperso e sarà la base della nuova Conferenza».

I prossimi passi
La proposta sarà ora esaminata dai firmatari della dichiarazione d’intenti sottoscritta a Locarno nel settembre 2025. Se emergerà una convergenza, prenderà avvio la fase attuativa con l’obiettivo di definire il nuovo assetto di collaborazione entro l’autunno 2026. Il Dipartimento intende inoltre presentare un messaggio governativo per inserire nella Costituzione cantonale il principio di equivalenza nella ripartizione dei compiti tra Cantone e Comuni, accompagnato da una revisione della Legge organica comunale. «È un percorso che richiederà tempo e pazienza», conclude Gobbi. «Ma è l’unica strada per costruire un rapporto tra Cantone e Comuni all’altezza delle sfide che il Ticino deve affrontare».

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 19 luglio 2026 de Il Mattino della domenica

Acqua negata al Piemonte: «Siamo tutti nella stessa situazione»

Acqua negata al Piemonte: «Siamo tutti nella stessa situazione»

Il consigliere di Stato Norman Gobbi spiega perché il Ticino ha negato di essere più flessibile sul livello del Lago Maggiore.

La Pianura Padana è in ginocchio. Mesi di siccità hanno prosciugato fiumi e bacini, mettendo a rischio il cuore agricolo e industriale d’Italia. La situazione è così grave che il Piemonte ha chiesto aiuto a Valle d’Aosta e Canton Ticino, reclamando in particolare una maggiore portata d’acqua in uscita dal Lago Maggiore. La risposta del Consiglio di Stato ticinese, arrivata oggi: al momento non è possibile.

Un lago sotto la quota normale
ll Canton Ticino si trova nella stessa difficoltà dei vicini italiani. Dopo un inverno povero di neve, una primavera siccitosa e un inizio d’estate ancora peggiore, i bacini idroelettrici ticinesi segnano livelli critici. Il Lago Maggiore si trova attualmente a un metro sotto la quota normale. «Si ripete quello che abbiamo già vissuto nel 2022, quando Regione Lombardia e Regione Piemonte reclamavano acqua per l’agricoltura ma anche per le attività industriali», ha spiegato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni. Una crisi che non riguarda solo il Ticino: «Tutto l’arco alpino si trova confrontato con dei bacini idroelettrici molto bassi», ha aggiunto il consigliere di Stato.

Disponibili sull’acqua potabile, non sui flussi idrici
Il no del governo cantonale non è però privo di aperture. Il Ticino si è detto pronto a sostenere il Piemonte in caso di carenza di acqua potabile, mettendo a disposizione il proprio potabilizzatore mobile. «Siamo disponibili a sostenerli in caso di mancanza di acqua potabile, che è un bene essenziale», ha precisato Gobbi. Il consigliere ha però colto l’occasione per lanciare un appello diretto alle regioni italiane: «Le infrastrutture hanno un elevato tasso di perdita, quasi il 30%, e quindi l’invito è di fare investimenti, un po’ come abbiamo fatto noi». Sul futuro del Lago Maggiore, Gobbi è stato netto: «Il lago non può essere utilizzato unicamente come serbatoio. È un vettore turistico, è legato alle infrastrutture locali che hanno bisogno di una determinata quota». Con eventi siccitosi sempre più frequenti, soluzioni strutturali per l’agricoltura padana non sono più rinviabili.

Livelli idrici del Lago Maggiore: il Consiglio di Stato risponde alla richiesta della Regione Piemonte

Livelli idrici del Lago Maggiore: il Consiglio di Stato risponde alla richiesta della Regione Piemonte

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha risposto oggi, tramite lettera, alla richiesta ufficiale ricevuta da parte della Regione Piemonte, in riferimento ai bassi livelli idrici del Lago Maggiore, causati delle condizioni meteorologhe di quest’estate.  

Nella sua lettera, il Consiglio di Stato esprime il proprio accordo di principio sulla necessità di operare in maniera congiunta, nell’interesse del territorio. Per questo motivo, il Governo ticinese ha già preso contatto con gli operatori idroelettrici attivi sul territorio cantonale, informandoli e sensibilizzandoli in merito alla richiesta della Regione Piemonte.  

Il Consiglio di Stato ha evidenziato, ad ogni modo, che anche la Svizzera è attualmente confrontata con una situazione di allerta per siccità, a causa delle scarse precipitazioni: lo dimostra il fatto che l’attuale riserva di acqua contenuta nei bacini idroelettrici ticinesi si situa al limite inferiore dei dati registrati negli ultimi 10 anni. Questo stato di cose potrebbe rendere difficile un rilascio di quantitativi di acqua rilevanti, anche per ragioni di tutela della riserva idroelettrica invernale.  

Il Governo ha tenuto a specificare che nell’ambito del quadro legale vigente, il Cantone Ticino dispone di un margine di manovra ridotto, in quanto la maggior parte delle acque sottostà a un regime di concessioni attribuite nel secolo scorso ad operatori privati con sede oltralpe, nei confronti dei quali il Cantone non ha autorità ed ottiene solo a fronte di grande impegno deflussi minimi. Inoltre, vi sono precisi vincoli relativi alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico: l’ente cantonale, dotato di autonomia gestionale per parte delle acque, è infatti tenuto per mandato legale a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico.  

Il Consiglio di Stato ha inoltre sottolineato l’importanza di approfondire in maniera congiunta la gestione parsimoniosa dell’acqua e l’uso efficiente delle risorse: un tema già seguito dalla Comunità di lavoro della Regio Insubrica. In questo ambito, il Governo ha anche garantito la disponibilità a favore di azioni di supporto qualora la Regione Piemonte fosse confrontata con una situazione di emergenza idrica relativa all’acqua potabile – nello spirito di collaborazione transfrontaliera in materia di assistenza reciproca in caso di emergenze di protezione civile (formalizzata anche nel Protocollo d’intesa tra la Prefettura del Verbano Cusio Ossola e il Cantone Ticino). In questo senso, il Consiglio di Stato ha dato la propria disponibilità nel mettere a disposizione in tempi rapidi un’unità mobile per il trattamento dell’acqua.

Cantone e Comuni voltano una pagina. Anzi, due

Cantone e Comuni voltano una pagina. Anzi, due

Vede la luce la ‘Conferenza di cooperazione interistituzionale’, chiude formalmente il cantiere ‘Ticino 2020’. Novità, ma fino a un certo punto, nei rapporti tra Cantone e Comuni, non sempre facili (per usare un eufemismo). Le annuncia, nero su bianco, il Dipartimento istituzioni.

La prima scaturisce dal ciclo di consultazioni promosso dal Dipartimento sulla futura Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni. In primavera “ventidue Comuni urbani, periurbani e rurali hanno partecipato al percorso di confronto, che ha permesso di affinare la proposta di riforma, prevedendo l’introduzione della Conferenza di cooperazione interistituzionale”, si spiega nella nota dipartimentale. Per ora si tratta di una proposta. La Conferenza di cooperazione interistituzionale è destinata a rimpiazzare l’attuale Piattaforma di dialogo. “L’obiettivo è di creare uno strumento più efficace e operativo, capace di favorire un coinvolgimento tempestivo degli enti locali nei processi decisionali, migliorare il coordinamento tra i due livelli istituzionali e promuovere la ricerca condivisa di soluzioni sui principali dossier di interesse comune”, evidenzia il Dipartimento istituzioni. Il modello “si fonda sul rispetto reciproco dei ruoli istituzionali, su una rappresentanza equilibrata delle diverse tipologie di Comuni e sull’attivazione di gruppi di lavoro paritetici incaricati di elaborare proposte da sottoporre alle istanze politiche competenti”. 

Per il capo della Sezione degli enti locali Marzio Della Santa, citato nella nota, «la nuova proposta non rappresenta un punto d’arrivo, ma una base di lavoro aperta al confronto: l’obiettivo è costruire una struttura stabile, credibile e condivisa, capace di garantire continuità al dialogo e di affrontare in modo più efficace le questioni che coinvolgono Cantone e Comuni».

La proposta passa ora all’esame dei firmatari della lettera d’intenti originaria: il Consiglio di Stato, le cinque Città, l’Associazione dei comuni ticinesi e l’Ente regionale per lo sviluppo del Luganese. In caso di convergenza sugli obiettivi, il progetto “entrerà nella fase attuativa, con una nuova lettera d’intenti e la definizione dei presupposti organizzativi della Conferenza di cooperazione interistituzionale”, indica il Dipartimento. L’intento è di “giungere, verosimilmente entro l’autunno 2026, alla definizione del nuovo assetto di collaborazione tra Cantone e Comuni”. Il Dipartimento istituzioni intende inoltre “promuovere un messaggio governativo per introdurre nella Costituzione cantonale il principio di equivalenza nella ripartizione dei compiti tra Cantone e Comuni, e una revisione parziale della Legge organica comunale”.

Dunque, in vista una nuova Piattaforma di dialogo tra i due livelli istituzionali. Cambia il contenitore. E i contenuti? Vedremo i risultati.

E veniamo alla seconda novità. Ovvero all’interruzione di ‘Ticino 2020’, l’annoso e controverso progetto volto a ridefinire compiti e flussi finanziari tra Cantone e Comuni. “Contestualmente” alle riflessioni sulla futura Piattaforma di dialogo, “il Comitato strategico – composto da rappresentanti del Consiglio di Stato e dei Comuni – ha deciso di procedere alla chiusura formale del progetto ‘Ticino 2020′”, scrive il Dipartimento. Una scelta, aggiunge, “che rappresenta la conclusione di un percorso e l’avvio di una nuova fase politica: vi è infatti la ferma volontà di preservare e valorizzare il patrimonio di conoscenze, relazioni e proposte sviluppato nel corso degli anni, affinché possa continuare a generare valore all’interno del nuovo assetto di collaborazione”.

La mozione di febbraio
A sollecitare la chiusura di ‘Ticino 2020’ era stata fra l’altro una mozione depositata nel febbraio di quest’anno, all’indirizzo del Consiglio di Stato, e firmata da presidente, capogruppo e vicecapogruppo del Plr – Alessandro Speziali, Matteo Quadranti e Simona Genini (primi firmatari dell’atto parlamentare) -, nonché da presidente e capogruppo del Centro – Fiorenzo Dadò e Maurizio Agustoni -, dal capogruppo dell’Udc Alain Bühler e, per i Verdi, dal co-coordinatore Marco Noi e dalla deputata Giulia Petralli. «Abbiamo preso atto dell’abbandono definitivo di ‘Ticino 2020’, perché così ci è stato riferito dai rappresentanti del Consiglio di Stato. Continuano però a essere sul tavolo alcuni grossi dossier che vanno evasi in tempi rapidi: se non si risolvono determinati problemi i rapporti tra Cantone e Comuni si faranno ancor più difficili e a rimetterci, non dimentichiamolo, saranno per finire i cittadini», sostiene, da noi raggiunto, il presidente
dell’Associazione dei comuni ticinesi Felice Dafond. «Oggi ad esempio c’è ancora un intreccio di competenze tra Cantone e Comuni, quando invece serve chiarezza: in altre parole, è assolutamente necessario sapere che cosa fa il primo e cosa fanno i secondi. Tra le questioni sempre aperte – aggiunge Dafond – c’è la perequazione finanziaria. Abbiamo sempre meno Comuni paganti e sempre più Comuni riceventi, e questo anche perché il Cantone scarica sugli enti locali un crescente numero di oneri per ridurre i suoi disavanzi e risanare così le sue casse. Le questioni pendenti sono diverse, questioni che il progetto ‘Ticino 2020’ cercava perlomeno di affrontare. Potremmo chiamare la prossima riforma ‘Ticino 2030’, ma se i dossier resteranno aperti e dunque non verranno trattati, la sostanza non cambierà: in questi casi battezzare con un altro nome le riforme è semplicemente un esercizio politico alibi». 

‘Non mi faccio soverchie illusioni’
Problemi pendenti, da risolvere a breve? «Ma non mi faccio soverchie illusioni», riprende il presidente dell’Act, ex deputato del Plr al Gran Consiglio e già sindaco di Minusio: «Siamo in campagna elettorale per le Cantonali del 2027. Poi ci saranno le Federali e nel 2028 le Comunali. Temo insomma che certe questioni si trascineranno irrisolte ancora per un bel po’, purtroppo».

Quanto alla prevista introduzione della Conferenza di cooperazione interistituzionale, Dafond non si sbilancia per il momento. «Un dato è certo: l’attuale Piattaforma è insoddisfacente – dice il presidente dell’Act -. Fra l’altro è capitato che il governo abbia annunciato una cosa in Piattaforma e in seguito ne abbia fatta un’altra, senza consultare gli enti locali. 
A monte deve esserci un maggiore riconoscimento e rispetto del ruolo istituzionale dei Comuni. Non siamo e non vogliamo essere uno sportello del Cantone. Il Comune è un ente costituzionale e rappresenta il primo contatto che il cittadino ha con lo Stato». «Il progetto Ticino 2020 è partito in una direzione condivisa. Successivamente, a fronte di veti e vincoli posti da una parte e dall’altra, ha deviato rotta e si è progressivamente arrivati a questa situazione di impasse, in cui il Cantone – il Consiglio di Stato – e i Comuni hanno condiviso la volontà di chiudere il progetto, senza però disperdere l’eredità acquisita nel tempo – commenta a ‘laRegione’ il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi -. Quindi, un’analisi approfondita degli ambiti in cui Cantone e Comuni devono ancora lavorare insieme per rispondere ai bisogni di cittadini, aziende e territorio».

Per poter fare questo, però, continua Gobbi, «ci vuole una nuova formula di cooperazione, molto più operativa ma anche migliore dal punto di vista qualitativo. Oggi la Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni è soprattutto una piattaforma informativa. Quello che vogliamo con la nuova Conferenza di cooperazione interistituzionale tra Cantone e Comuni, è un luogo in cui analizzare un problema insieme, identificare le possibili soluzioni e in seguito decidere qual è la migliore dal punto di vista dell’efficacia, dell’efficienza e della risposta al bisogno».

‘Servirà maggior impegno da parte di tutti’
Tutto ciò, per il direttore del Di «richiede un maggiore impegno a tutti: al Consiglio di Stato e all’amministrazione cantonale da una parte, ma anche ai Comuni dall’altra, che dovranno dotarsi di una struttura migliore e più ampia per affrontare assieme questi problemi. Non vogliamo che sia semplicemente un meccanismo di informazione, ma un lavoro di intenti, nell’ottica di rafforzare la cooperazione, ponendo al centro la missione come istituzioni, Cantone e Comuni, insieme ai cittadini».

Quindi per Gobbi, non siamo davanti a un fallimento completo, ma piuttosto a un fermo bisogno da parte di tutti di assumersi le proprie responsabilità per affrontare i problemi che comunque rimangono aperti? «Esatto, perché da un lato abbiamo tutti in parte contribuito a deviare dal percorso, e questo evidentemente ha portato a non raggiungere la meta che ci eravamo prefissati. Questo potrebbe essere letto come un insuccesso: ponendo dei vincoli da una parte e dall’altra, abbiamo cambiato rotta e non siamo arrivati alla destinazione inizialmente identificata». D’altro canto, quello che rimane, prosegue Gobbi, «è il fatto che i problemi restano. Talvolta vengono etichettati, secondo me in maniera errata, come un aumento degli oneri sui Comuni: cosa che non è corretta, perché si tratta spesso di voci di spesa già oggi esistenti. Penso ad esempio al settore degli anziani. Se la nostra popolazione invecchia è anche un bene, perché significa che abbiamo una buona qualità di vita e un’aspettativa di vita più alta, a livello svizzero e talvolta anche europeo – pensando ad esempio all’aspettativa di vita maschile. Ma resta comunque un tema che dobbiamo affrontare insieme. E soprattutto dobbiamo lavorare meglio per dare risposte adeguate».

‘Migliorare il metodo di lavoro’
Ma oggettivamente, cosa non ha funzionato? È stata davvero ‘solo’ una questione di vincoli e veti reciproci? «Dal mio punto di vista – spiega Gobbi – è anche una questione di metodo di lavoro. Faccio un esempio in cui si è verificato un cortocircuito comunicativo: quando si è discusso, a livello sia tecnico sia politico, nell’ambito delle rette delle case anziani, i rappresentanti dei Comuni non si sono confrontati con i loro pari. Chi era stato delegato all’interno di questa commissione tecnica non si è mai confrontato con i vari municipi, e i municipi si sono trovati di fronte a una soluzione proposta che non avevano ancora condiviso: questo ovviamente ha portato a un cortocircuito». Di conseguenza, l’obiettivo della nuova Conferenza di cooperazione «è proprio migliorare questo coinvolgimento, per evitare di arrivare a soluzioni percepite come calate dall’alto. Devono invece essere il frutto di una condivisione durante l’analisi del problema, l’identificazione delle possibili soluzioni e l’individuazione della migliore risposta dal punto di vista dell’efficacia, ma anche dell’efficienza nell’uso delle risorse».

‘I Comuni si dotino di una struttura d’appoggio adeguata’
L’auspicio di Gobbi, a questo punto, è che arrivino una migliore comunicazione e delle migliori sinergie sia tra i due livelli istituzionali ma anche all’interno dei livelli stessi? «Esatto. Questo  presuppone, dall’altra parte, che i Comuni si dotino anche di una struttura di supporto adeguata, perché molti rappresentanti degli enti locali sono politici di milizia e hanno bisogno di supporto tecnico nei vari settori. Ci sono città con amministrazioni pubbliche più strutturate, ma ci sono anche specialisti nei Comuni medi o nei Comuni rurali».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 15 luglio 2026 de La Regione

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Ticino 2020 in archivio «Ma i problemi restano»

Il progetto Ticino 2020 è stato ufficialmente archiviato. Ieri il Dipartimento delle istituzioni ha annunciato – per Cantone e Comuni – l’ingresso in «una nuova fase di dialogo». Insomma, il rapporto tra i due livelli istituzionali è pronto a cambiare forma. In che modo? Lo abbiamo chiesto al direttore Norman Gobbi. «Bisogna cambiare il metodo di lavoro. Lo dico a fronte proprio dell’esperienza di Ticino 2020, ma anche della piattaforma di dialogo. I problemi rimangono sul tavolo, con sfide di diversa natura – penso ad esempio al settore anziani – che chiedono una risposta congiunta, perché Cantone e Comuni devono affrontarle insieme». Cambiare metodo di lavoro perché, come ammette il consigliere di Stato, «Ticino 2020 ha deviato dalla rotta iniziale a causa dei vincoli posti da una parte e dall’altra, arrivando così a una situazione di stallo». Mentre la piattaforma di dialogo era soprattutto informativa, «se vogliamo affrontare insieme le tematiche e i problemi del canton Ticino, dobbiamo farlo in maniera strutturata. Questo presuppone maggiore apertura e impegno da entrambe le parti. Quello che vogliamo è analizzare insieme i problemi, identificare le soluzioni e scegliere quelle più efficaci ed efficienti nell’utilizzo delle risorse, nell’interesse del cittadino, delle aziende e del territorio».

La Conferenza di cooperazione
Viene da chiedersi che cosa garantirà, ora, che le cose vadano diversamente con quella che è stata denominata «Conferenza di cooperazione interistituzionale ». E se davvero, trovando un nuovo metodo di lavoro, si potrà andare oltre quello che Gobbi stesso definisce uno stallo. «Il metodo di lavoro è un elemento centrale, e deve coinvolgere maggiormente le due parti. Da un lato, il Cantone è consapevole che senza i Comuni molte delle sfide non possono essere risolte. Dall’altra parte, anche i Comuni devono lavorare in maniera diversa. L’obiettivo è, a differenza del
passato, avere un siste-ma strutturato che porti tutti a condividere l’analisi del singolo problema, l’identificazione della risposta e la scelta della soluzione migliore». Facile immaginare allora un gruppo più snello rispetto al passato. «Sì, oggi la piattaforma conta molte persone attorno al tavolo e, come detto, è prevalentemente informativa. Il nuovo tavolo paritetico – cinque consiglieri di Stato con cinque rappresentanti dei Comuni – dovrà essere rappresentativo della diversità dei Comuni ticinesi. Abbiamo le Città, con amministrazioni pubbliche importanti e capaci di fare un certo tipo di analisi e di lavoro, ma abbiamo anche le esigenze dei Comuni periurbani e rurali, che non possono essere paragonate a quelle urbane, per esempio sul piano dell’onere amministrativo. Questa pluralità deve trasparire attorno al tavolo, proprio per evitare che il sistema sia troppo vincolante e poco rispettoso della diversità dei nostri cento Comuni».

Un nuovo modo di lavorare
Nel comunicato si parla di «rilanciare i rapporti tra i due livelli istituzionali», ma a volte è persino difficile capire che cosa si intenda con «rilanciare». Dove si sono sfibrati i rapporti tra Cantone e Comuni? Norman Gobbi riflette: «Da un punto di vista formale, non si sono sfibrati, perché lavoriamo comunque insieme. Talvolta ci sono incomprensioni o narrazioni errate. Pensiamo al settore anziani: abbiamo una popolazione che invecchia – e in Ticino abbiamo la qualità di vita e l’aspettativa di vita più alta della Svizzera – e dobbiamo affrontare la situazione insieme, perché ci sono compiti che spettano al Cantone e altri ai Comuni. Rilanciare i rapporti significa trovare un nuovo modo di lavorare insieme, per evitare che ciascun livello percepisca l’altro come quello che impone o blocca. Le sfide sociodemografiche e quelle di rilancio del territorio richiedono una vera intesa, perché il Cantone da solo, senza il coinvolgimento dei Comuni, non può farcela». Lo stesso Marzio Della Santa, capo della Sezione degli enti locali, citato nella nota stampa, sottolinea: «La nuova proposta non rappresenta un punto d’arrivo, ma una base di lavoro aperta al confronto. L’obiettivo è costruire una struttura stabile, credibile e condivisa, capace di garantire continuità al dialogo e di affrontare in modo più efficace le questioni che coinvolgono Cantone e Comuni».

Un insuccesso? «Sì, ma…»
Ticino 2020, progetto promosso dal Consiglio di Stato per la prima volta dodici anni fa, da sempre viene associato a Norman Gobbi. Il direttore del DI non vuole, però, fermarsi all’idea di un insuccesso. Tuttavia ammette: «Rispetto alla destinazione che avevamo identificato insieme ai Comuni, i vincoli e le condizioni posti da una parte e dall’altra non ci hanno permesso di arrivare dove volevamo. Questo può essere letto come un insuccesso, certo. In realtà, però, ha permesso, perlomeno, di identificare flussi finanziari e tematiche su cui dovremo lavorare in futuro. Perché se è vero che Ticino 2020 viene chiuso formalmente, i problemi che coinvolgono Cantone e Comuni rimangono sul tavolo, e dobbiamo affrontarli nell’interesse dei cittadini ai quali entrambi i livelli istituzionali devono rispondere ».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 15 luglio 2026 del Corriere del Ticino

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https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3890189

Servizio all’interno dell’edizione di martedì 14 luglio 2026 de Il Quotidiano

Cantone e Comuni verso una nuova fase di dialogo

Cantone e Comuni verso una nuova fase di dialogo

Comunicato stampa

Si è concluso il ciclo di consultazioni promosso dal Dipartimento delle istituzioni sulla futura Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni. Nella primavera del 2026, 22 Comuni urbani, periurbani e rurali hanno partecipato al percorso di confronto, che ha permesso di affinare la proposta di riforma prevedendo l’introduzione della Conferenza di cooperazione interistituzionale. Il Comitato strategico ha contestualmente deciso la chiusura formale del progetto Ticino 2020, aprendo una nuova fase di collaborazione istituzionale tra Cantone e Comuni.

L’incontro con i 100 Comuni ticinesi, svoltosi il 10 settembre 2025 a Locarno, ha portato alla firma di una dichiarazione d’intenti tra Governo e Municipi. Tra gli impegni assunti dal Consiglio di Stato figurava la riforma della Piattaforma Cantone-Comuni, da sviluppare attraverso un percorso di confronto con i Comuni. Un percorso iniziato dal Dipartimento delle istituzioni nell’autunno del 2025, con le prime riflessioni per definire i presupposti funzionali, organizzativi e processuali opportuni per rilanciare i rapporti tra i due livelli istituzionali. Nella primavera del 2026, 22 Comuni urbani, periurbani e rurali sono stati coinvolti in una consultazione che è culminata nell’elaborazione di una proposta per il nuovo modello di piattaforma.  

Ticino 2020: chiusura formale  
Contestualmente alle riflessioni volte a definire la proposta per la nuova piattaforma, il Comitato strategico – composto da rappresentanti del Consiglio di Stato e dei Comuni – ha deciso di procedere alla chiusura formale del progetto Ticino 2020, iniziativa che mirava a riordinare e ridefinire i rapporti fra Cantone e Comuni. Una scelta che rappresenta la conclusione di un percorso e l’avvio di una nuova fase politica. Vi è infatti la ferma volontà di preservare e valorizzare il patrimonio di conoscenze, relazioni e proposte sviluppato nel corso degli anni, affinché possa continuare a generare valore all’interno del nuovo assetto di collaborazione. «La conclusione formale di Ticino 2020 non segna la fine di un percorso, ma l’inizio di una nuova fase politica», evidenzia il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «Le esperienze maturate in questi anni costituiscono un patrimonio prezioso che intendiamo valorizzare, costruendo relazioni istituzionali più solide, efficaci e orientate al futuro.»  

Nasce la Conferenza di cooperazione interistituzionale  
La nuova proposta prevede l’istituzione della Conferenza di cooperazione interistituzionale, destinata a sostituire l’attuale piattaforma di dialogo. L’obiettivo è creare uno strumento più efficace e operativo, capace di favorire un coinvolgimento tempestivo degli enti locali nei processi decisionali, migliorare il coordinamento tra i due livelli istituzionali e promuovere la ricerca condivisa di soluzioni sui principali dossier di interesse comune. Il modello si fonda sul rispetto reciproco dei ruoli istituzionali, su una rappresentanza equilibrata delle diverse tipologie di Comuni e sull’attivazione di gruppi di lavoro paritetici incaricati di elaborare proposte da sottoporre alle istanze politiche competenti. 
«Le discussioni svolte nelle diverse regioni del Cantone hanno confermato che esiste una volontà diffusa di rafforzare il dialogo istituzionale e di costruire strumenti più efficaci», sottolinea il Consigliere di Stato Norman Gobbi. «Cantone e Comuni condividono la stessa responsabilità nei confronti della popolazione. Per questo motivo è stato ritenuto necessario avviare una riflessione che permetta di passare da una logica di semplice consultazione a una reale collaborazione nella definizione delle soluzioni.»  
«La nuova proposta non rappresenta un punto d’arrivo, ma una base di lavoro aperta al confronto», osserva il Capo della Sezione degli enti locali Marzio Della Santa. «L’obiettivo è costruire una struttura stabile, credibile e condivisa, capace di garantire continuità al dialogo e di affrontare in modo più efficace le questioni che coinvolgono Cantone e Comuni.»  

I prossimi passi  
La proposta passa ora all’esame dei firmatari della lettera d’intenti originaria: il Consiglio di Stato, le cinque Città, l’Associazione dei Comuni Ticinesi (ACT) e l’Ente regionale per lo sviluppo del Luganese (ERS-L). In caso di convergenza sugli obiettivi, il progetto entrerà nella fase attuativa, con una nuova lettera d’intenti e la definizione dei presupposti organizzativi della Conferenza di cooperazione interistituzionale. L’obiettivo è giungere, verosimilmente entro l’autunno 2026, alla definizione del nuovo assetto di collaborazione tra Cantone e Comuni. Il Dipartimento delle istituzioni intende inoltre promuovere un Messaggio governativo per introdurre nella Costituzione cantonale il principio di equivalenza nella ripartizione dei compiti tra Cantone e Comuni, e una revisione parziale della Legge organica

“Il Ticino pagherebbe il prezzo più alto”

“Il Ticino pagherebbe il prezzo più alto”

Disoccupazione e permessi G: l’invito alla Confederazione è perentorio

Bruxelles ha deciso, la Svizzera dovrà incassare il colpo – a meno che il Consiglio federale non trovi la forza di dire di no. È questo, in sintesi, il nodo che tiene banco dopo il via libera del Parlamento europeo alla riforma che intende riscrivere le regole sull’indennità di disoccupazione dei lavoratori frontalieri. Un tema che il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi (nella foto) aveva anticipato mesi fa sulle pagine del Mattino della Domenica e che ora, nero su bianco, assume i contorni di una fattura molto salata per la Confederazione: tra 600 e 900 milioni di franchi l’anno, secondo le stime della SECO.

Le ripercussioni nel Cantone
Oggi un frontaliere che perde il lavoro in Svizzera percepisce l’indennità nel proprio Paese di residenza, con la Confederazione che rimborsa allo Stato estero una parte delle prestazioni. Con la riforma, basata sul principio della Lex Loci Laboris, sarà invece la cassa disoccupazione svizzera a dover coprire integralmente i sussidi – anche per chi ha lavorato solo 22 settimane, meno di sei mesi, e anche se il costo della vita nel Paese di residenza è più basso. Per il nostro Cantone, primo in Svizzera per numero di frontalieri, il rischio non è solo finanziario. Gobbi lo ha spiegato chiaramente nei giorni scorsi: «La nuova regolamentazione rischia di trasformarsi in un incentivo a costruire rapporti di lavoro ad hoc, al solo scopo di maturare il diritto alle indennità elvetiche » . Il Ticino, per la sua posizione di confine, è già esposto al fenomeno delle società ‘bucalettere’. Le condizioni diventeranno ancora più attrattive per i residenti oltre confine, e questo potrebbe comportare un ulteriore incremento della quota di lavoratori frontalieri, con un paradosso clamoroso: «Dovremo rafforzare l’apparato amministrativo affinché gli Uffici regionali aiutino a ricollocare i lavoratori frontalieri disoccupati, facendo concorrenza ai ticinesi» , avverte Gobbi. Una modifica che creerebbe ulteriori problemi al mercato del lavoro ticinese, già confrontato con una situazione complessa.

Cosa serve ora
La partita, però, non è chiusa. La riforma entrerà in vigore solo con il via libera della Svizzera in sede di Comitato misto Svizzera-UE, e proprio qui si gioca la fase più delicata. Non sono mancate le pressioni dirette di alcuni Stati confinanti: il ministro francese Philippe Tabarot aveva confermato la volontà di Parigi di far pressione su Berna perché si adegui senza indugio alle nuove regole europee.
Per Gobbi è qui che si misura la reale postura della Confederazione.
«Non possiamo permetterci che il Consiglio federale tratti questo dossier come un puro e semplice tecnicismo » , dichiara il Consigliere di Stato. «Parliamo di centinaia di milioni di franchi, della tenuta del nostro sistema sociale e della credibilità delle nostre istituzioni verso chi vive e lavora onestamente in questo Paese. Berna deve negoziare con fermezza, non subire.» Un messaggio che il Direttore del Dipartimento delle istituzioni intende ribadire con forza, esprimendo la propria preoccupazione per la realtà ticinese: «Il Ticino non chiede favori, chiede che i propri interessi – che sono anche quelli della Svizzera intera – vengano difesi con la stessa determinazione con cui Bruxelles difende i propri. Se sapremo trattare questo dossier con fermezza, eviteremo che il conto, ancora una volta, lo paghino i cittadini.»

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 12 luglio 2026 de Il Mattino della domenica

Frontalieri, riforma UE: un conto salatissimo

Frontalieri, riforma UE: un conto salatissimo

È arrivata come una doccia fredda, anche se era ampiamente annunciata: il Parlamento europeo ha approvato la
riforma che ridefinisce le competenze in materia di disoccupati frontalieri. Sapevamo che sarebbe successo, la direzione
era chiara da mesi. Ma vedere confermato nero su bianco un simile scenario non rende la notizia meno pesante. Oggi
un frontaliere occupato in Svizzera che perde il lavoro percepisce l’indennità di disoccupazione nel proprio Paese di
domicilio. La Confederazione partecipa rimborsando allo Stato di residenza una quota delle prestazioni erogate. Se la
modifica sarà accolta, in futuro toccherà alla cassa disoccupazione svizzera coprire integralmente queste prestazioni. Le
nuove norme comporteranno costi aggiuntivi per diverse centinaia di milioni di franchi – tra 600 e 900, secondo le stime
della SECO – per la Svizzera. L’Unione europea cambia le regole del gioco e noi siamo chiamati a passare alla cassa.
Una musica già sentita, che non porta nulla di buono.

Inutile sottolineare che le conseguenze maggiori graveranno sui cantoni di frontiera, e il Ticino non sarà risparmiato.

Al di là delle cifre, che non mentono, il rischio concreto per il nostro Cantone è legato all’innescarsi di pericolose
dinamiche che genererebbero ulteriori distorsioni nel mercato del lavoro. Non esito a definire questa modifica un
clamoroso assist per chi vuole fregare il sistema. Il Ticino, per la sua posizione di confine, è particolarmente esposto al
fenomeno delle società «bucalettere». Il rischio concreto è di incentivare contratti di breve durata o rapporti di lavoro
costruiti ad arte, al solo scopo di maturare il diritto alle indennità svizzere di disoccupazione. Le condizioni diventeranno
ancora più attrattive per i residenti oltre confine, e questo potrebbe comportare un ulteriore incremento della quota di
lavoratori frontalieri, con un paradosso clamoroso: dovremo rafforzare l’apparato amministrativo affinché gli Uffici
regionali aiutino a ricollocare i lavoratori frontalieri disoccupati, facendo concorrenza ai ticinesi. Insomma, da qualsiasi
parte la si veda, questa modifica creerebbe seri problemi alla nostra economia, già confrontata con non pochi grattacapi.
Ma la partita non è ancora finita e la posta in gioco, è evidente, è molto alta. La modifica non entrerà automaticamente
in vigore e potrà essere adottata unicamente con il consenso di Berna in sede di Comitato misto Svizzera-UE. La SECO
aveva indicato a suo tempo che un eventuale rifiuto da parte della Svizzera potrebbe comportare ritorsioni da parte
dell’UE, «la cui natura è difficile da prevedere». Una posizione debole, che non lascia presagire nulla di buono. La palla
passa ora al Consiglio federale, che dovrà muoversi nella giusta direzione per tutelare gli interessi del nostro Paese. È
quello che auspichiamo, per evitare che a passare alla cassa, ancora una volta, per l’ennesima fattura salata staccata
da Bruxelles, siano le ticinesi e i ticinesi.

Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 10.07.2026

Nominato l’Aggiunto e sostituto Direttore delle Strutture carcerarie cantonali

Nominato l’Aggiunto e sostituto Direttore delle Strutture carcerarie cantonali

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha nominato Federico Pagani Aggiunto e sostituto Direttore presso le Strutture carcerarie cantonali del Dipartimento delle istituzioni.

Federico Pagani, nato nel 1992, domiciliato a Balerna, studi in diritto a Zurigo con periodo di stage presso i Servizi del Parlamento federale e rinomati studi legali a Zurigo, Lugano e Chiasso, è avvocato di formazione e ha ottenuto il CAS in General Management and Financial Analysis nel contesto dell’Executive Master in Business Administration presso la SUPSI. Da oltre quattro anni è attivo quale giurista presso la Divisione della giustizia dove ha maturato in particolare esperienza nell’ambito del settore esecuzione pene e misure. È membro supplente della Commissione per esame dei condannati pericolosi e della Commissione d’esame dell’Organo responsabile degli esami federali per il personale dell’esecuzione delle sanzioni penali, dove ha assunto in passato anche la funzione di esperto.  
Nella sua nuova funzione all’interno del Dipartimento delle istituzioni, Federico Pagani è chiamato – oltre a supportare il Direttore Stefano Laffranchini nella conduzione delle Strutture carcerarie cantonali – a gestire alcuni progetti strategici legati in particolare alla risocializzazione delle persone detenute e al loro collocamento.  
Il Consiglio di Stato formula al neo Aggiunto e sostituto Direttore i migliori auguri di buon lavoro.  

Targhe: procedure semplificate e nuovi servizi digitali

Targhe: procedure semplificate e nuovi servizi digitali

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato, nella seduta dell’8 luglio, ha approvato una modifica del Regolamento della legge cantonale di applicazione della legislazione federale sulla circolazione stradale e la tassa sul traffico pesante (RLACS), con l’obiettivo di semplificare alcune procedure amministrative e proseguire il processo di digitalizzazione dei servizi della Sezione della circolazione. Le novità riguardano in particolare la cessione delle targhe di controllo (comunemente note come targhe dei veicoli) e l’introduzione di nuovi strumenti digitali che renderanno più rapide e semplici alcune delle pratiche più richieste.

Tra le principali novità figura l’eliminazione delle limitazioni alla cessione delle targhe di tutte le numerazioni (da una a sei cifre). Finora le targhe fino a quattro cifre potevano essere trasferite esclusivamente all’interno del nucleo famigliare o societario. Questa restrizione comportava un importante aggravio amministrativo, generando numerose richieste di chiarimento e controversie interpretative, senza apportare benefici concreti in termini di trasparenza o controllo del mercato. La nuova regolamentazione consentirà il libero trasferimento di tutte le targhe di controllo, allineando il Ticino alla prassi già adottata in numerosi altri Cantoni. Una misura che semplifica le procedure, riduce il carico amministrativo e riconosce la legittimità di un mercato ormai consolidato.  

La revisione introduce inoltre la possibilità di riassegnare, a determinate condizioni, una targa già appartenuta a un familiare defunto qualora il deposito sia scaduto da oltre dodici mesi e la numerazione non sia stata nel frattempo attribuita a un altro detentore. Una novità che tiene conto anche del valore affettivo che alcune targhe possono rappresentare.  
La modifica del Regolamento prevede un adeguamento della tassa applicata alle cessioni delle targhe al di fuori dell’ambito familiare, mentre resta invariata all’interno della famiglia, a tutela delle situazioni legate a motivi di carattere affettivo.    

Nuovi servizi digitali  
Prosegue inoltre il percorso di digitalizzazione promosso dal Dipartimento delle istituzioni con l’introduzione, da parte della Sezione della circolazione, di un nuovo servizio di consultazione online. Attraverso il semplice inserimento del numero di matricola del veicolo l’utente potrà verificare autonomamente e in modo immediato la validità della copertura assicurativa elettronica, nonché l’eventuale iscrizione del ‘codice 178’, la clausola ufficiale che sancisce il divieto di mutamento del detentore per i veicoli associati a un contratto di leasing.  
Una verifica che oggi richiede un contatto diretto con la Sezione della circolazione potrà così essere effettuata in qualsiasi momento tramite il portale online, con una sensibile riduzione dei tempi di attesa e degli oneri amministrativi, a vantaggio di cittadini, professionisti e operatori del mercato automobilistico.  
Si tratta di cambiamenti operativi che hanno un impatto positivo sui processi che coinvolgono l’utenza, in linea con le molteplici iniziative di semplificazione in corso presso il Dipartimento delle istituzioni, con l’obiettivo di migliorare l’efficacia e l’efficienza delle prestazioni erogate, a beneficio di cittadini, aziende ed enti pubblici.

Francesco Quattrini nominato Cancelliere dello Stato

Francesco Quattrini nominato Cancelliere dello Stato

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha nominato Francesco Quattrini quale nuovo Cancelliere dello Stato in sostituzione di Arnoldo Coduri, che passerà al beneficio della pensione a fine anno.

Francesco Quattrini ha ottenuto la licenza in scienze politiche e sociali all’Università di Losanna nel 1995. Attualmente ricopre il ruolo di Delegato cantonale alle relazioni esterne dal 2017.  
Nel corso della propria carriera professionale, Francesco Quattrini ha iniziato il proprio percorso professionale nel settore imprenditoriale, successivamente ha avviato la sua carriera nella diplomazia al Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE). Dal 2003 al 2014 ha assunto sempre maggiori responsabilità presso il DFAE fino a divenire il Capo della sezione politica di pace per l’Africa e l’America latina. Dal 2014 è alle dipendenze del Cantone, dapprima come Delegato cantonale per i rapporti transfrontalieri e internazionali e in seguito dal 2017 come Delegato cantonale alle relazioni esterne. Il signor Quattrini si distingue per essere un dirigente dinamico con uno spiccato senso etico e orientato ai risultati, caratterizzato da una solida capacità di analisi sistemica e da un approccio pragmatico, competenze indispensabili per guidare le sfide future.  
Il nuovo Cancelliere fornirà al Consiglio di Stato un supporto strategico, organizzativo e consulenziale, assumendo un ruolo centrale nell’accompagnamento dell’attività governativa e nell’esercizio delle funzioni di Stato maggiore. Egli contribuirà ad assicurare il coordinamento tra i Dipartimenti, la coerenza dell’azione amministrativa e l’efficace attuazione delle decisioni del Governo. Nel contempo, favorirà una visione trasversale delle principali sfide che interessano il Cantone, in particolar modo nei rapporti confederali, interregionali e con gli altri livelli istituzionali.  
Tra i compiti prioritari rientrerà inoltre la conduzione dell’importante processo di trasformazione digitale dell’Amministrazione cantonale, con l’obiettivo di promuovere servizi pubblici sempre più accessibili, efficienti e orientati alle esigenze della popolazione e delle imprese. Il Cancelliere sarà infine chiamato a seguire e coordinare altri dossier strategici e progetti prioritari del Governo, contribuendo a rafforzare la capacità di innovazione, di pianificazione e di attuazione dell’Amministrazione cantonale.  
Il Consiglio di Stato formula i migliori auguri a Francesco Quattrini per il nuovo incarico e l’impegnativa sfida professionale a partire dal 1. gennaio 2027, ringraziando allo stesso tempo l’attuale Cancelliere Arnoldo Coduri per il lavoro sin qui svolto.