Alluvione in Vallemaggia: due anni di interventi e ricostruzione

Alluvione in Vallemaggia: due anni di interventi e ricostruzione

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato (CdS) ha tenuto in data odierna una conferenza stampa per fare il punto sullo stato di ripristino e ricostruzione a due anni dai tragici eventi occorsi durante l’alluvione in Vallemaggia. Per l’occasione hanno partecipato Claudio Zali, Presidente del CdS e Direttore del Dipartimento del territorio (DT), Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle istituzioni e Direttore incaricato della Divisione delle costruzioni (DT), Christian Vitta, Direttore delle finanze e dell’economia (DFE), nonché i sindaci di Cevio e Lavizzara, Wanda Dadò e Gabriele Dazio.

Le conseguenze dell’alluvione sono state drammatiche, sia in termini delle otto vite umane perse che degli ingenti danni al territorio, dove a essere colpiti sono stati oltre cento edifici, case, aziende agricole e rustici – in gran parte situati fuori dalle zone edificabili – di cui quindici risultavano distrutti o severamente danneggiati. A seguito dell’evento, le Autorità cantonali e comunali – sotto la direzione dello Stato Maggiore Regionale di Condotta – si sono attivate con grande tempestività per avviare gli interventi urgenti necessari a ristabilire i servizi essenziali, tra cui figurano il ripristino della viabilità lungo la rete stradale cantonale e sulle strade principali, la realizzazione del ponte provvisorio di Visletto, nonché il ripristino dei servizi di approvvigionamento idrico e di smaltimento delle acque. Interventi resi possibili anche grazie alla collaborazione dell’esercito e della protezione civile, nonché delle ditte locali.
A due anni dall’evento, tutti gli interventi urgenti di competenza cantonale sono stati avviati o conclusi. Parallelamente sono stati aggiornati i principali Piani delle zone di pericolo della Valle Bavona (Comune di Cevio) e del Comune di Lavizzara, strumenti fondamentali per accrescere la sicurezza del territorio e orientare le future scelte pianificatorie.
Fra le opere già realizzate figurano il ripristino delle sorgenti di acqua potabile nei Comuni di Cevio (sorgente Chiall) e Lavizzara (sorgente Soveneda), il ripristino delle strade cantonali danneggiate, gli interventi di premunizione contro frane e colate detritiche, la sistemazione dei boschi di protezione, il recupero del legname presente negli alvei e il ripristino delle strade forestali.
Sono inoltre in corso importanti progetti di delocalizzazione di abitazioni e aziende agricole situate nelle aree maggiormente esposte ai pericoli naturali, con l’obiettivo di garantire maggiore sicurezza alle persone e alle attività economiche.
Tra le opere più significative figura la ricostruzione del ponte di Visletto, crollato durante l’alluvione e destinato a tornare pienamente operativo nel novembre 2026.
Il nuovo manufatto, lungo 146 metri e largo 8 metri, rappresenta molto più di un semplice collegamento stradale. Costruito secondo criteri moderni di sicurezza, sostenibilità e integrazione paesaggistica, il ponte garantirà una migliore resilienza delle infrastrutture e ospiterà al proprio interno le principali reti di servizio indispensabili per il funzionamento della valle, dalle telecomunicazioni all’approvvigionamento idrico ed energetico. Accanto alla realizzazione del ponte sono in corso interventi di sistemazione idraulica del fiume Maggia e di riqualifica paesaggistica dell’intero comparto, con l’obiettivo di migliorare la sicurezza, valorizzare il paesaggio e restituire nuovi spazi di fruizione alla popolazione.
L’investimento per il nuovo ponte ammonta a circa 9 milioni di franchi, ai quali si aggiungeranno ulteriori interventi di sistemazione e valorizzazione dell’area.
Un’attenzione particolare è stata dedicata anche al settore agricolo, duramente colpito dall’alluvione. Ventiquattro aziende agricole hanno subito danni e tre sono state addirittura distrutte. In collaborazione con i Comuni, le organizzazioni agricole e i servizi cantonali competenti, sono stati avviati importanti interventi di ripristino dei terreni danneggiati e di sostegno alle aziende colpite, con l’obiettivo di garantire la continuità loro delle attività.
Le stime aggiornate indicano danni e costi complessivi di ricostruzione pari a circa 100 milioni di franchi. Di questi, 44,5 milioni sono assunti dal Cantone: 26,9 milioni riguardano interventi su infrastrutture cantonali, mentre 17,6 milioni sono destinati agli enti locali sotto forma di sussidi. La Confederazione contribuisce attualmente con 14,3 milioni di franchi attraverso i consueti strumenti di sostegno.
Resta inoltre tuttora pendente presso le Camere federali la proposta di aiuto straordinario avanzata dal Consiglio federale, finalizzata a partecipare alla copertura dei costi rimanenti a carico degli enti locali, che ammontano attualmente a 41.2 milioni di franchi.
Rimangono inoltre in fase di progettazione alcuni interventi particolarmente complessi, mentre ulteriori messaggi governativi saranno necessari per completare il programma di ricostruzione e di adattamento del territorio.
A distanza di due anni dall’alluvione è stato compiuto un lavoro significativo, reso possibile dagli sforzi congiunti di tutti: Comuni, Patriziati, Confederazione, Cantone e cittadini. La ricostruzione della Vallemaggia non si limita al ripristino delle infrastrutture danneggiate. Gli interventi in corso mirano infatti a rendere il territorio più sicuro, resiliente e preparato ad affrontare eventi naturali estremi sempre più frequenti.
Il Consiglio di Stato rinnova infine la propria vicinanza alle famiglie delle vittime e a tutte le persone che hanno subito le conseguenze dell’alluvione, ribadendo l’impegno delle istituzioni nel completare il percorso di ricostruzione e rilancio della regione.

Baiardi al comando dei Volontari Luganesi

Baiardi al comando dei Volontari Luganesi

Il nuovo comandante dei Volontari luganesi Paolo Baiardi subentra a Sergio Romaneschi: «Indossare questa uniforme significa sentirsi parte di qualcosa che va oltre il semplice servizio» – Il sindaco Michele Foletti: «Custodi della memoria delle gesta che aprirono la via della libertà».

«Assumere il comando è per me motivo di grande orgoglio. Sono pienamente consapevole della responsabilità che questo incarico comporta e della fiducia che mi è stata accordata, per la quale desidero esprimere sincera gratitudine. Indossare questa uniforme significa sentirsi parte di qualcosa che va oltre il semplice servizio: significa condividere un’identità, un legame che unisce persone di generazioni diverse attorno agli stessi ideali ». Sono queste le prime parole pronunciate dal nuovo comandante del Corpo Volontari Luganesi Paolo Baiardi. Un passaggio del testimone che è avvenuto domenica a Palazzo civico a Lugano. Alla presenza del sindaco di Lugano Michele Foletti, dei municipali Marco Chiesa, Filippo Lombardi, Raoul Ghisletta e del consigliere di Stato Norman Gobbi, il Comandante uscente Sergio Romaneschi ha ufficialmente trasmesso le funzioni al nuovo comandante, segnando un momento significativo nella storia del sodalizio. Nel suo intervento di commiato, il comandante uscente Sergio Romaneschi ha tracciato un bi lancio del proprio mandato, sottolineando il valore del rinnovamento e il legame profondo del Corpo con la storia e la comunità luganese: «La decisione di affidare il comando a una nuova guida si inserisce in una logica di rinnovamento del Corpo, un processo importante per garantire continuità, dinamismo e nuove energie per il futuro. Tra i momenti più significativi del mio mandato ricordo con piacere l’organizzazione dei festeggiamenti per il 225° anniversario dei Moti di Lugano, culminati nella sfilata delle milizie storiche svizzere: un evento che ha saputo rendere omaggio alla nostra storia e rafforzare il legame con la comunità. Con gratitudine e fiducia, consegno il  comando nella certezza che il Corpo Volontari Luganesi continuerà il proprio cammino animato dallo stesso spirito di servizio che lo ha sempre contraddistinto». Gli onori di casa sono stati affidati al sindaco Michele Foletti: «Rendiamo omaggio alla lunga storia del Corpo Volontari Luganesi, custode della memoria delle gesta che aprirono la via della libertà per Lugano e per l’intero Ticino, e guardiamo con fiducia al suo futuro. In un’epoca in cui il ruolo delle istituzioni e l’importanza della partecipazione civica non possono mai essere dati per scontati, questo sodalizio continua a  svolgere una funzione preziosa grazie all’impegno libero, generoso e responsabile dei suoi membri».

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 30 giugno 2026 del Corriere del Ticino

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Passaggio di comando per il Corpo Volontari Luganesi

Paolo Baiardi subentra al comandante uscente Sergio Romaneschi – «È ancora un punto di riferimento, espressione di valori fondamentali: solidarietà, senso del dovere, disciplina, rispetto delle tradizioni e attaccamento alla città»
Nella cornice di Palazzo Civico si è svolta, domenica 28 giugno, la cerimonia ufficiale di passaggio di comando del Corpo Volontari Luganesi. Alla presenza del sindaco di Lugano Michele Foletti, dei municipali Marco Chiesa, Filippo Lombardi, Raoul Ghisletta e del consigliere di Stato Norman Gobbi, il Comandante uscente Sergio Romaneschi ha ufficialmente trasmesso le funzioni al nuovo comandante Paolo Baiardi, segnando un momento significativo nella storia del sodalizio.
L’evento ha rappresentato non solo un passaggio di responsabilità e rinnovamento, ma anche un’occasione per esprimere riconoscenza verso chi ha guidato il Corpo Volontari Luganesi con dedizione, contribuendo alla continuità e alla vitalità del sodalizio. Al tempo stesso, la nomina del nuovo Comandante rinnova l’impegno a proseguire nel solco della tradizione, custodendo quei valori di servizio, appartenenza e disponibilità verso la comunità che da sempre contraddistinguono il Corpo Volontari Luganesi.
 
«Una funzione tutt’oggi preziosa»
A fare gli onori di casa è stato il sindaco Michele Foletti: “Oggi rendiamo omaggio alla lunga storia del Corpo Volontari Luganesi, custode della memoria delle gesta che aprirono la via della libertà per Lugano e per l’intero Ticino, e guardiamo con fiducia al suo futuro. In un’epoca in cui il ruolo delle istituzioni e l’importanza della partecipazione civica non possono mai essere dati per scontati, questo sodalizio continua a svolgere una funzione preziosa grazie all’impegno libero, generoso e responsabile dei suoi membri. Si tratta di un impegno concreto, espressione di valori fondamentali – solidarietà, senso del dovere, disciplina, rispetto delle tradizioni e attaccamento alla propria città – che ancora oggi fanno del Corpo un punto di riferimento per tutti noi”.
Il consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi: “Il Corpo ci ricorda che la libertà e l’autodeterminazione non sono mai state conquiste gratuite, ma il frutto della volontà unita all’impegno di chi ha saputo assumersi delle responsabilità nei momenti decisivi della nostra storia. Sono felice di constatare che nuove generazioni hanno raccolto il testimone, garantendo continuità a una tradizione che ci accompagna da oltre due secoli. Il loro impegno dimostra che i valori del servizio, dell’appartenenza e dell’identità continuano a essere vivi e attuali. Custodire e tramandare questa eredità significa mantenere vive le nostre radici e rafforzare il legame tra il passato e il futuro del nostro Paese, quello di un Ticino libero e svizzero”.
Spirito di servizio
Nel suo intervento di commiato, il comandante uscente Sergio Romaneschi ha tracciato un bilancio del proprio mandato, sottolineando il valore del rinnovamento e il legame profondo del Corpo con la storia e la comunità luganese: “La decisione di affidare il comando a una nuova guida si inserisce in una logica di rinnovamento del Corpo, un processo importante per garantire continuità, dinamismo e nuove energie per il futuro. Tra i momenti più significativi del mio mandato ricordo con piacere l’organizzazione dei festeggiamenti per il 225° anniversario dei Moti di Lugano, culminati nella sfilata delle milizie storiche svizzere: un evento che ha saputo rendere omaggio alla nostra storia e rafforzare il legame con la comunità. Con gratitudine e fiducia, consegno il comando nella certezza che il Corpo Volontari Luganesi continuerà il proprio cammino animato dallo stesso spirito di servizio che lo ha sempre contraddistinto”.
Paolo Baiardi ha accolto l’incarico con emozione e riconoscenza¨: “Assumere il comando del Corpo Volontari Luganesi è per me motivo di grande orgoglio. Sono pienamente consapevole della responsabilità che questo incarico comporta e della fiducia che mi è stata accordata, per la quale desidero esprimere sincera gratitudine. Indossare questa uniforme significa sentirsi parte di qualcosa che va oltre il semplice servizio: significa condividere un’identità, un legame che unisce persone di generazioni diverse attorno agli stessi ideali. Fin dal primo giorno mi ha colpito lo spirito che anima il nostro sodalizio: la disponibilità reciproca, il rispetto, la volontà di esserci sempre quando serve e il piacere di ritrovarsi insieme. Sono valori che oggi possono sembrare scontati, ma che in realtà rappresentano una ricchezza straordinaria”.
 
Un patrimonio condiviso legato alla comunità
Il presidente dell’Associazione Svizzera delle Truppe Storiche, Col. Pierre Dessibourg, ha sottolineato come il passaggio di comando segni l’inizio di un nuovo capitolo per il Corpo Volontari Luganesi, realtà da sempre impegnata nella valorizzazione del patrimonio storico e delle tradizioni della regione. Questo sodalizio, ha ricordato, non rappresenta soltanto una tradizione che si rinnova, ma una pagina di storia che continua a essere scritta attraverso le generazioni. Con le sue uniformi, le cerimonie e i valori che incarna, mantiene vivo un patrimonio condiviso, profondamente legato alla comunità, contribuendo a preservarne la memoria collettiva.
 

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https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/i-volontari-luganesi-cambiano-comandante-e-tenuta?urn=urn:rsi:video:3852206

“Un progetto contestato, oggi presidio di sicurezza”

“Un progetto contestato, oggi presidio di sicurezza”

Le strade sono più sicure grazie al Centro di controllo dei veicoli pesanti di Giornico
Un TIR con gravi difetti strutturali e fuori dai limiti di legge intercettato prima di affrontare la galleria del San Gottardo. Tre camionisti fermati negli scorsi giorni perché trovati alla guida in stato di inattitudine. Sono solo alcuni degli episodi che confermano l’importanza strategica del Centro di controllo dei veicoli pesanti (CCVP) di Giornico. Entrato in funzione nel 2022 dopo un iter lungo e complesso costellato di opposizioni e rallentamenti, il Centro rappresenta oggi un presidio fondamentale per la sicurezza lungo uno dei principali assi di transito d’Europa. Qui i mezzi pesanti vengono sottoposti a controlli approfonditi prima di affrontare la salita verso il San Gottardo: vengono verificati peso e dimensioni, lo stato tecnico del veicolo, il rispetto dei tempi di guida e di riposo, il corretto fissaggio del carico e l’idoneità del conducente. I camion che risultano conformi possono riprendere immediatamente il viaggio, mentre quelli che presentano irregolarità vengono fermati o sottoposti a ulteriori verifiche. “ Per anni c’è chi ha considerato quest’opera un investimento eccessivo, un’infrastruttura rinviabile, perfino discutibile”, osserva il Consigliere di Stato Norman Gobbi. “ Oggi la realtà racconta una storia diversa. Ogni controllo effettuato dimostra che il traffico pesante necessita di verifiche rigorose e che la sicurezza non può essere affidata al caso”.

La scelta politica che ha sbloccato il progetto
Facciamo un passo indietro. Quando il progetto rischiava di arenarsi definitivamente, il Consiglio di Stato decise di assumersi una precisa responsabilità politica. Il Cantone stanziò un contributo straordinario di cinque milioni di franchi per il risanamento del sedime dell’ex Monteforno, permettendo all’USTRA di dare avvio a un investimento federale di circa 250 milioni di franchi. Una decisione tutt’altro che scontata. Per anni, infatti, il progetto era rimasto ostaggio di ricorsi, opposizioni e resistenze politiche. “ Per troppo tempo quest’opera è stata ostacolata da un fronte rosso-verde e ambientalista che, in nome dell’ideologia, ha rallentato un’infrastruttura indispensabile per la sicurezza delle nostre strade. Oggi i fatti dimostrano che avevamo ragione a insistere”, sottolinea Gobbi. Fu proprio l’accordo raggiunto con la Confederazione a consentire di superare lo stallo e aprire finalmente il cantiere. “ Lo abbiamo voluto fortemente perché avevamo compreso la sua importanza strategica. Non soltanto per il Ticino, ma per la sicurezza di tutti coloro che percorrono l’asse del San Gottardo. Quel contributo cantonale è stato determinante per sbloccare un’opera che oggi dimostra quotidianamente la propria utilità”.

Un investimento che ha valorizzato il territorio
Il CCVP ha permesso di riqualificare l’intero comparto dell’ex Monteforno, con la realizzazione del nuovo svincolo autostradale di Giornico, di nuove infrastrutture viarie, ponti, sottopassi, una pista ciclabile e un moderno impianto per il trattamento delle acque. Grazie a questo importante investimento federale sono stati creati nuovi posti di lavoro e si sono aperte nuove prospettive di sviluppo per l’intera Bassa Leventina. Oggi i suoi 170’000 metri quadrati fanno del Centro di Giornico il più grande centro di controllo dei veicoli pesanti della Svizzera. “ Il suo valore va ben oltre le dimensioni”, commenta Gobbi, « rappresenta uno strumento essenziale per la tutela della sicurezza stradale. Ogni mezzo pesante non idoneo fermato prima di affrontare la galleria del San Gottardo significa un potenziale pericolo in meno per migliaia di automobilisti. Le grandi opere spesso vengono comprese soltanto quando iniziano a produrre risultati concreti. Il Centro di Giornico ne è la dimostrazione: è il frutto di una scelta politica coraggiosa e della determinazione di chi ha creduto fino in fondo in questo progetto. L’ostinazione, alla fine, dà i suoi frutti”.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 29 giugno 2026 de Il Mattino della domenica

Servizio e protezione civile diventeranno una cosa sola

Servizio e protezione civile diventeranno una cosa sola

Il Consiglio federale ha tracciato la via: dal 2031/2032 Servizio e Protezione civile diventeranno una cosa sola, ma servirà la doppia maggioranza alle urne – Norman Gobbi: «In Ticino non disponiamo di un numero sufficiente di militi». Il 15 gennaio 2025 la notizia era passata decisamente sottotraccia. Quel giorno, infatti, l’ormai ex «ministra» della Difesa Viola Amherd aveva annunciato le dimissioni dal Consiglio federale. Poco prima, tuttavia, lo stesso Governo aveva sostanzialmente bocciato i piani della vallesana, invitandola a elaborare due varianti denominate «Obbligo di prestare servizio di sicurezza» e «Obbligo di prestare servizio orientato al fabbisogno ». Nel corso del 2025, anche il Parlamento aveva detto la sua, costringendo il Consiglio federale (e in particolare l’attuale «ministro» della Difesa Martin Pfister) a introdurre il più rapidamente possibile l’obbligo di prestare servizio di sicurezza. Ieri, sono stati definiti i primi «parametri di riferimento»: la protezione civile e il servizio civile verranno raggruppati in una protezione contro le catastrofi, annuncia il Governo, precisando che l’obiettivo è di «rafforzare la protezione della
popolazione e garantire nel lungo termine gli effettivi di personale dell’esercito e della protezione civile». Questo nuovo modello (o meglio, la fusione tra servizio civile e protezione civile) dovrà affiancare l’esercito.

Una questione di numeri
Non si tratta infatti di una misura a favore del servizio civile, anzi. È infatti la protezione civile ad avere bisogno di un cambio di sistema: oggi sono solo 57 mila i militi in questa organizzazione, invece dei 72 mila necessari. Per la futura «protezione contro le catastrofi» è previsto un effettivo regolamentare di 72 mila e un effettivo reale di 96 mila militi. «L’obbligo di prestare servizio di sicurezza dovrà garantire gli effettivi della protezione civile attuale e ridurre il numero di partenze dall’esercito per il servizio civile», scrive ancora il Consiglio federale. Un primo netto  inasprimento delle condizioni per il passaggio dal militare al servizio civile è già stato accolto domenica 14 giugno in votazione popolare. Ora c’è un altro passo.
In futuro, gli uomini svizzeri si troveranno di fronte a due strade: prestare servizio nell’esercito, oppure nella protezione contro le catastrofi. Non ci sarà però libertà di scelta, ricorda il Consiglio federale. Proprio come l’attuale servizio civile, anche la protezione contro le catastrofi sarà un servizio sostitutivo per chi dichiara di avere un conflitto di coscienza. Ciò comporta anche un maggior numero di giorni di servizio rispetto a chi sceglie l’esercito. L’obbligo di prestare servizio di sicurezza potrebbe presumibilmente essere introdotto nel 2031 o nel 2032. Prima, tuttavia, ci sarà il consueto iter: nei prossimi mesi sarà indetta una consultazione, poi (dopo la fase parlamentare) bisognerà andare alle urne. Si deve infatti modificare la Costituzione: pertanto, servirà la doppia maggioranza di popolo e Cantoni.

Il ruolo dei Cantoni
La protezione contro le catastrofi sarà un’organizzazione di competenza dei Cantoni (che saranno ora consultati in merito) e prevede anche un ampliamento delle prestazioni della protezione civile. In quali ambiti? I militi dovranno far fronte a catastrofi e situazioni d’emergenza, ma forniranno anche «prestazioni di supporto nei settori della sanità pubblica, dei servizi sociali nonché della protezione dell’ambiente, come nel caso dell’attuale servizio civile». Saranno proprio i Cantoni ad essere responsabili della pianificazione e dello svolgimento degli impieghi della protezione contro le catastrofi. «Solo in caso di conflitto armato questi compiti verrebbero assunti dalla Confederazione», indica il Governo, aggiungendo però che è ancora da definire a chi sarà attribuita la competenza per le attività nell’ambito del servizio civile attuale.
«Il tema degli effettivi è prioritario nel settore sicurezza e protezione della popolazione. Anche in Ticino non disponiamo di un numero sufficiente di militi per garantire tutte le prestazioni previste», spiega il consigliere di Stato Norman Gobbi, ricordando «il ruolo fondamentale della protezione civile e dell’esercito» dopo la catastrofe in Vallemaggia del 2024.

Attenzione al nuovo nome
Per il direttore del Dipartimento delle istituzioni, questo cambiamento «si inserisce nel più ampio dibattito sulla sicurezza del nostro Paese, che non può essere improvvisata nel momento del bisogno. Servono pianificazione, risorse umane pronte e formate, anche negli ambiti di intervento della protezione civile». Gobbi sostiene che uno dei punti più discussi, durante la futura consultazione, riguarderà il finanziamento dell’obbligo di prestare servizio di sicurezza e la ripartizione dei costi tra Confederazione e Cantoni. «Resta inoltre da valutare l’impatto sul nome: la Protezione civile è oggi un’istituzione radicata nella cultura della sicurezza del Paese, che con la nuova organizzazione cambierebbe denominazione. Non è un dettaglio secondario ».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 25 giugno 2026 del Corriere del Ticino

Domande di permesso, addio alla carta

Domande di permesso, addio alla carta

Domande di permesso: a partire da agosto, tutti i documenti potranno essere trasmessi in modalità completamente digitale – Il Consigliere di Stato Norman Gobbi: «Mettiamo a disposizione uno strumento più semplice, rapido ed efficiente».

A partire da agosto, le domande di permesso all’Ufficio della migrazione della Sezione della popolazione potranno essere trasmesse interamente in modalità digitale. La nuova procedura completa il percorso di digitalizzazione avviato nel 2017, eliminando definitivamente la necessità di stampare e spedire la documentazione cartacea. «Cittadini e datori di lavoro beneficeranno di un accesso più semplice ai servizi, mentre l’amministrazione cantonale migliorerà l’efficienza nella gestione delle pratiche», spiega in un comunicato il Dipartimento delle istituzioni. «Una tappa importante nel percorso di digitalizzazione e semplificazione dei processi». 
Il percorso di digitalizzazione all’interno dell’Ufficio della migrazione, ricorda il DI, è iniziato nel 2017 con l’introduzione della procedura guidata per la compilazione dei formulari online. Finora, tuttavia, la fase finale del processo richiedeva ancora la stampa dei formulari, la firma autografa e l’invio postale della documentazione. Una volta ricevute, le pratiche dovevano essere nuovamente scansionate e registrate nei sistemi informatici dell’Amministrazione cantonale. Sul piano organizzativo, spiega ancora la nota, questa soluzione rafforzerà la gestione digitale dell’intero ciclo di vita delle domande, migliorando la tracciabilità degli incarti e ottimizzando i processi interni. L’intervento risponde a un’esigenza concreta sia dell’utenza sia dell’amministrazione cantonale. Da un lato, il costante aumento delle aspettative in termini di rapidità, trasparenza e semplicità dei servizi pubblici rende necessario superare l’attuale modello. Dall’altro, i tempi previsti per il rinnovo dell’applicativo federale SIMIC rendono opportuno adottare già oggi soluzioni più efficaci a livello cantonale. L’importanza del cambiamento, sottolinea ancora il DI, emerge anche a fronte
dei volumi di incarti gestiti dall’Ufficio della migrazione che in media raggiungono le 700 unità giornaliere tra domande di rilascio, modifica o di rinnovo dei permessi.
«Con questa soluzione mettiamo a disposizione di cittadini e aziende uno strumento più semplice, rapido ed efficiente », spiega da parte sua Norman Gobbi, direttore del DI, citato nel comunicato. «Garantiamo altresì la sicurezza e la corretta gestione dei dati sensibili a beneficio di tutti gli attori coinvolti. La digitalizzazione è un mezzo per offrire servizi pubblici di qualità e utilizzare in modo più efficace le risorse dell’Amministrazione». Con l’entrata in funzione della nuova procedura, prevista nel mese di agosto, la Sezione della popolazione compirà quindi un ulteriore passo nel proprio processo di trasformazione digitale. L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di digitalizzazione e semplificazione dei processi promosso dal Dipartimento delle istituzioni, volto a rendere più accessibili ed efficaci i rapporti con cittadini, aziende ed enti locali.

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 24 giugno 2026 del Corriere del Ticino

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https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3842639

Servizio all’interno dell’edizione di martedì 23 giugno 2026 de Il Quotidiano

 

Ufficio migrazione: le domande di permesso diventano digitali

Ufficio migrazione: le domande di permesso diventano digitali

Comunicato stampa

Da agosto 2026 le domande di permesso all’Ufficio della migrazione della Sezione della popolazione potranno essere trasmesse interamente in modalità digitale. La nuova procedura completa il percorso di digitalizzazione avviato nel 2017, eliminando definitivamente la necessità di stampare e spedire la documentazione cartacea. Cittadini e datori di lavoro beneficeranno di un accesso più semplice ai servizi, mentre l’Amministrazione cantonale migliorerà l’efficienza nella gestione delle pratiche. Una tappa importante nel percorso di digitalizzazione e semplificazione dei processi promosso dal Dipartimento delle istituzioni.

Il percorso di digitalizzazione all’interno dell’Ufficio della migrazione è iniziato nel 2017 con l’introduzione della procedura guidata per la compilazione dei formulari online. Finora, tuttavia, la fase finale del processo richiedeva ancora la stampa dei formulari, la firma autografa e l’invio postale della documentazione. Una volta ricevute, le pratiche dovevano essere nuovamente scansionate e registrate nei sistemi informatici dell’Amministrazione cantonale.
Da agosto 2026 l’invio delle domande di permesso diventa completamente digitale, eliminando definitivamente il passaggio cartaceo. Si tratta di un’evoluzione che permetterà di semplificare le procedure per l’utenza, ridurre gli oneri amministrativi e migliorare l’efficienza nella gestione delle pratiche, pur mantenendo tutti i controlli e le verifiche attualmente in vigore. Il nuovo sistema consente inoltre di salvare la domanda in qualsiasi fase della compilazione e di riprenderla successivamente, con la possibilità di beneficiare del supporto diretto del Contact Center in caso di necessità. 
Sul piano organizzativo, questa soluzione rafforzerà la gestione digitale dell’intero ciclo di vita delle domande, migliorando la tracciabilità degli incarti e ottimizzando i processi interni. L’intervento risponde a un’esigenza concreta sia dell’utenza sia dell’Amministrazione cantonale. Da un lato, il costante aumento delle aspettative in termini di rapidità, trasparenza e semplicità dei servizi pubblici rende necessario superare l’attuale modello. Dall’altro, i tempi previsti per il rinnovo dell’applicativo federale SIMIC rendono opportuno adottare già oggi soluzioni più efficaci a livello cantonale.
L’importanza del cambiamento emerge anche a fronte dei volumi di incarti gestiti dall’Ufficio della migrazione che in media raggiungono le 700 unità giornaliere tra domande di rilascio, modifica o di rinnovo dei permessi.
«Con questa soluzione mettiamo a disposizione di cittadini e aziende uno strumento più semplice, rapido ed efficiente. Garantiamo altresì la sicurezza e la corretta gestione dei dati sensibili a beneficio di tutti gli attori coinvolti. La digitalizzazione è un mezzo per offrire servizi pubblici di qualità e utilizzare in modo più efficace le risorse dell’Amministrazione.», sottolinea il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.
Con l’entrata in funzione della nuova procedura, prevista nel mese di agosto, la Sezione della popolazione compirà quindi un ulteriore passo nel proprio processo di trasformazione digitale. L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di digitalizzazione e semplificazione dei processi promosso dal Dipartimento delle istituzioni, volto a rendere più accessibili ed efficaci i rapporti con cittadini, aziende ed enti locali.

«Ci chiamavano “fuorilegge”»

«Ci chiamavano “fuorilegge”»

Accolta dal Parlamento federale la prassi ticinese: estratto obbligatorio per i permessi B

Ci sono battaglie politiche che richiedono anni di perseveranza. Quella sul controllo dei precedenti penali degli stranieri che chiedono un permesso di dimora, appartiene senza dubbio a questa categoria. Dopo il sì del Consiglio nazionale è arrivata la luce verde anche dagli Stati alla mozione Chiesa: nel giro di una settimana, una richiesta che il Ticino porta avanti da oltre un decennio ha compiuto un passo decisivo. Si tratta di una pratica che il nostro Cantone applica dal 2015. “ Abbiamo introdotto questa misura undici anni fa a tutela del nostro territorio e della sicurezza dei cittadini – commenta il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – Fin dall’inizio c’era chi sosteneva che fosse eccessiva; ricordo numerose interviste in cui dovevo replicare a chi ci dava dei “fuorilegge”. Oggi finalmente il Parlamento federale riconosce la bontà della misura”.

Da iniziativa ticinese a modello nazionale
Nel 2015, su proposta del Dipartimento delle istituzioni, il Consiglio di Stato ticinese aveva deciso di richiedere sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale ai cittadini UE/AELS che chiedevano un permesso di dimora o di lavoro. Parallelamente aveva promosso due iniziative cantonali a Berna per colmare una lacuna normativa che impediva alle autorità di disporre di informazioni complete sui precedenti penali commessi all’estero. Undici anni dopo, quella che allora appariva come una posizione isolata è diventata un tema condiviso a livello nazionale. “ Il risultato odierno prosegue Gobbi – è anche il frutto di un importante lavoro di squadra della deputazione ticinese alle Camere federali, che ha saputo portare all’attenzione federale un problema che noi conoscevamo già molto bene per la nostra posizione di frontiera”.

La realtà ha cambiato la percezione del problema
Per molto tempo il tema delle infiltrazioni della criminalità organizzata è stato percepito come un problema marginale o circoscritto alle regioni di confine. Negli ultimi anni, però, alcuni episodi hanno dimostrato che la minaccia riguarda l’intera Svizzera. Emblematico il recente caso di Roveredo, in Mesolcina. Un cittadino italiano sospettato di riciclare denaro per conto della ‘ndrangheta e della camorra aveva tentato di stabilirsi in Ticino. Le autorità cantonali ticinesi gli avevano negato il permesso grazie ai controlli effettuati sul suo passato giudiziario. Successivamente l’uomo aveva ottenuto un permesso nei Grigioni, dove è poi stato arrestato nell’ambito di una vasta operazione internazionale antidroga. Per il Consigliere di Stato è finalmente maturata una maggiore consapevolezza a livello nazionale. “ Oggi si fa un passo decisivo nella lotta alla criminalità organizzata. Se la misura sarà applicata a livello nazionale queste persone non troveranno più nessun espediente per stabilirsi in Svizzera ».

Un segnale politico chiaro
L’approvazione della mozione Chiesa è il riconoscimento che il Ticino aveva individuato con anticipo un problema reale e aveva avuto il coraggio di adottare misure concrete per affrontarlo. Non è ancora il traguardo finale. Resta infatti aperta la questione dell’accesso alle informazioni sui precedenti penali a livello europeo e dell’adesione della Svizzera ai sistemi di scambio dei dati. Tuttavia, il messaggio politico arrivato dalle Camere federali è inequivocabile. “ Undici anni fa il Ticino ha scelto di non aspettare che il problema si manifestasse in tutta la sua portata – conclude Gobbi – Oggi quella scelta viene riconosciuta come un modello. È la dimostrazione che, in materia di sicurezza, prevenire è molto meglio che rincorrere le conseguenze”.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 21 giugno 2026 de Il Mattino della domenica

Riaprirà la strada tra Corticiasca e Scareglia

Riaprirà la strada tra Corticiasca e Scareglia

Il Cantone imbriglia il Lavinone. La strada verrà ripristinata.

L’unica soluzione praticabile per riaprire il tratto tra Corticiasca e Scareglia dopo la chiusura causa rischio frana è il recupero del collegamento esistente con un intervento strutturale: il ponte verrà demolito e ricostruito Le ha analizzate tutte, il Dipartimento del territorio, le alternative per riaprire nel minor tempo possibile la strada cantonale tra Corticiasca e Scareglia dopo la chiusura, ormai tredici mesi fa (era il 14 maggio 2025), a causa di un aggravamento delle criticità geologiche nella zona del Lavinone. Un anno dedicato a monitorare la montagna, studiarla e tentare di capirla. Ed è emerso che il franamento non può essere arrestato, ma solo rallentato. Il morale della favola è che bisognerà quindi conviverci con l’instabilità del terreno. E l’unico scenario possibile e finanziariamente sostenibile, tra tutti quelli passati al setaccio, è il ripristino del collegamento stradale esistente con un intervento strutturale al ponte, che verrà demolito parzialmente e poi ricostruito prolungandolo di una quarantina di metri verso Insone. La prima fase dei lavori inizierà settimana prossima con dei drenaggi profondi al terreno tramite perforazioni. La cantonale tra
Corticiasca e Scareglia sarà riaperta, salvo imprevisti, nella primavera estate 2028. Fino a quel momento, il collegamento rimane percorribile unicamente da pedoni e ciclisti, mentre Scareglia è raggiungibile da Bogno e, per veicoli fino a 12 tonnellate, da Maglio di Colla.

Un ventaglio di scenari scartati
L’iter che ha portato a questa soluzione è stato spiegato in conferenza stampa dal consigliere di Stato e direttore incaricato della Divisione delle costruzioni, Norman Gobbi, dal geologo della Sezione forestale, Jean Frédéric Kauffmann, e dal capo dell’Ufficio della gestione dei manufatti, Marco Frangi. Prima di tutto, i servizi cantonali hanno analizzato e infine scartato per criticità alcuni tracciati alternativi esistenti già suggeriti nella petizione sottoscritta da oltre 1.400 cittadini che chiedeva al Governo soluzioni urgenti, come ad esempio la strada cantonale Insone-Mulini di
Randera oppure il collegamento comunale Maglio di Colla-Signôra. In seguito, è anche stato valutato se non si potesse bypassare l’area interessata dalla frana, costruendo ad esempio un nuovo tracciato a monte dell’attuale oppure addirittura un nuovo ponte dalla lunghezza di 270 metri. Niente da fare per entrambi gli scenari: troppe criticità anche in questo caso. Senza contare sia il tempo impiegato nella costruzione (almeno 6 anni) sia l’importante esborso economico per il nuovo manufatto, pari a circa 18 milioni di franchi, che comunque poggerebbe su un terreno in movimento. Per dirla con le parole di Gobbi, sarebbe come costruire «un gigante dai piedi di argilla: sicuramente utile a collegare, ma sarebbe instabile e la sicurezza verrebbe compromessa».
Convivere con l’instabilità Tutte le strade, quindi, hanno portato al recupero del collegamento attuale grazie a un intervento strutturale che consenta la «convivenza» con l’instabilità del terreno, perché «il Lavinone era, è e sarà in movimento ». Quindi, come e quando procedere? Ebbene, come accennato la prima fase dei lavori prenderà il via lunedì 22 giugno con il drenaggio profondo del pendio e durerà tre mesi. La seconda fase del progetto, con l’avvio delle opere del genio civile, scatterà nella primavera del 2027, e prevede la demolizione parziale del ponte esistente, la rimozione di vecchi blocchi di consolidamento e ancoraggi non più attivi, la ricostruzione del semiponte esistente con prolungamento dello stesso di circa 40 metri in direzione Insone e la ricostruzione del muro di controriva. Le nuove opere saranno fondate su micropali e munite di ancoraggi attivi da 35-40 metri. La riapertura del tratto stradale, come detto, è stato ipotizzato dal Cantone per la primavera estate 2028. E l’investimento complessivo per questa serie di opere ammonta a circa 3,5 milioni di franchi. È in corso l’elaborazione del messaggio governativo, che verrà sottoposto al Gran Consiglio con la clausola d’urgenza. Il Lavinone, lo ricordiamo, lancia segnali della sua instabilità da ben prima della costruzione della strada (in alcune immagini d’epoca risalenti al 1925 era già visibile lo scivolamento della massa rocciosa). Un fatto noto, tanto che da una quindicina d’anni i movimenti franosi del versante destro della valle di Scareglia sono sottoposti a monitoraggi
regolari, poi divenuti continui. E il principale fattore che alimenta il fenomeno sono le scarse qualità geotecniche della roccia e l’azione dell’acqua che penetra nel sottosuolo

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 19 giugno 2026 del Corriere del Ticino

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https://www.rsi.ch/play/tv/-/video/-?urn=urn:rsi:video:3831317

Andamento delle finanze cantonali – Aggiornamento intermedio del preventivo 2026 al 30 aprile 2026

Andamento delle finanze cantonali – Aggiornamento intermedio del preventivo 2026 al 30 aprile 2026

Comunicato stampa

In base al rendiconto intermedio a fine aprile 2026, il Consiglio di Stato ha preso conoscenza dell’andamento delle finanze cantonali. L’aggiornamento delle principali voci di spesa e ricavi determina un disavanzo stimato di -58 milioni di franchi a fronte del previsto disavanzo d’esercizio di -109 milioni di franchi.

L’aggiornamento del disavanzo d’esercizio è determinato da un lato da maggiori spese per 41.7 milioni di franchi e dall’altro da maggiori ricavi per complessivi 92.7 milioni di franchi. Per i dettagli concernenti i principali scostamenti rimandiamo al rapporto allegato che riporta il confronto dei dati con il preventivo.
Per quanto attiene alle spese l’aumento previsto è determinato in particolare, per quanto concerne i contributi, dall’incremento di 12 milioni delle prestazioni complementari AVS/AI, di 12 milioni della partecipazione alla riduzione del premio dell’assicurazione malattia e di 3.9 milioni delle prestazioni assistenziali.
Si discostano poi dal preventivo di spesa le prestazioni per richiedenti l’asilo, per persone con statuto S (finanziate dalla Confederazione) e quelle per i rifugiati, per 3.8 milioni, rispettivamente 2 milioni e 1.7 milioni. Si segnala poi un incremento ad oggi quantificabile in 8 milioni di franchi della spesa del personale, riferita alla spesa per il personale docente, in particolare nel settore della scuola media, media superiore e della pedagogia speciale.
L’aumento dei ricavi rispetto al preventivo è dovuto soprattutto alla quota sull’utile della Banca Nazionale Svizzera che ammonta a 106.1 milioni di franchi e che non era stata inserita a preventivo.
I dati presentati con questo preconsuntivo sono da considerare con cautela, non solo perché provvisori, ma anche in relazione alle incertezze e alla volatilità del momento.