Cantone e Comuni voltano una pagina. Anzi, due

Cantone e Comuni voltano una pagina. Anzi, due

Vede la luce la ‘Conferenza di cooperazione interistituzionale’, chiude formalmente il cantiere ‘Ticino 2020’. Novità, ma fino a un certo punto, nei rapporti tra Cantone e Comuni, non sempre facili (per usare un eufemismo). Le annuncia, nero su bianco, il Dipartimento istituzioni.

La prima scaturisce dal ciclo di consultazioni promosso dal Dipartimento sulla futura Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni. In primavera “ventidue Comuni urbani, periurbani e rurali hanno partecipato al percorso di confronto, che ha permesso di affinare la proposta di riforma, prevedendo l’introduzione della Conferenza di cooperazione interistituzionale”, si spiega nella nota dipartimentale. Per ora si tratta di una proposta. La Conferenza di cooperazione interistituzionale è destinata a rimpiazzare l’attuale Piattaforma di dialogo. “L’obiettivo è di creare uno strumento più efficace e operativo, capace di favorire un coinvolgimento tempestivo degli enti locali nei processi decisionali, migliorare il coordinamento tra i due livelli istituzionali e promuovere la ricerca condivisa di soluzioni sui principali dossier di interesse comune”, evidenzia il Dipartimento istituzioni. Il modello “si fonda sul rispetto reciproco dei ruoli istituzionali, su una rappresentanza equilibrata delle diverse tipologie di Comuni e sull’attivazione di gruppi di lavoro paritetici incaricati di elaborare proposte da sottoporre alle istanze politiche competenti”. 

Per il capo della Sezione degli enti locali Marzio Della Santa, citato nella nota, «la nuova proposta non rappresenta un punto d’arrivo, ma una base di lavoro aperta al confronto: l’obiettivo è costruire una struttura stabile, credibile e condivisa, capace di garantire continuità al dialogo e di affrontare in modo più efficace le questioni che coinvolgono Cantone e Comuni».

La proposta passa ora all’esame dei firmatari della lettera d’intenti originaria: il Consiglio di Stato, le cinque Città, l’Associazione dei comuni ticinesi e l’Ente regionale per lo sviluppo del Luganese. In caso di convergenza sugli obiettivi, il progetto “entrerà nella fase attuativa, con una nuova lettera d’intenti e la definizione dei presupposti organizzativi della Conferenza di cooperazione interistituzionale”, indica il Dipartimento. L’intento è di “giungere, verosimilmente entro l’autunno 2026, alla definizione del nuovo assetto di collaborazione tra Cantone e Comuni”. Il Dipartimento istituzioni intende inoltre “promuovere un messaggio governativo per introdurre nella Costituzione cantonale il principio di equivalenza nella ripartizione dei compiti tra Cantone e Comuni, e una revisione parziale della Legge organica comunale”.

Dunque, in vista una nuova Piattaforma di dialogo tra i due livelli istituzionali. Cambia il contenitore. E i contenuti? Vedremo i risultati.

E veniamo alla seconda novità. Ovvero all’interruzione di ‘Ticino 2020’, l’annoso e controverso progetto volto a ridefinire compiti e flussi finanziari tra Cantone e Comuni. “Contestualmente” alle riflessioni sulla futura Piattaforma di dialogo, “il Comitato strategico – composto da rappresentanti del Consiglio di Stato e dei Comuni – ha deciso di procedere alla chiusura formale del progetto ‘Ticino 2020′”, scrive il Dipartimento. Una scelta, aggiunge, “che rappresenta la conclusione di un percorso e l’avvio di una nuova fase politica: vi è infatti la ferma volontà di preservare e valorizzare il patrimonio di conoscenze, relazioni e proposte sviluppato nel corso degli anni, affinché possa continuare a generare valore all’interno del nuovo assetto di collaborazione”.

La mozione di febbraio
A sollecitare la chiusura di ‘Ticino 2020’ era stata fra l’altro una mozione depositata nel febbraio di quest’anno, all’indirizzo del Consiglio di Stato, e firmata da presidente, capogruppo e vicecapogruppo del Plr – Alessandro Speziali, Matteo Quadranti e Simona Genini (primi firmatari dell’atto parlamentare) -, nonché da presidente e capogruppo del Centro – Fiorenzo Dadò e Maurizio Agustoni -, dal capogruppo dell’Udc Alain Bühler e, per i Verdi, dal co-coordinatore Marco Noi e dalla deputata Giulia Petralli. «Abbiamo preso atto dell’abbandono definitivo di ‘Ticino 2020’, perché così ci è stato riferito dai rappresentanti del Consiglio di Stato. Continuano però a essere sul tavolo alcuni grossi dossier che vanno evasi in tempi rapidi: se non si risolvono determinati problemi i rapporti tra Cantone e Comuni si faranno ancor più difficili e a rimetterci, non dimentichiamolo, saranno per finire i cittadini», sostiene, da noi raggiunto, il presidente
dell’Associazione dei comuni ticinesi Felice Dafond. «Oggi ad esempio c’è ancora un intreccio di competenze tra Cantone e Comuni, quando invece serve chiarezza: in altre parole, è assolutamente necessario sapere che cosa fa il primo e cosa fanno i secondi. Tra le questioni sempre aperte – aggiunge Dafond – c’è la perequazione finanziaria. Abbiamo sempre meno Comuni paganti e sempre più Comuni riceventi, e questo anche perché il Cantone scarica sugli enti locali un crescente numero di oneri per ridurre i suoi disavanzi e risanare così le sue casse. Le questioni pendenti sono diverse, questioni che il progetto ‘Ticino 2020’ cercava perlomeno di affrontare. Potremmo chiamare la prossima riforma ‘Ticino 2030’, ma se i dossier resteranno aperti e dunque non verranno trattati, la sostanza non cambierà: in questi casi battezzare con un altro nome le riforme è semplicemente un esercizio politico alibi». 

‘Non mi faccio soverchie illusioni’
Problemi pendenti, da risolvere a breve? «Ma non mi faccio soverchie illusioni», riprende il presidente dell’Act, ex deputato del Plr al Gran Consiglio e già sindaco di Minusio: «Siamo in campagna elettorale per le Cantonali del 2027. Poi ci saranno le Federali e nel 2028 le Comunali. Temo insomma che certe questioni si trascineranno irrisolte ancora per un bel po’, purtroppo».

Quanto alla prevista introduzione della Conferenza di cooperazione interistituzionale, Dafond non si sbilancia per il momento. «Un dato è certo: l’attuale Piattaforma è insoddisfacente – dice il presidente dell’Act -. Fra l’altro è capitato che il governo abbia annunciato una cosa in Piattaforma e in seguito ne abbia fatta un’altra, senza consultare gli enti locali. 
A monte deve esserci un maggiore riconoscimento e rispetto del ruolo istituzionale dei Comuni. Non siamo e non vogliamo essere uno sportello del Cantone. Il Comune è un ente costituzionale e rappresenta il primo contatto che il cittadino ha con lo Stato». «Il progetto Ticino 2020 è partito in una direzione condivisa. Successivamente, a fronte di veti e vincoli posti da una parte e dall’altra, ha deviato rotta e si è progressivamente arrivati a questa situazione di impasse, in cui il Cantone – il Consiglio di Stato – e i Comuni hanno condiviso la volontà di chiudere il progetto, senza però disperdere l’eredità acquisita nel tempo – commenta a ‘laRegione’ il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi -. Quindi, un’analisi approfondita degli ambiti in cui Cantone e Comuni devono ancora lavorare insieme per rispondere ai bisogni di cittadini, aziende e territorio».

Per poter fare questo, però, continua Gobbi, «ci vuole una nuova formula di cooperazione, molto più operativa ma anche migliore dal punto di vista qualitativo. Oggi la Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni è soprattutto una piattaforma informativa. Quello che vogliamo con la nuova Conferenza di cooperazione interistituzionale tra Cantone e Comuni, è un luogo in cui analizzare un problema insieme, identificare le possibili soluzioni e in seguito decidere qual è la migliore dal punto di vista dell’efficacia, dell’efficienza e della risposta al bisogno».

‘Servirà maggior impegno da parte di tutti’
Tutto ciò, per il direttore del Di «richiede un maggiore impegno a tutti: al Consiglio di Stato e all’amministrazione cantonale da una parte, ma anche ai Comuni dall’altra, che dovranno dotarsi di una struttura migliore e più ampia per affrontare assieme questi problemi. Non vogliamo che sia semplicemente un meccanismo di informazione, ma un lavoro di intenti, nell’ottica di rafforzare la cooperazione, ponendo al centro la missione come istituzioni, Cantone e Comuni, insieme ai cittadini».

Quindi per Gobbi, non siamo davanti a un fallimento completo, ma piuttosto a un fermo bisogno da parte di tutti di assumersi le proprie responsabilità per affrontare i problemi che comunque rimangono aperti? «Esatto, perché da un lato abbiamo tutti in parte contribuito a deviare dal percorso, e questo evidentemente ha portato a non raggiungere la meta che ci eravamo prefissati. Questo potrebbe essere letto come un insuccesso: ponendo dei vincoli da una parte e dall’altra, abbiamo cambiato rotta e non siamo arrivati alla destinazione inizialmente identificata». D’altro canto, quello che rimane, prosegue Gobbi, «è il fatto che i problemi restano. Talvolta vengono etichettati, secondo me in maniera errata, come un aumento degli oneri sui Comuni: cosa che non è corretta, perché si tratta spesso di voci di spesa già oggi esistenti. Penso ad esempio al settore degli anziani. Se la nostra popolazione invecchia è anche un bene, perché significa che abbiamo una buona qualità di vita e un’aspettativa di vita più alta, a livello svizzero e talvolta anche europeo – pensando ad esempio all’aspettativa di vita maschile. Ma resta comunque un tema che dobbiamo affrontare insieme. E soprattutto dobbiamo lavorare meglio per dare risposte adeguate».

‘Migliorare il metodo di lavoro’
Ma oggettivamente, cosa non ha funzionato? È stata davvero ‘solo’ una questione di vincoli e veti reciproci? «Dal mio punto di vista – spiega Gobbi – è anche una questione di metodo di lavoro. Faccio un esempio in cui si è verificato un cortocircuito comunicativo: quando si è discusso, a livello sia tecnico sia politico, nell’ambito delle rette delle case anziani, i rappresentanti dei Comuni non si sono confrontati con i loro pari. Chi era stato delegato all’interno di questa commissione tecnica non si è mai confrontato con i vari municipi, e i municipi si sono trovati di fronte a una soluzione proposta che non avevano ancora condiviso: questo ovviamente ha portato a un cortocircuito». Di conseguenza, l’obiettivo della nuova Conferenza di cooperazione «è proprio migliorare questo coinvolgimento, per evitare di arrivare a soluzioni percepite come calate dall’alto. Devono invece essere il frutto di una condivisione durante l’analisi del problema, l’identificazione delle possibili soluzioni e l’individuazione della migliore risposta dal punto di vista dell’efficacia, ma anche dell’efficienza nell’uso delle risorse».

‘I Comuni si dotino di una struttura d’appoggio adeguata’
L’auspicio di Gobbi, a questo punto, è che arrivino una migliore comunicazione e delle migliori sinergie sia tra i due livelli istituzionali ma anche all’interno dei livelli stessi? «Esatto. Questo  presuppone, dall’altra parte, che i Comuni si dotino anche di una struttura di supporto adeguata, perché molti rappresentanti degli enti locali sono politici di milizia e hanno bisogno di supporto tecnico nei vari settori. Ci sono città con amministrazioni pubbliche più strutturate, ma ci sono anche specialisti nei Comuni medi o nei Comuni rurali».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 15 luglio 2026 de La Regione

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Ticino 2020 in archivio «Ma i problemi restano»

Il progetto Ticino 2020 è stato ufficialmente archiviato. Ieri il Dipartimento delle istituzioni ha annunciato – per Cantone e Comuni – l’ingresso in «una nuova fase di dialogo». Insomma, il rapporto tra i due livelli istituzionali è pronto a cambiare forma. In che modo? Lo abbiamo chiesto al direttore Norman Gobbi. «Bisogna cambiare il metodo di lavoro. Lo dico a fronte proprio dell’esperienza di Ticino 2020, ma anche della piattaforma di dialogo. I problemi rimangono sul tavolo, con sfide di diversa natura – penso ad esempio al settore anziani – che chiedono una risposta congiunta, perché Cantone e Comuni devono affrontarle insieme». Cambiare metodo di lavoro perché, come ammette il consigliere di Stato, «Ticino 2020 ha deviato dalla rotta iniziale a causa dei vincoli posti da una parte e dall’altra, arrivando così a una situazione di stallo». Mentre la piattaforma di dialogo era soprattutto informativa, «se vogliamo affrontare insieme le tematiche e i problemi del canton Ticino, dobbiamo farlo in maniera strutturata. Questo presuppone maggiore apertura e impegno da entrambe le parti. Quello che vogliamo è analizzare insieme i problemi, identificare le soluzioni e scegliere quelle più efficaci ed efficienti nell’utilizzo delle risorse, nell’interesse del cittadino, delle aziende e del territorio».

La Conferenza di cooperazione
Viene da chiedersi che cosa garantirà, ora, che le cose vadano diversamente con quella che è stata denominata «Conferenza di cooperazione interistituzionale ». E se davvero, trovando un nuovo metodo di lavoro, si potrà andare oltre quello che Gobbi stesso definisce uno stallo. «Il metodo di lavoro è un elemento centrale, e deve coinvolgere maggiormente le due parti. Da un lato, il Cantone è consapevole che senza i Comuni molte delle sfide non possono essere risolte. Dall’altra parte, anche i Comuni devono lavorare in maniera diversa. L’obiettivo è, a differenza del
passato, avere un siste-ma strutturato che porti tutti a condividere l’analisi del singolo problema, l’identificazione della risposta e la scelta della soluzione migliore». Facile immaginare allora un gruppo più snello rispetto al passato. «Sì, oggi la piattaforma conta molte persone attorno al tavolo e, come detto, è prevalentemente informativa. Il nuovo tavolo paritetico – cinque consiglieri di Stato con cinque rappresentanti dei Comuni – dovrà essere rappresentativo della diversità dei Comuni ticinesi. Abbiamo le Città, con amministrazioni pubbliche importanti e capaci di fare un certo tipo di analisi e di lavoro, ma abbiamo anche le esigenze dei Comuni periurbani e rurali, che non possono essere paragonate a quelle urbane, per esempio sul piano dell’onere amministrativo. Questa pluralità deve trasparire attorno al tavolo, proprio per evitare che il sistema sia troppo vincolante e poco rispettoso della diversità dei nostri cento Comuni».

Un nuovo modo di lavorare
Nel comunicato si parla di «rilanciare i rapporti tra i due livelli istituzionali», ma a volte è persino difficile capire che cosa si intenda con «rilanciare». Dove si sono sfibrati i rapporti tra Cantone e Comuni? Norman Gobbi riflette: «Da un punto di vista formale, non si sono sfibrati, perché lavoriamo comunque insieme. Talvolta ci sono incomprensioni o narrazioni errate. Pensiamo al settore anziani: abbiamo una popolazione che invecchia – e in Ticino abbiamo la qualità di vita e l’aspettativa di vita più alta della Svizzera – e dobbiamo affrontare la situazione insieme, perché ci sono compiti che spettano al Cantone e altri ai Comuni. Rilanciare i rapporti significa trovare un nuovo modo di lavorare insieme, per evitare che ciascun livello percepisca l’altro come quello che impone o blocca. Le sfide sociodemografiche e quelle di rilancio del territorio richiedono una vera intesa, perché il Cantone da solo, senza il coinvolgimento dei Comuni, non può farcela». Lo stesso Marzio Della Santa, capo della Sezione degli enti locali, citato nella nota stampa, sottolinea: «La nuova proposta non rappresenta un punto d’arrivo, ma una base di lavoro aperta al confronto. L’obiettivo è costruire una struttura stabile, credibile e condivisa, capace di garantire continuità al dialogo e di affrontare in modo più efficace le questioni che coinvolgono Cantone e Comuni».

Un insuccesso? «Sì, ma…»
Ticino 2020, progetto promosso dal Consiglio di Stato per la prima volta dodici anni fa, da sempre viene associato a Norman Gobbi. Il direttore del DI non vuole, però, fermarsi all’idea di un insuccesso. Tuttavia ammette: «Rispetto alla destinazione che avevamo identificato insieme ai Comuni, i vincoli e le condizioni posti da una parte e dall’altra non ci hanno permesso di arrivare dove volevamo. Questo può essere letto come un insuccesso, certo. In realtà, però, ha permesso, perlomeno, di identificare flussi finanziari e tematiche su cui dovremo lavorare in futuro. Perché se è vero che Ticino 2020 viene chiuso formalmente, i problemi che coinvolgono Cantone e Comuni rimangono sul tavolo, e dobbiamo affrontarli nell’interesse dei cittadini ai quali entrambi i livelli istituzionali devono rispondere ».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 15 luglio 2026 del Corriere del Ticino

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Servizio all’interno dell’edizione di martedì 14 luglio 2026 de Il Quotidiano