È arrivata come una doccia fredda, anche se era ampiamente annunciata: il Parlamento europeo ha approvato la
riforma che ridefinisce le competenze in materia di disoccupati frontalieri. Sapevamo che sarebbe successo, la direzione
era chiara da mesi. Ma vedere confermato nero su bianco un simile scenario non rende la notizia meno pesante. Oggi
un frontaliere occupato in Svizzera che perde il lavoro percepisce l’indennità di disoccupazione nel proprio Paese di
domicilio. La Confederazione partecipa rimborsando allo Stato di residenza una quota delle prestazioni erogate. Se la
modifica sarà accolta, in futuro toccherà alla cassa disoccupazione svizzera coprire integralmente queste prestazioni. Le
nuove norme comporteranno costi aggiuntivi per diverse centinaia di milioni di franchi – tra 600 e 900, secondo le stime
della SECO – per la Svizzera. L’Unione europea cambia le regole del gioco e noi siamo chiamati a passare alla cassa.
Una musica già sentita, che non porta nulla di buono.
Inutile sottolineare che le conseguenze maggiori graveranno sui cantoni di frontiera, e il Ticino non sarà risparmiato.
Al di là delle cifre, che non mentono, il rischio concreto per il nostro Cantone è legato all’innescarsi di pericolose
dinamiche che genererebbero ulteriori distorsioni nel mercato del lavoro. Non esito a definire questa modifica un
clamoroso assist per chi vuole fregare il sistema. Il Ticino, per la sua posizione di confine, è particolarmente esposto al
fenomeno delle società «bucalettere». Il rischio concreto è di incentivare contratti di breve durata o rapporti di lavoro
costruiti ad arte, al solo scopo di maturare il diritto alle indennità svizzere di disoccupazione. Le condizioni diventeranno
ancora più attrattive per i residenti oltre confine, e questo potrebbe comportare un ulteriore incremento della quota di
lavoratori frontalieri, con un paradosso clamoroso: dovremo rafforzare l’apparato amministrativo affinché gli Uffici
regionali aiutino a ricollocare i lavoratori frontalieri disoccupati, facendo concorrenza ai ticinesi. Insomma, da qualsiasi
parte la si veda, questa modifica creerebbe seri problemi alla nostra economia, già confrontata con non pochi grattacapi.
Ma la partita non è ancora finita e la posta in gioco, è evidente, è molto alta. La modifica non entrerà automaticamente
in vigore e potrà essere adottata unicamente con il consenso di Berna in sede di Comitato misto Svizzera-UE. La SECO
aveva indicato a suo tempo che un eventuale rifiuto da parte della Svizzera potrebbe comportare ritorsioni da parte
dell’UE, «la cui natura è difficile da prevedere». Una posizione debole, che non lascia presagire nulla di buono. La palla
passa ora al Consiglio federale, che dovrà muoversi nella giusta direzione per tutelare gli interessi del nostro Paese. È
quello che auspichiamo, per evitare che a passare alla cassa, ancora una volta, per l’ennesima fattura salata staccata
da Bruxelles, siano le ticinesi e i ticinesi.
Opinione apparsa sul Corriere del Ticino, 10.07.2026