“Il Ticino pagherebbe il prezzo più alto”

“Il Ticino pagherebbe il prezzo più alto”

Disoccupazione e permessi G: l’invito alla Confederazione è perentorio

Bruxelles ha deciso, la Svizzera dovrà incassare il colpo – a meno che il Consiglio federale non trovi la forza di dire di no. È questo, in sintesi, il nodo che tiene banco dopo il via libera del Parlamento europeo alla riforma che intende riscrivere le regole sull’indennità di disoccupazione dei lavoratori frontalieri. Un tema che il Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi (nella foto) aveva anticipato mesi fa sulle pagine del Mattino della Domenica e che ora, nero su bianco, assume i contorni di una fattura molto salata per la Confederazione: tra 600 e 900 milioni di franchi l’anno, secondo le stime della SECO.

Le ripercussioni nel Cantone
Oggi un frontaliere che perde il lavoro in Svizzera percepisce l’indennità nel proprio Paese di residenza, con la Confederazione che rimborsa allo Stato estero una parte delle prestazioni. Con la riforma, basata sul principio della Lex Loci Laboris, sarà invece la cassa disoccupazione svizzera a dover coprire integralmente i sussidi – anche per chi ha lavorato solo 22 settimane, meno di sei mesi, e anche se il costo della vita nel Paese di residenza è più basso. Per il nostro Cantone, primo in Svizzera per numero di frontalieri, il rischio non è solo finanziario. Gobbi lo ha spiegato chiaramente nei giorni scorsi: «La nuova regolamentazione rischia di trasformarsi in un incentivo a costruire rapporti di lavoro ad hoc, al solo scopo di maturare il diritto alle indennità elvetiche » . Il Ticino, per la sua posizione di confine, è già esposto al fenomeno delle società ‘bucalettere’. Le condizioni diventeranno ancora più attrattive per i residenti oltre confine, e questo potrebbe comportare un ulteriore incremento della quota di lavoratori frontalieri, con un paradosso clamoroso: «Dovremo rafforzare l’apparato amministrativo affinché gli Uffici regionali aiutino a ricollocare i lavoratori frontalieri disoccupati, facendo concorrenza ai ticinesi» , avverte Gobbi. Una modifica che creerebbe ulteriori problemi al mercato del lavoro ticinese, già confrontato con una situazione complessa.

Cosa serve ora
La partita, però, non è chiusa. La riforma entrerà in vigore solo con il via libera della Svizzera in sede di Comitato misto Svizzera-UE, e proprio qui si gioca la fase più delicata. Non sono mancate le pressioni dirette di alcuni Stati confinanti: il ministro francese Philippe Tabarot aveva confermato la volontà di Parigi di far pressione su Berna perché si adegui senza indugio alle nuove regole europee.
Per Gobbi è qui che si misura la reale postura della Confederazione.
«Non possiamo permetterci che il Consiglio federale tratti questo dossier come un puro e semplice tecnicismo » , dichiara il Consigliere di Stato. «Parliamo di centinaia di milioni di franchi, della tenuta del nostro sistema sociale e della credibilità delle nostre istituzioni verso chi vive e lavora onestamente in questo Paese. Berna deve negoziare con fermezza, non subire.» Un messaggio che il Direttore del Dipartimento delle istituzioni intende ribadire con forza, esprimendo la propria preoccupazione per la realtà ticinese: «Il Ticino non chiede favori, chiede che i propri interessi – che sono anche quelli della Svizzera intera – vengano difesi con la stessa determinazione con cui Bruxelles difende i propri. Se sapremo trattare questo dossier con fermezza, eviteremo che il conto, ancora una volta, lo paghino i cittadini.»

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 12 luglio 2026 de Il Mattino della domenica