Il 14 giugno voteremo sulla modifica della legge federale sul servizio civile. Una scelta concreta, che tocca direttamente la sicurezza del nostro Paese e la coerenza con quanto previsto dalla nostra Costituzione. Per comprenderne la portata, vale la pena fare un passo indietro e contestualizzare il tema. Gli elementi emersi dallo studio “Sicurezza 2026”, recentemente pubblicato dal Politecnico federale di Zurigo, offrono spunti significativi. Sebbene la Svizzera continui a essere percepita complessivamente come un Paese sicuro, il senso di sicurezza della popolazione ha raggiunto il livello più basso degli ultimi vent’anni. Cittadine e cittadini guardano con maggiore pessimismo alla situazione politica mondiale e al futuro del nostro Paese. Parallelamente cresce il sostegno a un esercito forte, mentre diminuisce la quota di chi auspica l’abolizione dell’obbligo di prestare servizio militare.
Dietro questi dati emerge una realtà chiara. Per decenni abbiamo dato per scontato che la Svizzera fosse un angolo d’Europa al riparo dalle tensioni geopolitiche e dai conflitti armati. La difesa è stata spesso considerata soprattutto una voce di spesa da contenere e ottimizzare. Oggi non è più così. Quanto accade a poche centinaia di chilometri da noi non ci lascia indifferenti. Le immagini provenienti dai fronti di guerra entrano quotidianamente nei nostri smartphone attraverso i media e i social network. La minaccia – sempre più ibrida, diffusa e imprevedibile – è diventata progressivamente più concreta anche nell’immaginario collettivo. Le cittadine e i cittadini svizzeri si sentono meno al sicuro rispetto al passato. È un dato misurabile, non una semplice impressione. E la tendenza è chiara: ci rendiamo conto dell’importanza dell’esercito proprio quando la percezione del rischio aumenta e il pericolo si avvicina. È in questi momenti che l’esercito torna improvvisamente a essere percepito come indispensabile.
La votazione del 14 giugno si inserisce in un dibattito più ampio sulla sicurezza del nostro Paese. Una sicurezza che non può essere improvvisata nel momento del bisogno, ma che va costruita con continuità, lungimiranza e pazienza. Per riuscirci servono risorse, non solo finanziarie e tecniche, ma soprattutto umane. La nostra Costituzione è chiara: il servizio militare rappresenta la regola, mentre il servizio civile costituisce un’eccezione prevista per chi non riesce a conciliare il servizio militare con la propria coscienza. La modifica proposta non abolisce il servizio civile e non mette in discussione il diritto all’obiezione di coscienza. Introduce invece misure mirate per limitare gli abusi e garantire all’esercito le risorse necessarie per adempiere ai propri compiti.
È una modifica che merita sostegno, non per ragioni ideologiche, ma per senso di responsabilità. Un Paese che vuole restare libero deve essere disposto anche a difendersi. E per difendersi servono persone formate, motivate e competenti, non soltanto intenzioni o proclami. È una responsabilità collettiva. Il voto del 14 giugno rappresenta l’occasione per affermarlo con chiarezza.
Opinione di Norman Gobbi pubblicata nell’edizione di venerdì 29 maggio 2026 del Corriere del Ticino