A 10 anni dal raddoppio leghista

A 10 anni dal raddoppio leghista

Il 10 aprile 2011 in Ticino ci fu una sorta di rivoluzione con l’elezione di tre nuovi consiglieri di Stato e la conquista da parte della Lega del secondo seggio in Governo a svantaggio del PLR – I ricordi, le valutazioni e gli aneddoti con i protagonisti di allora.

«La Lega rompe gli argini». Così, a tutta pagina, titolava il Corriere del Ticino nell’edizione dell’11 aprile 2011. La data è una di quelle che segna uno spartiacque della politica nel nostro cantone: esattamente 10 anni fa, il 10 aprile 2011, alle elezioni cantonali il movimento di via Monte Boglia riuscì nell’impresa di portare a casa il secondo seggio in Consiglio di Stato, strappandolo ai «rivali» del PLR. Eletti nel nuovo Governo gli uscenti Marco Borradori (Lega) e Laura Sadis (PLR) e tre «volti nuovi»: Norman Gobbi (Lega), Paolo Beltraminelli (PPD) e Manuele Bertoli (PS).

Il pompiere
Tra chi ricorda molto bene quel 10 aprile di dieci anni fa c’è ovviamente Marco Borradori. L’attuale sindaco di Lugano si ripresentava infatti per il suo quinto mandato in seno all’Esecutivo cantonale. Solo quattro anni prima, nel 2007, il movimento di via Monte Boglia riuscì a difendere l’allora unico seggio in Governo nonostante i sondaggi dessero come possibile l’esclusione del rappresentante leghista. «All’epoca avevo manifestato al Nano la mia disponibilità a lasciare il posto a qualcun altro. Giuliano Bignasca mi convinse a restare e alla fine conquistammo una rielezione sulla carta molto dura», ricorda Borradori, che conseguì il miglior risultato tra tutti i candidati. Quattro anni più tardi, nel 2011, il vento era cambiato e i sondaggi ipotizzavano il raddoppio leghista. «Non è stato un fulmine a ciel sereno», afferma. «Personalmente sono sempre molto guardingo sui pronostici e, forse anche per scaramanzia, anche allora ero scettico». Alla fine, però, i sondaggi non si smentirono e con l’entrata in Governo di Gobbi, va da sé, il PLR perse un seggio. Un’esclusione «inaspettata, dovuta presumibilmente alle difficoltà tra le due ali del partito». E quando ormai i risultati delle urne si stavano delineando, Bignasca affermò: «Da domani ci saranno i cambiamenti che vorrò imporre ai miei consiglieri di Stato». Traducibile in un «da domani governiamo noi». Ma è stato veramente così? Borradori, chiamato in quell’occasione a fare da pompiere, sostiene di no: «Non è che di colpo cambia tutto. Non sarebbe accaduto nemmeno se avessimo ottenuto la maggioranza assoluta: dopo 26 anni trascorsi tra Esecutivo cantonale e comunale posso dire che è difficilissimo per una maggioranza imporre in maniera arrogante la sua linea. Si cerca di trovare un punto in comune per uscire il più compatti possibile, mettendo sul tavolo le varie visioni». In ogni caso, per la doppia rappresentanza leghista in Governo fu un inizio con il botto: «Una delle prime decisioni fu il blocco dei ristorni, approvato per tre voti a due, una decisione per certi versi giusta che causò una spaccatura nel Paese e con Italia per molti mesi. Ago della bilancia Paolo Beltraminelli, che addirittura tornò in aereo dalle vacanze per votare».

L’ago della bilancia
Un volo tra la Sardegna e il Ticino che lo stesso Beltraminelli, contattato dal Corriere del Ticino, ricorda molto bene: «Ero talmente sicuro di non essere eletto che qualche mese prima delle elezioni prenotai le vacanze. Laura Sadis, presidente del Governo, mi telefonò dicendomi che se non avessi presenziato alla seduta, rientrando in Ticino, il mio voto non sarebbe stato valido. Le risposi di darmi un po’ di tempo per organizzare il viaggio e tre giorni più tardi ero a Bellinzona». Il 30 giugno la votazione in Consiglio di Stato, come sappiamo, finì 3 a 2 in favore del blocco. «Sì, sono stato decisivo in quell’occasione. Ma non fu una decisione contro gli italiani», ricorda Beltraminelli. «Era importante mandare un segnale forte a Berna e dare una scossa per sbloccare il dossier fermo da troppo tempo». E il dossier, effettivamente, si sbloccò. Il resto, come si suol dire, è storia.
Ma tornando al 10 aprile, Beltraminelli rammenta anche «l’incredibile euforia» a Lugano di quella sera, con i festeggiamenti della Lega in piazza della Riforma e quelli del PPD al Palazzo dei congressi. Già, perché «quella fu sì una vittoria della Lega, ma anche una vittoria per Lugano, che allora trainava il Ticino più di oggi, una città che dava speranze e dove la politica portava avanti nuove idee e si stava aggregando a molti altri Comuni. In quei tempi si diceva spesso che era il Governo a ‘scendere a Lugano’. Oggi invece le cose sono cambiate». Dopo quella domenica elettorale, infatti, il Consiglio di Stato contava tre rappresentanti luganesi (Borradori, Sadis e Beltraminelli, allora municipale proprio a Lugano). «E non bisogna dimenticare – aggiunge l’ex consigliere di Stato – che storicamente il Governo non è mai stato filo-luganese. Tanto è vero che oggi di Lugano non resta più nessuno nell’Esecutivo cantonale». Ricordando i primi mesi in Consiglio di Stato, Beltraminelli racconta poi che c’era chi lo definiva il «terzo leghista in Governo»: «Per un po’ di tempo ho sofferto questa etichetta. Ma poi ho dimostrato negli anni di lavorare con la mia testa. Sono sempre stato solo al servizio del mio partito e dei ticinesi». E in ogni caso, conclude, «anche se spesso ero io l’ago della bilancia, in Consiglio di Stato in fin dei conti si ragiona come cinque colleghi. In quel contesto vengono prima le persone, e poi i partiti».

Punto su punto
Un concetto condiviso anche dall’altro «nuovo volto» entrato in Governo quella domenica: il socialista Manuele Bertoli. «Il Consiglio di Stato è prima di tutto un luogo in cui i cinque membri si confrontano personalmente, in cui l’elemento personale diventa più importante di quello partitico. È chiaro che ognuno si porta dietro un corredo di valori ben definito e diverso da quello degli altri, ma c’è la coscienza di dover trovare soluzioni insieme». Riguardo alle prime settimane in Governo, Bertoli ricorda che «per certi versi da parte dei due leghisti c’era la volontà di segnare quel cambiamento anche con atti politici». Tuttavia, tranne che per qualche dettaglio simbolico, «alla fine non ci furono atti politici particolari, anche perché ci trovammo sin da subito a fronteggiare le difficoltà finanziarie lasciate dai Governi precedenti. Si faceva fatica a far quadrare i conti e quindi anche tutta la progettualità politica fu da subito molto condizionata da questo fattore». E sul raddoppio della Lega il consigliere di Stato socialista racconta che allora, nel 2011, non era particolarmente preoccupato da questo cambiamento: «Sapevo di avere una posizione uguale a quella dei miei predecessori, ovvero di essere, all’interno dell’Esecutivo, uno contro quattro. Sapevo sin dall’inizio che sarebbe stato necessario combattere punto su punto per ogni dossier». E proprio per questo motivo, aggiunge Bertoli, «non fa molta differenza se ci sono due liberali o due leghisti. Semmai, come detto, dipende dalle persone. Ci sono leghisti e leghisti, così come sicuramente ci sono socialisti e socialisti». Concludendo, il consigliere di Stato ricorda la prima seduta di quel Governo, che segnò a suo modo un altro importante cambiamento, quello dei Dipartimenti: «Iniziammo alle 10 e terminammo verso le 18. Dovevamo in qualche modo prendere una decisione, perché il Paese ci stava aspettando. E naturalmente il cambio di maggioranza relativa e l’entrata di tre nuovi membri complicarono le cose. Alla fine però arrivò un cambiamento storico, il DECS andò al sottoscritto dopo oltre 70 anni di guida liberale e il DSS andò al PPD dopo una guida socialista che durava dalla sua nascita. Ci sarebbero molti aneddoti da raccontare su quella seduta, ma è ancora troppo presto».

Dal canto suo, l’allora consigliera di Stato Laura Sadis, contattata dal CdT, ha preferito non rilasciare dichiarazioni.

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 10 aprile 2021

(Foto: Archivio CdT)

«Una barricata meno rumorosa e più costruttiva»

«Una barricata meno rumorosa e più costruttiva»

Che ricordi ha di quel giorno, quando la Lega conquistò il secondo seggio?
«Arrivavo da un periodo particolare. Ero da un anno subentrato al compianto Attilio Bignasca in Consiglio nazionale, la campagna fu molto agitata poiché – con la rinuncia a ricandidarsi di Gabriele Gendotti – si poteva sognare il raddoppio. La domenica 10 aprile la passai con familiari e amici (mia figlia Gaia aveva appena 3 mesi e mezzo) all’Agriturismo Altanca in attesa dei risultati. Poi, appena si capì che la mia elezione era certa, con Rodolfo Pantani alla guida scendemmo a Lugano sino in piazza della Riforma, già gremita di amici leghisti. La gioia era tanta, come testimoniano le foto di quel momento, soprattutto per il Nano che quel giorno festeggiava pure il compleanno e l’inizio del suo agognato “triplete”, che si concluse con la conquista del sindacato di Lugano con Borradori nel 2013».

Dopo la vittoria il Nano disse che dai due leghisti si aspettava il rispetto del decalogo. Quel decalogo finì sul tavolo del Governo?
«Il decalogo leghista era ed è un programma di partito, mentre all’interno di un Governo si lavora in squadra, ognuno però con i suoi valori e le sue idee politiche. Noi queste idee, riprodotte nel decalogo, le abbiamo portate. Pensiamo al blocco dei ristorni fatto nel giugno 2011. Sul fatto del “governiamo noi”, quando venni eletto venivo da un’esperienza comunale dove c’era (e c’è) una maggioranza assoluta di un’altra forza nel Municipio, e quindi non ho mai inteso e vissuto il governare come un imporre bensì come un costruire, se possibile assieme».

Com’è cambiato il modo di governare e di fare politica della Lega con il raddoppio?
«Quella che Giorgio Salvadè chiamava “Lega di governo e barricata” è rimasta, anche se forse la barricata è un po’ meno rumorosa e più costruttiva. Da 26 anni la Lega siede in Consiglio di Stato, da 10 con due consiglieri di Stato. Questo ha portato per taluni a essere troppo filogovernativi, anche se personalmente le critiche le prendo positivamente se giustificate (vedi radar ad esempio), proprio perché sono nato politicamente in Gran Consiglio mettendo in discussione l’azione politica anche del nostro unico consigliere di Stato di allora (Marco Borradori, ndr)».

Le toccò il «poco simpatico» Dipartimento delle istituzioni, che disse di aver trovato «completamente azzurro» (PPD, ndr). E oggi?
«Poco simpatico ma voluto. Poco simpatico perché, capiti quel che capiti, siamo più esposti di altri poiché a maggior contatto con la cittadinanza; voluto perché vedevo un grande potenziale di miglioramento, nonché per la mia inclinazione personale. Dopo 10 anni il Dipartimento è più equilibrato, sia per sensibilità politiche sia per genere. Il mono pensiero è acritico e pericoloso, perché da un lato non ci si innova e dall’altra parte non ci si mette in discussione».

Sono passati 10 anni, cosa ha fatto di leghista questo Governo con la vostra spinta?
«Il Governo è finalmente un Governo di uomini di Stato e non rappresentanti di partito. Forse il tavolo di sasso o i presunti “maître à penser” esistono ancora, ma oggi il Consiglio di Stato è più sovrano e mi permetto di dire anche più autorevole rispetto al passato. Le decisioni le prendiamo noi, non altri. La spinta leghista? Beh, sicuramente ha portato il Governo ad avvicinarsi alla gente; ricordo con piacere il pranzo a San Martino con il Governo in corpore nel 2015 sotto la mia presidenza. Alla fine siamo dei semplici servitori dello Stato e quindi del Popolo, e questo non lo dimentico mai, come ricordo frequentemente ai miei funzionari dirigenti. Questa spinta, questa energia e questo impegno voglio continuare a metterli al servizio delle cittadine e dei cittadini ticinesi ancora nei prossimi anni di Governo».

Intervista all’interno dell’edizione di sabato 10 aprile 2021 del Corriere del Ticino