Più di 140mila pratiche evase dall’Ufficio della migrazione

Più di 140mila pratiche evase dall’Ufficio della migrazione

Articolo apparso nell’edizione di martedì 23 gennaio 2018 del Giornale del Popolo

È stata una delle riforme più discusse, anche perché legate allo scandalo dei permessi. Ma a un anno dalla sua implementazione sta portando i suoi frutti. La riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione sta dando segnali incoraggianti. Il bilancio dall’entrata in vigore è positivo. Lo ha detto il responsabile del DI Norman Gobbi ieri a Bellinzona. «Il settore è tra quelli più sollecitati con più di 140mila richieste dagli utenti ogni anno e con 170mila permessi attivi. Per questo è prioritaria la qualità delle decisioni, anche considerata la delicatezza delle questioni da gestire e l’obiettivo primario: evitare gli abusi». Sempre il consigliere di Stato ha messo in evidenza come negli ultimi mesi siano state tradotte in pratica diverse riforme che hanno migliorato il lavoro interno all’ufficio. A iniziare dal Contact Center (che funge da filtro per le 136mila chiamate annuali), passando per la creazione del Settore giuridico dell’Ufficio della migrazione. Un ufficio adibito a ricevere le segnalazioni da Comuni, Polizia, privati, ecc., relative a dimore fittizie e ad altri abusi del genere. Una terza riforma ancora in auge (fintanto che l’Italia non farà passi avanti nelle trattative) è quella del casellario giudiziale, senza la quale l’onere di verifica dei permessi sarebbe molto maggiore. Gobbi ha anche illustrato le tappe della riforma: a gennaio dello scorso anno il Governo ha dato il via libera inserendola all’interno delle misure di risanamento delle finanze. In giugno è partita la prima fase e in dicembre la seconda. È toccato a Thomas Ferrari (ca – po della Sezione della popolazione) entrare nei dettagli. Ha anzitutto ricordato che con la Libera circolazione delle persone vi è stata un’impennata di permessi attivi, i quali sono passati da 120mila nel 2003 a 168mila del 2017. Ferrari ha detto che la prima fase riguarda l’introduzione della procedura guidata per i permessi G (con la verifica del documento di identità negli sportelli di Chiasso, Mendrisio, Noranco, Caslano, Camorino e Locarno) e la chiusura del servizio regionale degli stranieri di Agno. Mentre la seconda fase, appena avviata, prevede la chiusura dei servizi regionali, la creazione del Servizio nuove entrate a Lugano e l’estensione della procedura guidata a tutte le richieste. Il tutto per 24 mesi di lavoro, coinvolgendo 40 collaboratori ed elaborando 200 moduli di domanda informatizzati. Coinvolta nella riforma anche la Polizia cantonale. Il comandante Matteo Cocchi ha evidenziato quanto fatto dal mese di luglio. In sostanza sono stati eseguite 7.044 verifiche sui documenti di identità dei lavoratori che hanno chiesto un permesso G. Di principio, ha rilevato, le richieste hanno impegnato le gendarmerie durante i giorni lavorativi, ma gli agenti sono stati impegnati anche qualche sabato. Ma il tutto –ha tenuto a precisare Cocchi – senza togliere uomini dal territorio.

Permessi Giro di vite sui controlli, abusi smascherati

Permessi Giro di vite sui controlli, abusi smascherati

Articolo apparso all’interno dell’edizione di martedì 23 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Norman Gobbi: «Così evitiamo che si installino persone che non desideriamo» – Ecco il primo bilancio della riforma.

Ad un anno dallo scandalo dei permessi falsi, il Dipartimento delle istituzioni ha tracciato un primo bilancio della riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione. Un nuovo assetto che, come dichiarato dal direttore Norman Gobbi , non solo permette «di fare di più con le stesse risorse, ma anche di rispondere alla volontà popolare delineatasi più volte di voler controllare l’immigrazione in Ticino». Partita ufficialmente lo scorso giugno, la riforma ha introdotto una «svolta epocale» nell’esame dei dossier, ha evidenziato il capo della Sezione della popolazione Thomas Ferrari . Oltre alla chiusura dei 5 uffici regionali e la concentrazione nelle sedi di Lugano e Bellinzona, il nuovo apparato consente di richiedere, rinnovare o modificare tutti i tipi di permessi online, tramite il sito dell’Ufficio della migrazione. «Un’impostazione questa che permette di concentrare l’attività dei funzionari sul controllo e sull’approfondimento delle domande», ha aggiunto Ferrari ribadendo come «non tutte le richieste si evadono con un clic e se pensiamo che nel 2017 sono state oltre 141.000 le pratiche registrate si può facilmente intuire come l’attività di controllo, cruciale nella lotta agli abusi, pesi sul settore».

Ed è proprio nella lotta agli abusi che si trova un importante tassello della riorganizzazione: «Grazie al supporto della Polizia scientifica abbiamo potuto istruire i nostri funzionari alla verifica e all’autenticità dei documenti – ha sottolineato Ferrari – in questo modo riconoscere i documenti contraffatti sarà più facile». La guardia rimane dunque alta in un settore che, proprio per le specificità del nostro cantone, risulta «estremamente delicato». «Il Ticino è una realtà unica in Svizzera – ha sottolineato Gobbi – basta pensare che, per quanto concerne i permessi G, contiamo più autorizzazioni di tutta la Svizzera interna». E se da un lato il consigliere di Stato ha sottolineato che «non posso dire che siamo riusciti a frenare l’immigrazione», dall’altro ha rimarcato come la nuova struttura ha permesso al nostro Cantone di «dotarsi di sistemi di controllo e depistaggio in grado di ridurre il rischio che sul nostro territorio si installino persone che non desideriamo». Non da ultimo dal momento che, a partire dal 2002 con l’introduzione della libera circolazione, «il numero di richieste di permessi ha registrato un continuo aumento».

Infine, punto cardine della riorganizzazione è la collaborazione con la Polizia cantonale: terminata la procedura online, i richiedenti di un permesso per frontaliere G (dipendenti) sono tenuti a presentarsi presso un posto di gendarmeria per un controllo del documento d’identità. «Una verifica che consente di accrescere la sicurezza», ha commentato il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi rassicurando però come «questo nuovo compito non distoglie le pattuglie dal sorvegliare il territorio. È importante ribadirlo: non abbiamo tolto forze al fronte».

Polizia: pronti a intervenire in caso di catastrofe

Polizia: pronti a intervenire in caso di catastrofe

Articolo apparso nell’edizione di martedì 23 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Alla scoperta della futura Centrale cantonale d’allarme Partiti nel 2016, i lavori si avviano verso la conclusione.

La prima pietra era stata posata nel marzo del 2016 e, proprio per simboleggiare il legame tra il passato e il futuro, nel cuore del cantiere era stata depositata una cassa contenente una vecchia autoradio e una pistola mitragliatrice. Ora, a poco meno di due anni di distanza, gli interventi per la realizzazione della Centrale cantonale di allarme (CECAL) nell’area dell’ex arsenale di Bellinzona si avviano verso la conclusione. Una data precisa per l’inaugurazione ancora non c’è, ma si prevede di entrare nella fase operativa già nel corso della seconda metà di quest’anno. In compagnia del comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi siamo dunque andati a vedere a che punto sono i lavori di quello che diventerà il punto cardine per la gestione delle urgenze (in particolare le chiamate al 117 e successivamente quelle al 118) e degli allarmi in caso di catastrofe a livello regionale e cantonale. Il tutto utilizzando tecnologie all’avanguardia e riducendo i tempi d’intervento: una centrale insomma che, a detta degli addetti ai lavori, rappresenterà un fiore all’occhiello in quest’ambito a livello svizzero.

Al passo coi tempi
Al piano terra troveranno spazio i locali della Federazione cantonale ticinese dei corpi pompieri, gli spogliatoi e le sale riunioni (da 100 e 40 posti). Il piano superiore ospiterà gli uffici del Comando della Regione IV del Corpo delle guardie di confine. Infine, al secondo piano, vi saranno gli spazi della sala operativa CECAL e della sala dello Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC). È un cantiere imponente quello in pieno svolgimento nella zona delle Semine a Bellinzona, a un tiro di schioppo dal comando della polizia cantonale. Nel gran viavai di operai, artigiani, progettisti e tecnici, comincia a delinearsi quello che sarà un edificio fondamentale a livello strategico per la sicurezza del cantone. Un edificio in grado di concentrare in un unico stabile le principali Centrali operative e d’allarme oggi distribuite sul territorio e caratterizzate da sistemi indipendenti di condotta. All’entrata, un’imponente scala di pietra conduce nelle zone strategiche dello stabile. Fulcro di tutta la infrastruttura sarà la sala operativa: un locale delle dimensioni di una palestra dove un domani saranno installati tutti gli schermi e le apparecchiature per ricevere le segnalazioni, valutarne i contenuti e quindi emanare le misure d’urgenza necessarie.

Prossimità e condivisione
«La revisione della legge sulla protezione della popolazione prevede, tra le altre cose, che in caso di eventi maggiori o di catastrofe la conduzione e la pianificazione durante la fase acuta competano al sottoscritto a livello cantonale. Sarà invece di competenza di un ufficiale di polizia a livello regionale», spiega il comandante Matteo Cocchi. «Con questo nuovo stabile avremo finalmente una infrastruttura che ci permette la gestione strategica e centralizzata degli interventi coordinando nella fase più delicata tutti gli enti di soccorso». La vicinanza del comando della polizia cantonale e il prossimo trasferimento, dalla sede di Paradiso all’area dell’ex arsenale, di quello delle Guardie di confine aiuteranno inoltre il coordinamento delle attività quotidiane eliminando, di fatto, la distanza fisica attualmente esistente tra le due centrali.

«Visione 2019»
La realizzazione della Centrale cantonale di allarme rappresenta uno dei tasselli principali nel mosaico del cosiddetto progetto «Visione 2019», una sorta di «masterplan» che intende garantire flessibilità all’organizzazione del Corpo, così da poter disporre di mezzi, infrastrutture ed effettivi in base al contesto sociale e di sicurezza, ma anche alle priorità in sempre più rapida evoluzione, alle nuove minacce e all’accresciuto livello di rischio internazionale. Senza dimenticare il recente via libera al pacchetto di misure da 3,3 milioni per l’aggiornamento tecnologico e l’equipaggiamento delle forze dell’ordine. È previsto anche un ulteriore potenziamento del sistema informatico che permetterà un rafforzamento del controllo del territorio, la rapidità di reazione e la gestione delle pattuglie dislocate all’interno del cantone.

Sotto un unico tetto
Il via libera dal Governo al credito di 16 milioni di franchi per l’edificazione del Centro comune di condotta risale al dicembre 2014. Quindici mesi più tardi erano partiti i lavori per la creazione dell’edificio che, per la prima volta, vedrà dunque operare sotto lo stesso tetto agenti della polizia cantonale e delle Guardie di confine della Regione IV. Una tempistica estremamente rapida, osserva Cocchi, nel corso dell’anno la CECAL entrerà finalmente in funzione. «La autorità politiche cantonali hanno creduto in questo progetto. Il tutto senza dimenticare il cofinanziamento della Confederazione, che ha dato a sua volta un impulso importante».

La tabella di marcia è insomma stata rispettata. Resta da attendere soltanto che sul calendario venga fissata la data di inaugurazione.

 

L’analisi Tra ingorghi e terrorismo
Il punto sui vari dossier e le problematiche ancora aperte con il comandante Cocchi «Tra le forze dell’ordine siamo riconosciuti più che in passato come un Corpo che conta»

I vari tasselli del cosiddetto masterplan «Visione 2019» stanno via via andando al loro posto. Dal momento della sua entrata in carica, nell’ottobre del 2011, il comandante Matteo Cocchi ha avuto modo di gestire e veder avanzare una moltitudine di dossier. Per citarne solo alcuni: l’adeguamento graduale degli effettivi, le problematiche logistiche, l’ammodernamento dei sistemi informatici, le emergenze (poi rientrate) legate ai furti e alla pressione migratoria, la sicurezza durante i grandi eventi (si pensi all’inaugurazione di AlpTransit), la riorganizzazione della Gendarmeria. La carne al fuoco tuttavia non manca anche per i mesi a venire, «e ciò servirà da sprone per la motivazione di tutto il Corpo» osserva Cocchi.

Il piano antitraffico
A cominciare dal tema sempre caldo del traffico: non è un segreto come a volte basti un tamponamento per mandare l’autostrada in tilt con conseguenze non da poco anche per la mobilità delle pattuglie. «Il problema non è di facile soluzione», osserva. «In collaborazione col Dipartimento delle istituzioni e l’Ustra abbiamo studiato un progetto pilota che mira ad accrescere gli spazi di manovra velocizzando le operazioni d’intervento nei momenti di crisi». In che modo? «L’obiettivo è di evitare che si crei costantemente e ad ogni piccolo problema un effetto domino con una paralisi graduale delle varie arterie stradali. In pratica, si punta a una riduzione dei tempi di intervento distribuendo delle pattuglie distaccate (e dedicate a questa mansione) negli orari e nelle zone sensibili».

Parallelamente, osserva Cocchi, dopo decenni di attesa e ritardi, sembrerebbe essere giunta a una svolta la realizzazione dell’Area multiservizi per la gestione del traffico pesante sui sedimi dell’ex Monteforno a Giornico-Bodio. Il centro di controllo sorgerà su un’area di circa 135.000 metri quadrati che verrà bonificata dal punto di vista ambientale. Il sud delle Alpi attende da quasi vent’anni quest’opera. Una volta in funzione (si prevede entro il 2023) essa consentirà di migliorare la sicurezza degli utenti della strada e di garantire una gestione più efficace del traffico pesante, evitando che i camion sostino lungo l’A2. Nel nuovo centro, poi, i costi operativi, di gestione e del personale (16 gendarmi della Stradale e 34 assistenti di polizia) saranno presi a carico dalla Confederazione.

La minaccia estremista
In un recente intervento il capo del dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi non aveva utilizzato giri di parole: «Nel 2017 – osservava – abbiamo conosciuto anche alle nostre latitudini la realtà della radicalizzazione e degli estremismi comprendendo come la minaccia terroristica non sia molto distante da noi». Come la vede il comandante Cocchi? «In base alle informazioni a disposizione – spiega – la Svizzera e il Ticino non risulterebbero rappresentare degli obiettivi primari. È stato però dimostrato come il nostro territorio possa fungere da crocevia e punto di passaggio per i reclutatori, per chi pianifica o è coinvolto nella pianificazione degli attentati (si pensi al recente arresto a Chiasso di due persone sospettate di avere intrattenuto rapporti stretti con Ahmed Hannachi, l’autore dell’attentato di Marsiglia di inizio ottobre – n.d.r.). Importante dunque restare vigili e non abbassare la guardia collaborando con tutti gli attori in campo e condividendo le informazioni. Senza dimenticare il ruolo del cittadino che, come già dimostrato per i furti, resta una sentinella fondamentale. Giusto dunque segnalare ed allertare le autorità di fronte a qualsiasi sospetto. Detto questo, la competenza nella lotta a questo genere di minaccia resta della polizia federale e del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC). Al fronte, in prima battuta, vi sono le forze di polizia cantonali, chiamate ad emanare le direttive in ambito di dispositivi e situazioni a rischio».

Parola d’ordine: «Collaborare»
Sul tavolo vi è infine il progetto «Polizia ticinese». Dall’attuazione della Legge cantonale sulla collaborazione tra polizie entrata in vigore nel settembre 2015 con l’istituzione di otto regioni (comuni polo di Chiasso, Mendrisio, Lugano, Giubiasco, Bellinzona, Locarno, Ascona, e Biasca per un totale di oltre 400 effettivi) il dossier ha fatto parecchia strada. La situazione è in evoluzione. In base a quanto emerso dalle analisi effettuate dal Gruppo di lavoro appositamente costituito, vi sono tuttavia diversi margini di miglioramento, osserva Cocchi. E questo in particolar modo per quanto riguarda il coordinamento generale con i vari Corpi comunali a più livelli. Tra le priorità individuate dal Gruppo di lavoro vi sono un graduale snellimento dell’organizzazione e un miglioramento della collaborazione.

Lavorare in rete
Da ultimo, un accenno merita l’immagine che la polizia cantonale ticinese ha saputo ritagliarsi in questi ultimi anni tra le altre forze dell’ordine. «Siamo riconosciuti più che in passato, a livello nazionale, come un Corpo che conta. E questo grazie ai risultati ottenuti sul piano operativo, ma anche per il lavoro di rete che si sta cercando di implementare essendo spesso attivi anche fuori dai confini cantonali. Infatti non facendo parte di alcun concordato di polizia a livello nazionale, la polizia cantonale ticinese ha un suo rappresentante in tutti i gruppi decisionali». Il comandante Cocchi è poi delegato, nell’ambito della Conferenza svizzera dei comandanti di polizia, quale rappresentante della Confederazione nel gruppo di lavoro europeo ATLAS, che raggruppa i comandanti dei vari corpi speciali di polizia europei e coordina in Svizzera i corsi dei gruppi di intervento sotto il «cappello» dell’Istituto Svizzero di Polizia (ISP).

Più controlli, più sicurezza

Più controlli, più sicurezza

Articolo apparso nell’edizione di martedì 23 gennaio 2018 de La Regione

«L’obiettivo che ci siamo posti è sicuramente quello di fare di più senza aumentare gli effettivi, ma anche dare una risposta alla volontà popolare, più volte delineata in Canton Ticino, di voler controllare l’immigrazione». Con queste parole Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni (Di), ha presentato un primo bilancio della riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione. Vuoi perché «nel nostro territorio abbiamo più permessi G per frontalieri attivi che in tutta la Svizzera tedesca», vuoi perché «lo scorso anno sono state oltre 140mila le pratiche di richiesta, rinnovo o modifica di un permesso» si parla di un progetto in cui il Di ha investito molte energie. Ma in cosa consiste, concretamente, questa riorganizzazione? Intanto è stata divisa in due fasi. La prima, che ha avuto inizio il 19 giugno 2017, «oltreché dalla chiusura del servizio regionale di Agno, è stata caratterizzata dalla nuova procedura guidata per la concessione dei permessi G – ricorda Thomas Ferrari, capo della Sezione della popolazione – ed è stata un banco di prova importante sia per noi, sia per la Polizia cantonale che, da giugno, ci supporta in maniera importante per quanto riguarda la verifica dei documenti d’identità». La seconda, avviata ufficialmente il 4 dicembre scorso, ha portato «allo svolgimento delle procedure interamente online (vedi articolo sotto), alla chiusura di tutti gli sportelli regionali per stranieri, e la conseguente istituzione del Servizio nuove entrate con sede a Lugano che – continua Ferrari – ha il compito di analizzare, grazie al lavoro di nove collaboratori, tutte le nuove domande di permessi B, L e frontalieri per attività indipendente». Anche l’interazione con i Comuni è sensibilmente migliorata. «Prima di questa riorganizzazione, i Comuni venivano informati di un nuovo permesso tramite notifica a decisione avvenuta, mentre oggi questa comunicazione parte contestualmente alla presentazione della pratica: informiamo che chi ha chiesto il permesso vuole trasferirsi in quella località, permettendo così di attivare le verifiche necessarie per fronteggiare fenomeni come le residenze fittizie». Dall’entrata in vigore della libera circolazione, era il 2002, il Dipartimento delle istituzioni si è confrontato con la continua crescita dei permessi. Se l’anno seguente all’Accordo erano circa 120mila i permessi attivi, nel 2017 sono stati 178mila. Un carico di lavoro non indifferente per il personale quindi, il quale ha comunque potuto beneficiare della collaborazione della Polizia cantonale. «La strategia che portiamo avanti è riassumibile con ‘più controlli uguale più sicurezza’ – ha affermato Matteo Cocchi, comandante della PolCantonale – e ora chi vuole ottenere un permesso per frontaliere deve incontrare le istituzioni, segnatamente un gendarme. Chi si presenta a un ufficio di polizia sa che dall’altra parte dello sportello verranno fatti controlli, verifiche. Non è un lavoro da poco: dal mese di luglio sono state eseguite 7’044 verifiche prima di rilasciare un permesso G». E il tutto, ricorda Cocchi, viene eseguito «senza togliere uomini dal territorio e dal fronte». Una collaborazione tra uffici e Amministrazione cantonale «aumentata e positiva – conclude Gobbi – anche perché l’Ufficio della migrazione, in media, ha 650 pratiche al giorno da esaminare. Da un lato abbiamo voluto risanare puntando comunque sulla qualità, dall’altro fornire tutti gli strumenti affinché si riduca il rischio che nel nostro territorio vivano o lavorino persone che non desideriamo, perché condannate o con dei precedenti all’estero».

‘Tutte le procedure per nuovi permessi si presenteranno online’
Interminabili code, lungaggini, anche mezza giornata buttata per comunicare un semplice cambio di residenza. Questa, almeno nelle intenzioni del Dipartimento delle istituzioni, è storia passata. «Tutte le domande per ottenere un permesso, con questa nuova riorganizzazione, si presenteranno online – rileva Ferrari – tramite il nostro nuovo sito aggiornato e attivo 24 ore su 24, utilizzabile quindi senza vincoli di orario sia da chi richiede un permesso sia dai datori di lavoro». Un sito internet che ha consentito di passare da moduli statici (e spesso presentati in modo errato) a moduli elettronici, sono ben 217, e interattivi. Circa 121mila, infatti, sono le variabili che possono verificarsi in base a ciò che serve all’utenza, e soprattutto viene fornita la lista di allegati da accludere alla domanda. Un particolare non da poco, perché, come ricorda Gobbi, «una domanda non può essere depositata se incompleta. Con l’online si accelera tutto, ed è più comodo. Presentare online una domanda con tutta la documentazione richiesta è positivo sia per chi la inoltra perché può gestire meglio la pratica, sia per noi che la riceviamo completa e pronta per essere analizzata». Per Ferrari, siamo di fronte a una «svolta epocale». Sì, perché con questa nuova procedura «si eliminano le interminabili colonne che l’utenza doveva affrontare, ed è proprio il paradigma a essere cambiato: tutte le domande vengono compilate online e spedite per posta. E chi chiede un permesso per la prima volta viene convocato per un colloquio». Importante, perché il funzionario che incontrerà chi ha inoltrato la domanda «avrà piena conoscenza del dossier, e potrà porre le domande necessarie per far andare avanti la procedura» conclude Ferrari. «Abbiamo aumentato la già alta professionalità dei nostri collaboratori – chiosa il direttore delle Istituzioni – grazie anche alla PolCantonale che ha formato il personale che ora è in grado di verificare che i documenti d’identità allegati siano autentici». Importante è anche il ruolo del Contact center, attivo dal 2015, che ha permesso all’utenza di ricevere informazioni sullo stato di una pratica o consulenza da personale formato, senza che ciò rallenti il lavoro di analisi ed esame».

 

(in foto: Thomas Ferrari, Capo Sezione della popolazione)

Ufficio della migrazione – Primo bilancio della riorganizzazione

Ufficio della migrazione – Primo bilancio della riorganizzazione

Oggi a Bellinzona, in una conferenza stampa, il Dipartimento delle istituzioni ha presentato il bilancio della prima fase di riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione, e l’assetto definitivo del progetto, giunto a compimento lo scorso 4 dicembre; da quel giorno tutti i tipi di permesso per stranieri possono essere richiesti, rinnovati o modificati collegandosi alla pagina web www.ti.ch/migrazione.

Come ha ricordato oggi il Consigliere di Stato Norman Gobbi, il settore della migrazione è uno dei servizi più sollecitati dell’Amministrazione cantonale, con più di 140’000 richieste degli utenti da evadere annualmente. La qualità delle decisioni è prioritaria, considerata la delicatezza delle questioni da gestire e l’obiettivo di evitare abusi. Il progetto di riorganizzazione dell’Ufficio – insieme alla collaborazione con la Polizia cantonale e al ruolo più attivo dei Comuni con i servizi di controllo abitanti – permette al Dipartimento di allinearsi alla volontà popolare, espressa a più riprese in varie forme, di verificare con attenzione il profilo delle persone che richiedono il permesso di lavorare o risiedere nel nostro Paese.

Il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi ha in seguito evidenziato gli sforzi intrapresi sul territorio dalla Gendarmeria, che fra i mesi di luglio e dicembre 2017 ha eseguito ben 7’044 verifiche sui documenti d’identità dei lavoratori dipendenti che hanno richiesto un permesso G. Di principio le richieste impegnano le Gendarmerie durante i giorni lavorativi e talvolta di sabato (17 volte sull’arco dei 6 mesi), ma questa attività è stata svolta senza ridurre il numero di uomini attivi sul territorio: i posti più sollecitati sono stati quelli di Chiasso, Mendrisio, Caslano e Noranco.

Il Capo della Sezione della popolazione Thomas Ferrari ha infine posto l’accento sulle principali novità introdotte tramite la revisione delle procedure e la riorganizzazione dei servizi dell’Ufficio della migrazione.

Il progetto completato dal Dipartimento della istituzioni rientra nelle misure adottate dal Consiglio di Stato per risanare le finanze del Cantone nel periodo 2017/2019. Ottenuto il via libera della Sottocommissione di vigilanza – e in seguito all’esito positivo dell’audit del perito esterno – la prima fase del progetto era stata attuata a partire dal 19 giugno dello scorso anno, con l’introduzione della procedura guidata per i permessi G e la chiusura del Servizio regionale degli stranieri di Agno. La seconda e ultima fase ha invece preso avvio il 4 dicembre scorso; da allora la procedura guidata è stata estesa a tutte le domande di permesso e sono stati chiusi gli sportelli dei Servizi regionali degli stranieri. Nel contempo, è stato costituito il Servizio nuove entrate con sede a Lugano, incaricato di esaminare le domande di nuovi permessi di dimora B e L, e G con attività indipendente. Questa impostazione permette di concentrare l’attività dei funzionari sul controllo materiale e sull’approfondimento delle domande presentate da chi intende stabilirsi o lavorare in Ticino.

Tolleranza zero e controllo dell’identità all’entrata in pista!

Tolleranza zero e controllo dell’identità all’entrata in pista!

Dopo i disordini di domenica scorsa alla Valascia

 

I club cercano di inserire ogni anno nel calendario un paio di partite di domenica pomeriggio per dare l’opportunità alle famiglie di avvicinare i propri figli alla squadra del cuore. La scorsa domenica il momento di festa è però stato turbato dai gravi disordini avvenuti durante e dopo la partita, e causati da un ristretto gruppo di persone violente completamente disinteressate al risultato sportivo. In un attimo lo scenario è mutato e la gioia ha lasciato spazio alla preoccupazione, soprattutto negli occhi dei più piccoli.

La partita era stata definita a medio rischio sulla base di recenti tafferugli verificatisi lo scorso mese di ottobre. Per questo motivo la Polizia cantonale aveva potenziato il suo dispositivo per contenere eventuali disordini che si sono puntualmente verificati. Una sessantina di tifosi del Losanna e una quindicina gemellati con il club vodese in arrivo dalla Germania, sono giunti in Leventina con l’unico scopo di cercare lo scontro con la tifoseria locale. Le forze dell’ordine sono intervenute in modo puntuale prima fuori dalla pista e poi all’interno a supporto degli agenti della sicurezza privata. Sono stati momenti intensi, nei quali i tafferugli tra le due tifoserie non hanno fortunatamente causato feriti.

Sicurezza degli eventi sportivi da ottimizzare
Un episodio dal quale tutti dobbiamo trarre gli opportuni insegnamenti poiché, nonostante l’attività di prevenzione e di sensibilizzazione finora svolta, ci sono tuttora delle persone che si recano alle manifestazioni sportive soltanto per creare disagio e sfidare gli addetti alla sicurezza. Questo fatto mi porta a dire che, nonostante il buon lavoro offerto dai miei servizi, è giunto il momento di rivedere l’approccio con cui viene gestita la sicurezza degli eventi sportivi in Ticino, con particolare riferimento al disco su ghiaccio. Non si può restare in balia di situazioni imprevedibili e dal potenziale devastante, che obbligano una presenza di agenti di polizia sempre più imponente con il pericolo di lasciare scoperti altri compiti. Un rischio che come Direttore del Dipartimento delle istituzioni non sono più disposto a tollerare, anche perché un intervento post facto è molto più impegnativo e dispendioso.

Ogni biglietto associato a un nominativo
Sono assolutamente convinto che in Ticino non possiamo più prescindere dall’introduzione in tempi stretti di un sistema di controllo dell’identità che consenta di conoscere tutti i tifosi ospiti che entrano in pista. Ogni biglietto deve essere associato a un nominativo, in modo da poter procedere subito con una diffida o una pena più severa in caso di comportamenti punibili (violenza, danneggiamenti, fumogeni, torce e lancio di materiale in pista). Inoltre, l’obbligo di lasciare i propri dati, esercita un forte potere dissuasivo che contribuisce da solo alla spontanea riduzione delle situazioni critiche. Solo in questo modo riusciremo a tenere distanti i malintenzionati dalle piste.

Un dispositivo di prevenzione che funziona bene
In questo senso, a Zugo è stato implementato un interessante dispositivo di prevenzione e i risultati positivi di un approccio proattivo non si sono fatti attendere. Tutti i tifosi ospiti sono obbligati a presentare un documento oltre al biglietto d’ingresso, in modo da poter confrontare le generalità con i nominativi contenuti nella banca dati delle persone diffidate e, se del caso, bloccarne l’ingresso in pista. Oltre a ciò, viene pure scattata un immagine che consente il riconoscimento facciale, così da abbinare un volto a un nome nel caso in cui gli agenti di sicurezza o le telecamere interne evidenziassero dei modi di fare inopportuni. Tra questi figura necessariamente la dissimulazione del volto per rendersi irriconoscibili e vanificare il lavoro di prevenzione svolto.

Un sostanziale cambiamento d’approccio, che dove applicato, ha portato a risultati estremamente incoraggianti. Per questo motivo cercherò con il mio Dipartimento di approfondire la tematica con i principali attori coinvolti: la Polizia cantonale, la Federazione Svizzera di Hockey e i club sportivi. Si tratta di trovare delle soluzioni utili e soprattutto condivise che consentano agli appassionati di sport di accedere alle strutture in totale sicurezza.

 

Discorso all’Assemblea generale della Società Svizzera di Salvataggio Regione Sud

Discorso all’Assemblea generale della Società Svizzera di Salvataggio Regione Sud

– Fa stato il discorso orale –

Signor Presidente, Signor Sindaco, Signori Municipali, Signori rappresentanti delle Sezioni di Salvataggio, Gentili Signore, egregi Signori,

vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per avermi invitato a partecipare ai vostri lavori assembleari. Questa per me è l’occasione per un aggiornamento sulle attività in corso e sullo stato dei progetti della vostra Società ed anche per esprimervi tutta la riconoscenza del Governo per il lavoro svolto sia nell’ambito dei soccorsi, della formazione e della sensibilizzazione, nella maggior parte dei casi improntato sul volontariato. E con i tempi che corrono, vi assicuro che non è per nulla scontato.

Sempre di più, tanto per entrare in argomento, i media durante la bella stagione riportano notizie d’incidenti e annegamenti che avvengono sui corsi d’acqua nel nostro Paese. Le statistiche ci dicono però che negli ultimi anni il Ticino è sfuggito a questa regola grazie alla realizzazione del programma di prevenzione “Acque sicure”, condotto dal mio Dipartimento in collaborazione con l’omonima Commissione consultiva del Consiglio di Stato, il cui obiettivo principale è di informare residenti e turisti sui rischi che si nascondono nelle acque della nostra regione.

Questi progressi si sono verificati nonostante il numero crescente di bagnanti presenti sui nostri laghi e fiumi, oltre all’incremento di persone appassionate delle attività sportive estreme, che sfruttano la particolare conformazione delle nostre valli, spingendosi in zone poco esplorate e non esenti da pericoli. Aggiungerei che con l’esplosione dei social media, le persone si spingono sempre di più alla ricerca di immagini spettacolari, sottovalutando spesso le più elementari regole di sicurezza. Inoltre, nel nostro Cantone, oltre alla popolazione locale, aumenta sempre di più la presenza di persone e gruppi provenienti dalla Svizzera interna e dall’Italia, attratte da allettanti proposte turistiche. Un esempio, come forse tutti ricorderanno, riguarda l’invasione della Val Verzasca della scorsa estate da parte dei cittadini della vicina Lombardia, affascinati dalle acque verdi della nostra valle perché paragonate addirittura a quelle delle lontane Maldive.

La collaborazione tra il Dipartimento delle istituzioni e la commissione ha portato dei risultati molto incoraggianti, poiché il numero d’incidenti e di annegamenti è sensibilmente calato. Nell’anno appena concluso si sono verificati purtroppo 5 incidenti mortali, di cui 3 annegamenti nei laghi e 2 nei fiumi durante la pratica del canyoning. Alla base del successo c’è stata un’ampia attività di sensibilizzazione e d’informazione per le persone che non valutano correttamente i pericoli che si nascondono sui corsi d’acqua e non sanno reagire alle situazioni di difficoltà così come una serie di misure più infrastrutturali realizzate direttamente sul territorio nei pressi di luoghi considerati a rischio.

Oltre alle campagne di prevenzione promosse con l’affissione di manifesti e la distribuzione di volantini, è stato svolto pure un importante lavoro di formazione per accrescere le competenze di soccorso in caso di bisogno, di sorveglianza e pattugliamento nelle zone o nei posti a rischio. Anche nelle scuole dell’infanzia e elementari, grazie a più enti tra cui il vostro, sono previsti dei momenti didattici incentrati sulla conoscenza del mondo acquatico e con la consegna agli allievi di materiale informativo da condividere con i propri famigliari. La maggior parte degli incidenti che coinvolgono dei bambini avvengono per la scarsa vigilanza dei genitori che sottovalutano i potenziali rischi legati all’acqua.

Ma se l’impegno del Dipartimento delle istituzioni dal 2001 ad oggi ha dato dei risultati concreti nell’opera di prevenzione sui fiumi, non possiamo dire che siamo arrivati al capolinea: ogni anno occorre informare nuovamente la popolazione residente e i turisti. Inoltre, da alcuni anni sono aumentati gli incidenti nei laghi: questo è dovuto a diversi fattori, quali ad esempio la scarsa conoscenza delle persone dei reali pericoli e dei propri limiti. Penso in particolare ai bambini e ai loro famigliari ma pure agli anziani, che fruiscono sempre di più dei laghi sottovalutando spesso il loro stato di salute e pure alla nuova categoria degli asilanti e dei migranti, che pur provenendo da Paesi marittimi non sanno quasi mai nuotare. E quando si parla di situazioni a rischio, vanno anche considerate l’apertura di nuove aree balneari e pure la riqualifica di zone in precedenza non idonee alla balneazione. Zone che attraggono molta gente.

Per questo motivo ho deciso di estendere le misure di prevenzione e informazione ai grandi specchi d’acqua, monitorando anche i luoghi di balneazione pubblica, cambiando e allargando il concetto che da “Fiumi sicuri” diventa “Acque sicure”.

Concludo evidenziando come i contenuti di questo progetto, lanciato 17 anni fa, e i risultati raggiunti sono stati molto apprezzati dagli addetti ai lavori di altre regioni della Svizzera tanto da farne un modello a cui ispirarsi. E se tutto ciò è stato possibile, è soprattutto merito dei nostri preziosi partner che lavorano con serietà e competenza per garantire alle persone l’indispensabile sicurezza. E quando parlo di partner, ci terrei particolarmente a citare le varie sezione della Società Svizzera di Salvataggio qui rappresentate.

Con la convinzione di poter contare anche in futuro sulla vostra preziosa collaborazione, vi ringrazio.

Sicurezza: se il crimine corre più del diritto

Sicurezza: se il crimine corre più del diritto

Dibattito a Lugano sulle minacce di stampo mafioso e terroristico – L’appello: serve ripensare le leggi svizzere.
Norman Gobbi: «Oltralpe a volte sono un po’ naif» – Dounia Rezzonico: «È una realtà, non solo un telefilm»

Accanto alla criminalità fatta di furti e violenze per le strade ce n’è una più subdola e silenziosa. Una criminalità che si infiltra nei meccanismi del sistema e che, da dietro le quinte, orchestra attacchi terroristici e finanzia le organizzazioni di stampo mafioso. Ma per combattere questo secondo tipo di criminalità, il diritto svizzero non è abbastanza incisivo.

È quanto emerso durante una conferenza organizzata da Ticino Welcome nella cornice del Metamorphosis di Lugano dove si sono confrontati il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi , la procuratrice federale Dounia Rezzonico , il vicesindaco di Lugano e capo del Dicastero sicurezza Michele Bertini e il presidente dell’Associazione amici delle forze di polizia Stefano Piazza . Sollecitati dal giornalista Marco Bazzi, gli ospiti si sono subito detti concordi su un aspetto: di fronte alla velocità con la quale evolve il crimine, il diritto svizzero non riesce a tenere il passo. «Nel nostro Paese la pericolosità della mafia risiede nel suo essere silenziosa – ha detto Rezzonico – non spara in strada e non mette le bombe, ma i segnali della sua presenza ci sono e non dobbiamo stare tranquilli. Tutti abbiamo visto almeno una volta un telefilm dove si parla di mafia. Ecco, la verità è che non sono solo lontane finzioni, ma è una realtà che esiste anche qui e occorre restare vigili per evitare che si trasformi in un sisma». Già perché come spiegato da Piazza, più che un obiettivo il nostro Paese rappresenta «un luogo interessante dove costruire alleanze e indottrinare dei militanti. Potremmo dire che il Ticino e la Svizzera sono un ‘‘hub’’ dove scambiarsi favori e informazioni. Non dove compiere atti violenti».

Nella lotta per contrastare questo tipo di criminalità però, agli inquirenti manca un prezioso alleato: la legge svizzera non contempla infatti il reato di associazione mafiosa, ma solo quello di organizzazione criminale, punibile al massimo con cinque anni di carcere. «È una pena troppo leggera – ha dichiarato la procuratrice federale – e in generale le normative federali in questo campo non facilitano certo le inchieste». Dello stesso parere Gobbi che ha rimarcato come «c’è un problema di percezione nella politica d’oltralpe che, essendo meno toccata da questi fenomeni, ha una sensibilità diversa. Diciamo che a volte in Svizzera interna sono un po’ naif e forse tendono a vedere le infiltrazioni mafiose con occhi più romantici perché legati ai luoghi delle vacanze. Mentre in Ticino, la nostra vicinanza con l’Italia ci ha portati ad avere una maggior presa di coscienza e a renderci forse un po’ più scafati». Una mancata percezione che Bertini non ha esitato a definire «letale per il cittadino che magari si rende conto dell’emergere di queste situazioni ma che poi, nella vita quotidiana, vede le istituzioni rispondere e sanzionare solo quando si prende un radar».

Riciclaggio virtuale
Ma a preoccupare i relatori è anche un altro fenomeno emergente: le criptovalute. Una moneta digitale che «risulta di grande interesse per chi vuole finanziare le infiltrazioni terroristiche, soprattutto se islamiche – ha spiegato Piazza – questo perché i bitcoin sono difficilmente tracciabili e quindi rappresentano un terreno fertile per questo tipo di transazioni. Mentre le organizzazioni come la ’ndangheta rimangono ancora legate ai contanti, i gruppi islamisti approfittano maggiormente di questo nuovo strumento». Ma anche qui, il terreno su cui sono chiamate ad agire le forze dell’ordine è impervio: «Da un lato c’è chi rivendica maggiore libertà economica e magari di poter pagare le imposte con i bitcoin – ha commentato Rezzonico – dall’altro, c’è il rischio di aprire una nuova strada a queste forme di criminalità».

«Occorre un gioco di squadra»
Che si incontrino sul web o in qualche locale nascosto, per controbattere i gruppi criminali Bertini non ha dubbi: occorre scendere in campo con un’azione ad ampio raggio. «Non è mettendo dei piloni di cemento alle entrate delle città che si lotta contro il terrorismo – ha detto – piuttosto, è l’insieme di diversi fattori che può fare la differenza. Dalla collaborazione tra le diverse forze dell’ordine a livello comunale, cantonale e federale passando poi per il controllo abitanti o le politiche d’alloggio. Evitando così che si creino quartieri dimenticati da Dio dove si sviluppa la criminalità». In tal senso, sollecitato da Bazzi sull’arrivo di malintenzionati che si celano sotto false attività professionali, Gobbi ha riconosciuto che «è un rischio possibile. Ma è anche per questo che ogni tanto la politica svizzera in materia di permessi è così restrittiva. Non ho problemi a dirlo: forse di fronte ad una risposta negativa qualche azienda si arrabbierà, ma qui la posta in gioco è ben più alta perché stiamo parlando di tutelare i cittadini da ospiti a dir poco indesiderati».