Per un tragitto casa-scuola in sicurezza

Per un tragitto casa-scuola in sicurezza

Comunicato stampa

L’inizio dell’anno scolastico rappresenta da sempre un momento importante per bambini e bambine che, dopo la pausa estiva, si preparano a ritrovare amici e amiche e a percorrere, chi per la prima volta, il tragitto verso la scuola. Come da tradizione, questo periodo coincide con la ripresa di una fase di sensibilizzazione dedicata alla sicurezza sul percorso casa-scuola, promossa dal progetto “Strade sicure” e dalla Polizia cantonale, in collaborazione con le Polizie comunali e il Touring Club Svizzero (TCS).

Lo scorso anno sulle strade ticinesi 28 bambini e bambine sono rimasti coinvolti in incidenti della circolazione, un dato in linea anche con il 2024, quando erano stati 27. Di questi, 11 erano pedoni (6 nel 2024), con 4 bimbi/e (2) investiti sulle strisce pedonali. Questi dati ricordano quanto sia importante per gli adulti dare il buon esempio e prestare particolare attenzione alla sicurezza dei più giovani, soprattutto nei comportamenti e nelle situazioni legate alla circolazione stradale.
In questo contesto, è importante ricordare che non sempre bambini e bambine sono in grado di valutare correttamente la velocità di un veicolo o la distanza che li separa da esso, e potrebbero quindi immettersi repentinamente sulla carreggiata senza la dovuta prudenza, anche dove non è presente un passaggio pedonale. Va inoltre evidenziato che i più giovani hanno un campo visivo maggiormente ridotto rispetto alle persone adulte, un aspetto che può rendere loro più difficile individuare tempestivamente gli altri utenti della strada e, al contempo, può essere più difficoltoso per chi guida accorgersi della loro presenza.
Proprio per questo, è fondamentale che chi si trova alla guida di un veicolo adotti dei comportamenti volti a prevenire situazioni di pericolo, prestando particolare attenzione alla strada, moderando la velocità e mantenendosi pronti a reagire a eventuali movimenti improvvisi, soprattutto in prossimità degli istituti scolastici e lungo i percorsi che bambini e bambine abitualmente percorrono nel tragitto da e verso casa.
Rammentiamo alcuni consigli di comportamento:

Per i bambini e le bambine che si spostano a piedi
Durante il tragitto, mai correre o giocare, né in strada né sul marciapiede.
Camminare sempre sul marciapiede o, dove assente, a lato della carreggiata.
Indossare abiti chiari ed elementi riflettenti per rendersi più visibili, soprattutto nel periodo invernale.

Quando si attraversa la strada
Guardare e ascoltare con attenzione.
Prima di attraversare la strada assicurarsi sempre di essere stati visti da chi è alla guida e che il suo veicolo sia completamente fermo.

Per genitori o conoscenti che accompagnano bambini e bambine in auto
Circolare con maggiore prudenza in prossimità degli istituti scolastici.
Rispettare la segnaletica presente nelle vicinanze della scuola.
Non fermarsi nel perimetro scolastico ma usare gli appositi parcheggi.
Assicurare sempre correttamente bambini e bambine con gli appositi sistemi di sicurezza all’interno dell’abitacolo.

Per maggiori informazioni consultare www.stradesicure.ch.

Flyer

La neutralità elvetica, una prima linea di sicurezza

La neutralità elvetica, una prima linea di sicurezza

Il 27 settembre saremo chiamati a decidere quale neutralità vogliamo per la Svizzera di domani. Il principio in sé non è in discussione: l’iniziativa mira a inserirlo nella Costituzione in forma più restrittiva, definendo la neutralità permanente e armata. Il fulcro della questione è il ruolo che la Svizzera intende occupare in un contesto geopolitico sempre più instabile, imprevedibile e complesso.
Una delle prime responsabilità dello Stato è proteggere la popolazione.
Per un piccolo Paese nel cuore dell’Europa, non appartenere a blocchi militari contrapposti costituisce una prima e importante linea di sicurezza. In questo senso, la neutralità non va intesa come un principio astratto o passivo, ma come uno strumento di sicurezza nazionale concreto e affidabile. Proprio perché il mondo sta diventando sempre più pericoloso e imprevedibile, servono maggiore distanza dai blocchi contrapposti e regole costituzionali più rigide. Al contempo, neutralità non deve essere sinonimo di disarmo o di delega della sicurezza agli altri; significa essere pronti a difendere autonomamente popolazione, territorio, infrastrutture critiche e spazio aereo. Una neutralità senza esercito sarebbe soltanto una dichiarazione d’intenti facilmente calpestabile; una neutralità in grado di rispondere con forza è invece una base solida per una politica di sicurezza credibile.
Oggi la neutralità viene spesso interpretata e applicata caso per caso, in base alle decisioni di Consiglio federale e Parlamento. Questa flessibilità viene talvolta presentata come un pregio, ma in materia di sicurezza nazionale è un punto debole: l’ambiguità non rafforza il Paese. Serve l’esatto contrario. La Svizzera deve essere prevedibile per i propri cittadini, per il proprio esercito e per gli altri Stati, attraverso una neutralità chiara e credibile, e non un principio interpretato di volta in volta a seconda del contesto o delle influenze esterne.
Leggiamo spesso argomenti relativi al rischio di isolazionismo. Ma neutralità non significa isolamento.
Possiamo collaborare nella formazione, nella cyberdifesa, nello scambio d’informazioni, nelle attività legate agli interventi della protezione civile e nella promozione della pace, senza correre il rischio di trasformare progressivamente la cooperazione in un’integrazione militare. Ogni cooperazione deve rafforzare la nostra capacità autonoma di difesa, senza creare dipendenze o automatismi che possano trascinarci in un conflitto.
Va infine ricordato che questa votazione richiede uno sguardo al futuro. Non stiamo decidendo soltanto come reagire al contesto geopolitico di oggi. Stiamo stabilendo quale posizione dovrà assumere la Svizzera nei conflitti di domani, dei quali non conosciamo ancora né le parti né gli interessi in gioco. Da uomo delle istituzioni e da ufficiale di milizia, sostengo la neutralità perché so che la sicurezza di un Paese nasce da una linea chiara, da una difesa credibile e dalla capacità di decidere autonomamente. Sostengo questa iniziativa per la Svizzera e per il suo futuro: per la sua sicurezza, la sua indipendenza e la sua credibilità. La pace richiede preparazione e forza. Per questo dico sì a una neutralità permanente, armata e credibile.

Opinione di Norman Gobbi pubblicata nell’edizione di lunedì 24 agosto 2026 del Corriere del Ticino

Sotto e sopra, la stazione cambia: dentro il cantiere che rivoluzionerà Lugano

Sotto e sopra, la stazione cambia: dentro il cantiere che rivoluzionerà Lugano

I lavori per il nuovo nodo intermodale di Besso e il sottopasso Genzana promettono di rivoluzionare l’accessibilità e l’organizzazione del traffico attorno alla stazione di Lugano.

Per farsi un’idea di come sarà la stazione di Lugano del futuro occorre un esercizio di immaginazione non indifferente. Le immagini riprese dal drone, i render e i piani di lavoro aiutano però a dare forma a un cantiere che, nel giro di alcuni anni (2031-2032), rivoluzionerà completamente l’intera area.
Da qualche settimana sono infatti iniziati i primi lavori nel comparto Besso, che comprendono una nuova rotonda, un nodo intermodale per 15 linee di bus, un autosilo e un sottopassaggio. «Il nodo di Besso è un punto d’incontro di diversi vettori», ci spiega il consigliere di Stato Norman Gobbi, direttore incaricato della Divisione delle costruzioni del dipartimento del Territorio (DT). «Siamo qui davanti alla ferrovia, quindi all’asse ferroviario nord-sud. In futuro ci sarà anche la rete tram-treno, che passerà proprio sotto i nostri piedi, e ci sono gli assi d’entrata di Besso e di Sorengo, che confluiscono su Lugano. Un’opera che permetterà di coniugare meglio i vari bisogni dell’utenza, ma anche di migliorare la vivibilità del quartiere di Besso».

Bus, treni e in futuro il tram
Ma qual è il problema principale che il progetto vuole risolvere? «Da un lato, rendere più compatibile e intermodale tutta la mobilità. Abbiamo conosciuto Besso, prima ancora dell’apertura della Vedeggio-Cassarate, come una zona molto trafficata, con colonne perenni in entrata e in uscita dalle Cinque Vie di Breganzona. Oggi la situazione è già migliorata e in futuro dovrà migliorare ancora. La mobilità integrata con i bus e i treni, sia TILO sia quelli a lunga percorrenza, sta aumentando e quindi bisogna integrare sempre di più la mobilità privata con quella pubblica, a favore di una maggiore sostenibilità. D’altro canto, bisogna anche pensare a nuove opere che permetteranno un riordino di questo comparto, rendendolo davvero la “terrazza” di Lugano».

Qualche disagio per i residenti
Il periodo dei lavori sarà inevitabilmente complesso. I residenti di Massagno e Besso sono ormai “vaccinati” ai disagi legati ai cantieri della stazione. «Da un lato, serve sicuramente una buona pianificazione dei lavori, essenziale quanto la progettazione. Lo abbiamo visto, per esempio, costruendo il sottopasso Genzana, quindi un nuovo transito sotto la ferrovia. È stato un lavoro di coordinamento eccezionale tra progettisti, direzione lavori, imprese e ferrovie, perché sappiamo che ogni minuto di chiusura improvvisa e non prevista della ferrovia costa migliaia di franchi. Dall’altra parte serve anche una visione chiara. Questa permetterà, per esempio, di integrare una discenderia che collegherà la stazione di Lugano alla rete tram-treno in arrivo dalla Valle del Vedeggio e dal Malcantone. Si è quindi pensato in maniera integrata e soprattutto con una visione futura».

Ci sarà spazio per la sede della SUPSI?
Nel comparto Besso resta però ancora un nodo da sciogliere: la possibile realizzazione della nuova sede SUPSI sopra il nodo intermodale. Per il momento si tratta soltanto di un’ipotesi che, oltre alla Città e all’università, coinvolge anche le FFS. «I progetti della SUPSI sono indipendenti, ma avranno un impatto qualora dovessero effettivamente essere realizzati qui, dove è previsto il nodo intermodale. Siamo flessibili e in contatto con la Città, che gestisce la pianificazione dei compiti da svolgere a favore della SUPSI, che dovrà però disporre dei fondi necessari da poter investire. È una concatenazione di elementi che ci garantisce comunque la libertà di manovra di cui abbiamo bisogno».

Il nuovo sottopasso Genzana
E se i lavori a Besso sono solo agli inizi, quelli per il sottopasso Genzana, a nord della stazione di Lugano e avviati nel 2024, procedono invece a ritmo spedito. «Il sottopasso collegherà via San Gottardo, sul lato a valle, con il lato a monte della stazione ferroviaria e, in futuro, servirà tra le altre cose a sgravare dal traffico l’attuale tunnel di Besso», ci spiega l’ingegnere Thomas Bühler, Capo area opere strategiche del DT.
Tre le funzioni principali che l’opera dovrà svolgere. «In una prima fase, nei prossimi anni, servirà come accesso privilegiato ai cantieri che si svolgeranno a monte della stazione». Poi, una volta realizzato il nuovo nodo intermodale, «servirà per il passaggio dei bus e delle auto in uscita dall’autosilo a monte della stazione. In futuro, con la realizzazione della seconda tappa del progetto della stazione di Lugano, diventerà un elemento principale dell’anello stradale che si vuole realizzare attorno alla stazione».
Il contesto del cantiere è chiaramente molto complesso. «Abbiamo una stazione importante come quella di Lugano e strade fortemente trafficate come via Besso e via San Gottardo, oltre al tunnel di Besso. C’è quindi l’aspetto stradale, ma anche un contesto fortemente urbanizzato: ci troviamo vicino a diversi stabili e dobbiamo confrontarci con esigenze molto differenti. Pensiamo a chi utilizza il treno, a chi arriva in automobile, in bicicletta, con le due ruote o in taxi. La complessità riguarda quindi anche le diverse esigenze dei partner e dei portatori di interesse del progetto».

https://www.tio.ch/ticino/attualita/1944511/sotto-e-sopra-la-stazione-cambia-dentro-il-cantiere-che-rivoluzionera-lugano

(Immagine: Davide Giordano tio.ch)

Al fiume per rischiare di morire

Al fiume per rischiare di morire

È corsa al refrigerio nell’estate dei record canicolari. Ma non mancano gli incidenti. La presidente di Acque Sicure: «Occhio alle false certezze».

Due ferimenti in Verzasca, a Corippo e a Lavertezzo. Un morto nel lago di Lugano, nei pressi del Ponte del Diavolo. Un altro ferimento a Ponte Brolla. Sono solo alcuni degli incidenti che stanno caratterizzando questa estate canicolare nella Svizzera italiana. Un cruccio anche per chi fa tanta sensibilizzazione sul tema. Come Anna Nizzola, presidente di Acque Sicure.

Avete puntato su una campagna piuttosto cruda, in cui si vedono in più varianti una persona viva e una persona morta. Eppure gli incidenti non mancano. Come lo spiega?
«Prima di tutto sarebbe sbagliato pensare che una campagna possa eliminare del tutto gli incidenti. Il rischio zero non esiste. Anche quest’anno gli incidenti purtroppo ci sono stati. E va precisato che le temperature così alte portano sempre più persone nei laghi e nei fiumi. L’aumento dei bagnanti rispetto agli altri anni è netto».

In particolare nei fiumi.
«Nelle giornate particolarmente calde molte persone cercano il refrigerio dei fiumi e delle pozze, dove l’acqua è generalmente più fresca e pulita. Proprio per questo è importante conoscere le caratteristiche del luogo e non sottovalutarne i possibili rischi»

Acque stupende che possono diventare letali.
«Molti turisti non conoscono i pericoli del nostro territorio. Con temperature esterne elevate, entrare bruscamente nell’acqua molto più fredda può provocare una forte reazione dell’organismo. Per questo consigliamo di entrare in acqua gradualmente. E di evitare il consumo di alcol prima di fare il bagno».

Non si tratta solo di turisti però.
«È vero. Ci sono anche persone del posto. Vanno in acqua con la convinzione che a loro non possa accadere nulla. Sottovalutano il fatto che si passi da quasi 40 gradi a meno di 20 gradi. Questa differenza può colpire in particolare gli anziani. Ma non solo. A volte basterebbe solo bagnarsi un po’ prima di entrare nel fiume o nel lago. Un altro consiglio che mi sento di dare è di andare a fare il bagno possibilmente sempre accompagnati da qualcuno. In modo che se dovesse accadere qualcosa, sul posto c’è una persona che può dare l’allarme tempestivamente».

I giovani trasgrediscono. Si tuffano anche da altezze in apparenza fuori di testa.
«Quest’anno i livelli dell’acqua sono scesi. C’è una minore quantità di acqua nelle pozze. Dopo un tuffo è dunque più facile toccare il fondo e ferirsi. Siamo stati tutti giovani e abbiamo fatto tutti delle bravate. Non per questo i ragazzi non vanno sensibilizzati. Quando sono in gruppo i giovani tendono a mettere in atto comportamenti spericolati. Per farsi vedere. Vivono di false certezze».

Servono campagne ancora più crude?
«Noi abbiamo ricevuto diversi complimenti per le nostre campagne. Sono d’impatto. Non proibiscono. Ma mettono in guardia. Responsabilizzano. È chiaro però che c’è una fetta di popolazione che continua a ignorare questi moniti. In futuro potremo essere ancora più incisivi, certo. Lo stiamo valutando. Dobbiamo prendere consapevolezza delle tendenze. Con estati così calde saranno sempre di più le persone in acqua. E con più persone in acqua percentualmente il rischio di incidenti cresce. Dobbiamo quindi fare in modo che la prevenzione evolva insieme a questi cambiamenti».

Manca forse una sensibilizzazione mirata ai luoghi più pericolosi?
«Oltre a proseguire con la sensibilizzazione, dobbiamo cercare di raggiungere le persone sempre più direttamente nei luoghi in cui il rischio si presenta: fiumi, pozze, lidi e piscine. Possiamo rafforzare la comunicazione sul posto, utilizzare maggiormente i social con messaggi brevi e immediati e coinvolgere ancora di più Comuni, operatori turistici, campeggi e strutture ricettive».

Diamo uno sguardo al futuro. Come si costruisce una cultura della sicurezza?
«Ritengo importante investire maggiormente sul lavoro con bambini e giovani. La cultura della sicurezza e del rispetto dell’acqua si costruisce fin da piccoli e la prevenzione deve diventare, col tempo, un comportamento naturale. È inoltre importante non mettere mai a rischio la propria sicurezza per una fotografia, un video o una sfida. Nessuna immagine spettacolare vale un incidente».

Recentemente anche il Consigliere di Stato Norman Gobbi è intervenuto sui social, rilanciando le campagne Acque sicure e Montagne sicure.
«La prevenzione non deve essere percepita come un insieme di divieti. Il nostro obiettivo non è quello di spaventare le persone o di allontanarle dall’acqua. Vogliamo che tutti possano godere dei nostri laghi, fiumi e pozze, ma con maggiore consapevolezza. La prudenza non toglie nulla al divertimento».

https://www.tio.ch/ticino/attualita/1943191/al-fiume-per-rischiare-di-morire

Cinque anni senza Marco Borradori: «Ma è ancora il nostro GPS»

Cinque anni senza Marco Borradori: «Ma è ancora il nostro GPS»

L’allora sindaco di Lugano morì inaspettatamente l’11 agosto del 2021 in seguito a un arresto cardiaco – Foletti: «Era un precursore, è lui che ha dato alla Città le prime linee di sviluppo» – Gobbi: «Incarnava lo spirito leghista»

Sono ormai trascorsi cinque anni, oggi, dall’improvviso e prematuro decesso di Marco Borradori. Consigliere di Stato per quasi vent’anni e sindaco di Lugano per quasi dieci, Borradori è stato uno dei politici ticinesi più noti e trasversalmente apprezzati degli ultimi decenni. La sua morte, causata da un attacco cardiaco che lo ha colto a Vezia mentre si allenava per la maratona di New York, aveva causato grande commozione in tutto il Ticino, culminata nel partecipatissimo funerale che si tenne il 17 agosto 2021 nel vecchio stadio di Cornaredo. Proprio in questi giorni, le ruspe stanno cancellando gli ultimi segni tangibili di quella struttura, e ciò è in buona parte merito proprio di Marco Borradori, che è stato uno dei principali «motori» della realizzazione del Polo sportivo e degli eventi, ovvero del nuovo stadio di Cornaredo, tanto che vi è l’idea di dedicargli una tribuna. L’allora sindaco morì prima di avere la certezza che il PSE sarebbe stato costruito – un mese dopo si sarebbe tenuto un referendum al riguardo – ma, come ha ricordato ancora di recente il suo successore Michele Foletti in occasione della prima partita di Super League giocata alla AIL Arena, «Marco questo progetto l’ha voluto e difeso con tutto il cuore».

«Mi sento più solo»
Il PSE è probabilmente il simbolo più concreto di quanto fatto da Borradori per Lugano, ma è lungi dall’essere l’unico, o l’ultimo. A cinque anni dalla morte, la sua eredità politica si sta consolidando e sotto molteplici aspetti la Lugano di oggi è ancora la Lugano da lui immaginata. «Marco era un precursore dei tempi – afferma Foletti. – È grazie a lui che Lugano si è dotata delle prime linee di sviluppo. Negli anni sono state aggiornate, ma restano il nostro GPS per vedere dove stiamo andando. Ed è sempre lui che si è speso molto per realizzare il Piano direttore comunale, scegliendo in particolare la giuria, di cui è stato presidente. Vorrei poi ricordare il suo forte accento sulla digitalizzazione. È stato lui a inventare il Lugano Living Lab da cui poi sono nati ad esempio i LVGA, la nostra moneta digitale, e la blockchain cittadina». Foletti cita inoltre il «cambio di passo» impresso da Borradori sull’immagine di Lugano, che ha «iniziato a rendere più internazionale tessendo collaborazioni con altri Paesi e città». L’attuale sindaco, infine, ha ricordato il «grosso impulso» che Borradori ha dato al LAC: «È un progetto che ha portato avanti con convinzione, con l’idea che Lugano dovesse diventare un elemento di collegamento tra la cultura mediterranea e quella mitteleuropea».
Per Foletti, Borradori è stato ben più di un collega e di un compagno di percorso politico nella Lega. È stato un punto di riferimento, e un amico. «Ci confrontavamo volentieri e riuscivamo a trovare una sintesi. Oggi una persona così non l’ho più ritrovata nella mia vita politica. Mi sento molto più solo rispetto a prima. Ho sempre la sua foto qui in ufficio e lo vedo ogni mattina. Ma non è la stessa cosa».

«Affabile, ma determinato»
«Marco era affabile, ma quando si arrabbiava era comunque una persona determinata. Gentile nei modi, ma se c’era qualcosa che non andava lo sentivi». Per il consigliere di Stato Norman Gobbi non vi sono dubbi: Borradori «incarnava lo spirito leghista». Dodici anni in Gran Consiglio e poi due, gomito a gomito, nell’Esecutivo cantonale: che esperienza è stata? «L’affiancamento in Governo è stato facile. Ricordo con particolare piacere il raddoppio in Consiglio di Stato. La gioia del Nano così come la mia e la sua ha rappresentato un momento topico della nostra storia». Tra i 12 anni in Gran Consiglio e poi la carica di consigliere di Stato, non sono sempre state rose e fiori. «Il suo lavoro all’interno delle istituzioni non era scontato. Su alcuni dossier, come gruppo parlamentare della Lega, lo abbiamo contrastato». Un momento di contrasto, in particolare, Gobbi lo ricorda bene e risale al periodo pandemico, quando Marco Borradori era sindaco a Lugano: «Nel 2020 il Consiglio di Stato decise di posticipare le elezioni comunali e Marco non condivise molto la decisione. Mi ricordo una chiamata abbastanza accesa. Ma poi, come tra buoni amici, quando si discute e ci si arrabbia, il rispetto e l’amicizia superano l’essere in contrasto su opinioni e idee». Era – a mente di Gobbi – una delle più grandi virtù di Borradori: «Discutere mai venendo meno al rispetto della persona e all’amicizia».
Norman Gobbi, in tempi recenti, non ha nascosto la volontà di dirigere il Dipartimento del Territorio che, tra l’altro, è stato condotto da Borradori per 18 anni. Possiamo chiamarla eredità? «Marco è stato capace di promuovere una nuova sensibilità sui temi legati al territorio, le sfide della gestione con i suoi pericoli. Quanto accaduto nel 2024 in Alta Vallemaggia ci ha purtroppo ricordato quanto queste sfide siano attuali e concrete». Il Ticino – sottolinea – «ha territorio cittadino, ma pure molte aree montate e alpine. Le sfide non mancano». E, a proposito di eredità, «bisogna trovare il giusto compromesso tra le necessità di protezione e la convivenza con l’essere umano. Penso ad esempio ai grandi predatori e alle necessità del settore agricolo».

«Mi raccomando, non mollare»
«Che bello vedere i giovani. Mi raccomando, non mollare». Sono ancora ben impresse nella mente del coordinatore della Lega Daniele Piccaluga le prime frasi che Marco Borradori gli rivolse. L’occasione? La prima assemblea della Lega, svoltasi al Ceneri, alla quale il coordinatore aveva partecipato da neo municipale. Occasioni di incontro, al di fuori della politica, ce n’erano già state. Ad esempio in ambito sportivo: «Giocavo nella Pallanuoto Lugano e mi ricordo le sue visite: dimostrava grande umanità e attenzione a tutti. Si poteva contare sulla sua presenza anche nelle società che non praticavano sport di fama come il calcio. Per Marco – annota – non esistevano etichette o distinzioni tra le diverse divise indossate». Già, lo sport: «L’imprinting che ha dato al nuovo stadio, la AIL Arena, è stato fondamentale» ricorda. Infine un pensiero da coordinatore: «Marco è stato un personaggio, insieme ad altri, che oggi mancano alla Lega. Mi riferisco al Nano, all’Attilio e a Michele Barra».

https://www.cdt.ch/news/ticino/cinque-anni-senza-marco-borradori-ma-e-ancora-il-nostro-gps-436360

Incontro con il Sindaco di Campione d’Italia

Incontro con il Sindaco di Campione d’Italia

Comunicato stampa

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha ricevuto martedì a Bellinzona il neoeletto Sindaco di Campione d’Italia, Luca Frigerio, per una prima visita di cortesia dopo il recente rinnovo dei poteri nell’enclave.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha ricevuto martedì a Palazzo delle Orsoline il nuovo Sindaco Luca Frigerio, accompagnato da una delegazione della Giunta e del Consiglio. Oltre a consentire una prima presa di contatto ufficiale – dopo il rinnovo dei poteri nell’enclave, avvenuto nello scorso mese di aprile – l’incontro ha consentito di fare il punto sugli stretti legami fra il Comune di Campione d’Italia e il Cantone Ticino.  

La discussione si è svolta in un clima cordiale e costruttivo e ha permesso di ripercorrere vari argomenti affrontati anche nell’ambito della Commissione paritetica tra Cantone Ticino e Comune di Campione d’Italia, che nello scorso mese di aprile ha tenuto la sua quarta riunione dalla sua costituzione, avvenuta nel gennaio 2020.

Primo agosto: il senso della patria

Primo agosto: il senso della patria

“I giovani possano crescere orgogliosi di essere svizzeri”

Ho molti ricordi dei giorni che precedevano il Primo Agosto quando ero bambino. Nella bottega dei nonni a Piotta aiutavo a decorare la vetrina con le bandiere della Svizzera. Poi arrivava il giorno di festa e, mentre si aspettava l’accensione del falò, giravamo con i bengala e i lampioncini per le strade del paese. Senza rendercene conto, condividevamo già quel senso di appartenenza che considero ancora oggi il vero patrimonio della Svizzera. Nel Patto federale del 1291 c’è un’espressione che continua a colpirmi: “reciproco aiuto, consiglio e appoggio”. Questi uomini liberi ci hanno insegnato una lezione semplice: quando la libertà e la sicurezza sono messe in discussione, gli svizzeri sanno e devono fare fronte comune. Uniti, ma senza rinunciare alla propria identità. Parliamo quattro lingue, abbiamo tradizioni, dialetti e sensibilità diverse. Eppure, ci riconosciamo negli stessi valori: la cultura del lavoro, il senso di responsabilità, la fiducia nelle istituzioni e il profondo legame con le nostre origini. È questa cultura condivisa, costruita nel tempo e tramandata di generazione in generazione, che ci tiene uniti e ci fa sentire parte della stessa comunità, pur nelle nostre differenze. Sia chiaro, amare la propria Patria non significa farsi andare bene tutto. Il Ticino, con la sua posizione di presidio al confine sud, vive dinamiche che sono poco comprese oltre Gottardo. Anche per questo abbiamo il dovere di far sentire la nostra voce e difendere gli interessi del nostro Cantone. Ma questa responsabilità non si esaurisce nell’azione politica. Riguarda anche il modo in cui sappiamo trasmettere alle nuove generazioni il senso di appartenenza alla nostra Patria. Il mio auspicio è proprio questo: che i giovani possano crescere con l’orgoglio di essere ticinesi e svizzeri, consapevoli della storia, dei valori e delle responsabilità che questa appartenenza comporta. Perché amare il proprio Paese si impara. Si impara dagli esempi, dai gesti quotidiani, dai racconti di chi ci ha preceduto e dalla consapevolezza che libertà, sicurezza e democrazia non sono conquiste irreversibili, ma valori da difendere ogni giorno. Se il Primo Agosto continuerà a emozionare i nostri figli e, domani, i nostri nipoti, significherà che avremo assolto al nostro compito: consegnare loro una Svizzera fiera della propria storia, delle proprie radici e determinata a custodire ciò che l’ha resa un Paese libero e sicuro.

Viva la Svizzera, Viva il Ticino!

Opinione di Norman Gobbi pubblicata nell’edizione di domenica 26 luglio 2026 de Il Mattino della domenica

“Rafforzare la prevenzione per evitare nuove tragedie”

“Rafforzare la prevenzione per evitare nuove tragedie”

Norman Gobbi torna sul doppio dramma di Faido e Leontica

Quando due piccole comunità come Faido e Leontica vengono toccate in modo così drammatico, è inevitabile porsi delle domande. Come è stato possibile che un uomo abbia ucciso in un ospedale di Faido la propria ex moglie e poi si sia tolto la vita facendo esplodere la casa del fratello e provocato il ferimento di tre agenti della polizia cantonale? Sono interrogativi che restano sospesi a mezz’aria e alimentano supposizioni, ipotesi e inducono anche ad una riflessione: sono tragedie familiari casuali oppure dietro a ciò c’è qualcosa di più profondo, come il degrado di una società che ha perso, o sta perdendo, certi valori come la tolleranza, la convivialità e la solidarietà? Intanto le istituzioni sono chiamate a dare delle risposte e delle soluzioni, perché è fuor di dubbio che il femminicidio sta diventando un grosso problema. Di questa drammatica vicenda e dei suoi risvolti abbiamo parlato con il consigliere di stato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni.

Direttore, la tragedia di Faido e Leontica ha lasciato sul campo diversi interrogativi: in primo luogo la questione dei femminicidi in Ticino e in Svizzera. Ultimamente sono aumentati. Quali strategie bisogna adottare per contrastare al meglio questo tragico fenomeno?
È una tragedia che lascia sgomenti e impone alle istituzioni di interrogarsi su come rafforzare gli strumenti di prevenzione. Non esistono risposte semplici, sono fenomeni complessi che affondano le proprie radici in dinamiche relazionali e psicologiche difficili da decifrare talvolta anche dai più esperti. Proprio per questo ritengo che oggi sia fondamentale investire sempre di più nella gestione preventiva della minaccia. La sicurezza oggi non significa intervenire soltanto quando il reato è stato commesso. Significa essere capaci di riconoscere i segnali di rischio, metterli in relazione e intervenire prima che una situazione degeneri. È questa la sfida sulla quale la Svizzera e i Cantoni stanno investendo sempre di più anche a livello normativo. Spesso i segnali esistono, ma rimangono frammentati. La gestione della minaccia serve proprio a costruire una visione d’insieme e a poter adottare, quando la legge lo consente, misure preventive a tutela delle potenziali vittime. Nessun sistema potrà mai eliminare completamente il rischio ma il nostro dovere è fare tutto il possibile per mitigarlo. Tante parole da parte dei vari esperti (sociologi, criminologi, forze di polizia) ma i risultati non inducono all’ottimismo.
Capisco questa osservazione però non dobbiamo cadere nell’errore opposto e pensare che quanto fatto finora non sia servito a nulla. La prevenzione, in molti casi, ha davvero aiutato a proteggere persone in pericolo e a fermare situazioni che stavano degenerando. Sono storie che non si conoscono perché – fortunatamente – non finiscono in tragedia e quindi non fanno notizia. Questo però non cambia il fatto che ogni omicidio sia una sconfitta e che ci obblighi a chiederci cosa si potesse fare di più. La federazione svizzera dei funzionari di polizia ha chiesto, citiamo “un rafforzamento delle strategie”. Ma forse non è così semplice: ci vogliono più agenti qualificati.
Servono certamente effettivi sufficienti, ma non ridurrei il problema a una semplice questione numerica. Oltre all’importanza di disporre di agenti e specialisti adeguatamente formati, servono basi legali chiare, strumenti condivisi di valutazione del rischio e la possibilità di far circolare le informazioni rilevanti tra le istituzioni. Aggiungere personale senza migliorare il coordinamento non sarebbe sufficiente; pretendere un coordinamento efficace senza le persone necessarie sarebbe altrettanto irrealistico.
Probabilmente è una questione culturale. Forse bisognerebbe iniziare dalla scuola a parlare di questo tema. La violenza spesso è preceduta da segnali come controllo, possesso o incapacità di accettare una separazione. Esiste anche una dimensione culturale e la scuola può contribuire insegnando rispetto, gestione dei conflitti e riconoscimento delle relazioni malsane, senza sostituirsi al ruolo educativo di famiglie e società. L’educazione è però una risposta di lungo periodo. Nell’immediato servono anche protezione delle vittime, interventi sugli autori e autorità capaci di agire rapidamente. Prevenzione culturale e sicurezza devono andare di pari passo.

Il dramma di Faido e Leontica ha messo sotto choc un’intera comunità: le persone si conoscono, quindi l’impatto è notevole. Cosa fare?
Una tragedia simile, in una realtà come quella delle nostre valli, ha un impatto ancora più profondo perché le persone si conoscono e il dramma entra direttamente nella vita della comunità. In questi momenti occorre garantire una presenza concreta delle istituzioni. Bisogna fare piena luce sui fatti e, una volta conclusi gli accertamenti, valutare con rigore se vi siano aspetti da migliorare. Ogni evento di questa gravità deve rappresentare un’occasione per verificare se gli strumenti di prevenzione e di gestione della minaccia siano adeguati o debbano essere rafforzati. E come mai l’uomo ha potuto agire in modo indisturbato per oltre 24 ore dopo la morte della moglie? Le forze dell’ordine sono intervenute fin da subito in una situazione complessa e ad alto rischio, operando con professionalità. Trovo ingeneroso mettere in dubbio il loro operato: parliamo di donne e uomini che ogni giorno rischiano la propria vita per garantire la sicurezza di tutti. È giusto che ogni intervento venga esaminato nelle sedi opportune, ma questo deve avvenire con equilibrio e rispetto. Sarà l’inchiesta a chiarire ogni aspetto e a valutare eventuali margini di miglioramento. Tuttavia, è sbagliato esprimere giudizi affrettati senza conoscere appieno il contesto operativo.

Da quanto si è visto l’assassino deteneva armi ed esplosivi in casa. È normale? E soprattutto: in Ticino non esiste un controllo da parte della polizia per prevenire questi problemi?
Se una persona non ha precedenti, denunce o altri elementi oggettivi che facciano emergere un rischio concreto, la polizia non dispone della base legale per effettuare controlli preventivi nelle abitazioni. Nel caso specifico delle armi, la Legge federale sulle armi prevede che, al momento dell’acquisto, vengano effettuate verifiche sull’idoneità dell’acquirente al possesso di armi. Diverso è il caso in cui emergano segnalazioni attendibili o comportamenti preoccupanti: allora la polizia può intervenire e adottare le misure previste dalla legge per prevenire un pericolo. Per questo è fondamentale anche la collaborazione della popolazione. Familiari, vicini e conoscenti possono fare la differenza. Non bisogna avere timore di segnalare situazioni che destano preoccupazione: farlo non significa accusare qualcuno, ma consentire alle autorità di effettuare le necessarie verifiche e, se del caso, prevenire possibili tragedie. La prevenzione passa anche attraverso il senso di responsabilità e l’attenzione di ognuno di noi.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 26 luglio 2026 del  Mattino della domenica

Gobbi: «Il futuro passa da un federalismo vero»

Gobbi: «Il futuro passa da un federalismo vero»

Per Cantone e Comuni si apre una nuova fase di dialogo

Il Dipartimento delle istituzioni ha concluso il ciclo di consultazioni sulla futura Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni, presentando una proposta concreta per rafforzare la collaborazione istituzionale. Nella primavera del 2026, 22 Comuni urbani, periurbani e rurali hanno partecipato al confronto, contribuendo a definire un nuovo modello basato sulla futura Conferenza di cooperazione interistituzionale. «Con questa proposta entriamo in una fase nuova», afferma il Consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. «Le consultazioni hanno confermato una volontà diffusa di rafforzare il dialogo e costruire strumenti più efficaci».

Un nuovo tavolo di lavoro
La Conferenza sostituirà l’attuale piattaforma, giudicata troppo ampia e prevalentemente informativa. Il nuovo organismo sarà composto da cinque Consiglieri di Stato e cinque rappresentanti dei Comuni e lavorerà attraverso gruppi paritetici incaricati di analizzare i problemi, individuare le possibili soluzioni e scegliere insieme quelle più efficaci. «Non vogliamo un organo che si limiti a informare», sottolinea Gobbi. «Vogliamo un luogo in cui Cantone e Comuni condividano analisi e decisioni. È qui che si misura il federalismo: nella capacità di decidere insieme». Fondamentale sarà garantire la rappresentanza di realtà molto diverse tra loro. «Accanto alle Città, con strutture amministrative complesse, ci sono Comuni periurbani e rurali che affrontano esigenze completamente differenti. Questa pluralità dovrà essere rappresentata, evitando un sistema troppo rigido».

Un federalismo fondato sulla collaborazione
Per Gobbi la riforma va oltre il semplice riassetto istituzionale. «Parliamo di un federalismo vero, attento alle diversità dei Comuni e ai bisogni della popolazione. Il rapporto tra Cantone e Comuni si costruisce con fiducia, ascolto e collaborazione, non attraverso circolari». In quest’ottica, i Comuni devono essere coinvolti fin dall’elaborazione delle soluzioni. «Non possono essere semplici esecutori delle decisioni cantonali. Sono partner istituzionali con cui collaborare nell’interesse di cittadini, aziende e territorio».

L’eredità di Ticino 2020
Contestualmente è stata decisa la chiusura formale del progetto Ticino 2020. Gobbi riconosce le difficoltà incontrate, ma invita a non considerarlo un fallimento. «Preferisco assumermi la responsabilità di ciò che non ha funzionato, fare un bilancio e ripartire con una proposta che valorizza quanto abbiamo imparato». Tra gli ostacoli principali cita il principio della neutralità finanziaria, che imponeva di ridefinire i rapporti tra Cantone e Comuni senza aumentare i costi complessivi, limitando però i margini di intervento. «Il lavoro svolto ha comunque permesso di individuare con precisione i nodi da affrontare. Questo patrimonio di conoscenze non va disperso e sarà la base della nuova Conferenza».

I prossimi passi
La proposta sarà ora esaminata dai firmatari della dichiarazione d’intenti sottoscritta a Locarno nel settembre 2025. Se emergerà una convergenza, prenderà avvio la fase attuativa con l’obiettivo di definire il nuovo assetto di collaborazione entro l’autunno 2026. Il Dipartimento intende inoltre presentare un messaggio governativo per inserire nella Costituzione cantonale il principio di equivalenza nella ripartizione dei compiti tra Cantone e Comuni, accompagnato da una revisione della Legge organica comunale. «È un percorso che richiederà tempo e pazienza», conclude Gobbi. «Ma è l’unica strada per costruire un rapporto tra Cantone e Comuni all’altezza delle sfide che il Ticino deve affrontare».

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 19 luglio 2026 de Il Mattino della domenica