Da 10 a 50 franchi in meno

Da 10 a 50 franchi in meno

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 16 gennaio de La Regione.

Imposta di circolazione, lo sconto è accordato soprattutto ai 18mila conducenti più penalizzati nel 2017

Barboni, aggiunto capo della Sezione: ‘Il sistema di incentivi è normale che abbia una durata. Ha funzionato, perché il cambiamento c’è stato’.

Da 10 a 50 franchi in meno. L’imposta di circolazione 2018 è un po’ meno salata sia per i veicoli più inquinanti, quindi penalizzati dal sistema degli ecoincentivi, sia per quella categoria di automobilisti che aveva ricevuto una vera e propria ‘stangata’ l’anno scorso. Come deciso dal Consiglio di Stato in dicembre, la Sezione della circolazione ha proceduto ad applicare lo sconto, ridistribuendo così l’eccedenza registrata in cassa nel 2017. La legge sancisce che l’impatto dei ‘bonus’ e dei ‘malus’ deve risultare neutro: se quindi l’anno scorso si era corsi ai ripari perché il saldo era in rosso (troppi i bonus, troppo pochi i malus), oggi c’è margine per restituire una piccola parte dell’incasso. Più di un milione, la maggior parte ripartito tra i 18mila conducenti di macchine che emettono da 121 a 130 grammi di CO2 al chilometro. «È stata la categoria più penalizzata dall’adeguamento – spiega Aldo Barboni, aggiunto e sostituto capo della Sezione della circolazione –. Per questo il coefficiente è stato ritoccato al ribasso del 5%, ciò che in media si quantifica in una riduzione di 20 franchi dell’imposta». Conducenti che fino al 2016 erano al beneficio di un bonus che dimezzava la fattura, e che si sono ritrovati a pagarla “piena” nel 2017. «La riduzione del coefficiente è stata applicata anche alle categorie a cui viene applicato il malus – riprende Barboni – con riduzioni tra i 10 e i 50 franchi della fattura». Per chi riceve il bonus invece nessuna variazione, così come per gli 80mila veicoli immatricolati prima del 1° gennaio 2009, data in cui è entrato in vigore il sistema basato sulle emissioni di CO2. «Sistema di incentivi che, vorrei sottolinearlo, ha dimostrato di funzionare – commenta ancora l’aggiunto capo della Circolazione –. Gli incentivi hanno una durata, perché servono, lo dice il termine, a incentivare il cambiamento. Cambiamento che c’è stato». Il parco veicoli aumenta ogni anno e diventa sempre più ‘eco’. Raggiunto l’obiettivo, è tempo di voltare pagina. Il Dipartimento ha già approfondito la questione della nuova formula, ma nel frattempo sono state depositate delle iniziative popolari che sollecitano altro. Se nel nuovo calcolo, stando a quanto aveva dichiarato Norman Gobbi al nostro giornale in dicembre, si dovrebbero confermare le prime ipotesi (che combinavano sia il fattore delle emissioni che quello del peso), ci sarebbe più apertura sulla richiesta di mettere un tetto all’incasso globale dell’imposta. Oggi (dato 2018) con le targhe lo Stato incassa 136 milioni, a cui si aggiungono quelle della navigazione, per un totale che raggiunge in pratica i 140 milioni di franchi. L’iniziativa del Ppd chiede di non oltrepassare gli 80 milioni. Si vedrà. «Personalmente non credo sia utile mettersi oggi dei paletti – commenta Barboni –. C’è un gruppo di lavoro che sta studiando la soluzione migliore con il coinvolgimento di tutti gli attori coinvolti. La volontà è quella di approfondire più vie». Il nuovo calcolo sarà portato all’attenzione del Gran Consiglio entro l’estate, con l’intenzione di applicarlo dall’anno prossimo. Intanto dalla Circolazione richiamano l’attenzione alle procedure già disponibili che facilitano il compito ai conducenti: oltre a pagare la fattura dell’imposta online, è pure possibile annunciare il cambio d’indirizzo (ed evitare che la busta faccia il giro del cantone…). Al sito www.ti.ch/circolazione sono disponibili diversi servizi online, che evitano all’utente di fare la fila allo sportello. Anche per depositare le targhe non è più necessario recarsi a Camorino.

Professionisti della politica?

Professionisti della politica?

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 17 gennaio del Giornale del Popolo.

Il voto del 21 gennaio sugli onorari dell’esecutivo di Bellinzona e l’analisi tecnica di Elio Genazzi.

Secondo il capo della Sezione enti locali, gli amministratori comunali, seppur retribuiti, dovrebbero mantenere un profilo di servizio pubblico

Sul referendum del 21 gennaio a Bellinzona, che riguarda sostanzialmente gli emolumenti dei municipali (art. 91) abbiamo sentito il parere di Elio Genazzi, responsabile della Sezione enti locali del Dipartimento istituzioni, il dirigente cantonale che più di tutti in questi anni ha seguito i processi aggregativi e i rapporti con le amministrazioni locali.

È sempre più difficile nelle amministrazioni locali trovare persone disposte ad assumersi responsabilità con una retribuzione che definiremmo simbolica. È il caso di rivedere in chiave professionistica il ruolo di amministratore comunale?
Occorre innanzitutto premettere che amministrare un Comune è oggi ben più complesso di non quanto non lo fosse nel passato. L’amministratore comunale è infatti confrontato con un quadro legislativo molto più denso ed articolato, dovuto non tanto ad una burocratizzazione della politica, quanto piuttosto alle esigenze di una società sempre più complessa ed esigente. Al politico è di conseguenza richiesta una sempre maggiore preparazione. Dalla politica d’intuito si è passati alla politica basata sulla competenza, anche tecnica, che impone ai membri degli esecutivi comunali una conoscenza sempre più approfondita della materia e delle procedure, sempre più complesse e intricate. In altre parole la sola vocazione, seppur indispensabile, non è oggi più sufficiente. Per quanto le aggregazioni comunali abbiano permesso ai Comuni di dotarsi di amministrazioni sempre più organizzate e performanti, la responsabilità ultima sulle decisioni e sulle procedure permangono al politico, al quale, rispetto al passato, non è tuttavia più concesso di commettere errori. Senza dimenticare che accanto all’assunzione della responsabilità di governo ai politici è richiesto un ruolo importante di rappresentanza e di relazione con il cittadino, fonte di un impegno non indifferente. Per sua natura, si tratta di una questione ricorrente in tutti i Comuni, a maggior ragione si pone in quelli più popolosi. Ma il vero problema è sapere quanto tempo sindaci e municipali debbano effettivamente dedicare alla loro carica e, soprattutto, se quest’ultima consente loro di normalmente svolgere ancora una professione, tale da rendere sostenibile il proprio impegno politico anche da un punto di vista finanziario personale e famigliare. È fuor di dubbio che il tempo da dedicare alla politica è rilevante; ciò pone tutta una serie di problemi sia nel caso del libero professionista che dello stipendiato. In definitiva è una delle cause per cui molti potenziali candidati rinunciano a mettersi a disposizione per gli esecutivi. Si tratta di un dettaglio, che non va affatto sottovalutato e di cui i cittadini debbono tener conto. Si tenga inoltre presente che il membro di Municipio assume la sua carica nell’ambito di una elezione. Il suo rapporto con il Comune non è perciò assimilabile ad un contratto di lavoro, bensì ad un mandato a scadenza quadriennale. In realtà si tratta di un patto di fiducia con la cittadinanza, che non può essere condizionato da regole riguardanti il tempo e la qualità del lavoro da svolgere. Se così non fosse svaluteremmo completamente il senso del far politica.

Quali sono, a suo parere, i limiti di una politica di militanza e, invece, di un professionista della politica?
Dato per scontato che il tempo richiesto ad un municipale è generalmente molto, è importante oltre che corretto che l’attività politica non divenga un aggravio eccessivo, non più sopportabile dal punto di vista finanziario. Di conseguenza, se il tempo messo a disposizione non impone una sostanziale riduzione dell’attività lavorativa – ciò che rimane il caso in un Comune piccolo – è pensabile che l’emolumento rimanga un’indennità simbolica, tipica della politica di milizia. Quando per contro l’impegno diviene importante e va ad incidere sulla normale attività professionale, s’impone un riconoscimento finanziario più corposo, a remunerazione di dispendio di tempo e risorse che di fatto corrisponde ad un’attività a tempo parziale, se non a tempo pieno. Va inoltre considerato che la rinuncia parziale o totale alla propria attività lavorativa, in caso di mancata rielezione, tanto più per il lavoratore dipendente, comporta un non facile riaggancio alla vita professionale. È perciò illusorio ritenere che i gravosi impegni di un municipale e di un sindaco, possano essere svolti esclusivamente a titolo accessorio e retribuiti come tali. In quest’ordine di cose occorre inoltre porsi la questione se la retribuzione del membro dell’esecutivo debba o meno contemplare, oltre alla partecipazione, peraltro obbligatoria al primo pilastro (AVS/AI/IPG), una copertura pensionistica legata anche al secondo pilastro (cassa pensione). Buona parte delle Città svizzere, compresa Lugano, lo prevedono; la proposta in votazione a Bellinzona il prossimo 21 gennaio, no. Per quanto raramente messo in evidenza nel dibattito in corso, si tratta di un dettaglio non trascurabile, che ridimensiona peraltro verso il basso di un buon 20-25% l’entità degli onorari resi noti, poiché impone al sindaco e ai municipali di assicurare autonomamente, ad esempio attraverso la stipulazione di un terzo pilastro, la propria previdenza.

Si potrebbe definire un tetto (abitanti, bilancio, ecc.) per passare da onorario a “stipendio” di municipali e sindaco?
Credo fermamente che le condizioni di fissazione e l’entità degli emolumenti da attribuire al sindaco e ai municipali debbano rimanere una prerogativa legata all’autonomia dei singoli Comuni. Anche negli altri Cantoni svizzeri, per quanto mi sia stato possibile verificare, la scelta è demandata ai Comuni e non vi sono vincoli cantonali. Diversi Comuni svizzeri, in particolare, a partire da un certo grado di professionalizzazione parziale elevata, si chinano agli aspetti pensionistici con specifiche norme di regolamento.

C’è la possibilità di introdurre una formula mista, magari con un’indennità di perdita di guadagno per l’a mm i n i s t rato re pubblico?
Dal mio osservatorio non credo che la proposta di indennizzare la perdita di guadagno del singolo municipale, formulata nel corso del dibattito, possa costituire una soluzione adeguata. La stessa non farebbe altro che banalizzare la carica, rendendo ingiustizia per coloro che svolgono un’attività professionale meno remunerata. In fondo il ruolo di municipale comporta una pari dignità, pari compiti e responsabilità per tutti gli eletti.

Ci sono altri Comuni in Ticino che hanno avanzato ipotesi di professionalizzare la politica?
Gli onorari riconosciuti al sindaco ed ai municipali di Lugano (circa 63.000 abitanti) sono già assimilabili ad una professionalizzazione parziale della carica. Negli altri Comuni del Cantone, gli onorari sono per lo più commisurati alla loro grandezza, fatta eccezione per Mendrisio, i cui onorari sono più bassi.

I fatti Razzi e bottiglie che volano ovunque

I fatti Razzi e bottiglie che volano ovunque

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 16 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Ecco la ricostruzione di quanto successo prima e dopo il match: «Attacco inaudito contro la polizia»

Di esperienza sul campo ne ha accumulata da vendere. Ma un attacco così violento contro le forze dell’ordine non se lo ricorda. Il tenente colonnello Decio Cavallini , alla testa della Gendarmeria presso la Polizia cantonale, è rimasto disgustato dagli scontri andati in scena domenica pomeriggio alla Valascia fra i tifosi dell’Hockey club Ambrì-Piotta e quelli del Losanna: «Si è oltrepassato il limite nel rispetto degli agenti. Non intendiamo continuare a farci aggredire da chiunque. Non tutto è tollerabile. Queste persone pensano di restare impunite».

Sulla stessa lunghezza d’onda il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il quale parla di «minoranze di codardi, vigliacchi e malavitosi. Quando la Polizia entra in uno stadio vuol dire che è davvero successo qualcosa di grave. In Svizzera capita 1-2 volte all’anno. In Ticino, che ricordi, non c’è un precedente. Ci vuole il pugno di ferro contro i violenti». Finora non è stato eseguito nessun fermo. Gli inquirenti stanno passando in rassegna i filmati della videosorveglianza e le fotografie per identificare i facinorosi. Nel frattempo oltre a quella dell’HCAP, sono state sporte altre tre denunce contro ignoti. A Lucerna, da altrettanti confederati rimasti feriti in modo lieve dal lancio di razzi all’interno della pista. Un’inchiesta, stando a quanto ci risulta, è stata aperta anche in Ticino.

Sia Decio Cavallini sia Norman Gobbi avevano il viso tirato, ieri, il giorno dopo i fattacci. Il volto di chi non sa se essere più arrabbiato o preoccupato per la vergogna consumatasi fuori e dentro la storica struttura. La partita era considerata a medio rischio, in virtù soprattutto del fresco precedente fra le due tifoserie risalente al 13 ottobre scorso. Allora i fan biancoblù avevano insultato i tifosi losannesi. Ma tutto era finito lì. La polizia ha pertanto potenziato il dispositivo di sicurezza rispetto alla norma. Inizialmente l’altroieri erano al fronte 20 agenti, poi saliti a 50 alla luce della situazione sempre più calda. I disordini infatti sono scoppiati appena i supporter del Losanna sono giunti sul piazzale antistante la Valascia. Un centinaio in tutto. Ma una sessantina era mascherata; 15 provenivano da Jena, in Germania, supporter della squadra calcistica del Carl Zeiss (Turingia). «Al momento non risultano ticinesi immischiati nella tifoseria losannese. Una precisazione doverosa visto il gemellaggio con l’Hockey club Lugano», osserva Decio Cavallini.

All’esterno volano razzi, torce, bottiglie di vetro. Le cinture vengono utilizzate come armi. Poi, tutti, si scagliano contro la Polizia cantonale. Il peggio deve ancora venire. Succede alla fine del secondo tempo e a partita conclusa, soprattutto. Gli agenti vengono assaliti (addirittura con dei bidoni della spazzatura e la base in cemento di un ombrellone) e rispondono con i proiettili di gomma, i manganelli e lo spray al pepe. In questa bolgia dantesca nessuno, però, viene fermato. «Le priorità erano difenderci ed impedire lo scontro fra i due fronti. Impossibile riuscire a fermare anche i violenti», puntualizza Cavallini.

Dovevamo anzitutto evitare il contatto con le tifoserie

Dovevamo anzitutto evitare il contatto con le tifoserie

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 16 gennaio 2018 de La Regione.

«Siamo intervenuti principalmente per separare i contendenti, ma presto siamo diventati il vero e proprio bersaglio. E le nostre forze erano insufficienti». Per questo motivo non sono stati effettuati i fermi, anche in ottemperanza della Legge sulla dissimulazione del volto? «Purtroppo sì. Era tecnicamente impossibile procedere ai fermi, perché avremmo distolto delle risorse quando dovevamo concentrarci soprattutto sul proteggerci e sul tentar di non far entrare in contatto le tifoserie». Ed è comprensibilmente durissimo Decio Cavallini, capo della Gendarmeria della Polizia cantonale, nel commentare i disordini accaduti domenica alla Valascia. E lo fa raccontando dall’inizio quanto successo. Anzi, da prima ancora, visto che la partita era già stata classificata di rischio ‘medio’, considerando i tafferugli che videro protagonisti i tifosi di Ambrì e Losanna il 13 ottobre scorso. «Il nostro dispositivo era già stato triplicato, avevamo una trentina di effettivi a disposizione». Ma quando sono arrivati i torpedoni con un centinaio di tifosi del Losanna non c’è stato molto che si potesse fare. «Una sessantina di loro – racconta Cavallini – era potenzialmente a rischio. Tra questi, c’erano 15 ultrà provenienti dalla Germania. Precisamente da Jena dove i tifosi della locale squadra calcistica (il Carl-Zeiss, ndr) sono gemellati con quelli del Losanna». Anche se molti tifosi si sono coperti il volto appena arrivati, il corteo si è svolto tranquillamente. È stato al loro arrivo al piazzale davanti alla pista che la situazione è degenerata. «Le provocazioni verbali si sono subito trasformate in lanci d’oggetti e in tafferugli dove sono state usate anche diverse cinture. Dopo questa prima fase, «una decina di tifosi del Losanna è entrata nella pista con ancora il volto mascherato». Ed è proprio nel settore ospiti che sono continuati i disordini, che hanno provocato dei feriti. «Questa mattina (ieri, ndr) tre persone si sono presentate alla Polizia cantonale di Lucerna per sporgere denuncia. Si trovavano nel settore sopra quello dei tifosi del Losanna, settore da cui sono partiti alcuni pezzi pirotecnici che hanno incendiato gli abiti e provocato ferite. Sono materiali che possono raggiungere anche i 2’000 gradi, il rischio è altissimo». Ed è nella seconda pausa, quando il contingente di polizia è stato rinforzato arrivando a una sessantina di effettivi (a scopo di paragone: nei derby sono tra 80 e 90), che la polizia ha iniziato a rispondere usando proiettili di gomma e spray al pepe, entrando nella pista. «Alla fine della partita – conclude Cavallini – abbiamo deciso di far uscire prima i tifosi dell’Ambrì, ragionando sul fatto che meno tifosi fossero stati presenti meglio sarebbe andata. La maggioranza ha rispettato la nostra richiesta di uscire velocemente, ma alcuni si sono intrattenuti e, mentre i tifosi vodesi venivano scortati ai torpedoni, i più facinorosi dell’Ambrì ci hanno attaccati».

‘Codardi, vigliacchi e malavitosi’
Non usa mezzi termini Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, nel definire i teppisti. «Questi eventi dimostrano come nonostante la sensibilizzazione continua ci siano ancora codardi, vigliacchi e malavitosi che vanno alle manifestazioni sportive solo per menare le mani. E non c’è stato alcun rispetto nemmeno per la polizia. Dirottando una trentina di effettivi in più alla Valascia si sono tolte risorse da tutto il territorio». Gobbi è amareggiato anche per il segnale dato. «C’erano tante famiglie, era domenica, una bella occasione per godersi una partita. Capita una o due volte l’anno in tutta la Svizzera che la polizia intervenga all’interno di uno stadio. In Ticino non è mai successo in tempi recenti. Ci vuole sicuramente più fermezza».

Imposte di circolazione 2018

Imposte di circolazione 2018

Nel 2018 il totale dell’importo fatturato si attesta a circa 136 milioni di franchi, leggermente inferiore al 2017, ai quali si aggiungono circa 3.6 milioni per le imposte di navigazione. Come deciso dal Consiglio di Stato nel mese di dicembre scorso, il saldo positivo di oltre un milione di franchi ottenuto con i correttivi introdotti a inizio 2017 nel meccanismo dell’imposta di circolazione è stato ridistribuito agli automobilisti ticinesi. L’operazione ha comportato così una leggera diminuzione delle imposte di circolazione auto per la categoria maggiormente penalizzata lo scorso anno (121-130 grammi di CO2/km), ma anche per le altre categorie colpite da malus.

In generale la categoria maggiormente penalizzata nel 2017 (121-130 grammi di CO2/km) ha ottenuto una riduzione media di circa 20 franchi, mentre le altre categorie colpite da un malus hanno in generale ricevuto uno sconto compreso tra i 10 e i 50 franchi. Per tutte le altre categorie di veicoli non c’è stata invece nessuna variazione.

Anche nel 2017 si è registrata una leggera crescita del parco veicoli automobili, passato dalle 226’713 unità immatricolate a fine 2016 alle 227’908 di fine 2017: questo comporta ovviamente un aumento dei beneficiari degli ecobonus. Come previsto dall’attuale legge, la decisione del Consiglio di Stato dello scorso 20 dicembre ha permesso di garantire la neutralità finanziaria nella distribuzione dei bonus e dei malus. Il calcolo dell’imposta di circolazione di base anche per quest’anno non è stato modificato. A questo proposito si rammenta che il Consiglio di Stato intende tuttavia rivedere l’attuale formula di calcolo delle automobili, dando così seguito al progetto avviato nel 2016 dal Dipartimento delle istituzioni, con il coinvolgimento di tutti i principali attori del settore.

Infine si rammenta che sarà possibile pagare l’imposta di circolazione entro il 1. marzo 2018, anche tramite la procedura elettronica (e-fattura) disponibile sul sito internet della sezione nella rubrica denominata “online”. Da tempo infatti il Dipartimento delle istituzioni dedica una particolare attenzione alla digitalizzazione dei servizi dell’Amministrazione cantonale, e negli ultimi anni ha ampliato l’offerta elettronica dei servizi della Sezione della circolazione. Tutti i servizi e le procedure online sono stati riassunti in un volantino informativo intitolato “Per uno Stato più vicino ai cittadini” allegato alla fattura dell’imposta di circolazione. Nell’ambito del programma cantonale di prevenzione “Strade sicure” sarà inoltre recapitato anche un opuscolo di presentazione dell’associazione Nez Rouge Maggiori informazioni possono essere ottenute visitando la pagina www.ti.ch/circolazione.

Circolazione: quattromila distratti di troppo

Circolazione: quattromila distratti di troppo

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 16 gennaio de La Regione.

Nel 2017 la polizia ha multato 3.946 automobilisti sorpresi con il telefonino in mano durante la guida Renato Pizolli: «È scattata la fase repressiva» – Fabienne Bonzanigo: «Comportamenti imprudenti»

Sono 3.946 i conducenti multati nel 2017 dopo essere stati sorpresi alla guida con una mano al volante e l’altra al cellulare.
Un dato in crescita rispetto al 2016, quando i casi si erano fermati a quota 3.649 in tutto il cantone. Con questo incremento sono stati raggiunti i livelli del 2015, anno in cui le contravvenzioni – 3.965 – rappresentavano già la seconda causa di violazione del codice stradale. Allora si era optato per una campagna di sensibilizzazione rivolta agli automobilisti, per renderli attenti ai pericoli di questo comportamento. Avviata il 1. marzo 2016, nell’ambito del programma di prevenzione «Strade più sicure» del Dipartimento delle istituzioni, l’azione aveva fatto centro e invertito la tendenza: i casi erano diminuiti, facendo ben sperare i promotori. Ma poi le cattive abitudini hanno preso il sopravvento: «Dopo un primo miglioramento, le multe hanno registrato una nuova impennata, dimostrando che la campagna di sensibilizzazione aveva prodotto un effetto limitato e andava pertanto riproposta» spiega Fabienne Bonzanigo responsabile del progetto «Strade sicure». È da queste premesse che muove la nuova campagna di sensibilizzazione promossa dallo scorso ottobre in sinergia con la polizia cantonale e che, a partire da questo mese, è entrata nella seconda fase. Fino allo scorso dicembre, è stata condotta una campagna informativa utilizzando dei banner su alcuni siti web e promuovendo tre spot pubblicitari, indirizzati alle categorie di utenti della strada: gli automobilisti, i pedoni e i ciclisti. Ora è partita anche l’informazione diffusa in radio, completando la rassegna dei mezzi di comunicazione. «L’idea è quella di raggiungere tutte le fasce d’età e per questo agiamo attraverso i diversi mezzi di comunicazione fruibili» sottolinea la nostra interlocutrice, «perché non sembra essere un fenomeno circoscritto ai più giovani, come si poteva pensare inizialmente, ma è un comportamento generalizzato».

Un trend culturale e sociale dunque, che preoccupa la polizia cantonale così come le comunali le quali, su invito dei promotori, hanno aderito in corpore alla campagna. «Dopo una prima fase orientata esclusivamente alla prevenzione, con l’anno nuovo abbiamo dato inizio anche a una fase repressiva, compiendo una serie di controlli su tutto il territorio, durante i quali non viene solo distribuito il volantino per sensibilizzare il conducente colto in fallo, ma viene anche rilasciata la contravvenzione» sottolinea il portavoce della polizia cantonale Renato Pizolli. «È un atteggiamento piuttosto radicato e per questo va trattato anche con la repressione. Quando interviene una sanzione pecuniaria – prosegue Pizolli – il conducente toccato si mostra in seguito attento a non ripetere l’errore, modificando così i comportamenti scorretti alla guida». Bonzanigo tiene a evidenziare come «si tratti di educare i conducenti e gli altri utenti della strada ad un comportamento corretto quando si muovono nella circolazione stradale. L’azione può esser paragonata a quella che si dovette intraprendere in passato per istruire gli automobilisti ad allacciarsi le cinture, atteggiamento divenuto ora un automatismo per la gran parte dei conducenti. Anche in quel caso i ticinesi si mostravano incuranti dell’aspetto legato alla sicurezza, proprio come avviene oggi con la banalizzazione dell’uso del cellulare al volante. L’auto diventa sempre di più un ufficio mobile in cui, per non perdere tempo durante gli spostamenti, si risponde a e-mail e si chiama l’ufficio sottovalutando che guidando in tal modo non si ha più la padronanza del veicolo ma soprattutto si creano rischi per se stessi e per gli altri utenti della strada». Messaggi, selfie, e-mail e chi più ne ha più ne metta: «Si tratta di comportamenti imprudenti che, se svolti alla guida, risultano molto pericolosi per la propria e l’altrui incolumità» conclude Pizolli. «Nel 2016 sulle strade ticinesi si sono verificati 3.990 incidenti della circolazione, un quinto dei quali è stato causato da disattenzione al volante o alla guida di un altro mezzo di trasporto (come ad esempio in sella a una bicicletta)» come si legge nel comunicato della campagna di prevenzione «Distratti mai!».

Il federalismo svizzero: il motore del nostro sistema politico

Il federalismo svizzero: il motore del nostro sistema politico

 

Discorso pronunciato in occasione della manifestazione di scambio degli auguri del Comune di Bissone
14 gennaio 2017

sono passati solo quattordici giorni dall’inizio del nuovo anno, per prima cosa rivolgo a tutti voi i migliori auguri per un sereno 2018!

Vi ringrazio, anche a nome del Consiglio di Stato, per il gradito invito a partecipare alla vostra tradizionale cerimonia di inizio anno. Un momento simbolico, che apprezzo particolarmente e che quest’anno ha un sapore diverso. Ebbene sì, perché quest’oggi l’espressione del nostro sistema federalista è più viva che mai: infatti, sotto lo stesso tetto – o meglio sotto lo stesso tendone – sono riuniti i rappresentanti dei tre livelli istituzionali. Il Consigliere federale Ignazio Cassis, i municipali dei Comuni della regione e il sottoscritto membro dell’Esecutivo cantonale, rappresentiamo in carne ed ossa l’essenza del nostro sistema politico: il federalismo svizzero.

Ed è proprio da qui che intendo partire quest’oggi: un federalismo tonico nei suoi tre livelli è da sempre la ricetta del nostro benessere. Un federalismo che come criterio fondamentale deve essere in grado di garantire la vicinanza tra le istituzioni e il cittadino.

Un assunto che sta alla base anche delle riflessioni che il Governo ha portato avanti negli ultimi anni con le riforme strutturali che concernono il Cantone da una parte e gli Enti locali dall’altra. L’obiettivo che tutti i livelli perseguono è quello di soddisfare con le modalità più adeguate i bisogni dei cittadini che da sempre sono al centro del nostro sistema democratico e del nostro processo decisionale. Una peculiarità che ci rende uno Stato forte e coeso che molti altri Paesi e popoli ci invidiano.

Il nostro sistema istituzionale trae la sua forza da due fattori: la vicinanza tra lo Stato e i suoi cittadini e la capacità delle nostre Istituzioni di affidare, su basi di democrazia diretta, i compiti necessari per la gestione della “cosa pubblica” al livello istituzionale più adeguato, sia esso quello comunale, cantonale o quello federale. E senza ombra di dubbio sono proprio i Comuni che rappresentano il tassello essenziale per la vita di tutti i cittadini. Per questa ragione la salute dei nostri enti locali è un ingrediente indispensabile per la ricetta di un federalismo moderno e in grado di adattarsi, capace di garantire le necessarie autonomie a tutti i livelli.Repubblica e Cantone Ticino Dipartimento delle istituzioni Pagina 2 N

Risulta di conseguenza inevitabile che nel nostro Cantone la politica di aggregazione sia il mezzo, e non lo scopo. È importante che ciascun livello istituzionale mantenga la propria autonomia, nel rispetto delle diversità ma soprattutto nella salvaguardia delle minoranze. Su queste basi il Consiglio di Stato – e il mio Dipartimento in primis – considera il Piano cantonale delle aggregazioni lo strumento più adatto per rafforzare l’istituto comunale sia dal punto di vista istituzionale che finanziario.

Negli scorsi mesi il Comune di Bissone ha deciso di non seguire la visione del Piano cantonale delle aggregazioni e di distanziarsi dal progetto aggregativo dei Comuni della Val Mara. Una scelta legittima che il Municipio ha preso in autonomia, confrontandosi anche con i miei collaboratori della Sezione degli enti locali. E a questo proposito tengo a ribadire – una volta ancora – che il PCA è una visione e non un’imposizione. Non si tratta infatti di una riforma vincolante che segna in modo obbligato il destino degli enti locali ticinesi. E proprio nel rispetto dei principi che reggono il federalismo svizzero, se non nei casi più estremi, saranno gli abitanti di ciascun Comune a esprimersi sulle aggregazioni che li concerneranno. Posso garantirvi che il Governo è ben intenzionato ad attenersi a questi principi. Siamo infatti convinti che la Riforma istituzionale debba proseguire sulla strada iniziata, escludendo la scorciatoia – che poco si concilia con i principi di autonomia locale – della votazione costituzionale a livello cantonale.

Per concludere, non dobbiamo poi dimenticare come tutti noi, ai diversi livelli istituzionali nei quali ci troviamo ad operare nell’interesse della popolazione, abbiamo un obiettivo comune: rimanere vicini alle esigenze di cittadini e aziende, dando risposte innovative e adattate alle singole realtà territoriali, assumendo la responsabilità al miglior livello sia esso il Comune, il Cantone o la Confederazione. Vogliamo rimanere competitivi, forti e innovativi come sistema, e il federalismo vissuto in colori rossocrociati è la base di questa nostra unicità.

Estremismo, la lotta passa anche dal web

Estremismo, la lotta passa anche dal web

Un portale di prevenzione promosso dal DI

Il terrorismo non è giunto in Svizzera. Gli attacchi degli ultimi anni mostrano però chiaramente che molti degli attentatori sono cresciuti e si sono radicalizzati in Europa, anche tra di noi.
Siamo di fronte a una minaccia che colpisce le nostre comunità e gli spazi dove trascorriamo la quotidianità.
Il tema della radicalizzazione e della sua prevenzione sta assumendo un valore sempre più ampio nella lotta alle organizzazioni terroristiche.

Il Canton Ticino non risulta al momento un obiettivo sensibile. Non possiamo però attendere che il problema si concretizzi per prevedere le contromisure. Deve essere intrapresa un’attività costante di prevenzione e sensibilizzazione fino all’uso repressivo della forza. Naturalmente gli accertamenti dei servizi informativi e il perseguimento penale dei terroristi rimangono degli elementi centrali della lotta al terrorismo.
Tuttavia intervengono soltanto quando la minaccia di azioni violente contro la società è già concreta. La prevenzione è un’attività ragionata sul lungo periodo mentre spesso è necessario un approccio più puntuale e deciso.

Ricordo che l’integrazione è uno degli strumenti più efficaci a disposizione delle Autorità cantonali nel contrasto e nella prevenzione del rischio terroristico. Il programma di integrazione cantonale per il quadriennio 2018-2021, che poggia sugli obiettivi fissati dalla Confederazione e dai Cantoni (informazione e consulenza, formazione e lavoro, comunicazione e integrazione sociale) ha il compito di favorire il rapido e stabile inserimento nel contesto locale dei cittadini stranieri.

Anche in questo senso va letta la proposta del mio Dipartimento di creare un portale internet per prevenire il fenomeno della radicalizzazione e dell’estremismo violenti. Il suo scopo è di raccogliere le richieste di informazione, aiuto e segnalazioni della popolazione per analizzarle e organizzare eventuali misure. Il portale avrà ancora il compito di mettere in contatto operatori e funzionari amministrativi confrontati con la problematica della radicalizzazione. Il progetto verrà realizzato dai servizi del mio Dipartimento – in particolare con la collaborazione del Servizio per l’integrazione degli stranieri – e con il Centro intercantonale d’informazione sulle credenze di Ginevra. Saranno inoltre coinvolti i rappresentanti del Dipartimento della sanità e della socialità e del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport.

Non si tratta evidentemente dell’unica iniziativa sin qui realizzata. Negli scorsi mesi il Consiglio di Stato, rispondendo a una consultazione federale, ha chiesto a Berna – su proposta del Dipartimento che dirigo – di studiare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano seguaci da radicalizzare. Abbiamo inoltre scritto ai comuni ticinesi chiedendo di vietare la distribuzione su suolo pubblico del Corano nell’ambito di un’azione di reclutamento jihadista ritenuta anticostituzionale dalla conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia. Infine, quest’anno chiederò di valutare l’introduzione di nuove misure per intensificare la collaborazione con le Città nella difesa del territorio.

La certezza assoluta che gli attacchi non possano interessare anche noi purtroppo non esiste. Non dobbiamo comunque cedere alla paura come vorrebbero gli autori di simili azioni.
Ho piena fiducia nell’operato dei servizi del Dipartimento. L’ottima collaborazione tra le autorità politiche e le forze dell’ordine, oltre allo scambio continuo di informazioni, è la premessa ideale per combattere possibili scenari sfavorevoli.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Milano: Maroni: «È una scelta personale»

Milano: Maroni: «È una scelta personale»

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 9 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

La reazione di Norman Gobbi sulla decisione di Roberto Maroni di non ricandidarsi alla presidenza della Regione Lombardia.

«Grazie a lui rapporti più stabili»

Su molti temi transfrontalieri Roberto Maroni è stato un interlocutore diretto del Canton Ticino. «Sono sorpreso della sua decisione, dopo un solo mandato in veste di presidente della Regione Lombardia», osserva il consigliere di Stato Norman Gobbi. «Maroni ha contribuito alla stabilizzazione delle relazioni, anche attraverso la creazione di un assessorato ai rapporti con la Confederazione. E ha sempre avuto un occhio di riguardo per i rapporti lungo la frontiera, come dimostrano le diverse visite in Ticino e la partecipazione ad incontri istituzionali ed eventi». Da leghista Gobbi valuta positivamente la designazione di Attilio Fontana per la corsa alla successione: «L’ex sindaco di Varese è un conoscitore della realtà lombarda. Questo permette anche di guardare con ancora maggiore attenzione ai rapporti transfrontalieri».

Milano: Maroni: «È una scelta personale»

Il presidente della Lombardia spiega che la decisione di farsi da parte non c’entra con i contrasti interni Ora si apre un caso nella coalizione di centrodestra – Per la successione la Lega candida Attilio Fontana

La decisione di Roberto Maroni di non ricandidarsi alla presidenza della Regione Lombardia ha aperto un caso nella coalizione di centrodestra che si prepara alle elezioni politiche italiane del 4 marzo. L’ex ministro dell’Interno ha parlato di una «scelta personale», che nulla ha a che vedere con contrasti politici interni. Ma le sue ambizioni, emerse sulla stampa e mai veramente smentite, appaiono come una sfida al leader del suo partito, Matteo Salvini, che si presenta come candidato premier. E anche come un’imponderabile incognita sugli equilibri dell’alleanza suggellata proprio domenica scorsa in un vertice ad Arcore fra il padrone di casa, Silvio Berlusconi, lo stesso Salvini e la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

Maroni, che a marzo compirà 63 anni, si preparerebbe infatti a proporsi lui come capo del governo di mediazione fra le diverse anime del centrodestra, ma solo dopo il voto. Una sorta di grande riserva, nel caso sul nome di Salvini, 44 anni, venga posto un veto da parte delle componenti più moderate della coalizione. «Non ho nulla da chiedere alla politica», ha detto ieri Maroni in una conferenza stampa a Palazzo Lombardia, nella quale ha illustrato il bilancio di cinque anni di presidenza della più grande regione italiana, rivendicando il merito della trattativa in corso con il Governo per ottenere maggiore autonomia, dopo il referendum del 22 ottobre. «Con la politica – ha aggiunto Maroni – ho una storia d’amore iniziata un quarto di secolo fa insieme a Umberto Bossi. E, come tutte le vere storie d’amore, non finirà mai. Certo, non andrò in pensione, ma sono a disposizione, se me lo chiederanno. Io so che cosa significa avere responsabilità di Governo». È la carta dell’esperienza contro i leader mediatici di oggi, anche se il governatore lombardo non se l’è presa con Salvini ma con l’avversario del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. «Che Di Maio possa assumere un incarico di governo – ha sostenuto Maroni – è la mia sola preoccupazione, proprio perché so che cosa vuol dire quella responsabilità».

Se questa è davvero l’ambizione di Maroni, tornare a Roma per insediarsi a Palazzo Chigi, certo non lo può ammettere. Anzi, ieri ha garantito pubblicamente di sostenere la corsa del segretario del suo partito per la premiership. Ma nella Lega il suo attivismo è visto con grande sospetto. I fedelissimi di Salvini ritengono quella di Maroni una partita personale, una rivincita della vecchia guardia di cui fa parte anche il fondatore, Bossi. Magari in un gioco di sponda proprio con Berlusconi. Che ha accettato l’alleanza con la nuova Lega sovranista per la testardaggine dei numeri, che danno possibile una vittoria su PD e M5S con un centrodestra unito. Ma che è convinto che alla fine alla guida della coalizione rimarrà la sua Forza Italia, anche per la radicalità del messaggio di Salvini. Ecco perché la mossa di Maroni ha suscitato una serie di sospetti incrociati sulle reali intenzioni dei vari leader del centrodestra, che per ora hanno trovato un accordo ampio sulle priorità programmatiche: l’introduzione di una flat tax, la cancellazione della legge Fornero sulle pensioni, un controllo più stretto dell’immigrazione, ridiscussione dei principali trattati UE e una serie di riforme istituzionali, a partire da quella federalista e presidenzialista.

Ma come troveranno un accordo, Berlusconi, Salvini e Meloni, sui nomi e le candidature? Gli sherpa dei partiti sono al lavoro. Occorreranno altre due settimane per calibrare i candidati dei collegi uninominali (un terzo dei seggi di Camera e Senato), mentre ognuno farà per sé le liste del proporzionale (i due terzi). In Lombardia la Lega ha spuntato la continuità con Maroni: sarà uno dei suoi amministratori locali storici, l’ex sindaco di Varese, Attilio Fontana, a battersi per allungare i ventitré anni ininterrotti di governo regionale del centrodestra. Il centrosinistra, che candida l’ex spin doctor di Matteo Renzi, Giorgio Gori, che è sindaco di Bergamo, ha visto nella rinuncia di Maroni un possibile vantaggio elettorale. Quale sarà, però, il vero ruolo del governatore uscente è ancora difficile da dire. Lo si vedrà solo dal 5 marzo in avanti. Maroni, che debuttò in Parlamento nel 1992, è già stato vicepremier di Berlusconi, ministro del Lavoro e due volte ministro dell’Interno. Un ruolo da capo del Governo sarebbe la chiusura ideale della sua lunga carriera politica. Ma da qui alle elezioni potrebbe succedere di tutto. Anche che Salvini decida di scaricarlo, indispettito dal suo attivismo. E a quel punto, per Maroni, sarà davvero un cambio di vita.