Il ministro replica alla sua collega di Nidvaldo che ha lanciato l’allarme: un sì metterebbe a rischio la cooperazione internazionale e accordi come Schengen e Dublino, che garantiscono sicurezza e stabilità
Consigliere di Stato Norman Gobbi, la sua collega centrista di Nidvaldo, Karin Kayser-Frutschi, presidente della Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia, ha lanciato l’allarme: intervistata giovedì dal Blick, ha affermato che, se l’iniziativa dei 10 milioni venisse accettata il 14 giugno, la sicurezza del nostro Paese sarebbe in pericolo. Secondo la sua collega, la pressione sulla libera circolazione delle persone e sulle relazioni bilaterali sarebbe immediatamente enorme, mettendo a rischio la cooperazione internazionale e accordi come Schengen e Dublino, che garantiscono sicurezza e stabilità alla Svizzera. E il nostro Paese rischierebbe addirittura di diventare un paradiso della criminalità organizzata e della mafia. Si tratta di allarmismo eccessivo? Di catastrofismo?
“La sicurezza della Svizzera non dipende esclusivamente da Schengen o da Dublino, ma anche dalla capacità del nostro Paese di controllare chi entra e di gestire i flussi migratori in modo sostenibile. In Ticino questa realtà la conosciamo bene. Da anni siamo confrontati con una pressione migratoria e frontaliera che altri Cantoni osservano soltanto da lontano. Proprio per questo il Consiglio di Stato ha introdotto oltre dieci anni fa l’obbligo di presentare il casellario giudiziale per i permessi B e G. Una misura lungimirante, la cui utilità si è confermata anche recentemente, penso ai fatti di Roveredo. La cooperazione internazionale di polizia è importante e nessuno la mette in discussione. Ma sostenere che un “sì” alle urne trasformerebbe automaticamente la Svizzera in un paradiso per la criminalità organizzata mi sembra una lettura poco equilibrata. La Svizzera ha sempre saputo difendere i propri interessi negoziando accordi pragmatici con l’Europa.
Credo che si debbano evitare sia l’allarmismo sia la banalizzazione del tema. L’iniziativa pone una questione politica reale: fino a che punto la crescita incontrollata della popolazione è compatibile con la qualità di vita e con la sicurezza interna del Paese. Ignorare queste preoccupazioni significherebbe non ascoltare una parte importante della popolazione”.
Per quanto riguarda gli asilanti, che rappresentano soltanto il 14% dei flussi migratori, Kayser-Frutschi ha osservato che senza l’Accordo di Dublino la Svizzera sarebbe l’unico Paese europeo in cui si potrebbe ancora presentare domanda di asilo dopo che la richiesta è stata respinta altrove: “Diventeremmo un Paese di ultima istanza. Ci sarebbero molte più domande. Esattamente ciò che vogliamo evitare”. Lei cosa risponde?
“È vero che il settore dell’asilo rappresenta soltanto una parte dei flussi migratori complessivi, ma è altrettanto vero che negli ultimi anni Cantoni e Comuni hanno dovuto affrontare difficoltà crescenti nella gestione dell’accoglienza, dei costi e della sicurezza legata a determinate situazioni problematiche. Sul sistema Dublino va inoltre detto che già oggi presenta limiti evidenti. Molti Stati europei non applicano le regole in modo uniforme e la Svizzera si trova spesso confrontata con procedure lunghe e complesse sul piano dei rimpatri. Nessuno auspica l’isolamento della Svizzera, ma è legittimo chiedere che il nostro Paese disponga di un maggiore margine di manovra nella gestione della politica migratoria e dell’asilo. Personalmente ritengo che occorra innanzitutto accelerare le procedure. Chi fugge realmente da guerre e persecuzioni deve ottenere rapidamente una risposta e una protezione adeguata. Per contro, chi presenta domande manifestamente infondate dovrebbe essere ospitato in strutture a regime controllato, evitando lunghe e costose permanenze sul territorio nazionale in attesa di decisioni definitive. Diversi Paesi europei, tra cui Danimarca e Paesi Bassi, stanno adottando approcci più severi nei confronti di chi utilizza impropriamente il sistema dell’asilo. È una riflessione che anche la Svizzera dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Non condivido quindi l’idea che la Svizzera diventerebbe automaticamente un “Paese di ultima istanza”. Molto dipenderà dagli accordi che il Consiglio federale saprà negoziare e dalla volontà politica di difendere gli interessi svizzeri”.
Immaginiamo che abbiate discusso della questione in seno alla Conferenza dei direttori dei Dipartimenti di giustizia e polizia. Qual è la posizione dominante? Le preoccupazioni della signora Kayser-Frutschi sono condivise dalla maggioranza dei vostri colleghi?
In seno alla Conferenza dei direttori dei Dipartimenti di giustizia e polizia esistono sensibilità differenti, come è normale in un organo che riunisce rappresentanti di Cantoni confrontati con realtà molto diverse tra loro.Alcuni colleghi condividono le preoccupazioni espresse dalla presidente Kayser-Frutschi; altri ritengono invece che il tema della crescita demografica e della pressione migratoria debba essere affrontato con maggiore determinazione. Non esiste una posizione unanime. Vi è certamente consenso sull’importanza della cooperazione internazionale in materia di sicurezza e sulla necessità di mantenere strumenti efficaci di collaborazione tra le autorità. Allo stesso tempo, però, diversi Cantoni subiscono più di altri le conseguenze dell’aumento della popolazione, della pressione migratoria e dei costi che ne derivano. Il Ticino vive una situazione particolare: è il primo Cantone a confrontarsi con le dinamiche legate ai movimenti transfrontalieri di persone e alle loro conseguenze sul territorio, sul mercato del lavoro, sulla mobilità e sulla sicurezza. Per questo motivo guardiamo a questi temi con una sensibilità specifica, maturata attraverso l’esperienza concreta e non per ragioni ideologiche. Il dibattito deve quindi rimanere pragmatico e ancorato alla realtà. Ignorare le preoccupazioni dei territori più esposti significherebbe non comprendere una parte importante delle sfide che attendono la Svizzera nei prossimi anni”.
Intervista pubblicata su Liberatv.ch