Balerna: stop al centro per migranti problematici a Pasture

Balerna: stop al centro per migranti problematici a Pasture

L’incontro tra la SEM, il Cantone e i rappresentanti di alcuni Comuni del Mendrisiotto ha portato a sospendere il piano per creare un’area separata – Si lavora su modifiche legali per limitare la libertà di movimento

Passo indietro, almeno provvisoriamente, da parte della Segreteria di Stato della migrazione (SEM) che mercoledì mattina, dopo un incontro con il canton Ticino e i rappresentanti di alcuni Comuni del Mendrisiotto, ha annunciato il congelamento del progetto di una sezione separata al centro Pasture di Balerna destinato ai richiedenti asilo problematici.
Il cambiamento di rotta è stato anticipato alla RSI dal consigliere di Stato Norman Gobbi. “Questo incontro ha permesso di riattivare un dialogo che è mancato nell’intenzione loro di creare questo progetto pilota”, ha spiegato il direttore del Dipartimento delle istituzioni. Il progetto è stato congelato in attesa di approfondimenti legali e dell’avvio delle procedure edilizie di competenza comunale.
La preoccupazione principale riguarda la libertà di movimento. “Il centro è federale, ma è inserito in un territorio, quello del Basso Mendrisiotto e del Ticino”, ha sottolineato il consigliere di Stato. “Se all’interno si possono capire le motivazioni di avere un reparto separato, dall’altra parte bisogna tener conto che una volta usciti, questi impattano sul territorio in cui vengono ospitati”.
Un elemento positivo emerso dall’incontro, spiega Norman Gobbi, è la possibile modifica della legge federale per limitare la libertà di movimento dei richiedenti asilo problematici. Attualmente possono muoversi liberamente sul territorio creando disturbo.
I numeri del progetto parlano di meno di dieci posti, ma il problema non è quantitativo. “Una sola persona recentemente ha più volte fatto irruzione in un’azienda vicina al centro rubando direttamente dai furgoni, con dentro anche l’autista”, ha riferito il direttore del DI, citando circa trenta interventi di polizia in due mesi. “Queste persone devono avere un regime chiaro di disciplina ma soprattutto poi di una rapida espulsione”.
Soddisfatto della decisione di congelare il progetto il sindaco di Chiasso Bruno Arrigoni, che ai microfoni della RSI ha tuttavia espresso “la decisione di approfondire la tematica nelle prossime settimane”. Quanto a Balerna, “quello che noi abbiamo sempre contestato era il mantenimento sul territorio in modo duraturo” di persone che “per legge devono invece essere trasferite verso dei centri speciali, che oggi non esistono”, osserva il sindaco Luca Pagani, sottolineando che si tratta di persone che “delinquono sul territorio in modo ripetuto”: l’ultimo caso segnalato a Berna, aggiunge, è quello di “un richiedente l’asilo che ha richiesto più di 30 interventi della polizia”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Balerna-stop-al-centro-per-migranti-problematici-a-Pasture–3522346.html

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Pasture, sospeso il progetto per i migranti indisciplinati

È l’esito dell’incontro di mercoledì mattina a Chiasso. «È un passo nella giusta direzione»
La Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha deciso di congelare, almeno temporaneamente, il progetto di una sezione separata per richiedenti asilo problematici al centro Pasture di Balerna. La comunicazione è giunta mercoledì mattina dopo un incontro tra i funzionari federali, le autorità cantonali – rappresentate dai Consiglieri di Stato Norman Gobbi e Raffaele De Rosa – e alcuni Comuni del Mendrisiotto, ovvero Chiasso, Novazzano e Balerna.
Secondo il direttore del Dipartimento delle istituzioni, che aveva anticipato la decisione alla Rsi, l’incontro ha permesso di riaprire un dialogo che era mancato nella fase iniziale del progetto pilota. Il congelamento servirà ad approfondire gli aspetti legali e ad avviare le necessarie procedure edilizie di competenza comunale.
Al centro delle preoccupazioni resta la libertà di movimento. Il centro è federale, ma inserito in un territorio abitato: se all’interno si può comprendere la logica di un reparto separato, all’esterno l’impatto sul territorio rimane un nodo sensibile. Da qui l’ipotesi, emersa come elemento positivo, di una modifica della legge federale per limitare la libertà di movimento dei richiedenti asilo problematici, attualmente liberi di spostarsi sul territorio.
I posti previsti sarebbero meno di dieci, ma il problema non è nei numeri. Gobbi cita una trentina di interventi di polizia in due mesi ed episodi ripetuti di furti in un’azienda vicina, compiuti dallo stesso individuo. «Queste persone devono avere un regime chiaro di disciplina ma soprattutto poi di una rapida espulsione».
Il sindaco di Balerna Luca Pagani, interpellato dal Corriere del Ticino, ritiene che questo sia un passo che va «nella giusta direzione». I tre sindaci dei comuni Momò avevano chiesto di «abbandonare il progetto» ma, al termine di un confronto «schietto e diretto» si è trovata una soluzione intermedia: stop al progetto pilota di sei mesi e valutazione di soluzioni che contemplino la gestione dei migranti indisciplinati anche all’esterno della struttura di Pasture.

https://www.tio.ch/ticino/cronaca/1905473/pasture-sospeso-il-progetto-per-i-migranti-indisciplinati

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Pasture, stop al centro per migranti problematici

Al test pilota del reparto securizzato di Pasture di Balerna-Novazzano per richiedenti l’asilo problematici è stato tirato il freno in partenza. Il progetto della Segreteria di Stato della migrazione (Sem) è stato congelato in favore di un approfondimento e del ripristino di un coinvolgimento che le istituzioni locali (Balerna, Chiasso e Novazzano) e il Cantone accusano essere mancato. È questo l’esito dell’incontro tenutosi al Centro federale d’asilo (Cfa) a Chiasso alla presenza del Segretario di Stato Vincenzo Mascioli, di Micaela Crippa, direttrice del Cfa di Chiasso, dei tre sindaci e del presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi e del suo collega di governo Raffaele De Rosa. La Sem lo definisce “un incontro produttivo”. Finalmente ora si dicono soddisfatte anche le autorità cantonali e comunali. Ad aprile – mese in cui doveva prendere avvio il nuovo modello – è previsto il prossimo incontro. L’obiettivo dichiarato, a livello federale, lo ricordiamo, era quello di sperimentare sul campo la creazione di una “area separata” al pianterreno di Pasture da riservare alle persone che “compromettono” il buon funzionamento delle strutture. Un nuovo “modello di alloggio”, così lo si definisce, immaginato proprio con l’intento, da un lato, di “agevolare la gestione dei Centri”, dall’altro, si chiarisce, di “rendere meno rigido il funzionamento degli ambienti comuni”. Alla ricerca di una formula efficace di convivenza all’interno delle realtà federali d’asilo, la Sem non ha fatto in tempo a dare voce ai suoi piani che sulla proposta, messa nero su bianco in una nota, si scatenava il dibattito. Cantone e Comuni, in estrema sintesi, oltre a lamentare di non essere stati consultati tempestivamente, hanno mal attutito il colpo della chiusura del Centro di Les Verrières, deputato fino a poco tempo fa ad alloggiare chi mostrava comportamenti in contrasto con la sicurezza e l’ordine pubblico, venendo meno alla legislazione vigente.

Un incontro ‘vivace’ durato un paio d’ore
Non nasconde la propria soddisfazione il sindaco di Chiasso Bruno Arrigoni perché si è giunti a un accordo, dopo un incontro durato circa due ore, che lui ha definito «vivace». Il progetto pilota per migranti problematici è stato contestato per il fatto «che qui sulla frontiera c’è già molta pressione. Però si è giunti a una conclusione: approfondire la tematica con anche la costituzione di una task force e per ora l’ipotesi Pasture è rinviata». Una buona notizia per voi? «Sì, la Sem ha compreso le nostre perplessità e ha garantito di non trasferire altri migranti problematici da altri centri a Pasture», risponde Arrigoni. La nota della Sem conferma: “Ricordiamo che il trasferimento di richiedenti l’asilo problematici da altri Cfa o regioni d’asilo a Pasture rimane assolutamente escluso. Questo nuovo concetto di alloggio è una misura operativa che si applica esclusivamente all’interno dei Cfa”. Qual è la criticità principale? «Il fatto che internamente è stata concepita una sezione separata per chi crea problemi, un numero tutto sommato ridotto, tra le 4 e le 6 unità, che però possono uscire dalla struttura – sostiene il sindaco di Chiasso –. Questo, dal nostro punto di vista, è già un primo controsenso ed è un grosso problema noto anche a livello federale e oggetto di almeno un paio di atti parlamentari, perché mancano le basi legali. Una nuova legge dovrebbe essere dibattuta nei prossimi mesi in Parlamento affinché chi non si comporta bene possa essere richiamato o sanzionato in qualche modo. Questo aspetto è stato riconosciuto da ambedue le parti». Per chiarire, Arrigoni cita un caso emblematico capitato di recente: «È successo che la stessa persona sia entrata tre volte a rubare in un’azienda e ogni volta è stata chiamata la polizia che l’ha fermata e riportata al centro di Pasture. Questi episodi vanno a sfavore del 99% di migranti che si comportano bene».

Balerna: ‘Manca coerenza’
«La decisione – lamenta Luca Pagani, sindaco di Balerna – era stata presa unilateralmente. Con questo incontro abbiamo cercato di ripristinare il mancato dialogo e di colmare la lacuna di fiducia che si era creata tra le autorità nei confronti della Sem». A preoccupare le istituzioni comunali «era il mantenimento duraturo sul territorio di persone che per legge dovrebbero essere trasferite in strutture speciali per problemi di ordine pubblico». Strutture che, indica Pagani, «attualmente non esistono, ma che la Legge prevede». In Svizzera «dovrebbero esserci 120 posti a disposizione per i richiedenti l’asilo problematici. Oggi non ce n’è neanche uno». Sono questi, secondo il sindaco, «i problemi che vanno affrontati e a livello nazionale». Nel progetto pilota «manca coerenza: è un controsenso voler separare le persone all’interno per poi lasciarle uscire con la stessa libertà di movimento di chi si comporta bene». Il Mendrisiotto «è una regione accogliente ma è chiaro che ci vogliano delle regole per garantire un’accoglienza che non entri in conflitto con il territorio e la popolazione. Vedremo se troveremo una soluzione condivisa», conclude Pagani. Sulla stessa lunghezza d’onda Sergio Bernasconi, sindaco di Novazzano: «Il nostro messaggio è passato». Bernasconi afferma l’esigenza di «trovare provvedimenti adatti e più incisivi in caso di infrazioni da parte dei richiedenti l’asilo. Se dentro può funzionare come concetto, fuori è il contrario». Altrimenti, aggiunge «sono i Comuni a dover gestire lamentele e preoccupazioni da parte dei cittadini». La chiusura del Centro di Les Verrières «desta preoccupazione. La Legge prevede uno o più centri del genere».

‘Occorrono strumenti concreti ed efficaci’
I tre Municipi intravedono, insomma, due violazioni alla LAsi, la Legge dell’asilo. Anche perché, si ricorda, al momento l’articolo 24a della LAsi “prescrive chiaramente il collocamento in Centri speciali, che può essere accompagnato da particolari misure restrittive della libertà di accesso al territorio”. Rispetto alla questione sicurezza, il comunicato della Sem ricorda che la competenza “è della polizia cantonale. La Confederazione sostiene i Cantoni con pattugliamenti all’esterno dei Cfa e con il pagamento di un importo forfettario (forfait di sicurezza) a sostegno del personale di sicurezza e di polizia. La sicurezza della popolazione nei dintorni dei centri federali d’asilo è una questione di fondamentale importanza”. Dal canto suo, il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi parla di «un incontro necessario a seguito di una decisione unilaterale adottata dalla Sem senza il dovuto coinvolgimento delle autorità locali. Il dialogo è stato riattivato, e questo costituisce un elemento importante. Il progetto pilota è stato sospeso e attendiamo ora ulteriori approfondimenti sotto il profilo legislativo. Il confronto ha permesso di esprimere nuovamente con chiarezza le preoccupazioni di Comuni e Cantone e di sottolineare la necessità di disporre di strumenti concreti ed efficaci per la gestione dei richiedenti l’asilo problematici. Più in generale, abbiamo richiamato l’attenzione sulle criticità che il Ticino affronta quotidianamente nel settore dell’asilo».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 19 febbraio 2026 de La Regione

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Sospeso il progetto pilota

Riunite nella cittadina, autorità comunali, cantonali e federali hanno deciso di congelare il test che prevedeva la creazione di un’area separata per i migranti problematici all’interno del Centro federale d’asilo – Ora spazio ad approfondimenti, coinvolgendo i Municipi di Balerna, Chiasso e Novazzano che chiedono un approccio più ampio.

Migranti indisciplinati: tutto da rifare, o quasi. Detto in altre parole: non sarà creata un’area separata per i migranti problematici all’interno del Centro federale d’asilo (CFA) di Pasture. Almeno, non subito come era stato annunciatolo scorso dicembre. Perché il progetto pilota della Segreteria di Stato della migrazione è congelato, come si suol dire in questi casi. È stato deciso ieri mattina a Chiasso, durante l’incontro che vedeva seduti attorno a un tavolo il segretario di Stato della migrazione Vincenzo Mascioli, Michela Crippa, responsabile in seno alla SEM della regione Ticino e Svizzera centrale, i sindaci di Balerna, Chiasso e Novazzano e i consiglieri di Stato Norman Gobbi e Raffaele De Rosa. Un incontro chiesto a gran voce dal Basso Mendrisiotto (e dal Cantone, vedi CdT del 30 dicembre), regione dove la preoccupazioni e reticenze per quanto prospettava la SEM erano emerse immediatamente.

Fiducia da ricostruire
«Il progetto è stato congelato, in attesa di approfondimenti. È un passo nella giusta direzione », riassume ed esordisce il sindaco di Balerna Luca Pagani. La richiesta iniziale avanzata dai tre sindaci, sostenuti dai consiglieri di Stato, ci viene spiegato, è stata di «abbandonare del tutto il progetto». Dopo un confronto «schietto e diretto» – aggiunge Pagani – si è trovato il compromesso: sospendere il test (che doveva durare sei mesi e iniziare in estate) per studiare insieme soluzioni che contemplino anche la gestione all’esterno del centro di Pasture dei richiedenti d’asilo che creano problemi. Abbiamo scritto «insieme » perché una delle critiche mosse alla SEM è stata, sin da subito, l’aver preso una decisione unilaterale senza coinvolgere le autorità locali. Un modo di agire che si cercherà ora di correggere. Un nuovo incontro tra le parti è già stato messo in agenda.
«Alle autorità federali abbiamo voluto far capire che il problema è il mantenimento duraturo sul territorio di persone che per legge andrebbero trasferite verso centri speciali, centri che però non ci sono anche se per legge dovrebbero esistere – prosegue Pagani riferendosi ai richiedenti l’asilo indisciplinati -. Il problema c’è e bisogna risolverlo, negarlo non serve. Se vogliamo risolverlo con il dialogo siamo i primi ad essere felici, altrimenti sarà un muro contro muro». Il sindaco di Balerna in questo caso si riallaccia alla decisione di attuare il progetto pilota a Pasture (così come a Flumenthal), presa senza interpellare i Municipi del Basso Mendrisiotto. Non per niente, non nega ancora Pagani, ieri mattina si è cercato anche di riallacciare dei rapporti che si erano un po’ incrinati: «Abbiamo cercato di riaprire il dialogo che era mancato quando la SEM ha preso una decisione unilaterale senza consultarci. Si è quindi cercato anche di risolvere una crisi di fiducia che era intervenuta tra autorità».

Dentro e fuori dai Centri
Con la decisione presa si volta quindi, per così dire, pagina. Partendo da un foglio bianco su cui, insieme, autorità comunali, cantonali e federali dovranno tratteggiare le misure da attuare per gestire quei migranti che infrangono le regole, dentro e fuori i Centri federali d’asilo. E la gestione della sicurezza all’esterno dei CFA è un punto fondamentale per le autorità locali. Una delle questioni da approfondire è quella dei Centri speciali, ma in generale delle «misure che possono essere prese a tutela del territorio».

Timori e «strumenti concreti»
Le richieste e le rivendicazioni del Basso Mendrisiotto sono state, come anticipato, sostenute dal Consiglio di Stato, rappresentato da Norman Gobbi e Raffaele De Rosa. «L’incontro ha rappresentato un passaggio necessario a seguito di una decisione unilaterale adottata dalla SEM senza il dovuto coinvolgimento delle autorità locali. Il dialogo è stato riattivato, e questo costituisce un elemento importante – reagisce il presidente del Governo Gobbi –. Il progetto pilota è stato sospeso e attendiamo ora ulteriori approfondimenti sotto il profilo legislativo. Il confronto ha permesso di esprimere nuovamente con chiarezza le preoccupazioni di Comuni e Cantone e di sottolineare la necessità di disporre di strumenti concreti ed efficaci per la gestione dei richiedenti l’asilo problematici. Più in generale, abbiamo richiamato l’attenzione sulle criticità che il Ticino affronta quotidianamente nel settore dell’asilo».

La visione della SEM
Il dialogo quindi è riaperto, come conferma anche la stessa SEM, a cui abbiamo chiesto un bilancio dell’incontro di ieri. Le posizioni delle parti sembrano in ogni caso sempre piuttosto lontane. «È stato un incontro produttivo», esordisce il portavoce della SEM Nicolas Cerclé, confermando che sarà seguito da «un secondo incontro alla fine di aprile per discutere nuovamente le prossime fasi del progetto pilota». A rimanere disallineate sembrano in particolare le posizioni sulla gestione della sicurezza fuori dai Centri: «La sicurezza all’esterno dei Centri federali d’asilo è di competenza della polizia cantonale. La Confederazione sostiene i Cantoni con pattugliamenti all’esterno dei CFA e con il pagamento di un importo forfettario (forfait di sicurezza) a sostegno del personale di sicurezza e di polizia. La sicurezza della popolazione nei dintorni dei Centri è una questione di fondamentale importanza per la SEM». Infine una precisazione sulla gestione di chi infrange le regole: «Il trasferimento di richiedenti l’asilo problematici da altri CFA o regioni d’asilo al CFA Pasture rimane assolutamente escluso. Questo nuovo concetto di alloggio è una misura operativa che si applica esclusivamente all’interno dei CFA». Ma questa per Pasture è eventuale musica del futuro.

I dettagli

Il piano annunciato e le reazioni politiche

Sei mesi di prova
La sperimentazione, della durata di sei mesi, implicava, lo ricordiamo, la separazione in una zona distinta del Centro di quei migranti (solo uomini e maggiorenni) che per via del loro comportamento sopra le righe rischiano di compromettere il funzionamento dell’intera sede (ad esempio chi si rende autore di comportamenti violenti nei confronti di altri richiedenti l’asilo e dei collaboratori del Centro o chi si è reso protagonista di atti di vandalismo). A Balerna l’area era prevista all’interno del CFA stesso.

Interrogativi al Governo
Del tema si è interessato anche il mondo politico, ad esempio il Gran Consiglio con un’interrogazione interpartitica sottoscritta da vari eletti del Mendrisiotto (primo firmatario Stefano Tonini) che avevano sottolineato i rischi per la sicurezza e la coesione sociale del mantenere sul territorio i richiedenti l’asilo con profili problematici.

Asilanti, ripartizione da migliorare

Asilanti, ripartizione da migliorare

La Camera dei Cantoni chiede di rivedere la prassi, tenendo maggiormente conto di tutti i criteri – Gobbi: «Bene, ma si considerino anche gli elementi più sostanziali»

La ripartizione dei richiedenti asilo fra i Cantoni è adeguata, ma l’attuale prassi va modificata per tenere maggiormente conto di tutti i criteri, come quello della popolazione residente. È quanto sostiene la Commissione della gestione degli Stati sulla base di un rapporto del Controllo parlamentare dell’amministrazione (CPA). Le persone che inoltrano una domanda d’asilo vengono inizialmente collocate in un centro federale d’asilo (CFA). Al più tardi dopo 140 giorni, la Segreteria di Stato della migrazione le attribuisce a un Cantone. In linea di massima la ripartizione avviene in proporzione alla popolazione. La quota del Ticino è del 4,03%. La SEM applica regole di ripartizione ritenute coerenti e sufficientemente concrete. Tuttavia l’attribuzione avviene soltanto parzialmente in modo proporzionale alla popolazione. La ripartizione si basa infatti su un algoritmo che però non tiene conto di tutti i criteri applicabili. Pertanto occorre apportare regolarmente modifiche manuali. Poiché quest’operazione non viene eseguita allo stesso modo in tutti i CFA, possono esserci disparità di trattamento tra i richiedenti l’asilo nel momento della loro attribuzione ai Cantoni. Per quanto riguarda i criteri di ripartizione, si raccomanda al Consiglio federale di esaminare se e in che modo l’algoritmo possa tener conto di tutti i criteri. Stando al rapporto del CPA, la ripartizione è complessa a causa di numerosi fattori: popolazione, diverse categorie di procedure (p. es. Dublino), numero di persone da ripartire, minorenni non accompagnati. Il solo sistema elettronico non consente una ripartizione adeguata perché tiene conto di numerosi fattori di ripartizione, ma non di tutti.

«I Cantoni con la presenza di centri federali hanno un vantaggio ma questo è indipendente dalla capienza dei CFA. È un problema. In Ticino c’è una presenza accresciuta di richiedenti », dice il capo del DI Norman Gobbi. «L’altro problema è la non considerazione della situazione dei Cantoni di frontiera, che sono maggiormente coinvolti anche nella gestione dei flussi. Quindi, ben vengano queste indicazioni sull’algoritmo, ma bisognerebbe tenere conto anche degli elementi più sostanziali». 

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 25 febbraio 2025 del Corriere del Ticino

Stranieri criminali: il problema esiste

Stranieri criminali: il problema esiste

C’è modo e modo di dare una notizia, ma c’è modo e modo anche di camuffare la realtà dando una notizia. È successo questa settimana sui quotidiani (anche ticinesi): 9mila stranieri sono stati condannati nel 2018 in Svizzera; di questi criminali stranieri, 1.693 sono stati espulsi dalla Svizzera. “C’è ancora chi tenta di sottovalutare il problema dei criminali stranieri – afferma il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. E infatti nessun media ha cercato di farci capire se queste condanne sono tante o poche rispetto all’insieme delle condanne comminate dalle autorità penali svizzere. E allora io dico che sono veramente tantissime, perché questi stranieri fanno parte di un ristretto gruppo persone. Non fanno parte dei cittadini stranieri con il permesso di dimora o di domicilio (la stragrande maggioranza della popolazione straniera in Svizzera, che ha raggiunto circa il 25% del totale degli abitanti), ma sono stranieri con permesso L (per dimoranti temporanei), permesso F (per persone ammesse provvisoriamente), permesso N (per richiedenti l’asilo), permesso S (per persone bisognose di protezione), lasciando fuori da questa statistica i frontalieri. Se pensiamo che 9mila condanne corrispondono a circa la metà del totale delle condanne comminate dai Tribunali elvetici per reati al codice penale, ma che la popolazione di riferimento di questi stranieri non supera il 5% dell’insieme della popolazione in Svizzera, ben si comprende l’alto tasso di criminalità legato alla loro presenza” – sottolinea il consigliere di Stato Norman Gobbi.

Il gruppo più numeroso è rappresentato da cittadini provenienti dall’Africa, seguito da quelli degli Stati dell’ex Jugoslavia. “Rimango sempre basito quando sento che non c’è un problema di criminalità con determinate categorie di stranieri. E lo dico senza fare generalizzazioni, ma perché i dati mostrano chiaramente un’altra cosa. Credo sia giusto non banalizzare la questione e discreditare chi dichiara che qui siamo di fronte a un problema. E sono convinto che la lotta contro questo genere di criminali debba proseguire sulla scorta di quanto definito dal codice penale”. Allargando le cifre, prendendo quindi in considerazione non solo le condanne per reati al Codice penale, ma anche quelle contro la Legge della circolazione, la legge stupefacenti e la legge stranieri, osserviamo che nel 2018 gli svizzeri condannati sono stati 41mila, gli stranieri 57mila, di cui 24mila dimoranti o domiciliati, 31mila con altri tipi di permesso (vedi sopra) e 1700 con uno statuto sconosciuto. Teniamo sempre conto che la popolazione straniera rappresenta il 25% circa del totale degli abitanti in Svizzera.

Si parla tanto di integrazione, ma questi dati mettono a nudo una realtà diversa. “La Confederazione e il Cantone, anche per il tramite del Dipartimento delle istituzioni, nonché i Comuni e numerose associazioni fanno un’attiva azione rivolta all’integrazione degli stranieri. Ma è evidente che chi vuole davvero integrarsi – sia nella fase di richiesta dell’asilo, sia dopo l’ottenimento di un permesso di rifugiato – non fa parte di questo gruppo  a rischio, generalmente composto da giovani adulti tra i 19 e i 29 anni ”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

 

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

Sicurezza – Espulso un presunto terrorista

L’articolo e la mia intervista – a cura di Gianni Righinetti e Massimo Solari – sono stati pubblicati sull’edizione del Corriere del Ticino del 10 agosto 2018

Bloccato al confine e rimpatriato un migrante nordafricano sospettato di avere legami con ambienti radicalizzati I servizi segreti lo ritenevano una minaccia per la sicurezza interna – Matteo Cocchi: «Cruciale il gioco di squadra»

L’ombra del terrorismo islamico torna a sfiorare il Ticino. Grazie al lavoro congiunto delle autorità federali e di quelle cantonali la minaccia la scorsa primavera si è però arrestata al confine. A seguito delle analisi dei servizi segreti della Confederazione e al conseguente divieto d’entrata emanato a livello nazionale, un uomo nordafricano è stato fermato dopo un controllo avvenuto alla frontiera. Era ritenuto un pericolo per la sicurezza interna del Paese, a fronte di presunti legami con il terrorismo di matrice islamica. Il tutto con la Svizzera che gli sarebbe servita quale nazione di transito, dopo aver fatto richiesta d’asilo. L’agire del migrante è però stato bloccato e la procedura amministrativa portata avanti dalla Sezione della popolazione e dalla polizia cantonale mercoledì è sfociata nel rimpatrio forzato dell’uomo nel suo Paese d’origine.

Il fermo è avvenuto nel Mendrisiotto già alcuni mesi fa, quando in occasione di un controllo il nome dell’uomo ha fatto scattare l’allarme. «Su questa persona pendeva un divieto d’entrata sul territorio svizzero, emanato dalle autorità federali» spiega, da noi contattato, il comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi. «Nell’ambito del proprio lavoro d’indagine a protezione dello Stato – sottolinea –, gli enti preposti avevano infatti ritenuto la figura in questione un pericolo per la sicurezza interna». Nel dettaglio, la Svizzera sarebbe dovuta servire al diretto interessato come nazione di transito. Da qui l’intenzione di avanzare una richiesta d’asilo al fine di sfruttare il nostro territorio, bloccata però sul nascere grazie alla messa in rete e la condivisione del divieto a livello cantonale e comunale.

«Ne è scaturito un iter, è importante dirlo, di natura amministrativa, che ha visto la Sezione della popolazione del Canton Ticino e la polizia cantonale attivarsi in prima battuta» evidenzia Cocchi. Per poi aggiungere: «Ha fatto seguito il coordinamento con i partner a livello federale per l’applicazione di tutte quelle misure che, mercoledì, hanno portato la stessa polizia cantonale a mettere in atto la decisione amministrativa di espulsione». E come detto – dopo un periodo di carcerazione –, accompagnato dagli agenti della cantonale per l’uomo è scattato il rimpatrio forzato nel proprio Paese d’origine nel Nord Africa tramite un volo speciale. La riuscita dell’operazione, tiene a evidenziare il comandante della polizia cantonale, «è da ricondurre al gioco di squadra delle forze in campo». Ciò detto, Cocchi pone l’accento sul fatto che «il Canton Ticino per questo specifico caso ha fatto il suo e l’ha fatto ottimamente. Nell’ambito della sicurezza nazionale abbiamo infatti raggiunto un livello tale che nelle operazioni coordinate con le autorità federali riusciamo a farci ascoltare e dunque ad avere voce in capitolo». Il nostro interlocutore rimarca inoltre l’importanza dell’episodio agli occhi della popolazione: «La rete sul piano nazionale e cantonale ha dimostrato di funzionare una volta di più. A riprova della positività del lavoro squadra. Il Ticino senza la Confederazione non può fare nulla e viceversa. Di casi simili non ve ne sono stati molti in passato, in futuro è però probabile che situazioni di questo tipo possano ripresentarsi». Due recenti episodi erano stati svelati dal Corriere del Ticino, che il 29 agosto scorso aveva riferito dell’espulsione dal nostro territorio di un turco e di un afgano che vivevano a contatto con ambienti radicalizzati.

Ma con che grado di allerta va interpretata la pericolosità per la sicurezza interna accostata all’uomo rimpatriato? chiediamo a Cocchi. «Il grado di pericolosità per la Svizzera riferito a questo personaggio è quello generalizzato, che è presente ma non risulta essere concreto. Come qualsiasi paese europeo risultiamo essere a rischio, ma attualmente non vi sono minacce effettive per il territorio nazionale e ticinese». È chiaro che se qualcuno utilizza la Svizzera come via di transito, ecco che diventa pericoloso sia per gli altri sia per noi stessi. Mi sento in tal senso di poter dire che il lavoro congiunto della Sezione della popolazione, della polizia cantonale e della Fedpol ha permesso di arginare il sorgere di un problema, non solo per gli svizzeri ma forse anche per altri paesi».

L’INTERVISTA Norman Gobbi*

«Lupo travestito da agnello: è il quinto caso in Ticino»

Ad annunciare il successo dell’operazione di intelligence è stato il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi con un post sulla sua pagina Facebook. Lo abbiamo intervistato.

La prevenzione in Ticino ha vinto una volta ancora. Un pericoloso migrante, camuffato da richiedente l’asilo è stato smascherato. Ci si deve chiedere se, di fronte a questi casi che si ripetono, siamo davvero un paese a rischio?

«Non è il primo caso, è già il quinto di questo genere che trattiamo come autorità cantonale e che è andato a buon fine. In questo ambito va proprio detto che l’unione fa la forza, ed è stata la collaborazione di tutti che ha permesso di potere dire con orgoglio che questo pericoloso uomo non è più in Ticino».

Il fatto che voleva mettere radici da noi nascondendosi dietro a quello che è un diritto per persone in difficoltà, come richiedente l’asilo, cosa le fa dire?

«Che l’attenzione e i controlli, anche se qualcuno reputa siano eccessivi, si dimostrano giustificati e utili per la sicurezza e l’incolumità di tutti. Purtroppo c’è chi tenta di approfittare per propri fini certamente non nobili. Sono quelli che io descrivo come lupi vestiti d’agnello».

Ma com’è andata?

«Il sistema di controllo e di depistaggio che sono attivi già alla frontiera ha permesso di riconoscerlo. La scheda elaborata dai servizi segreti ha dato gli elementi necessari per arrestarlo e poi procedere con tutte le misure di allontanamento forzato che si sono concluse nella giornata di mercoledì 8 agosto. Solo quando abbiamo avuto la certezza che non fosse più qui, ma nel suo paese africano d’origine, abbiamo tirato un giustificato sospiro di sollievo».

E questo è il lato positivo. Grazie a chi in particolare?

«Al lavoro attento, serio e puntiglioso di molte donne e uomini che lavorano all’ombra dei riflettori, con grande confidenzialità e con quello che si definisce il senso dello Stato, per rendere più sicuri e tranquilli tutti noi. Sono orgoglioso di queste persone, che hanno un nome, un cognome e una propria vita e che danno tutto per il loro importante lavoro».

Ora si tratterà di alzare ulteriormente la guardia?

«Direi piuttosto di essere ben coscienti che il pericolo s’insinua spesso dove credi che non ci possa o debba essere. Quello dei flussi migratori è una nicchia che, è dimostrato, viene anche sfruttata bassamente».

Dei cinque casi ticinesi, due li avevamo anche raccontati sul Corriere del Ticino un anno fa: un turco e un afgano. Uno con lo statuto di rifugiato, l’altro con quello di richiedente l’asilo. Ricorda? Dobbiamo avere paura?

«Li ricordo eccome, due casi delicati e problematici. Io dico di no, non dobbiamo iniziare ad avere paura, perché è proprio quello l’obiettivo finale di questi movimenti radicalizzati: insinuare la paura nella popolazione. Ricordo anche che la Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi, tuttavia l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra autorità politiche e forze dell’ordine a livello nazionale e internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni».

Non le chiederò dettagli sul lavoro d’intelligence. Ma è un lavoro fatto in particolare in Ticino?

«L’antenna ticinese sotto la polizia cantonale che riferisce direttamente alla polizia federale e ai servizi segreti della Confederazione è certamente territoriale. Per quanto concerne la migrazione, per contro, la gestione è maggiormente centralizzata con il contributo dei servizi ticinesi quando necessario. La condivisione delle informazioni dalla Svizzera con gli altri Paesi è sempre più importante. Il migrante espulso poteva arrivare anche in un altro paese d’Europa, penso a Italia, Francia e Germania. Il fronte dell’intelligence è sempre più globale, la cooperazione vede tutti al fronte perché l’obiettivo non è solo che non arrivi in Svizzera, ma da nessuna parte nel nostro continente».

Questo compito richiede mezzi e investimenti. Da questo punto siamo ben messi?

«L’attenzione politica mi sembra ci sia e i mezzi necessari impiegati sono importanti. Ma anche per il tramite del nuovo direttore dei servizi segreti svizzeri Jean Phlippe Gaudin abbiamo chiesto più risorse perché la minaccia terroristica richiede più risorse per combatterla».

Concludiamo con una curiosità. Nel suo post su Facebook c’era una foto con lei e il collega socialista Manuele Bertoli. Una scelta mirata o un caso?

«Si tratta di un caso, ho pescato una foto e l’ho inserita. Tra l’altro Manuele è un po’ di spalle. Comunque non c’è alcun intendimento polemico o altro. Credo che la sicurezza e la necessità di mantenere attenzione di fronte a questi fenomeni non è una questione di colore politico. Ho colleghi di giustizia e polizia non della mia area politica ma di un fronte progressista. È il caso a Zurigo, ad Argovia e in altri Cantoni».

Migranti: Rancate prima e dopo

Migranti: Rancate prima e dopo

Presentato un Rapporto sul primo anno e mezzo di attività del Centro temporaneo di accoglienza di Rancate – Norman Gobbi: «Problemi non ce ne sono stati».

Sino alla fine del 2018 il Centro per migranti resterà a Rancate. Anche perché il fenomeno delle persone decise a dirigere a nord, e non a chiedere asilo alla Svizzera, non si esaurirà a breve, sebbene il numero delle presenze fluttui (la notte di mercoledì, ad esempio, ne sono stati ospitati 5). E dal gennaio 2019 cosa succederà? Le opzioni logistiche sono ancora aperte. Una cosa è certa, soprattutto a mente di Norman Gobbi: la struttura non sarà più in un capannone, ma semmai modulabile sulle esigenze del momento (e della pressione migratoria), e soprattutto dovrà situarsi nelle vicinanze della frontiera. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni per ora non si sbilancia più di tanto: i prossimi mesi serviranno, del resto, ai servizi cantonali per trovare una soluzione adeguata, di concerto con l’autorità federale, che dal 2017 si è fatta carico dei costi per la sicurezza. E qui viene naturale pensare in particolare allo stabile della Confederazione in via Motta a Chiasso, l’attuale Centro di registrazione e procedura per richiedenti l’asilo destinato a ‘traslocare’ in località Pasture, fra Balerna e Novazzano. «Via Motta potrebbe essere una possibilità – ammette il consigliere di Stato -, inserendovi però tutti gli altri punti di triage che al momento utilizzano già sia la Sem (la Segreteria di Stato della migrazione, ndr) che le Guardie di confine. E questo per ‘liberare spazi’ in stazione o nelle altre superfici private attorno all’infrastruttura ferroviaria adibite a queste operazioni. È lì, peraltro, che si trova il fulcro. Vi devono essere, comunque, altre varianti da valutare». Sono già state individuate? «Non ancora. È una discussione – conferma Gobbi – che dovremo fare con la Confederazione, visto che ha partecipato e partecipa al finanziamento dell’operatività della struttura, con l’intento appunto di identificare soluzioni definitive – che non siano in affitto in un capannone industriale come oggi – anche alla luce del nuovo assetto pianificato dalla Sem». L’ubicazione, però, è un tema sensibile per Chiasso, Balerna e Novazzano, che in una lettera al governo hanno esternato i loro sentimenti: il Centro d’asilo a Pasture basta e avanza, quindi si suggerisce di guardare oltre il ponte diga di Melide (cfr. ‘laRegione’ del 4 dicembre). «Di fatto è un controsenso, parlando di riammissioni verso l’Italia – risponde a distanza il capo del Di -. Da qui la bontà della scelta di Rancate, dove in questo anno e mezzo di problemi, d’altro canto, non ce ne sono stati. La prossimità al confine deve essere data, dovendo collaborare con la Polizia di frontiera italiana. C’è una necessità e sussiste un vincolo che non deve generare maggiori costi operativi di quelli che potrebbero essere, invece, ridotti in una nuova struttura: distanze più lunghe comportano più trasporti, con quello che ne consegue». Restando sulle spese sostenute: grazie a un accordo stretto con l’Amministrazione federale delle dogane, gli oneri 2017, come detto, saranno coperti da Berna. Non solo, il Consiglio di Stato attende di conoscere l’esito della mozione presentata dal consigliere agli Stati Fabio Abate su possibili aiuti finanziari ai Cantoni che gestiscono centri simili a quello di Rancate: la disponibilità del Consiglio federale e della Camera alta sono state dichiarate, ora tocca al Nazionale. Potrebbe modificare i termini della convenzione? «Di fatto fisserebbe una base legale formale a maggiore sostegno di quanto la Confederazione già fa adesso – spiega ancora Gobbi -. Non a caso abbiamo cercato, nel comune interesse, di ridurre le risorse investite nella gestione, al fine di ottimizzare i costi e rivedere determinate procedure, senza venire meno alla tutela dei diritti di chi è coinvolto. In tal senso si è rivisto il dispositivo e faremo meno appoggio a enti esterni». In altre parole, più agenti di polizia e guardie di confine e meno sicurezza privata, da modulare sulle presenze giornaliere. I dati sono tutti in un ‘Rapporto informativo’ vergato dal governo che sarà consegnato al parlamento. Un bilancio che fra le righe ribadisce i buoni rapporti con i vicini – «chi reclama non ha per nulla ragione: sono parte molto diligente» – e fa emergere la dignità della soluzione, riconosciuta anche dalla Commissione nazionale della tortura.

Rancate: tra bilanci e previsioni per il centro migranti

Rancate: tra bilanci e previsioni per il centro migranti

Articolo apparso nell’edizione di venerdì 26 gennaio 2018 del Corriere del Ticino

Sono state 10.830, con tendenza al calo, le persone che dal 1. settembre 2016 al 31 dicembre 2017 hanno pernottato al centro temporaneo per migranti in procedura di riammissione semplificata con sede a Rancate. I dati sono stati resi noti ieri dal Dipartimento delle istituzioni; la nota diffusa conferma inoltre l’approvazione da parte del Consiglio di Stato del Rapporto informativo 2017 sulla gestione del centro.

Il Dipartimento è però già attivo nel valutare opzioni alternative a questa struttura: «Il centro è nato per essere provvisorio, – ci ha detto il capo Dipartimento Norman Gobbi – è un capannone industriale adattato in modo da svolgere al meglio il proprio compito». È naturale quindi che vengano considerate opzioni papabili per continuare a fornire il servizio, ha spiegato Gobbi. Il Cantone ha messo a disposizione degli ospiti di Rancate spazi consoni anche ai migranti bisognosi di attenzioni particolari. L’adeguatezza della struttura è stata riconosciuta anche dalla Commissione nazionale per la tortura che ha espresso una valutazione positiva, si ricorda nella nota del Cantone. Il Dipartimento, come detto, sta quindi ancora valutando dove spostare il servizio offerto attualmente dalla struttura. Ancora non si sa se i migranti accolti a Rancate verranno in futuro ospitati in un centro a Balerna: «È un opzione tuttora in esame», ha precisato Gobbi, per poi aggiungere che la lettera mandata dai Comuni della zona in opposizione alla costruzione di questa struttura è stata presa in considerazione. «Sarà la Confederazione a valutare in ultima istanza e, in base alla soluzione trovata, si conosceranno anche le tempistiche della chiusura di Rancate», ha concluso il ministro.

Discorso pronunciato alla Giornata cantonale dell’integrazione

Discorso pronunciato alla Giornata cantonale dell’integrazione

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Giornata cantonale dell’integrazione | (fa stato il discorso orale)

Egregi signori,
Gentili signore,

Vi saluto a nome del Consiglio di Stato e vi ringrazio per aver accolto l’invito da parte del Delegato per l’integrazione a partecipare a questo momento di discussione sul tema della migrazione e dell’integrazione nel contesto ticinese.

Un tema quello dell’integrazione che si è fatto sentire sempre più importante, alla luce di un flusso migratorio che è cresciuto negli ultimi anni e che ha toccato anche la nostra realtà da vicino, e a fatti che hanno purtroppo colpito Paesi a noi vicini. Una riflessione su questo tema, ma anche delle azioni mirate all’integrazione, si fanno quindi sempre più necessari.

L’integrazione è in effetti essenziale nella lotta contro la radicalizzazione, e può contribuire a evitare che certi scenari che vediamo in altre zone dell’Europa si palesino anche alle nostre latitudini. Anche nel nostro Cantone siamo stati toccati da episodi nei quali persone che hanno vissuto o transitato sul nostro territorio, persone che a detta di molti erano ben inseriti nella nostra società, sono stati denunciati per le loro tendenze estremiste. Questi casi sono a mio avviso esemplari di come non sia sufficiente nascere e crescere in un Paese per essere ben integrati, e che sia necessario in ogni caso un importante lavoro su questo fronte, con il quale trasmettere ai nuovi arrivati la cultura e i valori sui quali si basa la nostra società.

Quest’anno termina il primo Programma d’integrazione cantonale quadriennale, promosso in maniera congiunta da Confederazione e Cantoni, con il quale si sono voluti perseguire tre obiettivi principali:

-rafforzare la coesione sociale sulla base dei valori sanciti dalla Costituzione federale;

-promuovere un atteggiamento di reciproca attenzione e tolleranza nella popolazione residente autoctona e straniera;

-garantire pari opportunità di partecipazione degli stranieri alla vita economica, sociale e culturale della Svizzera.

Il lavoro svolto fino ad ora dal nostro Servizio per l’integrazione degli stranieri ha permesso di concretizzare questi obiettivi generali in oltre novanta progetti promossi da enti, associazioni, organizzazioni, comunità di stranieri e strutture ordinarie.

È attualmente in consultazione in Governo il nuovo Piano d’integrazione cantonale, che si estenderà dall’anno prossimo fino al 2021, e che per la prima volta sarebbe interamente allestito e coordinato da tre Dipartimenti, con DSS e DECS, oltre a quello che dirigo. Uno dei punti fondamentali sul quale ci vorremmo concentrare in questo nuovo piano è un maggiore e migliore coinvolgimento dei Comuni, che sono il punto di contatto più vicino per la popolazione straniera con le istituzioni, e che quindi rivestono un ruolo centrale nel processo d’integrazione residenti sul nostro territorio. È importante quindi che i Comuni assumano un ruolo attivo nella prima informazione agli stranieri e nell’integrazione sociale. In particolar modo sarà necessario rivolgere una particolare attenzione alle persone con passato migratorio in ambito di asilo, per le quali le competenze sociali, la conoscenza della lingua e la formazione professionale sono da considerarsi prioritarie.

Come Cantone stiamo quindi lavorando per una sempre maggiore integrazione della popolazione straniera sul nostro territorio, per poter garantire un’adeguata coesione sociale. In questo modo sono certo che potremo scongiurare la possibilità che si creino delle pericolose società parallele, nelle quali si potrebbero istaurare delle ideologie estremiste, e impegnarci quindi a favore di una maggiore sicurezza per tutta la popolazione in Ticino.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Giornata cantonale dell’integrazione: incontro informativo sul tema della migrazione

Giornata cantonale dell’integrazione: incontro informativo sul tema della migrazione

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Migrazione e integrazione nel contesto ticinese saranno i temi al centro dell’evento annuale organizzato dal Delegato per l’integrazione degli stranieri del Dipartimento delle istituzioni.

L’appuntamento – aperto al pubblico tramite iscrizione con il modulo online – è fissato per

Venerdì, 22 settembre 2017
dalle ore 13.00 alle 17.15
a Biasca
nella sala Polivalente del Centro scolastico SPAI

Dopo un’introduzione dedicata ai saluti da parte delle Autorità cantonali e comunali, tra le quali il Consigliere di Stato Norman Gobbi, e successivamente alla presentazione della rivista FORUM “Migrazione e integrazione: focus sul Ticino” seguiranno nel corso del pomeriggio due tavole rotonde.

La prima, dedicata al tema della Politica d’integrazione, sarà moderata dalla giornalista e Direttrice del Giornale del Popolo Alessandra Zumthor. Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi sarà uno degli ospiti che prenderanno la parola durante la discussione.

La seconda tavola rotonda, moderata dalla giornalista Christelle Campana, sarà invece
focalizzata sul tema del lavoro e dell’integrazione.

Il pragmatismo Svizzero: ecco come il Ticino ha gestito i flussi migratori!

Il pragmatismo Svizzero: ecco come il Ticino ha gestito i flussi migratori!

Dal Mattino della domenica | Il Consigliere di Stato Norman Gobbi stila un primo bilancio dell’estate 2017 sul fronte delle entrate illegali nel nostro Paese

Davanti all’incertezza e all’imprevedibilità dell’evolversi della pressione migratoria ai nostri confini, il Ticino non si è fatto cogliere impreparato; nello stile che caratterizza l’essenza della Confederazione elvetica, con pragmatismo e concretezza abbiamo trovato la soluzione ottimale e funzionale per far fronte a quella che – di fatto lo è – un’emergenza che varca i nostri confini e che colpisce tutto il continente europeo. Con questo spirito, per far fronte all’importante afflusso che ha colpito le nostre frontiere nella calda estate del 2016, ci siamo organizzati per gestire una situazione di emergenza. Facciamo quindi un passo indietro, e torniamo all’estate dello scorso anno quando, grazie al nostro lavoro e alla nostra intraprendenza, abbiamo offerto un servizio non solo a tutta la popolazione ticinese ma anche al resto della Svizzera! Un anno fa, infatti, abbiamo dovuto gestire un cambio di tendenza: i migranti non bussavano più alla nostra porta per richiedere l’asilo nel nostro Paese ma volevano semplicemente usare la Svizzera come via di transito per raggiungere il nord Europa e quei Paesi con un approccio differente in materia di rifugiati. Secondo gli accordi di Dublino però, questo non era – e non lo è tuttora – possibile e queste persone devono far rientro nello Stato nel quale sono stati registrati, ovvero l’Italia. Per questo motivo abbiamo dovuto ideare un dispositivo che consentisse di velocizzare le pratiche con un gran numero di persone da riammettere in Italia e al contempo offrire una struttura sicura, in una località adatta a questo genere di finalità. Le strutture della protezione civile, situate perlopiù nei centri abitati dei Comuni del Mendrisiotto, non si prestavano a questa necessità, pertanto abbiamo realizzato il Centro di Rancate. Una struttura che si adatta perfettamente alle esigenze di accoglienza e flessibilità necessarie in un contesto mutevole come quello dei flussi migratori.

Ma dallo scorso anno qualcosa in effetti è cambiato. Le stime della Confederazione sugli arrivi sono state smentite nel corso dell’estate che – complice anche il calo delle temperature – si sta concludendo. È presto per tirare un bilancio definitivo. Ma sicuramente possiamo fare una serie di valutazioni. Un fenomeno nuovo ha caratterizzato i mesi estivi: nonostante il numero di sbarchi sulle coste italiane sia rimasto immutato rispetto al 2016, la pressione migratoria a Chiasso è calata notevolmente rispetto allo steso periodo dello scorso anno. Ma allora, dove sono finite queste persone? È proprio questo il punto centrale: non abbiamo segnali che ci possano confermare che il grande numero di persone giunte in Italia e presenti tutt’ora sul territorio italiano non siano intenzionate a seguire le rotte che sono state utilizzate negli scorsi anni. Evidentemente il grande e minuzioso controllo che è stato attivato dalla Confederazione e dal Cantone alla frontiera sud della Svizzera ha giocato un ruolo deterrente, scoraggiando coloro che volevano attraversare l’Europa utilizzando il nostro Paese come corridoio. Questa è sicuramente un’ipotesi valida. Ma oltretutto non va dimenticato che i nostri vicini italiani hanno finalmente iniziato a giocare la propria parte – complici anche gli aiuti stanziati dall’Unione europea ai singoli Stati – per gestire la crisi migratoria. Di conseguenza hanno iniziato a registrare in maniera sistematica le persone in arrivo sul loro territorio e si sono anche adoperati per migliorare la gestione dei centri di affluenza. Sono due letture che possono spiegare i motivi che hanno portato un minor numero di persone a presentarsi alla nostra frontiera sud. Calate le cifre, qualcuno ha quindi ben pensato di domandarsi se avesse senso mantenere una struttura come quella di Rancate. E la mia risposta è ovviamente sì. Un sì convinto, perché quella del mendrisiotto è la struttura di cui si necessitava per far fronte ai repentini cambiamenti che caratterizzano i flussi migratori. Un centro per il quale, va rammentato, la Confederazione finanzia i costi legati alla sicurezza. Un centro che resterà operativo fino alla fine del 2018. Così infatti ha deciso il Governo. E non dimentichiamo che se non ci fosse stato Rancate, queste persone avrebbero dovuto pernottare per una sola notte nel centro di nuclei abitati. E non da ultimo anche grazie a questa struttura nella zona vi è stato un accrescimento del dispositivo di sicurezza, grazie alle numerose forze dell’ordine in servizio nel territorio mo’mo’.

La soluzione ticinese quindi ancora una volta si è rivelata efficace e utile. Ma questo è appunto il frutto del pragmatismo che ci contraddistingue. Da una parte il rispetto del sacrosanto principio del federalismo, che regge il nostro sistema politico. Il nostro Cantone – spesso officina di quei fenomeni che interesseranno solo in un secondo tempo il resto del Paese – ha trovato la soluzione ideale e concreta per tutta la Svizzera. Una soluzione di cui beneficiano tutte le istituzioni dei vari livelli del federalismo: i Comun, tutti gli altri Cantoni e anche la Confederazione. Ci tengo una volta ancora a ribadire e a sottolineare i punti di forza del Centro di Rancate. Perché si sa che da noi, soprattutto per la sinistra casalinga, è più facile puntare il dito contro quando le cose non funzionano piuttosto che riconoscere quando invece funzionano, a beneficio di sicurezza e legalità! Un plauso al Ticino e quindi a tutti noi, che siamo riusciti a concretizzare l’essenza del federalismo svizzero con una soluzione concreta e funzionale!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato
e Direttore del Dipartimento delle istituzioni