La CDDGP elegge Karin Kayser-Frutschi alla presidenza

La CDDGP elegge Karin Kayser-Frutschi alla presidenza

Comunicato stampa sull’Assemblea di primavera del 2 maggio 2025

In occasione della sua Assemblea di primavera, la Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP) ha eletto la Consigliera di Stato Karin Kayser-Frutschi (NW) alla carica di presidente. Le direttrici e i direttori cantonali di giustizia e polizia si sono confrontati con il capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) sulla situazione nel settore dell’asilo e della sicurezza pubblica in Svizzera.

Scambio di opinioni con il capo del DFGP sul settore dell’asilo e su altri temi legati alla sicurezza pubblica
Nel corso dell’Assemblea di primavera tenutasi quest’anno a Berna, la CDDGP ha nuovamente affrontato la questione dell’asilo, in particolare la gestione dei richiedenti l’asilo autori di reati.
Ha preso atto dell’imminente istituzione della “Taskforce per delinquenti recidivi LStrI (AIG/AsyIG)”, da lei stessa proposta, e delle discussioni in corso su un inasprimento della detenzione amministrativa prevista dalla legge sull’immigrazione per garantire l’allontanamento delle persone soggette a decisione di espulsione.

Il Consigliere federale Beat Jans ha informato i membri della CDDGP sulla situazione europea nel settore dell’asilo e sulla prevista attuazione a livello nazionale del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Si tratta, ha dichiarato, di un compito congiunto. “La Confederazione, i Cantoni, la società civile e il Parlamento lavoreranno assieme come partner per raggiungere questo obiettivo”.
Il capo del DFGP e i membri della Conferenza hanno inoltre discusso di ulteriori questioni relative alla sicurezza pubblica, tra cui il miglioramento dello scambio di informazioni tra le forze di polizia e la base legale per contrastare il fenomeno del teppismo.
La neoeletta presidente della CDDGP ha accolto con favore l’istituzione della Taskforce per delinquenti ripetitivi: “Con la Taskforce appena istituita, possiamo intraprendere azioni mirate e coerenti contro i richiedenti l’asilo criminali. Decisiva sarà la buona collaborazione tra le diverse autorità federali e cantonali“.

Nuove nomine alla presidenza
In seguito alle dimissioni del copresidente Alain Ribaux (NE), la CDDGP ha eletto Karin Kayser-Frutschi (NW), già copresidente, quale presidente unica.
Allo stesso tempo, ha eletto nel Comitato direttivo i Consiglieri di Stato Romain Collaud (FR) e Vassilis Venizelos (VD). Subentrano ai Consiglieri di Stato Alain Ribaux (NE) e Frédéric Favre (VS), che non si sono più ricandidati nei rispettivi Cantoni e lasciano quindi la Conferenza.

Rafforzare la cooperazione intercantonale nella giustizia minorile
La Conferenza sostiene inoltre la creazione di una Conferenza specialistica intercantonale delle autorità giudiziarie minorili, avendo riscontrato lacune nella collaborazione e nel coordinamento intercantonale in questo ambito. La coordinazione specialistica di questo settore dovrebbe, ad esempio, consentire lo sviluppo di raccomandazioni e lo scambio di buone pratiche.

 

Sicurezza, priorità assoluta ma inevitabilmente onerosa

Sicurezza, priorità assoluta ma inevitabilmente onerosa

Norman Gobbi si esprime su un investimento strategico di crescente complessità

In un’epoca segnata da incertezze globali, nuove forme di conflitto e una crescente vulnerabilità, la sicurezza — intesa come tutela delle fondamenta vitali della società — è diventata una priorità imprescindibile per gli Stati.
“Non si tratta solo di prevenire incidenti o di proteggere specifiche categorie di persone”, spiega Norman Gobbi, “ma di garantire la stabilità delle istituzioni democratiche, l’integrità del territorio nazionale, la coesione sociale e la salvaguardia dei cittadini da minacce sempre più complesse”.
Gobbi sottolinea anche un aspetto spesso trascurato: “Tutto questo ha un costo, e comprenderne l’entità e la natura è fondamentale per valutare con lucidità quanto siamo disposti a investire per sentirci — e soprattutto essere — al sicuro”.
La spesa pubblica destinata alla sicurezza copre ambiti estremamente eterogenei: forze di polizia, esercito, servizi di intelligence, magistratura, sistema carcerario, protezione civile, guardie di confine e cybersicurezza.
“Si tratta di un apparato articolato e interconnesso, spesso invisibile, ma inevitabilmente oneroso. Richiede personale altamente qualificato, tecnologie all’avanguardia, infrastrutture logistiche, capacità operative e un aggiornamento continuo. A questi si aggiungono i costi indiretti legati alla prevenzione della criminalità, alla gestione delle emergenze, al contrasto del terrorismo e della disinformazione”, prosegue il Consigliere di Stato.
Anche in Svizzera, come nel resto d’Europa, la spesa per la sicurezza è in costante aumento. “ Non si tratta solo di fronteggiare nuove minacce”, osserva Gobbi, “ ma anche di adattarsi a un contesto in cui la linea di confine tra sicurezza interna ed esterna è sempre più sfumata. Le crisi migratorie, la guerra in Ucraina, gli attacchi informatici e la criminalità organizzata transnazionale dimostrano come i pericoli possano oltrepassare le frontiere in modo rapido e imprevedibile”.
In un simile scenario, aggiunge, nessun Cantone né Stato può permettersi di operare in isolamento. “La sicurezza moderna deve essere integrata, multilivello e fondata sulla cooperazione. Ma questo comporta un inevitabile aumento della complessità organizzativa, dei processi decisionali e, di conseguenza, dei costi”.
In conclusione, la sicurezza — intesa come protezione delle basi esistenziali della società — non è una voce di bilancio opzionale, bensì un investimento strategico.“ Detto ciò”, avverte Gobbi, “non possiamo immaginare un investimento illimitato o sottratto a una valutazione critica. La vera sfida è trovare il giusto equilibrio: garantire protezione senza eccedere nella sorveglianza, tutelare l’interesse collettivo senza comprimere i diritti individuali, impiegare le risorse in modo oculato senza cadere nella logica dell’emergenza permanente. Solo così potremo costruire un sistema di sicurezza solido, sostenibile e realmente democratico”.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 4 maggio 2025 de Il Mattino della domenica

«Vogliamo essere una voce per la politica di sicurezza»

«Vogliamo essere una voce per la politica di sicurezza»

Il brigadiere Stefano Laffranchini si candida alla presidenza della Società Ticinese degli Ufficiali – «Il nostro obiettivo è di essere più presenti nel dibattito pubblico: sempre meno persone entrano in contatto con il militare»
 
Cambio al vertice della Società Ticinese degli Ufficiali (STU): l’attuale presidente, il tenente colonnello di stato maggiore generale Manuel Rigozzi, ha raggiunto il limite di sei anni imposti dagli statuti dell’associazione. Il candidato alla successione è il brigadiere Stefano Laffranchini. Oggi, in occasione dell’assemblea annuale della STU a Chiasso, si terrà l’elezione del nuovo presidente.
 

È la prima volta che un brigadiere si candida a capo della Società Ticinese degli Ufficiali. Si tratta di un segnale da interpretare?
«No, il grado è indifferente. La presidenza della STU è un onore. Non è un segnale e non è rilevante con quale grado militare ci si occupa di questo ruolo. Ciò che conta è quanto si può coinvolgere i soci per raggiungere gli obiettivi che l’associazione si pone. Si tratta di essere a capo di persone estremamente eterogenee, ma accomunate da una cultura gestionale e da valori che vengono trasmessi dall’esercito».

La difesa e la sicurezza stanno tornando sempre più d’attualità nel dibattito pubblico. Quale deve essere l’impronta del nuovo presidente?
«Quello che vorrei è una Società degli ufficiali che possa prendere posizione attivamente sui temi legati alla politica di sicurezza e che contribuisca alla formazione delle opinioni. Viviamo in un’epoca di incertezze e cambiamenti non solo geopolitici e strategici, ma anche climatici, l’alluvione in Vallemaggia ne è un esempio. Non riguarda solo l’esercito, ma tutti gli aspetti della sicurezza integrata, la protezione civile, il servizio civile, la milizia».

Cosa rappresenta per lei la milizia?
«È quasi un concetto filosofico e forse la cosa più nobile che può fare un cittadino per il suo Stato. Significa mettersi a disposizione della collettività. È anche un modo per mantenere una coesione e per non ampliare il divario tra le istituzioni e il cittadino. Ciò vale per il militare, per la politica, le organizzazioni di primo soccorso e le associazioni benefiche. È un concetto che unisce e rende concreto il senso di appartenenza di un cittadino alla nazione».

Che ruolo è chiamata a svolgere, concretamente, la Società Ticinese degli Ufficiali?
«A volte notiamo che vengono pubblicate prese di posizione particolarmente ideologiche. In questi casi servirebbe una replica autorevole da parte di chi sa di cosa si sta parlando. Servirebbe un “nucleo di competenza”, in Ticino, che possa dialogare con la popolazione e dare voce agli ufficiali ticinesi. Spiegare, insomma, la posizione della STU e quella, di riflesso, dell’Esercito. Non solo nelle campagne di votazione, ma anche per dare risposte a perplessità e indirizzi strategici dell’esercito. Al giorno d’oggi sempre meno persone entrano in contatto con il servizio militare. E sono ancora meno quelle che possono beneficiare di una formazione militare superiore. Il numero di ufficiali si è infatti ridotto. Ai tempi si diceva che, per come è improntata, “la Svizzera non ha un esercito. La Svizzera è un esercito”. Oggi le cose sono diverse».

Parlando d’attualità: in questi giorni a Berna stanno per essere presentati due atti parlamentari. Il primo chiede di allentare le regole (inasprite nel 2010) per poter mantenere a casa il Fass-90 o la pistola al termine del servizio militare. La seconda mozione chiede nuovamente la consegna a domicilio delle munizioni tascabili (dal 2007 non è più possibile). Sono proposte che condivide?
«Sono condivisibili, ma la situazione è da osservare sulla base della situazione geostrategica, che dall’invasione russa in Ucraina nel 2022 è cambiata radicalmente. Bisogna decidere quale orientamento dare al nostro esercito e sono decisioni da prendere con largo anticipo. Tuttavia, quella delle munizioni a casa non è una misura impellente: pur considerando questi tre anni, forse è ancora presto per rivedere delle decisioni maturate nel corso di anni. Sono un po’ scettico anche sull’altra proposta, a meno che l’arma non venga conservata per scopi sportivi, anche se capisco che possa rappresentare un simbolo avere il fucile o la pistola a casa. Ai tempi rappresentava un senso di appartenenza: quando si entrava in una casa, si poteva vedere il moschetto del nonno».

I tempi, oggi, sono cambiati e il 2025 è l’inizio di un nuovo ciclo: un nuovo presidente della STU e anche della Società Svizzera degli Ufficiali (il ticinese Michele Moor). Oltre a ciò, con Martin Pfister, da aprile c’è un nuovo «ministro» della Difesa ed entro la fine dell’anno ci sarà anche un nuovo capo dell’Esercito. Quali sono i suoi auspici?
«Secondo me è importante il dialogo, affinché “l’ufficialità” nel suo insieme possa essere leale. Ed essere leale presuppone comunicazione e trasparenza. Non significa mentire: se i vertici dell’Esercito prendono una decisione, non tutti gli ufficiali ticinesi devono condividere questa posizione. Ma devono essere chiari i motivi che hanno portato a determinate scelte. D’altro canto, i motivi di disaccordo non devono per forza essere resi pubblici. Per come intendo io la gestione di un’associazione, ritengo che sia giusto esprimere dissenso, ma senza creare divisioni. L’immagine di quadri e di ufficiali poco uniti è la cosa peggiore in un periodo di instabilità come quello attuale».

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 3 maggio 2025 del Corriere del Ticino

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Laffranchini alla testa della Società ticinese ufficiali

È Stefano Laffranchini il nuovo presidente della Stu, la Società ticinese degli ufficiali. Laffranchini, brigadiere e direttore delle Strutture carcerarie cantonali, è stato eletto sabato dall’assemblea generale ordinaria annuale tenutasi presso lo Spazio officina a Chiasso. Succede al colonnello di Stato maggiore generale (Smg) Manuel Rigozzi, a capo della Stu durante gli ultimi sei anni. “Gli ospiti presenti in sala e i soci – si legge in una nota della Società ticinese degli ufficiali – hanno rivolto i sentiti ringraziamenti di cuore all’indirizzo del colonnello Smg Rigozzi che ha saputo con onore mantenere la Stu ad alti livelli”.

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 5 maggio 2025 de La Regione

Reati sessuali, il Consiglio di Stato propone di introdurre l’obbligo di denuncia per la Chiesa

Reati sessuali, il Consiglio di Stato propone di introdurre l’obbligo di denuncia per la Chiesa

Dal governo le modifiche di legge. Accolta parzialmente l’iniziativa dell’Mps. Gobbi: ‘Cambiamento di paradigma necessario’. La parola al Gran Consiglio

Importante passo avanti nella lotta ai reati sessuali commessi da religiosi. Il Consiglio di Stato chiede al Gran Consiglio di introdurre nella legge cantonale sulla Chiesa cattolica e in quella sulla Chiesa evangelica riformata l’obbligo di denuncia. Il cambiamento di paradigma è prospettato dal governo nel messaggio/rapporto, con il quale accoglie parzialmente l’iniziativa parlamentare inoltrata dai deputati dell’Mps Giuseppe Sergi e Matteo Pronzini lo scorso settembre, in pieno caso don Rolando Leo, il sacerdote arrestato per atti sessuali su fanciulli, coazione sessuale, atti sessuali con persone incapaci di discernimento o inette a resistere, pornografia (nel frattempo il già cappellano del Collegio Papio di Ascona è stato rinviato a giudizio, il processo si terrà davanti a una Corte delle Assise criminali). Concretamente il governo propone, per quanto riguarda la normativa sulla Chiesa cattolica, di aggiungere all’articolo 7 il seguente capoverso: “L’Ordinario (il vescovo, ndr) è tenuto a denunciare alle autorità di perseguimento penale al più presto, ma al più tardi entro 30 giorni, ogni reato o sospetto di reato perseguibile d’ufficio contro l’integrità fisica, psichica o sessuale di un minorenne o di una persona incapace di discernimento a carico di un ecclesiastico, che constata o gli è segnalato”. Obbligo di denuncia anche nella legge sulla Chiesa evangelica riformata. Nella quale il Consiglio di Stato chiede di inserire la disposizione (un nuovo capoverso all’articolo 5a) secondo cui “Il presidente del Consiglio sinodale è tenuto a denunciare alle autorità di perseguimento penale al più presto, ma al più tardi entro 30 giorni, ogni reato o sospetto di reato perseguibile d’ufficio contro l’integrità fisica, psichica o sessuale di un minorenne o di una persona incapace di discernimento a carico di un ecclesiastico, che constata o gli è segnalato”. Le due modifiche legislative sono state elaborate dal Dipartimento istituzioni.

Oggi solo la notifica del p.p.
Oggi in entrambe le normative vi è unicamente l’obbligo di notifica da parte del Ministero pubblico. Nel senso che il procuratore “notifica all’Ordinario (rispettivamente al presidente del Consiglio sinodale, ndr), al più presto ma al massimo entro tre mesi dall’apertura dell’istruzione, l’esistenza di un procedimento penale a carico di un ecclesiastico, ad eccezione dei casi senza rilevanza per la funzione”. Ora il Consiglio di Stato suggerisce di introdurre appunto anche l’obbligo di segnalazione da parte del vescovo e del presidente del Consiglio sinodale (Chiesa evangelica).
E i motivi il governo li spiega in maniera chiara, chiarissima, nelle conclusioni del messaggio varato mercoledì all’indirizzo del Gran Consiglio. “È principale responsabilità e dovere di uno Stato di diritto (articolo 5 Costituzione) – scrive l’Esecutivo – garantire che le leggi vigenti siano rispettate. Esso è tenuto a perseguire e a punire chi compie un reato proporzionalmente al reato commesso e accertato”. Lo Stato “deve tutelare le vittime di reati”. In Svizzera “tutti i cittadini e tutte le cittadine, a prescindere dal loro credo, sottostanno alla Costituzione federale/cantonale e alle leggi federali/cantonali, come contemplato peraltro anche nell’articolo 1 della Legge sulla Chiesa cattolica”. Evidenzia l’Esecutivo: “Ne consegue che, sempre in uno Stato di diritto, non è ammissibile che una categoria di persone (per esempio in questo caso i religiosi) sia sottratta al perseguimento civile e/o sottoposta a un ordinamento giuridico parallelo, per reati perseguibili nell’ordinamento secolare”. Questo “viola l’uguaglianza di trattamento anche nell’ambito della procedura penale a cui soggiacciono tutti coloro che commettono un crimine o un delitto in Svizzera (articolo 3 capoverso 1 Codice penale) e coloro che si trovano in Svizzera e hanno commesso un reato all’estero (i reati contro l’integrità sessuale menzionati all’articolo 5 Codice penale)”. Le vittime di reati “devono essere tutelate in egual misura sia che abbiano subìto abusi da laici sia da membri del clero”, sottolinea ancora il Consiglio di Stato. Se così non fosse “il principio dell’uguaglianza giuridica ancorato nell’articolo 8 Costituzione (articolo 7 Costituzione cantonale), il principio della trasparenza nella procedura giudiziaria, la credibilità della sanzione, e di conseguenza la fiducia dei cittadini nel coerente, corretto, celere ed efficace funzionamento della giustizia civile verrebbero meno”.

‘Procedura e sanzioni previste dal diritto canonico non devono sostituirsi al diritto penale dello Stato
‘Il fenomeno degli abusi sessuali nell’ambito della Chiesa cattolica, annota ancora il governo, “è stato oggetto negli ultimi anni di profonda analisi da parte di storici e di studiosi non solo in Svizzera, e oggetto di numerosi atti parlamentari specialmente a livello federale. L’obiettivo principale di tutto ciò, oltre che principalmente la tutela delle vittime, è quello di assicurare alla giustizia colpevoli che sono riusciti per decenni con facilità a nascondersi all’interno di un’organizzazione parallela a quella statale, reiterando tali reati a tal punto da diventare un fenomeno planetario. Certamente essi sono stati aiutati e protetti, sia dai loro superiori sia dalla medesima procedura penale canonica, che, come esaminato precedentemente (il messaggio consta di ventuno pagine, ndr), non è certamente paragonabile a quella penale secolare”. Ne deriva che “una procedura penale parallela e le relative sanzioni previste dal diritto canonico non devono sostituirsi a quelle del diritto penale o ordinario”, rileva il Consiglio di Stato: “Si riconosce certamente che la Chiesa in questi anni ha compiuto passi nella prevenzione e nella sensibilizzazione al fenomeno degli abusi, ciò non toglie che la giustizia sia compito dello Stato”. Ergo: il Consiglio di Stato considera “indispensabile” l’introduzione di “una norma che stabilisce l’obbligo di segnalazione”.

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 3 maggio 2025 de La Regione

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Reati sessuali, il Consiglio di Stato vuole introdurre l’obbligo di denuncia anche per la chiesa

Parzialmente accolta l’iniziativa parlamentare dell’Mps. Sulla questione dovrà esprimersi il Gran Consiglio.

Introdurre nella legge cantonale sulla Chiesa cattolica e in quella sulla Chiesa evangelica riformata l’obbligo di denuncia“per ogni reato o sospetto di reato perseguibile d’ufficio contro l’integrità fisica, psichica o sessuale di un minorenne o di una persona incapace di discernimento”. È la richiesta fatta dall’Esecutivo cantonale al Gran Consiglio, accogliendo parzialmente l’iniziativa parlamentare inoltrata dai deputati dell’Mps Matteo Pronzini e Giuseppe Sergi.

Cosa cambierebbe
Ricordiamo che oggi vi è soltanto l’obbligo di notifica da parte del Ministero pubblico. Il procuratore “notifica all’Ordinario al più presto, ma al massimo entro tre mesi dall’apertura dell’istruzione, l’esistenza di un procedimento penale a carico di un ecclesiastico, ad eccezione dei casi senza rilevanza per la funzione”. Come detto, l’Esecutivo propone ora di inserire anche l’obbligo di segnalazione da parte del vescovo e, per quanto concerne la Chiesa evangelica, del presidente del Consiglio sinodale.

https://www.ticinonews.ch/ticino/reati-sessuali-il-consiglio-di-stato-vuole-introdurre-lobbligo-di-denuncia-anche-per-la-chiesa-411483

Tagli della Confederazione, Grigioni e Ticino non ci stanno

Tagli della Confederazione, Grigioni e Ticino non ci stanno

Le richieste di Berna per i risparmi dal 2027 sono state definite “sproporzionate” da Coira e “insostenibili” da Bellinzona – Gobbi: “Proposte calate dall’alto, non siamo tutti il Canton Zugo”

Tagli che non s’hanno da fare, almeno non così. Sono arrivate le prese di posizione dei Cantoni di fronte alle misure di risparmio federali dal 2027 proposte dalla Confederazione. E dopo la risposta del Governo grigionese, che ieri ha definitio “sproporzionate” le richieste di Berna, oggi è giunta quella – ancor più dura – del Ticino.
Coira ha sottolineato come il risanamento delle finanze federali dovrebbe “concentrarsi in primo luogo sui compiti della Confederazione. In particolare, i costi dei compiti federali non possono essere scaricati sui Cantoni”. Il governo grigionese stima che se il programma federale di risparmi dovesse venire attuato integralmente nelle casse cantonali mancherebbero circa 30 milioni di franchi e, a farne le spese, sarebbero in particolare la costruzione di strade, la protezione del clima, i trasporti pubblici, la politica d’integrazione e la politica regionale. Sul progetto generale di risparmi il Canton Grigioni si associa poi alla presa di posizione – già molto negativa – della Conferenza dei governi cantonali espressa lo scorso marzo.

In Ticino 40 milioni in meno, Gobbi: “Proposte calate dall’alto”
Per quanto riguarda invece le cifre ticinesi, al Cantone mancheranno 40 milioni di franchi in termini di sostegno economico diretto da parte della Confederazione, ai quali si dovranno aggiungere altri 15 milioni di franchi di mancato finanziamento agli istituti univeristari USI e SUPSI. Sono queste le previsioni del Consiglio di Stato ticinese in base alle proposte di risparmio presentate lo scorso fine gennaio dal Consiglio federale. Misure che per il Ticino sono “insostenibili”, “accrescono la disparità tra un Cantone e l’altro” e “rischiano di compromettere la coesione nazionale”. Parole dure, che leggiamo nella risposta firmata da Norman Gobbi e inviata, da presidente a presidente, alla “ministra” delle finanze Karin Keller Sutter.
“A Berna c’è un po questa idea sbagliata che i Cantoni stiano molto bene, perché magari tutti pensano al cantone del neo eletto consigliere federale Pfister – afferma Norman Gobbi ai microfoni di SEIDISERA –. Il Canton Zugo ha davvero danari a iosa che addirittura non sa come spenderli e chiede ai propri cittadini come possono investirli. Il Ticino però nella realtà è un cantone di frontiera, confrontato con dei compiti che dobbiamo gestire in maniera autonoma, proprio perché siamo anche una regione linguistica”.
Si deplora poi il fatto che i Cantoni non siano stati coinvolti adeguatamente nel lavoro preliminare che ha portato a queste proposte di risparmio. “Queste proposte sono state calate dall’alto e non sono state condivise con la Conferenza dei governi cantonali, un modo di procedere che non possiamo sostenere. L’auspicio è quindi che si possa affrontare la discussione con la Confederazione in modo da poter trovare una quadra possibile, cosa che anche noi, come Canton Ticino, di solito cerchiamo sempre di fare con i Comuni proprio nell’ottica di una sostenibilità politica, cosa che in questo caso a livello di Confederazione non c’è stata” conclude Gobbi.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Tagli-della-Confederazione-Grigioni-e-Ticino-non-ci-stanno–2797369.html

Passaporti e documenti falsi, il primo filtro è a Chiasso

Passaporti e documenti falsi, il primo filtro è a Chiasso

L’obbiettivo non è sempre quello di compiere un crimine, a volte è la necessità di lavoro, altre la migrazione – Contro i falsari tecnologia, formazione ed esperienza

Dei 1’800 documenti falsi scoperti all’anno in Svizzera, circa 300 vengono scoperti a Chiasso, primo filtro all’entrata nel Paese da sud: dai passaporti alle patenti, chi controlla, grazie all’esperienza, riesce a capire già dal materiale, dai colori, dai dettagli se il documento è originale o meno, poi interviene anche la tecnologia.
I falsari prediligono i documenti più facili da duplicare. Un esempio? Il permesso di soggiorno per l’area Schengen. Ogni Stato ne rilascia uno, ma hanno un layout molto simile. Per il falsario è un vantaggio perché, con diverse nazioni che hanno lo stesso layout, possono riprodurlo e far girare una persona in più Paesi, spiega alle telecamere del Quotidiano Marco Albisetti, responsabile tecnico documenti Dogana sud.
Diversi anche i motivi per falsificare un documento: l’obbiettivo non è sempre quello di compiere un crimine, a volte è la necessità di lavoro, altre la migrazione, e qui subentrano i controlli amministrativi lontano dalle frontiere, che nel resto del Paese hanno mostrato dei limiti.
Negli scorsi giorni i colleghi di SRF hanno svolto un’inchiesta sull’uso di documenti falsi. È emerso, ad esempio, il caso di una rete criminale che se li procurava per far lavorare illegalmente in Svizzera, approfittando di un anello debole del controllo: gli uffici comunali, unici punti di accesso alla rete amministrativa che visionano i documenti in originale. E in Ticino? “In Canton Ticino tutte le verifiche su chi arriva sul territorio sono di competenza cantonale. Quello che è stato riscontrato in altri cantoni, come ha appurato SRF, mette in evidenza che quando sono le autorità, per esempio quelle comunali, a dover verificare la veridicità di certi documenti, è più difficile, proprio perché non ci sono competenze di carattere tecnico”, spiega Norman Gobbi, direttore del Dipartimento istituzioni.
Competenze che vanno allenate e aggiornate con la formazione. Vista la posizione del Ticino, queste capacità sono state affinate, ad esempio, in ambito migratorio. “Da parte dell’Ufficio della migrazione sono state fatte nel 2024 una quindicina di segnalazioni al Ministero pubblico. Questo perché all’interno dell’Ufficio della migrazione abbiamo un gruppo specializzato, formato e supportato dalla polizia cantonale, che verifica i documenti d’identità”, sottolinea Gobbi.
Finché si rimane in Svizzera i controlli con le banche dati sono immediati e possibili ovunque, ma è differente quando si tratta di altri Stati. Non esiste infatti una via digitale di verifica, bisogna chiamare i rispettivi uffici. “Per una verifica può essere necessaria mezz’ora, come anche 4 o 5 ore – spiega Marco Albisetti, responsabile tecnico documenti Dogana sud -. Dipende tanto dal carico di lavoro che ha, in quel momento, l’ufficio dove faccio la richiesta. A volte, per esempio, da noi è un giorno feriale, mentre magari nell’altro Stato è un giorno festivo. Noi lavoriamo 24 ore su 24, anche di notte. Se l’ufficio è chiuso, devo aspettare fino al giorno dopo se voglio avere una risposta sicura”.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Passaporti-e-documenti-falsi-il-primo-filtro-%C3%A8-a-Chiasso–2797333.html

«Per il nuovo anno presidenziale, miro a portare il Ticino nel mondo e il mondo nel Ticino»

«Per il nuovo anno presidenziale, miro a portare il Ticino nel mondo e il mondo nel Ticino»

Intervista a Norman Gobbi, che ha assunto per la terza volta la Presidenza del Consiglio di Stato e intende «trasmettere una visione positiva di ciò che siamo e di ciò che abbiamo da offrire»

Incontriamo il Consigliere di Stato Norman Gobbi nel suo ufficio, a pochi giorni da un piccolo momento storico, per il Ticino e per il Dipartimento delle istituzioni: da domenica 6 aprile 2025, il nostro Cantone ha 100 Comuni. Questa pietra miliare nella politica delle aggregazioni è un tema ideale per iniziare la nostra chiacchierata.

Come ha ricordato lei stesso – in occasione di un incontro con una classe di quinta elementare, arrivata a Bellinzona per visitare Palazzo delle Orsoline – nel Ticino in cui lei è cresciuto i Comuni erano più del doppio di quelli che contiamo oggi. Che bilancio possiamo trarre riguardo a questa evoluzione, e cosa augurarci per il futuro?

«Quando all’età di 18 anni sono entrato in politica, i Comuni erano ancora 247: un numero che dal 1850 era rimasto praticamente identico. Fu proprio in quel periodo, con Alex e Luigi Pedrazzini, che cominciarono le “fusioni”, come si chiamavamo allora – ma non avrei mai pensato che in solo qualche decennio saremmo passati da quasi 250 a soli 100. Questi numeri ci dicono che il Ticino ha imboccato con decisione la strada giusta».

A proposito dei suoi esordi: lei mosse i primi passi politici in un piccolo Comune della valle Leventina, come consigliere comunale e poi municipale. Che posto era quel «Ticino dei 247 Comuni», quello in cui lei è cresciuto – e come possiamo spiegare la differenza fra quel passato e il presente ai giovani della «generazione Z», a cominciare dai suoi figli?

«Era un Ticino “più locale”, nel bene e nel male. C’erano sicuramente legami più forti fra le persone, ma eravamo anche molto legati al nostro passato e a schemi di pensiero superati. Una grande differenza è sicuramente l’influenza che hanno assunto gli eventi globali sul nostro stato d’animo: all’epoca ne sentivamo al massimo un’eco lontana, mentre oggi tutto sembra accadere appena fuori dalla nostra porta di casa. A livello personale, se ripenso a quei tempi e mi guardo oggi, sento che la passione è ancora più forte di allora – merito soprattutto dei buoni maestri che ho avuto, specialmente nei miei 12 anni in Gran Consiglio»

Nel 2008/2009, a poco più di trent’anni, proprio di quel Gran Consiglio ebbe l’onore di assumere la Presidenza, diventando un giovanissimo Primo cittadino del Cantone. Cosa ricorda di quell’esperienza?

«Mi fanno sempre sorridere gli accenni alle cose che ho fatto come “più giovane”, perché sono state tante – e soprattutto perché sono tuttora, a 14 anni dalla mia elezione, il più giovane membro del nostro Governo. Ripensando all’anno di Presidenza del Parlamento, per me fu una grande occasione di maturazione, per sfumare il mio animo da… hooligan e diventare una figura pienamente istituzionale. Di quel periodo ricordo soprattutto i tanti incontri con la popolazione di un Ticino autentico, vivace, generoso nel suo impegno civico in gruppi locali, associazioni, Patriziati e altri enti – una capacità di donare noi stessi che spesso ci dimentichiamo di vedere e di onorare come meriterebbe».

A oltre quindici anni di distanza – e occupando da ormai quattro Legislature l’altra metà di Palazzo delle Orsoline – come giudica l’evoluzione dei rapporti fra Governo e Parlamento?

«A fare la differenza sono sempre le persone, con i loro obiettivi e la loro capacità di lavorare insieme. A quel tempo il Consiglio di Stato ticinese stava vivendo un periodo molto conflittuale al suo interno, ed era spesso il Gran Consiglio a trovare la forza necessaria per collaborare: oggi, invece, viviamo una situazione quasi capovolta. Al di là di queste dinamiche, credo comunque che serva sempre la consapevolezza che tutti – in Governo e in Parlamento – siamo chiamati a metterci al servizio del vero sovrano, che è il popolo»

L’ultimo capitolo del suo lungo avvicinamento al Governo fu l’ingresso in Consiglio Nazionale, nel marzo 2010 – la brusca interruzione di quell’esperienza, vista la successiva elezione in Consiglio di Stato, ha lasciato in lei il desiderio di tornare a calcare quel palcoscenico?

«La politica federale è un’altra dimensione della nostra democrazia diretta: poterla sperimentare di persona, anche se per un breve periodo, mi ha certamente aiutato al momento di rientrare. Quello che accade in Ticino è sempre anche l’effetto, per quanto ritardato nel tempo, delle scelte che vengono prese al livello superiore. Da questo punto di vista credo ci sia qualche motivo di preoccupazione: vediamo accumularsi decisioni che tendono a svuotare il senso del nostro federalismo, con la tendenza ad accentrare poteri e compiti. La conseguenza, a livello locale, è la deresponsabilizzazione di chi eroga le prestazioni dello Stato».

Nel 2015 lei è stato candidato ufficialmente al Consiglio federale. Cosa ricorda di quell’esperienza? Le è mai capitato di invidiare il suo concorrente Guy Parmelin, poi risultato vincitore quel 9 dicembre?

«Il mio primo pensiero è che il tempo vola: sono già passati dieci anni. Il risultato di quel giorno fu una bella conferma che è possibile suscitare interesse anche senza disporre di un “network” potente a Palazzo federale, come del resto ha dimostrato qualche settimana fa anche l’elezione di Martin Pfister. Per il resto, ho la sensazione che mi sarei trovato bene al Dipartimento della difesa – e che non avrei avuto quella gran fretta di andarmene dimostrata da molti consiglieri federali, in questi ultimi decenni».

Torniamo alla politica cantonale. La terza presidenza del Governo è un traguardo che, nell’ultimo mezzo secolo di storia ticinese, hanno raggiunto pochi membri del Governo: oltre a Marco Borradori e Giuseppe Buffi, entrambi poi arrivati a quota 4, la lista comprende Renzo Respini, Luigi Pedrazzini, Marina Masoni e Manuele Bertoli. La sua lunga carriera politica si è incrociata con quasi ognuno di loro.

«Oggi è meno raro arrivare al traguardo di una terza presidenza, che tra l’altro anche il collega Claudio Zali raggiungerà nel 2026. Fra tutte le personalità elencate il pensiero va sicuramente a chi non è più con noi, e ho ricordi vividi di entrambi quei funerali di Stato – ai quali ho partecipato nel primo caso come giovane deputato, nel secondo come Consigliere di Stato. Momenti toccanti, in cui è stato evidente il coinvolgimento della popolazione e l’affetto per due grandi persone come Giuseppe Buffi e Marco Borradori».

Vale ora la pena di ripercorrere le sue precedenti esperienze alla presidenza del Consiglio di Stato, cadute in anni tutt’altro che banali. La prima, nel 2015, arrivò in un momento storico nel quale – in seguito alla votazione federale del 9 febbraio 2014, sull’iniziativa «contro l’immigrazione di massa» – in Ticino la politica discuteva soprattutto di mercato del lavoro e frontalierato.

«In quella fase storica abbiamo voluto mettere il Ticino al centro della discussione nazionale, e mi pare che l’operazione sia stata un successo. Il Consiglio federale prese sul serio le nostre preoccupazioni e si impegnò a essere molto presente a sud delle Alpi, per riallacciare il rapporto con il nostro Cantone. Uno dei frutti di quel periodo, grazie all’attenzione riservataci da Ueli Maurer, fu l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri».

Nell’aprile del 2020, la sua seconda presidenza del Governo iniziò invece nel pieno del primo «lockdown». Per accompagnare la popolazione attraverso la pandemia, lei invitò ad assumere la postura mentale di chi affronta una camminata in montagna.

«Quella della camminata in montagna era la metafora giusta: invitava a superare la paura e a trovare la forza di andare avanti, con la consapevolezza dei rischi – da mitigare con la giusta dose di prudenza. Ricordo le conferenze stampa di quel periodo, e il grande seguito che avevano fra la popolazione – una magra consolazione, se penso a tutti gli incontri personali che invece abbiamo perso. Fra i ricordi di quel 2020 c’è poi anche quell’estate eccezionale per il nostro turismo, che vide tutta la Svizzera e gli stessi ticinesi riscoprire il nostro territorio – a causa, o per merito, della chiusura delle frontiere».

Il quinto anniversario dell’arrivo del coronavirus in Svizzera, in queste settimane, è accompagnato da alcune critiche per l’assenza di una rielaborazione critica della pandemia. Se ci confrontiamo con il resto della Svizzera, possiamo dirci soddisfatti di come le nostre autorità gestirono la crisi?

«Nella sua storia recente, il Ticino si è sempre dimostrato un laboratorio per il resto della Svizzera – ed è successo anche con il coronavirus, che ci ha toccati subito dopo la Cina e la Lombardia. La nostra posizione di frontiera ci espone da sempre a rischi accresciuti rispetto ad altre parti del Paese, ma ancora una volta siamo stati capaci di rispondere bene alla sfida. Abbiamo trovato un bilanciamento accettabile fra libertà e sicurezza, non senza un certo equilibrismo fra le rigide misure federali e la realtà del territorio. Possiamo dire di essere rimasti “elveticamente liberi”, soprattutto se richiamiamo alla mente ciò che è accaduto a pochi chilometri da noi».

Dopo questa lunga carrellata retrospettiva, parliamo di futuro. Prima di tutto: come sta il Ticino?

«Siamo abituati a parlare di questo Cantone in modo appassionato, come fanno i tifosi della loro squadra del cuore: con grande attaccamento, ma con lo sguardo che spesso ha qualche deragliamento ipercritico. La verità è che non siamo più in difficoltà di altre regioni: abbiamo potenzialità enormi, una forza di attrazione per persone e aziende che rimane intatta – e realtà nostrane innovative che, senza troppo clamore, si fanno valere nella concorrenza internazionale».

I progetti e i cantieri non mancano, ma spesso non sembra molto chiaro quali siano i fondamenti ideali sui quali il Ticino deve costruire il proprio futuro. Lei ha qualche principio che intende mettere al centro del suo anno presidenziale?

«Se fosse uno slogan, potrebbe essere “Il Ticino nel mondo, il mondo nel Ticino”. Senza negare i nostri problemi, l’idea è di trasmettere una visione positiva di ciò che siamo e di ciò che abbiamo da offrire – qualità di vita svizzera, un apparato statale efficiente, paesaggio e clima unici a livello nazionale. Molte aziende e persone, da ogni parte del pianeta, continuano a scegliere di chiamarci “casa”: faremmo bene a riconoscere, quando siamo davanti allo specchio, tutto il bello che vedono loro, quando ci guardano da fuori»

Si ritrova oggi a essere il decano del Governo, ma come dicevamo in apertura lei è vi ha fatto ingresso da giovane – quasi giovanissimo, per i parametri odierni della politica svizzera. Ha qualche idea su come (ri)accendere la passione per la politica, o anche solo per la partecipazione democratica, in una generazione di neo-cittadini che si troverà in una sempre più accentuata minoranza numerica nella nostra società?

«In un mondo in cui tanti giovani sognano di essere “influencer” digitali, la nostra democrazia diretta offre a tutti l’opportunità di essere influenti “IRL” – che, nel gergo di internet, significa “nella vita reale”. Già con un passo semplice come la firma su un’iniziativa, a partire dai 18 anni diventiamo una parte attiva del nostro sistema democratico – e possiamo far valere i nostri diritti, che non potremo mai delegare a nessun altro. Anziché restare accomodati nel ruolo di spettatori, la Svizzera ci chiede di accettare la sfida di essere giocatori, attori, protagonisti».

Intervista pubblicata sulla rivista dell’Amministrazione cantonale ArgomenTI