A Faido gli specialisti dei precetti

A Faido gli specialisti dei precetti

Da RSI.ch | Inaugurata lunedì a Faido la nuova struttura che elaborerà e gestirà tutte le domande a livello cantonale

Il servizio del Quotidiano: https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Esecuzioni-ecco-nuovo-centro-9671389.html

E’ stato inaugurato ufficialmente lunedì dal consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni (DI) Norman Gobbi il nuovo centro cantonale per l’emissione dei precetti esecutivi di Faido. La struttura avrà il compito di elaborare tutte le domande d’esecuzione cantonali, centralizzate in un solo servizio e s’affianca al contact center dell’Ufficio esecuzione attivo da un anno.

Gobbi ha spiegato che il progetto è stato sviluppato allo scopo di migliorare tangibilmente il servizio offerto all’utenza, ricordando nel contempo che il centro è stato creato in modo graduale durante quest’anno, facendo riferimento a effettivi interni. La centralizzazione ha il duplice vantaggio d’ottimizzare le risorse, accrescendone le competenze e la specializzazione.

Tra l’altro i due centri hanno portato a Faido quindici impieghi, quasi tutti occupati da residenti nelle Tre Valli. I collaboratori della nuova struttura attualmente sono nove. Assicureranno la gestione delle circa 180’000 domande trasmesse ogni anno all’Ufficio d’esecuzione.

Violenza domestica, più potere alla polizia

Violenza domestica, più potere alla polizia

Da Ticinonews.ch | Via libera del Gran Consiglio alla modifica di legge. In Ticino si registrano in media 3 interventi al giorno

Con 68 voti favorevoli e solo 2 contrari, il Gran Consiglio ha dato oggi il suo via libera alla modifica di legge di polizia per arginare la violenza domestica. D’ora in poi, se necessario, la polizia potrà decidere subito se allontanare dal domicilio gli autori senza più dover passare dal Pretore. Una procedura, quest’ultima, rivelatasi, “nel tempo superflua e priva di giustificazione” ha spiegato il relatore del rapporto Gianrico Corti.

Nel suo messaggio il Consiglio di Stato proponeva anche una maggior presa a carico degli autori, con la trasmissione automatica delle decisioni di allontanamento all’UAR.

“È sempre importante parlare di violenza domestica e stiamo lavorando per una legge ad hoc”, ha concluso il ministro Norman Gobbi ricordando che la polizia, in Ticino, interviene in media 3 volte al giorno. La nuova legge dovrebbe prevedere anche l’introduzione del braccialetto elettronico.

http://www.ticinonews.ch/ticino/415299/violenza-domestica-piu-potere-alla-polizia

Dipartimento delle istituzioni:inaugurato ufficialmente il Centro cantonale per i precetti esecutivisituato a Faido

Dipartimento delle istituzioni:inaugurato ufficialmente il Centro cantonale per i precetti esecutivisituato a Faido

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni |

Il Dipartimento delle istituzioni ha inaugurato ufficialmente stamane il Centro cantonale per l’emissione dei precetti esecutivi, situato a Faido. Compito del medesimo è quello di elaborare tutte le domande di esecuzione cantonali, centralizzate in un unico servizio. Il nuovo Centro cantonale, realizzato in modo graduale nel corso del 2017, si affianca al Contact center dell’Ufficio di esecuzione, attivo da un anno e il cui bilancio d’attività è ampiamente positivo.

I due Centri di competenza cantonali hanno permesso di accrescere la qualità delle prestazioni fornite alla cittadinanza e di ottimizzare le risorse a disposizione. Un tassello fondamentale nella riorganizzazione generale del settore esecutivo e fallimentare, approvata dal Governo lo scorso luglio e ora al vaglio del Parlamento.
Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha incontrato la stampa nella sala del Consiglio Comunale di Faido per illustrare questo importante progetto intrapreso dal Dipartimento alfine di migliorare ulteriormente la qualità del servizio garantito alla cittadinanza. Durante la presentazione sono intervenuti Fernando Piccirilli, Ufficiale dell’Ufficio di esecuzione Bellinzona e Valli e Responsabile del settore esecutivo cantonale, e Lallo Ruggeri, Supplente ufficiale Bellinzona e Valli e Capoprogetto dei Centri di competenza cantonale, che hanno in seguito accompagnato gli ospiti in una visita guidata degli uffici del nuovo servizio.

Il Centro cantonale per i precetti esecutivi è stato creato in modo graduale nel corso del 2017, facendo capo prevalentemente a risorse interne del settore esecutivo. Obiettivo principale è quello di centralizzare tutta l’elaborazione delle domande di esecuzione cantonali, dalla loro ricezione sino all’avvio del precetto esecutivo. La centralizzazione dell’attività in un’unica sede ha il duplice vantaggio di ottimizzare le risorse a disposizione nonché di accrescerne le competenze e la specializzazione. Con la struttura precedente ogni sede dell’Ufficio di esecuzione si occupava infatti dell’elaborazione delle proprie domande di esecuzione, ciò che non consentiva una gestione ottimale di questa attività, con una dispersione della stessa su più funzionari. Attualmente, sono 9 i collaboratori ad essere attivi con percentuali d’attività parziali presso il nuovo servizio, che garantisce la gestione delle circa 180’000 domande di esecuzione che annualmente pervengono all’Ufficio di esecuzione.

Il Centro cantonale per i precetti esecutivi si affianca al Contact center, inaugurato nell’ottobre 2016 e che sta rispondendo pienamente alle attese. I due Centri di competenza cantonali sono parte integrante della riorganizzazione generale del settore esecutivo e fallimentare, oggetto di uno specifico messaggio governativo licenziato dal Consiglio di Stato lo scorso mese di luglio. Nello specifico, l’istituzione nel 2015 del circondario unico di esecuzione e dei fallimenti, unita all’introduzione, avvenuta nel medesimo anno, del nuovo e performante applicativo informatico THEMIS, hanno permesso la centralizzazione di queste attività presso i nuovi servizi di Faido.
Una centralizzazione che rende quindi oggi necessario adattare la struttura dell’intero settore, alla luce dei nuovi processi interni di lavoro e alle opportunità fornite dall’informatizzazione dei servizi. Una riorganizzazione portata avanti con un occhio di riguardo nei confronti delle regioni periferiche, da sempre ritenute, in particolare dal Dipartimento delle istituzioni, una risorsa preziosa e da valorizzare. In quest’ottica, si rimarca come i due Centri di competenza cantonali hanno permesso di portare a Faido oltre 15 posti di lavoro, la maggior parte dei quali assunti da residenti nella regione delle Tre Valli. Oltre a ciò, si rammenta la decisione del Governo di mantenere tutte le sedi periferiche del settore, che saranno contraddistinte da un’apertura parziale. Una soluzione che risponde pienamente ai bisogni dei cittadini di queste zone periferiche, adeguando i servizi all’evoluzione della nostra società.

L’ombra del terrorismo sul Ticino

L’ombra del terrorismo sul Ticino

Dal Mattino della domenica | Norman Gobbi ragiona sugli ultimi fatti accaduti a Chiasso

Ad inizio settimana c’è stata una notizia che ci ha scosso ancora una volta. Sto parlando dei sospetti per legami terroristici verso due cittadini tunisini al Centro di registrazione a Chiasso, arrestati lo scorso weekend poco dopo il loro arrivo in Svizzera e messi sotto sicurezza dalle autorità cantonali.

Non è la prima volta che si parla – in un modo o nell’altro – di terrorismo alle nostre latitudini. Anche se sul nostro territorio – fortunatamente – non ci sono ancora stati fatti di sangue di terrorismo di matrice islamica, siamo però stati sollecitati – Ticino e Svizzera – come luogo di reclutamento o di passaggio di potenziali terroristi. Il mese scorso si era infatti parlato di un 18enne marocchino, autore di due accoltellamenti nelle strade di Turku, in Finlandia, che nel 2016 aveva chiesto asilo a Chiasso.

Come dimenticare poi il maxi-blitz di febbraio, che ha portato a una condanna per sostegno ad Al-Qaeda e all’Isis lo scorso agosto al tribunale federale. Un arresto che ha svelato un preoccupante movimento di proselitismo che si espande tra Ticino e Lombardia, complice evidentemente la presenza di una metropoli così estesa come Milano.

Come ripeto spesso, malgrado queste notizie possano portare inquietudine tra i ticinesi, il fatto che questi casi diventino pubblici dimostra come il lavoro d’intelligence da parte del Cantone e la collaborazione con la Confederazione e i partner esteri funzioni e porti misure di protezione attiva verso la nostra comunità. Continuo a ribadire quindi che ho piena fiducia nell’operato dei miei collaboratori coinvolti, e sono certo che questa sia una priorità nella loro missione: scoprire e allontanare dal nostro territorio personaggi che possono mettere in pericolo la nostra sicurezza interna.

Non dobbiamo però allarmarci: la Svizzera non risulta essere uno degli obiettivi principali delle organizzazioni terroristiche, anche se il rischio zero non esiste. Dobbiamo però dimostrare, tramite la nostra attività d’intelligence, che sul nostro territorio non c’è spazio per attività di reclutamento e di preparazione per azioni che possono ferire sì altre nazioni, ma che in fondo feriscono ognuno di noi nel nostro senso di sicurezza e nella nostra percezione di libertà.

A livello politico ci stiamo muovendo, per poter dare ai nostri collaboratori e alla giustizia gli strumenti adatti per affrontare questa nuova – ma ormai sempre più attuale – minaccia. Proprio di recente il Governo del quale faccio parte, rispondendo a una consultazione federale, ha chiesto a Berna – su proposta del mio Dipartimento – di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che cercano adepti da radicalizzare.

Non da ultimo, dobbiamo agire anche a livello di prevenzione, creando le basi giuste per far sì che una persona, prima di tutto, non si radicalizzi. Ed è per questo che la scorsa settimana abbiamo scritto a tutti i Comuni ticinesi sensibilizzando sulla distribuzione delle copie del Corano nelle piazze, nell’ambito della campagna “Lies!” (dal tedesco “leggi!”). Ho chiesto a tutti i Municipi di respingere queste manifestazioni su suolo pubblico perché quest’organizzazione salafita islamica che predica e distribuisce il Corano per strada, partita dalla Germania, può essere legata ad azioni di radicalizzazione e reclutamento jihadista, ed è stata quindi ritenuta anticostituzionale dalla conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (della quale faccio parte).

Infine, dobbiamo tutti aprire gli occhi, anche coloro che se li sono coperti da soli come una delle tre scimmiette: i controlli effettuati all’entrata del nostro territorio dalle Guardie di confine e dagli organi di Polizia sono essenziali, come pure quelli ancor più approfonditi su chi chiede asilo nella nostra nazione. Ora più che mai siamo coscienti che non possiamo abbassare la guardia e che dobbiamo agire, in maniera coordinata, con tutti i partner coinvolti a livello nazionale e internazionale, contro chi pensa di muoversi indisturbato da nazione a nazione per compiere atti ignobili e fuggire poi lontano. Ricordando loro che da noi i controlli ci sono e gli arresti dello scorso weekend ne sono la testimonianza.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Es geht um gemeinsame Lösungen aller Akteure

Es geht um gemeinsame Lösungen aller Akteure

Da Behörden Spiegel | newsletter (http://www.behoerden-spiegel.de/)

Er steht an der Spitze eines für den Schweizer Bevölkerungsschutz äußerst wichtigen Gremiums: Der Tessiner Staatsrat Norman Gobbi. Seit 2015 ist der 40-Jährige Präsident der Schweizer Regierungskonferenz Militär, Zivilschutz und Feuerwehr (RK MZF). Der Politiker der Partei “Lega del Ticino”, der in seinem Kanton die Leitung des Departements für Inneres, Justiz und Polizei innehat, sprach auch auf dem diesjährigen Europäischen Katastrophenschutzkongress des Behörden Spiegel. Im Interview erläutert er die Zusammensetzung und Arbeit seiner Interkantonalen Regierungskonferenz und geht auf Herausforderungen im Bereich des Bevölkerungsschutzes ein. Die Fragen stellte Marco Feldmann.

Behörden Spiegel: Herr Staatsrat, welche Aufgaben hat die Regierungskonferenz Militär, Zivilschutz und Feuerwehr und wie setzt sie sich zusammen?

Gobbi: Unsere Konferenz besteht aus den in den jeweiligen Kantonen für die Bereiche Militär, Zivilschutz und Feuerwehrwesen zuständigen Regierungsrätinnen und Regierungsräten. Hinzu kommt die Innenministerin des Fürstentums Liechtenstein. Die Regierungskonferenz Militär, Zivilschutz und Feuerwehr
koordiniert Angelegenheiten, die für kantonale Militärbelange, den Zivilschutz und das Feuerwehrwesen für die Schweizer Kantone und das Fürstentum Liechtenstein von gemeinsamem Interesse sind.

Behörden Spiegel: Geht es etwas konkreter?

Gobbi: Als wichtiges Instrument des Schweizer Föderalismus vertreten wir die Interessen der Kantone gegenüber dem Bund in unseren Themenbereichen.
Strebt beispielsweise der Bund Gesetzesänderungen im Militär oder im Zivilschutz an, so versucht unsere Konferenz die Haltungen der Kantone möglichst zu bündeln und beim Bund pragmatische und praktikable Lösungen durchzusetzen. Zudem wirken wir an zahlreichen gemeinsamen Projekten von Bund und Kantonen mit. Diese Projekte reichen von der Schaffung eines sicheren elektronischen Datenverbundsystems bis zur eventuellen Einführung eines obligatorischen Orientierungstages über die Instrumente der Schweizer Sicherheitspolitik für Schweizerinnen.

Behörden Spiegel: Vor welchen speziellen Herausforderungen steht eigentlich der Schweizer Bevölkerungsschutz?

Gobbi: Eine große Herausforderung stellt die Stärkung der Resilienz – vereinfacht gesagt, der Widerstandsfähigkeit – von Kritischen Infrastrukturen dar. Bei Stresstests
hat sich nämlich gezeigt, dass diese teilweise sehr verletzlich sind. Es geht nun darum, unsere Resilienz beispielsweise für den Fall eines lang anhaltenden Stromausfalls zu verbessern. Auch die zunehmenden Naturkatastrophen stellen für die Schweiz große Herausforderungen dar.

Sospetti legami terroristici

Sospetti legami terroristici

Da laRegione | C’è l’ombra dell’Isis dietro l’arresto a Chiasso di due giovani coniugi tunisini. Misure al vaglio

La coppia era giunta al Centro di registrazione e procedura alcune ore prima dell’azione di polizia coordinata dalla FedPol. Il riserbo è massimo.
A Chiasso ci erano arrivati da poco. Con tutta probabilità i due cittadini tunisini avevano varcato il cancello del Centro di registrazione e procedura per richiedenti l’asilo di via Motta sabato. Poi domenica notte, verso le 23, è scattata l’operazione di polizia, coordinata dalla FedPol, la Polizia federale. Una decina gli agenti della Cantonale entrati in azione. Ma loro, marito e moglie sulla trentina, non hanno opposto resistenza. E a quel punto sono scattate le manette. Certo sulla coppia pesa un sospetto grave: si presume, infatti, possa avere dei legami con attività terroristiche svolte all’estero. A livello federale le bocche sono cucite: il riserbo massimo. Cathy Maret, a capo della comunicazione dell’Ufficio federale di polizia, da noi interpellata ieri si è limitata a confermare l’arresto di due individui ritenuti potenzialmente un rischio per la sicurezza interna del Paese. «Al momento – ha precisato Maret – sono in corso delle verifiche per esaminare le misure da prendere». Che in questo contesto specifico fanno riferimento a delle «misure di Polizia amministrativa», e meglio a un divieto d’entrata o a un rinvio. Quali legami terroristici avevano i due giovani coniugi tunisini arrestati a Chiasso? C’è chi ipotizza, come riferito ieri da Ticinonews che ha anticipato la notizia, un collegamento con l’ultimo attentato a Marsiglia. Il primo ottobre scorso nella città francese sempre un tunisino, Ahmed Hannachi, aveva ucciso a coltellate due donne alla stazione. Fatti che, solo qualche ora prima del blitz a Chiasso, al di là della frontiera, a Ferrara hanno portato all’arresto di un fratello dell’attentatore, già inseguito dalle forze dell’ordine.

Gobbi: ‘Siamo esposti a dei rischi’
C’è un collegamento tra l’intervento della Polizia cantonale e Federale e quanto accaduto in Italia? Nessuno si sbilancia. Neppure il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Sussiste una relazione con Marsiglia? «Non posso né confermare né confutare l’informazione. Semplicemente non posso – ci dice il consigliere di Stato –. Vi sono diverse misure che vengono intraprese durante l’anno e confermano, comunque – tiene a sottolineare –, la bontà e l’utilità dei controlli che vengono effettuati in entrata, da parte delle Guardie di confine, e che possono sfociare in una riammissione semplificata; rispettivamente i controlli più approfonditi di sicurezza e di identità su coloro che intraprendono una procedura d’asilo, visto che poi rischiano di rimanere per lungo tempo sul nostro territorio». Un episodio come quello che si è verificato a Chiasso, con l’arresto di due persone che potrebbero essere vicine ad ambienti terroristici internazionali, la preoccupa? «Evidentemente sono sempre segnali preoccupanti. E dimostrano come ci sia un’alta mobilità – ci risponde Gobbi –. Il fatto, ad esempio, che anche l’accoltellatore di Turku (in Finlandia ad agosto, ndr) sia passato da Chiasso – il giovane, marocchino, qui aveva chiesto asilo nel 2016, ndr –, ci fa capire come la nostra posizione geografica sia, da un lato, strategica, ma dall’altro ci esponga a maggiori rischi legati ai flussi migratori, legati alla vicinanza della metropoli lombarda. È importante, però, riconoscere – rimarca ancora il direttore del Di –, che molto è stato intrapreso nell’ambito dei controlli preventivi, volti a depistare per tempo entrate che possono mettere in pericolo la sicurezza interna». Sul fronte federale e cantonale si è reagito in modo adeguato? «Il Cantone si occupa soprattutto della popolazione residente. A livello federale Segreteria di Stato della migrazione, Guardie e FedPol naturalmente lavorano insieme. C’è poi il gruppo Tetra – mirato alla lotta al terrorismo di matrice jihadista in Svizzera, ndr – che ha permesso di attivare una rete di collaborazione anche sul piano dei servizi di informazione, oltre che di polizia». La soglia d’attenzione quindi è alta. «Lo è. Queste persone – conclude Gobbi – cercano di andare laddove pensano di essere meno controllati. Ma qui i controlli ci sono».

Terrorismo, arresti a Chiasso

Terrorismo, arresti a Chiasso

Da RSI.ch | In manette in due domenica sera al centro per richiedenti l’asilo

Il servizio al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Terrorismo-arresti-a-Chiasso-9645952.html

Due persone sono state arrestate domenica sera al centro per richiedenti l’asilo di Chiasso dalla polizia ticinese su richiesta di quella federale. La notizia, anticipata da Ticinonews, ci è stata confermata dalle forze dell’ordine cantonali. Secondo il portale, si tratterebbe di tunisini e ci sarebbero legami con l’attentato di Marsiglia costato la vita a due giovani donne.

I fermati rappresentavano un potenziale rischio per la sicurezza interna in relazione ad attività terroristiche all’estero, si limita a confermare dal canto suo la fedpol, che parla di presunte simpatie per l’IS ma non si sbilancia sul nesso con l’accoltellamento in Francia. Precisa che verifiche sono in corso per esaminare le misure di carattere amministrative da prendere. Non si tratta di un caso straordinario, spiega: da inizio 2017 sono già stati decisi otto rinvii in patria e decine di divieti di ingresso nel paese.

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Il reclutatore, gli incontri in carcere e le minacce

Dal Corriere del Ticino | L’intervista – Norman Gobbi «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» – Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo

Approfondimento completo su www.cdt.ch

Il Corriere del Ticino ha ricostruito la storia del turco in odore di estremismo espulso qualche mese fa. Oggi è colpito da un divieto d’entrata, ma come ha vissuto questo caso che si trascina ormai dal 2010, quando è entrato in Governo?

«Si è trattato di un caso lungo e complicato che ha visti coinvolti diversi servizi: dall’Ufficio della migrazione alla polizia cantonale che hanno collaborato con la Segreteria di Stato della migrazione, la polizia federale e il Servizio delle attività informative – l’intelligence federale per intenderci. Da una parte non nascondo che, proprio per la pericolosità dello straniero, l’ho vissuto con preoccupazione e apprensione. Ma ho sempre avuto fiducia nell’operato dei miei collaboratori e degli agenti cantonali e federali coinvolti. Per questo motivo ero certo che tutti avrebbero lavorato intensamente e con il massimo impegno, sacrificando pure momenti di festa con i propri famigliari, per riuscire a risolvere il caso e allontanare il personaggio dal nostro territorio proprio per motivi legati alla sicurezza interna. Ancora una volta voglio ringraziare tutti i miei collaboratori coinvolti per aver portato a termine con successo questa delicata operazione».

Le risulta che fosse sorvegliato in incognito 24 ore su 24?

«Si trattava di una persona ritenuta pericolosa pertanto ero a conoscenza del fatto che fosse oggetto di attività di polizia. Anche se sono il capo Dipartimento non conosco però le modalità e le tattiche utilizzate per questo genere di operazione poiché sono, logicamente, esclusiva competenza di chi conduce le indagini».

I contatti tra l’uomo condannato per legami con il terrorismo di matrice islamica già dipendente della Argo 1 e il rifugiato sono appurati. Andava a fargli visita al penitenziario ed è stato lui ad accoglierlo il giorno della scarcerazione. Questi fatti sono noti al Consiglio di Stato?

«A scanso di equivoci e per evitare ulteriori speculazioni, tengo a ricordare che nel nostro Paese vige la separazione dei poteri. Quando la magistratura porta avanti un’inchiesta penale, l’Esecutivo non possiede questo genere di informazioni. Ma su questo ha già riferito in maniera esaustiva il presidente del Consiglio di Stato e mio collega Manuele Bertoli in occasione dell’incontro informativo con i media per riferire delle decisioni che il Governo ha preso la scorsa settimana sul caso Argo 1. In ogni caso per essere chiari: l’inchiesta legata alle attività del reclutatore nel frattempo condannato e l’inchiesta che poi è sfociata nel caso Argo 1, sono due inchieste ben distinte. La prima portata avanti per competenza dal Ministero pubblico della Confederazione e la seconda dal nostro Ministero pubblico».

Insomma emergono sempre ulteriori relazioni tra questi uomini e la vicenda Argo 1. Al cittadino che osserva preoccupato e perplesso, Gobbi come risponde?

«Per ulteriore chiarezza proprio nei confronti di tutti i cittadini ribadisco che le due inchieste sono separate e quindi non è corretto relazionarle ed accostarle l’una all’altra. Se ci chiniamo sulla problematica legata al terrorismo posso ribadire che la Svizzera non risulta essere uno degli obiettivi principali delle organizzazioni terroristiche anche se il rischio zero in questi casi non esiste. Il nostro Paese è piuttosto il luogo dove probabilmente vengono effettuate attività di reclutamento e legate al finanziamento di queste “ignobili” azioni. Ma tengo a sottolineare che non stiamo con le mani in mano. Da una parte ho fiducia nelle nostre forze dell’ordine e nella nostra intelligence. E dall’altra a livello politico ci stiamo muovendo. Di recente il Governo ticinese, rispondendo a una consultazione federale, ha infatti chiesto a Berna – su proposta del mio Dipartimento – di valutare l’inasprimento delle pene per i reclutatori che spingono alla radicalizzazione. Non da ultimo, la scorsa settimana abbiamo scritto a tutti i Comuni sensibilizzando sulla distribuzione delle copie del Corano nell’ambito della campagna “Lies!” indicando ai nostri enti locali, come stabilito dalla Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, di ritenere anticostituzionale questa iniziativa. Il primo «È un caso che ho vissuto con grande apprensione» Il consigliere di Stato e quel sospiro di sollievo modo per sconfiggere le organizzazioni terroristiche è prevenire la radicalizzazione e puntare invece su attività di integrazione. Ci stiamo adoperando per contrastare il terrorismo, la radicalizzazione e continueremo con gli sforzi che abbiamo intrapreso a più livelli».

Sappiamo delle minacce che questo uomo ha rivolto a funzionari e politici. Questo fatto è preoccupante. Senza entrare nel dettaglio di questioni delicate e riservate le chiediamo se sono state prese tutte le misure del caso per proteggere chi ha fatto unicamente il proprio lavoro.

«Ovviamente i collaboratori che hanno ricevuto questo genere di intimidazioni, a dipendenza della loro gravità e del coinvolgimento nel caso, hanno ricevuto supporto e protezione dalle forze dell’ordine. Momenti non facili, soprattutto a livello umano e personale. Per questo motivo la loro sicurezza e quella delle loro famiglie era la priorità. Va anche detto che quello delle minacce a politici e funzionari è un fenomeno in aumento, ma non per forza è legato a personaggi pericolosi come quello di cui stiamo parlando. E si tratta anche di un tema al quale non sono indifferente. Infatti, dedicherò il prossimo incontro con i miei funzionari dirigenti a questo argomento, spiegando come agisce la polizia cantonale nelle situazioni di persone minacciate personalmente nel loro ambito professionale. In questo senso il comandante, prendendo spunto dalle esperienze delle polizie degli altri cantoni, ha istituito all’interno del corpo un nuovo servizio per la presa a carico proprio di questi casi. Considerati i primi incoraggianti risultati, intendiamo sviluppare ulteriormente questa unità e intendo portare il tema delle minacce contro gli impiegati statali sul tavolo del Governo con lo scopo di estendere quanto fatto dal mio Dipartimento a tutta l’Amministrazione cantonale nonché per sensibilizzare maggiormente anche i Comuni».

Quando il 39.enne è stato espulso dal nostro territorio, ha tirato un sospiro di sollievo?

«Si, senza ombra di dubbio. Per i miei collaboratori coinvolti nella vicenda, ma soprattutto e principalmente per tutti noi cittadini ticinesi. È stato un esempio di buona collaborazione tra autorità cantonali e federali, che dimostra ed evidenzia l’impegno e la professionalità di chi lavora per tutelare la nostra sicurezza».

Come possiamo essere certi che costui oggi sia davvero in Turchia e non possa avvicinarsi nuovamente al Ticino?

«Su di lui pende un divieto di entrata in Svizzera e ed è pure segnalato alle autorità federali. Se dovesse ripresentarsi sul nostro territorio verrebbe immediatamente espulso e rispedito nel suo Paese d’origine. E poi come responsabile della sicurezza ma soprattutto come cittadino ho piena fiducia nell’operato delle nostre forze dell’ordine».

Brissago, “siamo scossi”

Brissago, “siamo scossi”

Da RSI.ch | Asilante ucciso, il comandante Cocchi: “Niente grilletti facili”. Il capo delle istituzioni Gobbi: “Sostegno all’agente”. I primi elementi emersi sul fatto di sangue

Video, foto e audio nell’articolo: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Brissago-siamo-scossi-9638290.html

“Siamo scossi per quanto successo a Brissago”, ha detto Matteo Cocchi, comandante della polizia cantonale ticinese, in apertura della conferenza stampa di sabato presso la sede di Noranco, indetta in seguito al fatto di sangue avvenuto nella notte a Brissago e costato la vita a un asilante, un 38enne dello Sri Lanka, rimasto ucciso dallo sparo di un agente.

“Fiducia agli agenti e al corpo di polizia. Dobbiamo essere pronti a reagire in situazioni di questo tipo. I nostri agenti decidono in poco tempo. E qui la situazione è stata portata avanti secondo le nostre direttive”, ha aggiunto. Cocchi ha pure precisato che l’allarme era stato lanciato da altri asilanti dello Sri Lanka. “C’era un litigio in corso e gli agenti, al telefono, non avevano capito cosa stava succedendo. Dopo aver valutato la situazione, una volta giunti sul posto, sono entrati nello stabile, che ospita una decina di persone in attesa del permesso di soggiorno”.

“Sostengo pubblicamente tutti gli uomini della polizia cantonale, massima vicinanza e sostegno all’agente coinvolto” ha detto, da parte sua, il capo del dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, che difende l’operato del poliziotto che ha esploso due o tre colpi d’arma da fuoco (questo dettaglio è ancora da chiarire). L’agente non è stato sospeso e — sulla formazione delle reclute — il “ministro” non ha dubbi: “È adeguata, include situazioni di questo tipo”.

I primi elementi emersi sul fatto di sangue

I due agenti sono stati interrogati questa mattina davanti al procuratore pubblico Moreno Capella. Il poliziotto che ha sparato – un appuntato di 28 anni e 5 di servizio, difeso dall’avvocato Brenno Canevascini, ha raccontato che l’unica parte visibile del corpo dell’aggressore era quella superiore. Le gambe – solitamente la prima cosa a cui mirare – erano coperte dalla balaustra che da sulle scale. Nei confronti dell’agente, al momento, l’ipotesi di reato è di omicidio intenzionale con dolo eventuale. Non ci sono però gli estremi per l’arresto. Lui sostiene di aver agito per legittima difesa e per difendere terze persone.

Non risulta invece indagato l’altro agente. Il collega di pattuglia, un 46enne patrocinato dall’avvocata Giorgia Maffei, è stato sentito come persona informata sui fatti. Anche i due richiedenti l’asilo che hanno assistito alla scena sono stati ascoltati dagli inquirenti. Forse nelle prossime ore si procederà all’audizione degli altri due agenti che si trovavano a Brissago la notte scorsa. Sono stati ordinati gli esami del sangue del poliziotto sotto inchiesta e della vittima.