La nuova divisa di polizia entra in servizio in tutto il Ticino

La nuova divisa di polizia entra in servizio in tutto il Ticino

Comunicato stampa

Da lunedì 2 novembre 2026, la Polizia cantonale e le Polizie comunali ticinesi indosseranno ufficialmente la nuova uniforme di servizio KEP. Con il completamento della distribuzione degli equipaggiamenti, avviata nel mese di ottobre, tutti gli agenti e le agenti di polizia presteranno quindi servizio con la nuova divisa. Questo cambiamento si inserisce nell’ottica di una maggiore
uniformità e riconoscibilità delle forze di polizia a livello nazionale.

La sostituzione delle uniformi, annunciata lo scorso anno nell’ambito del progetto di rinnovo delle divise, segna per il Ticino un nuovo passaggio nell’evoluzione delle dotazioni di servizio, a vent’anni dall’introduzione delle precedenti uniformi UNIMATOS. Con questa decisione, la Polizia cantonale e le Polizie comunali ticinesi si uniscono così agli altri Corpi di polizia svizzeri che, a partire dal 2015, come deciso dalla Conferenza dei comandanti e delle comandanti delle Polizie cantonali svizzere (CCPCS), hanno progressivamente adottato un’uniforme comune.

Le nuove uniformi KEP sono pensate per rispondere alle esigenze operative del lavoro quotidiano, rafforzando allo stesso tempo l’aspetto identitario dei poliziotti e delle poliziotte in Svizzera. Pur adottando un modello comune, i singoli Corpi mantengono i propri elementi distintivi personalizzati, come badge e mostrine. Le divise degli agenti di polizia sono ora a tinta unita, a differenza della precedente configurazione bicolore. Tra le novità vi è la camicia, che torna a far parte della dotazione di servizio. Per gli agenti e gli assistenti di sicurezza pubblica viene mantenuta la versione grigia.

L’introduzione delle nuove divise di servizio ha richiesto un importante lavoro organizzativo e logistico, articolato in una prima fase di distribuzione dei nuovi equipaggiamenti e in una seconda fase dedicata al ritiro delle precedenti dotazioni di servizio UNIMATOS. La distribuzione del materiale è stata organizzata centralmente e le dotazioni sono state consegnate direttamente ai diversi Posti di polizia. Questa modalità ha permesso di coordinare il passaggio alla nuova uniforme sull’intero territorio cantonale, agevolando la gestione delle consegne e garantendo la continuità delle attività operative.

Dati online, la difesa siamo noi

Dati online, la difesa siamo noi

La settimana scorsa ho ricevuto diverse comunicazioni ufficiali da associazioni ed enti di cui faccio parte. Il contenuto era sempre lo stesso: i miei dati personali potrebbero essere finiti nelle mani sbagliate. È il segno dei tempi. Siamo costantemente connessi; viviamo, lavoriamo e ci informiamo in rete, e ogni servizio che usiamo custodisce una parte di noi. Più cresce la nostra vita digitale, più siamo esposti.

È un tema che in Ticino conosciamo bene. Di recente un servizio online del Cantone è stato sfruttato per raccogliere in modo abusivo i dati dei detentori di veicoli. Un attacco a un fornitore di software d’Oltralpe ha invece esposto i dati di circa 1’ 800 assicurati dell’Istituto di previdenza del Cantone Ticino. In entrambi i casi i sistemi informatici cantonali hanno retto, ma la lezione è chiara: i cybercriminali affinano continuamente le proprie tecniche e colpiscono dove trovano un varco.

Chi gestisce le informazioni personali ha una responsabilità precisa. La Legge federale sulla protezione dei dati chiede a enti, aziende e associazioni di proteggerli con misure tecniche e organizzative adeguate. Chiede anche di notificare le violazioni gravi all’Incaricato federale. È una questione di rispetto verso chi ci affida le proprie informazioni. Vale per l’ente pubblico come per la piccola associazione locale, che spesso custodisce i dati di centinaia di soci.

Alle regole deve però accompagnarsi la consapevolezza. L’ho sempre detto e lo ribadisco: la sicurezza è un compito condiviso, e nel mondo digitale lo è ancora di più. La prima linea di difesa è una cittadinanza informata, che conosce i rischi a cui è esposta ogni giorno. I media riferiscono ormai di continuo di fughe e furti di dati. A ruota seguono e-mail, SMS e telefonate di chi cerca di approfittarne, spacciandosi per una banca, un ufficio pubblico o una cassa pensioni. Riconoscere un messaggio sospetto, resistere al clic d’impulso, verificare attraverso i canali ufficiali: sono gesti semplici che fanno la differenza. Nel dubbio, meglio una telefonata in più all’ente interessato.

Autorità e istituzioni hanno un ruolo centrale, sia nella prevenzione sia nel perseguimento dei reati. Tuttavia, in un quadro sempre più complesso, anche i cittadini sono parte della soluzione. Il nostro compito è quindi coinvolgerli, informarli e tenerli aggiornati. È il principio alla base di Cyber Sicuro, la piattaforma con cui da anni il Dipartimento delle istituzioni mette in rete istituzioni, esperti, enti locali e popolazione.

Proteggere i dati e le infrastrutture significa proteggere le persone. È una responsabilità che riguarda tutti noi e che dobbiamo assumerci, giorno dopo giorno, clic dopo clic.

Opinione pubblicata nell’edizione di sabato 31 ottobre 2026 del Corriere del Ticino

 

“Una minaccia che bisogna imparare a riconoscere”

“Una minaccia che bisogna imparare a riconoscere”

Dalle truffe su WhatsApp agli attacchi contro le aziende, quando per colpire basta un clic

“Ciao, vota per la figlia del mio amico, li aiuteresti molto. Si chiama Sofia. Il concorso finisce presto, ci vorrà meno di un minuto”. Un messaggio WhatsApp a prima vista innocuo, che apparentemente arriva da un conoscente. In realtà, è un esempio di truffa riportato nei giorni scorsi sul sito dell’Ufficio federale della cibersicurezza. Dietro la richiesta di un favore c’è un tentativo di impossessarsi del nostro account WhatsApp. Il fenomeno è tutt’altro che isolato. Nel solo mese di ottobre, la Confederazione ha ricevuto oltre 50 segnalazioni di tentativi di questo genere, molti dei quali andati a buon fine. È un esempio di come la criminalità riesca, attraverso tecniche sempre più sofisticate, a sfruttare le nostre abitudini quotidiane e, soprattutto, la fiducia che riponiamo nelle autorità e nelle persone che conosciamo. E con l’intelligenza artificiale le possibilità di raggiro si moltiplicano. « I criminali hanno purtroppo sempre saputo adattarsi ai tempi. Oggi possono raggiungerci direttamente sul telefono, entrare nelle nostre case attraverso uno schermo e colpire le aziende senza nemmeno avvicinarsi alla loro sede. È una minaccia che dobbiamo imparare a riconoscere », sottolinea il Consigliere di Stato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni.

Nel mirino anche le nostre aziende
La criminalità informatica rappresenta un rischio crescente anche per il mondo economico. Secondo un recente studio pubblicato dall’Ufficio federale della cibersicurezza, circa 35’000 PMI sarebbero state colpite dalla cybercriminalità, mentre quattro piccole e medie imprese svizzere su cinque prevedono che le minacce aumenteranno con la diffusione dell’intelligenza artificiale. Per capire le conseguenze di un attacco basta pensare a un’officina, un negozio o uno studio professionale. Computer bloccati, fatture che non partono, ordinazioni ferme, dati dei clienti sottratti. In alcuni casi viene chiesto un riscatto per restituire l’accesso ai sistemi. Il nostro Cantone non è risparmiato. « Il Ticino è un Cantone di piccole e medie imprese, spesso costruite con anni di lavoro e sacrifici. Dietro ogni attività ci sono imprenditori, collaboratori e famiglie. Un attacco informatico può avere ricadute pesanti. Proteggere le nostre aziende significa anche difendere i posti di lavoro e la solidità della nostra economia », osserva Gobbi.

Lo Stato deve fare la sua parte
Di fronte a una criminalità che supera i confini nazionali, la collaborazione tra autorità, mondo economico e ricerca diventa fondamentale. Le istituzioni devono contribuire a diffondere conoscenze e favorire lo scambio di informazioni, mentre le imprese sono chiamate ad adottare misure adeguate per tutelare le proprie attività e i propri clienti. È con questo obiettivo che il Dipartimento delle istituzioni promuove da anni la piattaforma Cyber Sicuro, dedicata alla sensibilizzazione e alla collaborazione tra attori presenti sul territorio. Una serie di attività dedicate ad aziende, enti locali e cittadinanza si sono svolte negli ultimi mesi, mentre altre sono in programma. « Lo Stato deve offrire strumenti e competenze, ma non può sostituirsi alla responsabilità individuale. La sicurezza digitale si costruisce con il contributo di tutti. Per questo è fondamentale investire nella formazione e nella consapevolezza dei rischi », sottolinea Gobbi. La prudenza resta infatti la prima forma di difesa. I criminali sfruttano sempre più spesso la disattenzione, la fretta e soprattutto la fiducia. Il messaggio di un amico, una comunicazione che sembra arrivare dalla banca, un’offerta particolarmente allettante: basta poco per cadere nella trappola. Per questo è importante imparare a riconoscere i segnali di una possibile truffa, verificare l’autenticità delle richieste e prestare attenzione alle informazioni che condividiamo online. Anche aggiornare regolarmente i dispositivi, utilizzare password diverse e attivare l’autenticazione a due fattori sono accorgimenti importanti. Nessuno può considerarsi completamente al riparo, indipendentemente dall’età o dalla dimestichezza con la tecnologia. E spesso è proprio un semplice gesto di prudenza a fare la differenza.

Un appuntamento per approfondire
Proprio per sensibilizzare cittadini, enti pubblici e imprese su queste nuove minacce, il Dipartimento delle istituzioni organizza martedì 10 novembre, alle 18.00, all’Auditorium BancaStato di Bellinzona, una serata pubblica dedicata alla cybersicurezza. Ospite sarà Florian Schütz, direttore dell’Ufficio federale della cibersicurezza, che illustrerà come cambia la minaccia e quale ruolo spetta alla Confederazione, ai Cantoni e alla cittadinanza. Nell’ambito di una tavola rotonda interverranno anche Angelo Consoli, docente-ricercatore della SUPSI, e Silvano Petrini, direttore del Centro sistemi informativi del Cantone Ticino.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 1 novembre 2026 de Il Mattino della domenica

Cybersicurezza: una responsabilità condivisa

Cybersicurezza: una responsabilità condivisa

Comunicato stampa

Il direttore dell’Ufficio federale della cibersicurezza Florian Schütz interverrà il 10 novembre a Bellinzona, in una serata pubblica organizzata dal Dipartimento delle istituzioni nell’ambito delle attività promosse dalla piattaforma Cyber Sicuro.

La minaccia cyber evolve e riguarda tutti: istituzioni, aziende e cittadini. Per fare il punto su tendenze, sfide e prospettive, il Dipartimento delle istituzioni organizza un evento pubblico che si terrà martedì 10 novembre 2026 alle 18.00, presso l’Auditorium BancaStato di Bellinzona.  
Ospite della serata è Florian Schütz, direttore dell’Ufficio federale della cibersicurezza (UFCS). Nella sua relazione illustrerà come cambia la minaccia e quale ruolo spetta alla Confederazione, ai Cantoni e alla cittadinanza. Segue una tavola rotonda con Florian Schütz, Angelo Consoli, docente-ricercatore dell’Istituto sistemi informativi e networking della SUPSI e Silvano Petrini, direttore del Centro sistemi informativi del Cantone Ticino.
«La sicurezza è un compito condiviso, e nel mondo digitale lo è ancora di più: Confederazione, Cantone, enti locali, aziende e cittadini devono fare ciascuno la propria parte», sottolinea il Consigliere di Stato Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle istituzioni. «Da anni Cyber Sicuro informa, sensibilizza e mette in rete gli attori del territorio. Questa serata ne è un esempio concreto».
La serata si concluderà con un aperitivo. La partecipazione è gratuita, con posti limitati. È richiesta l’iscrizione online all’indirizzo www.ti.ch/eventicyber.  

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Controversie sugli affitti

Controversie sugli affitti

Comunicato stampa

Quasi sette procedure di conciliazione su dieci si chiudono senza intervento di un giudice

Si è svolta negli scorsi giorni la riunione plenaria degli Uffici di conciliazione in materia di locazione del Canton Ticino. Un’occasione per richiamare le cifre dell’attività: nel 2025 sono state concluse 1’211 procedure. Nel 68% dei casi non è stato necessario proseguire davanti a un giudice. Un risultato che conferma l’importanza della conciliazione nella risoluzione delle controversie tra inquilini e proprietari, contribuendo a ridurre il carico di lavoro delle Preture.

Aumenti delle pigioni, contestazioni delle spese accessorie, difetti degli immobili: sono alcune delle questioni all’origine dei contenziosi tra inquilini e proprietari. Distribuiti sul territorio cantonale, gli undici Uffici di conciliazione offrono un servizio di prossimità che favorisce la ricerca di soluzioni condivise evitando, quando possibile, il ricorso alla giustizia ordinaria.
L’attività degli Uffici e le prospettive sono state presentate negli scorsi giorni in occasione della riunione plenaria che si è svolta a Bellinzona in presenza del Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, dei rappresentanti della Divisione della giustizia, autorità cantonale di vigilanza, e degli Uffici di conciliazione in materia di locazione.

Quasi sette procedure su dieci si chiudono senza un processo
Nel 2025 sono state avviate 1’279 procedure, di cui 1’211 portate a termine. Tra queste, il 45% si è concluso con un’intesa tra le parti o con l’accettazione di una proposta di giudizio. Un ulteriore 23% è stato chiuso attraverso altre modalità, tra cui ritiri e stralci. Solo nel 30% dei casi è stata rilasciata un’autorizzazione ad agire davanti alla Pretura civile.
«I risultati confermano l’importanza dell’attività svolta dagli Uffici di conciliazione in materia di locazione nella risoluzione delle controversie. Quasi sette procedure su dieci si sono concluse senza ricorrere al giudice, contribuendo così a sgravare in maniera importante l’attività delle Preture», ha sottolineato Frida Andreotti, Direttrice della Divisione della giustizia.

Un servizio vicino ai cittadini
Durante l’incontro, il Consigliere di Stato Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle istituzioni, ha ringraziato i circa cento professionisti coinvolti nell’attività degli Uffici, sottolineando l’importanza del loro lavoro a favore della popolazione.
«Le questioni legate agli affitti toccano da vicino la vita quotidiana dei cittadini e delle famiglie ticinesi. – ha commentato Gobbi – Grazie al lavoro degli Uffici di conciliazione, la popolazione può contare su un servizio accessibile e radicato sul territorio, che permette di risolvere le controversie in tempi ragionevoli, evitando procedure lunghe e costose. Una giustizia che funziona deve anche saper dare risposte concrete ai problemi di tutti i giorni».

SMEPI 2026: concluse le esercitazioni per la gestione delle emergenze

SMEPI 2026: concluse le esercitazioni per la gestione delle emergenze

Comunicato stampa

Un incendio, un problema di ordine pubblico e un’emergenza legata al maltempo: sono gli scenari affrontati da circa 80 operatori degli enti di primo intervento. Quattro giornate di formazione a Biasca e Giornico per rafforzare il coordinamento e la capacità di risposta alle emergenze.

Nel corso del 2026, le Tre Valli hanno ospitato quattro edizioni del corso per gli Stati maggiori degli enti di primo intervento (SMEPI), organizzato sotto la supervisione della Commissione tecnica per la formazione nella protezione della popolazione (CT istr PP). Complessivamente, circa 80 operatori hanno partecipato alle esercitazioni svolte nei Comuni di Biasca e Giornico.
L’obiettivo della formazione è rafforzare la capacità di gestire situazioni d’emergenza complesse, che richiedono l’intervento simultaneo di più enti. Attraverso simulazioni pratiche, i partecipanti si allenano a valutare rapidamente le situazioni, assumere decisioni, coordinare gli interventi e applicare le procedure operative comuni.
Alle attività hanno preso parte responsabili della Polizia, dei Corpi pompieri e dei Servizi autoambulanza, affiancati da quadri della Protezione civile e specialisti dei Servizi tecnici cantonali.
Tre gli scenari simulati: un incendio al Centro di controllo dei veicoli pesanti di Giornico, un problema di ordine pubblico presso la Centrale dei servizi industriali dell’EOC a Biasca e un’emergenza legata al maltempo alla Casa anziani leventinese di Giornico.
Guidati da istruttori esperti e con il supporto dei gestori delle infrastrutture coinvolte, i partecipanti hanno potuto esercitare concretamente i rispettivi ruoli all’interno dello SMEPI, mettendo alla prova il coordinamento tra i diversi servizi e la capacità di attivare un dispositivo d’urgenza.
La formazione proseguirà nel 2027 in un’altra regione del Cantone, con nuovi scenari e ulteriori partecipanti, per consolidare la preparazione e la collaborazione tra gli enti di primo intervento.

Presentata la nuova sezione femminile del Penitenziario cantonale La Stampa

Presentata la nuova sezione femminile del Penitenziario cantonale La Stampa

Comunicato stampa

Il Penitenziario cantonale apre un nuovo comparto dedicato alle donne in esecuzione di pena. La sezione, operativa dal 12 ottobre, conta undici posti, tra cui una cella madre-bambino, e spazi dedicati al lavoro e alle attività quotidiane. La struttura garantisce condizioni più adeguate alle donne in esecuzione di pena e risponde all’evoluzione dei bisogni della popolazione carceraria.

Il Dipartimento delle istituzioni ha presentato la nuova sezione femminile del Penitenziario cantonale La Stampa. Realizzata attraverso la ristrutturazione e la riconversione di una sezione esistente, dispone di undici posti, tra cui una cella concepita per accogliere una madre con un bambino fino ai tre anni di età. Il comparto include inoltre spazi propri per il passeggio e le attività quotidiane, così come di un laboratorio destinato alle attività lavorative.
La nuova sezione rientra in un progetto più ampio di adeguamento delle Strutture carcerarie cantonali, per il quale il Gran Consiglio aveva approvato nel giugno 2023 un credito di circa 3 milioni di franchi complessivi, suddivisi tra interventi edilizi e risorse operative. I lavori hanno interessato anche gli spazi destinati alla presa a carico di detenuti anziani e di persone con disabilità fisica o motoria, tenendo conto dell’evoluzione dei bisogni della popolazione carceraria.

Un’esigenza cresciuta negli anni
La realizzazione della nuova sezione risponde al progressivo aumento della popolazione detenuta femminile registrato negli ultimi anni a livello svizzero. Una situazione che, in Ticino, si inserisce in un contesto più generale di forte occupazione delle strutture carcerarie, con periodi di sovraoccupazione che hanno interessato in particolare il Carcere giudiziario.
Fino all’apertura della sezione dedicata, le detenute erano collocate alla Farera oppure, per l’esecuzione di pene di maggiore durata, trasferite in strutture fuori Cantone. Una soluzione che comportava un onere finanziario significativo e presentava inevitabilmente dei limiti. La Farera è infatti una struttura destinata alla detenzione preventiva e offre un regime differente rispetto a quello previsto per l’esecuzione della pena. Questa situazione si traduceva, in particolare, in un accesso ridotto alle attività lavorative e formative.

Una sezione pensata per l’esecuzione della pena
La nuova sezione nasce per superare questi limiti e offrire condizioni più adeguate all’esecuzione della pena. Il progetto tiene conto delle specificità della detenzione femminile e dei principi riconosciuti a livello internazionale, tra cui le Regole di Bangkok delle Nazioni Unite, che pongono particolare attenzione ai bisogni delle donne private della libertà.
Questa impostazione si riflette anche nell’organizzazione degli spazi. La presenza di un laboratorio permette di ampliare le possibilità di lavoro, mentre gli spazi dedicati consentono di organizzare le attività quotidiane all’interno della sezione. La cella madre-bambino risponde inoltre alle particolari esigenze legate alla maternità.

Elenco targhe: il Ticino aderisce a eAutoindex

Elenco targhe: il Ticino aderisce a eAutoindex

Comunicato stampa

La Sezione della circolazione del Dipartimento delle istituzioni comunica che, a partire dal 1° novembre 2026, il servizio di consultazione dell’elenco targhe verrà modificato. Il Cantone si avvarrà della piattaforma eAutoindex, un sistema già adottato da numerosi Cantoni. La transizione a questo servizio, le cui richieste diventeranno a pagamento, costituisce la risposta strutturale alla sottrazione automatizzata di dati pubblici avvenuta a inizio settembre, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza informatica e prevenire futuri abusi.

All’inizio del mese di settembre il Canton Ticino, al pari di altri Cantoni, è stato interessato da una sottrazione automatizzata su larga scala di dati pubblici relativi ai detentori di veicoli (comunicato stampa del 3 settembre 2026). L’attacco informatico ha sfruttato il precedente modulo di ricerca, aggirando intenzionalmente i meccanismi di protezione che limitavano il numero di richieste, per estrarre informazioni quali il numero di targa, il nome, il cognome e l’indirizzo dei detentori. In risposta a questo evento, dopo aver sporto denuncia penale al Ministero pubblico, il Dipartimento delle istituzioni aveva disabilitato a scopo precauzionale la pagina web cantonale dell’elenco targhe.

Il passaggio a eAutoindex
Per ripristinare il servizio garantendo al contempo standard di sicurezza più elevati, dal 1° novembre 2026 il Ticino aderirà al portale eAutoindex (www.eautoindex.ch). Questo servizio, già ampiamente testato e utilizzato da numerosi Cantoni, permette di consultare le informazioni associate a una targa conformemente al quadro giuridico federale. La principale novità per l’utenza consisterà nel fatto che le singole richieste di ricerca diventeranno a pagamento. Questa modifica, oltre a uniformare il Ticino alle prassi intercantonali, funge da essenziale barriera tecnica e finanziaria contro i tentativi di estrazione automatizzata su larga scala (scraping), disincentivando l’uso improprio del sistema.

Tutela della privacy confermata
L’adozione del nuovo portale non modificherà le tutele per la privacy già in vigore. I dati dei detentori di veicoli che hanno richiesto espressamente alla Sezione della circolazione di non rendere pubbliche le proprie informazioni non sono stati interessati dalla fuga di dati dello scorso settembre e continueranno a non essere accessibili, nemmeno attraverso il nuovo sistema a pagamento.

Raccomandazioni alla popolazione
A seguito dell’episodio verificatosi in settembre, il Dipartimento delle istituzioni rinnova l’invito alla popolazione a mantenere alta l’attenzione nei confronti di comunicazioni fraudolente. Si raccomanda di diffidare di lettere, e-mail o SMS inattesi che richiedano pagamenti urgenti o la comunicazione di dati personali e finanziari, facendo riferimento a presunte multe, tasse di circolazione, controlli tecnici o pedaggi esteri. In caso di dubbio, è fondamentale contattare l’autorità competente attraverso i canali ufficiali e ignorare i recapiti indicati nella comunicazione sospetta.

Casellario giudiziale, la prassi ticinese si espande

Casellario giudiziale, la prassi ticinese si espande

Il modello trova seguito oltre Gottardo ma Berna, per ora, non ci sente

Da Bellinzona a San Gallo, passando per la Mesolcina. La richiesta sistematica dell’estratto del casellario giudiziale per il rilascio dei permessi B e G torna al centro del dibattito. E una prassi adottata dal Ticino da più di dieci anni, fa breccia anche oltre Gottardo.
La novità più recente arriva da San Gallo. Il 16 settembre il Gran Consiglio ha accolto una mozione che fa esplicito riferimento al Ticino e chiede di orientarsi alla prassi applicata nel nostro Cantone già dal 2015. Dallo scorso mese di agosto anche la Regione Moesa in via sperimentale, richiede l’estratto del casellario per i nuovi permessi L, B e G dei cittadini UE/AELS.
«Quando abbiamo introdotto questa misura, oltre dieci anni fa, eravamo soli», osserva il Consigliere di Stato Norman Gobbi. «Oggi anche altri Cantoni si accorgono della necessità di disporre di maggiori informazioni su chi chiede di vivere o lavorare sul nostro territorio. Non si tratta di un limite alla libera circolazione ma semplicemente di dare alle autorità strumenti efficaci per prevenire i rischi e tutelare la sicurezza della popolazione».

Una questione ormai nazionale
Il dibattito, partito dal Ticino, ha ormai assunto una dimensione nazionale e ha riacceso i riflettori sulle due iniziative cantonali ticinesi depositate nel 2015 e tuttora pendenti, che chiedono di rafforzare i controlli sui precedenti penali dei cittadini UE che intendono soggiornare o lavorare in Svizzera. Dopo il tentativo di archiviarle nel 2025, nel marzo 2026 il Consiglio nazionale ha deciso di mantenerle in vita e prolungarne il termine di trattazione fino al 2028. Il tema resta così aperto anche a livello federale.
«Ieri ci davano dei fuorilegge, oggi questa prassi ha mostrato concretamente la sua utilità», osserva Gobbi. «La criminalità non conosce i confini cantonali: proprio per questo servono strumenti di prevenzione efficaci e regole chiare e uniformi in tutta la Svizzera».

E Berna tira il freno
Intanto, come spesso accade quando si tratta di dinamiche tra Svizzera e UE, Berna tira il freno.
La Segreteria di Stato della migrazione considera inammissibile una richiesta generalizzata e agita lo spauracchio dei costi amministrativi che comporterebbero dei controlli sistematici su scala nazionale. Un argomento che ha tutto il sapore di un alibi per non irritare Bruxelles.
Ma se controllare costa, quanto può costare non farlo? È su questo punto che Gobbi ribalta la prospettiva: «Se non disponiamo di tutte le informazioni necessarie su chi viene a vivere o lavorare nel nostro Paese, il conto rischia di arrivare dopo, sotto forma di maggiori oneri per polizia, giustizia, amministrazione e assicurazioni sociali. E a pagarlo, alla fine, sono i cittadini».

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 27 settembre 2026 de Il Mattino della domenica

 

“Anche un risultato intermedio è funzionale all’aggregazione”

“Anche un risultato intermedio è funzionale all’aggregazione”

Dopo anni di discussioni, nel Locarnese le aggregazioni sembrano essere decollate. Da una parte, Minusio e Tenero-Contra, intenzionati ad avviare il percorso verso un «matrimonio » annunciato a inizio mese; dall’altra, Gordola e Lavertezzo, il cui progetto di unione è già a uno stadio più avanzato. Per non parlare di Ronco sopra Ascona e Brissago. 
Secondo Marzio Della Santa, capo della Sezione degli enti locali, il fatto che oggi nella regione si stia affrontando il tema è già di per sé un elemento positivo: «Quello che potremmo definire un risultato intermedio, rimane comunque utile nella misura in cui si arrivasse ad avere due Comuni». Intanto, se i progetti citati dovessero andare in porto, la Città di Locarno, sebbene sempre con il ruolo di «polo», sarebbe chiamata a confrontarsi con realtà istituzionali più grandi e strutturate.

Locarno, Losone e Orselina
Senza però considerare, fa notare il nostro interlocutore, «che la stessa potrebbe decidere di avviare uno studio aggregativo con Losone e Orselina, cosa che potrebbe effettivamente accadere».
A questo proposito, i tempi sarebbero maturi: «Adesso spetta a loro decidere. Nei discorsi che ho sentito, avverto la consapevolezza che uniti sarebbe meglio. Se domani avessimo due Comuni al posto dei sette di partenza, sarebbe anche più facile coordinarli e concertare una posizione univoca nei confronti del Cantone. È vero che due sono peggio di uno, ma sono sempre meglio di sette », dichiara Della Santa al Corriere del Ticino.

Scenario urbano, lavori in corso
La discussione sulle «alleanze» tra enti locali era stata rilanciata tramite un laboratorio con oltre 170 rappresentanti del comprensorio in due giornate al Palexpo (ex Fevi) in primavera. Gli sforzi, ora, sembrano proprio aver dato i loro frutti. Il disegno che sta prendendo forma vede sul fianco est ciò che era stato definito come «Scenario periurbano» (TeneroContra, Minusio e Mergoscia): «Quello che invece non prende piede, almeno per ora, è quello detto “Urbano”. I Comuni interessati, penso non solo a Locarno e Losone, ma forse anche a Orselina e Brione sopra Minusio, più titubante degli altri, hanno però detto di voler continuare le discussioni sia al proprio interno, sia con gli altri, proprio per capire se avviare uno studio aggregativo».

Verso un Comune unico
Tornando alla questione relativa al peso specifico di Locarno in una certa misura «relativizzato » sul territorio (sempre considerando lo stato attuale delle intese), fintanto che la nuova realtà della Navegna (che conterà 11 mila abitanti, contro i 17 di Locarno) non avrà uno status funzionale equivalente, giocoforza continuerà a essere attratta dal polo esistente. «Ciò non toglie che possa sfruttare il suo nuovo posizionamento a proprio vantaggio e drenare risorse a discapito degli altri Comuni, Locarno compresa. Questo non si può escludere. Resta il fatto che una testa è meglio di due e due sono meglio di sette. Non sto dicendo che due enti locali siano la soluzione ideale. Per noi, e in parte era emerso anche dal laboratorio, addirittura un Comune unico sarebbe stato preferibile ai due scenari che gli stessi politici dei sette Comuni avevano contribuito a definire».

«Cambiare cultura politica»
Ma, in un territorio particolare come quello del Locarnese, Della Santa ammette che questa visione era stata per lungo tempo un’utopia: «È una regione in cui si sta bene e dove, dal punto di vista del benessere residenziale, non si possono individuare lacune particolari, ma sta perdendo velocità. E quella che si sta delineando può essere immaginata come una soluzione intermedia. Ci vorrà tempo, certo, ma non dimentichiamo quanti anni sono passati dall’ultima volta che se n’era parlato». Infine, ricollegandosi al benessere, una riflessione sul successo di un’unione, sia che nasca per necessità, sia per opportunità: «Non dipende tanto dalle ragioni, quanto dalla capacità dei rappresentanti, e in particolare dell’Esecutivo, di cambiare cultura politica. Bisogna rendersi conto che non si governa più un piccolo paese o un contesto limitato, bensì un insieme di comunità. Quanto più si riesce a modificare il modo di fare, tanto più l’aggregazione avrà successo».

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 23 settembre 2026 del Corriere del Ticino