Norman Gobbi ad alzo zero su Berna

Norman Gobbi ad alzo zero su Berna

Da CDT.CH l Alla giornata degli ambasciatori al Festival di Locarno il direttore delle Istituzioni ha attaccato il Governo federale

LOCARNO – Il sostegno unanime alla richiesta obbligatoria del casellario giudiziale per il rilascio dei permessi B e G, dichiarato negli scorsi giorni dalla deputazione ticinese a Berna, deve aver dato nuova linfa al fautore Norman Gobbi, sino a quel momento confrontatosi con i molteplici attacchi dall’Italia, come pure con lo scarso appoggio delle autorità elvetiche. E proprio in tal senso, ieri in occasione della giornata degli ambasciatori – svizzeri all’estero e viceversa – al Festival del film Locarno, il presidente del Consiglio di Stato ha sferrato un duro attacco verso Berna, nel quadro della gestione della politica estera, ma non solo.

Un discorso, quello pronunciato alternando quattro lingue (italiano, tedesco, francese e inglese) davanti anche ad alcuni diplomatici dell’Unione europea, volto in primis a tutelare il cantone. Una regione le cui difficoltà, ha rilevato Gobbi, «da anni erano ben visibili nei numeri, ma che sono state valutate a lungo dagli analisti a Berna come variazioni statisticamente poco significative rispetto alla situazione generale». Un riferimento alla delicata situazione del mercato del lavoro ticinese, caratterizzato dall’importante afflusso di manodopera frontaliera, e alla gestione dei migranti in arrivo da sud.

Fenomeni ritenuti dal consigliere di Stato soprattutto cantonticinesi e meno confederati. «Le difficoltà del Ticino – ha ammonito – sono quelle di un territorio che si sente la zona sacrificale della Confederazione; una parte di Paese che il Governo federale sembra aver scelto consapevolmente di abbandonare al proprio destino, mettendola nella condizione di pagare, da sola, il prezzo dell’interesse generale elvetico». Sempre in merito alla libera circolazione delle persone, Gobbi ha dunque voluto ricordare il 9 febbraio 2014 e «quel 68% di cittadini che ha votato sì ai contingenti sull’immigrazione». Una fascia dell’elettorato definita come «solo la punta di un iceberg di malessere: un malessere che se non dovesse essere riconosciuto e affrontato da parte dell’amministrazione e dalla politica federale, non potrà che crescere fino a mettere a rischio la nostra stessa coesione nazionale».

Parole dure sono poi state pronunciate a proposito della citata crisi dei migranti, in continuo arrivo dal Nord Africa. «Cosa pensa il resto della Confederazione, al sicuro e al riparo dietro la catena delle Alpi, della pressione quotidiana sulla nostra frontiera meridionale?» ha interrogato provocatoriamente il direttore delle Istituzioni. Per poi proseguire con una serie di critici quesiti. «I nostri concittadini confederati sanno che dal Ticino ormai passa la linea di tensione fra l’Europa continentale e i disperati che attraversano il Mediterraneo in cerca di una vita migliore? E se lo sanno, perché sembrano indifferenti?».

http://cdt.ch/ticino/politica/136834/norman-gobbi-ad-alzo-zero-su-berna.html

Flüchtlingssituation im Tessin: «Nicht dramatisch, aber kritisch»

Flüchtlingssituation im Tessin: «Nicht dramatisch, aber kritisch»

Da NZZ.CH l Das Tessin erlebte im Juni einen grossen Ansturm von Asylsuchenden. Nun hat sich die Situation leicht entspannt – aber für Regierungspräsident Norman Gobbi ist eine Grenzschliessung nicht vom Tisch.

Peter Jankovsky, Bellinzona

Das Tessin ist eine Art Einfallstor: Die Hälfte aller Flüchtlinge, die 2014 in die Schweiz wollten, kamen in Chiasso an. Heuer war die Situation von Januar bis Ende Mai ähnlich, als insgesamt 3150 Asylsuchende gezählt wurden. Dann spitzte sich die Lage zu: Laut dem Tessiner Justiz- und Polizeidepartement registrierte man im April 613 Flüchtlinge – und im Juni deren 1766. Die Zahl habe sich fast verdreifacht, hält Departementschef Norman Gobbi (Lega) fest. Die Asylzentren in Chiasso, Losone und Biasca waren am Anschlag, zeitweise wurden die Zivilschutzanlagen von Chiasso und Stabio geöffnet. Schliesslich erwog Gobbi Ende Juni die Schliessung der Südgrenze .

Auch das Staatssekretariat für Migration (SEM) spricht von einem steilen Anstieg im Mai und vor allem Mitte Juni. Insgesamt aber habe sich die Zahl der Asylgesuche bisher gemäss den Prognosen für 2015 entwickelt, so die SEM-Sprecherin Léa Wertheimer. Nun habe sich die Situation leicht entspannt; ein weiterer Anstieg sei zurzeit wenig wahrscheinlich. Laut Gobbi kamen letzte Woche 25 Asylsuchende pro Tag im Tessin an, also weniger als im Juni. «Die Situation ist nicht dramatisch, aber kritisch.» Eine Grenzschliessung bleibt daher für Gobbi eine Option – sollten Frankreich und Österreich weiter ihre Grenzen blockieren und der Andrang von Flüchtlingen aus Italien anhalten.

Oggi come ieri, la Svizzera ha bisogno di coraggio

Oggi come ieri, la Svizzera ha bisogno di coraggio

Nella mia veste di presidente del Governo e di Presidente dei direttori cantonali degli affari militari ho avuto l’onore ieri di partecipare al 75. anniversario del “Rapporto del Grütli”, tenuto dal Generale Henri Guisan il 25 luglio 1940.
Allora erano momenti di grande disorientamento, poiché la caduta della Francia ai colpi della Blitzkrieg tedesca di un mese prima gettò l’intera Confederazione nella paura di un attacco dell’asse nazifascista. Il discorso di fine giugno 1940 dell’allora Presidente della Confederazione Pilet-Golaz, nei cui intenti voleva incoraggiare attraverso il mezzo radiofonico la popolazione elvetica, sortì invece ulteriore turbamento nel Popolo.

Per questo motivo, il General Guisan – oltre ad impartire gli ordini militari agli alti ufficiali dell’Esercito, tra cui la creazione del “Ridotto nazionale” – volle sfruttare l’occasione per incoraggiare e istillare fiducia nei cittadini. Ci riuscì, con parole puntuali e incoraggianti che spronavano alla “resistenza incondizionata” contro il nemico e il non voler ascoltare le voci disfattiste che presagivano l’inevitabile caduta del nostro Paese.

Evidentemente la scelta del luogo simbolico che vide la fondazione della Svizzera con il Patto confederale fu azzeccata, perché richiamava alla mente lo spirito fondante degli antichi Confederati, aiuto e difesa solidale contro i nemici esterni. Il fatto che fosse un Generale romando ad esprimere queste parole permise poi che anche le parti linguistiche minoritarie si sentissero coinvolte.

Abbiam ancora bisogno di un Guisan
I giorni di 75 anni fa non sono uguali a quelli odierni, la minaccia militare è infatti lontana, ma il disorientamento e l’ambiguità di certi politici federali sono sicuramente comparabili. L’atteggiamento reverenziale di taluni Consiglieri e parlamentari federali verso l’UE, il disfattismo interno creato da più ambienti politici, sindacali ed economici, portano alla mente il discorso disorientante e il comportamento ambiguo di Pilet-Golaz. Radicale romando, l’allora Presidente della Confederazione nelle parole esprimeva la volontà di voler difendere il Paese, ma nel suo atteggiamento e nei suoi contatti con i rappresentanti germanici tale volontà di resistenza svaniva improvvisamente.

Un po’ come allora, alcuni politici a parole dicono di difendere la Svizzera, anche se poi nei fatti e nei confronti dei rappresentanti del centralismo bruxelliano dell’UE tale vigorosa forza scompare. Allora come oggi, abbiamo un forte bisogno di un General Guisan (non solo per “molaa i can” come recita la scherzosa canzone in dialetto). Non nel senso fisico della figura militare evidentemente, bensì nella forza di spirito e nella ferma volontà di resistere alle pressioni esterne e ai disfattismi interni. Come allora abbiamo bisogno di istillare questo spirito e questa volontà, non tanto nella popolazione che è convinta, quanto per la politica federale che presto potremo rinnovare alle elezioni federali del prossimo 18 ottobre.

Vediamo di scegliere bene. Non vogliamo nuovi Pilet-Golaz, abbiamo bisogno di più Guisan.
Norman Gobbi

Il Ticino ha ospitato la conferenza annuale dei capi di Governo della comunità di lavoro Arge Alp

Il Ticino ha ospitato la conferenza annuale dei capi di Governo della comunità di lavoro Arge Alp

Si è svolta oggi a Lugano la Conferenza dei Capi di Governo della Comunità di Lavoro delle Regioni Alpine (Arge Alp) presieduta dal Presidente del Consiglio di Stato del Canton Ticino Norman Gobbi. L’evento ha segnato la conclusione dell’anno presidenziale del Canton Ticino, con il passaggio di consegne al Land Vorarlberg (Austria) per il periodo 2015/2016.

Nel corso della conferenza, i membri delle Regioni della comunità di lavoro di Arge Alp hanno approvato, in particolare, una risoluzione a sostegno della Strategia Macroregionale per la regione alpina (EUSALP), che comprende 46 regioni dell’arco alpino. È stato inoltre richiesto che il ruolo delle regioni, come responsabili delle decisioni sia fissato a tutti i livelli della governance di EUSALP. Nel corso dell’incontro sono anche stati ufficialmente presentati e ratificati numerosi progetti interregionali.

Due, in particolare, sono stati quelli proposti dal Canton Ticino legati al tema dell’acqua, come preannunciato all’inizio dell’anno di presidenza. Il primo, in collaborazione con la Regio Insubrica, riguarda «Il dissesto idrogeologico nell’arco alpino e prealpino: previsione, prevenzione e gestione dell’emergenza», il secondo, in collaborazione con il Dipartimento del Territorio, riguarda la «Valorizzazione socioculturale, didattica e turistica degli interventi di rinaturalizzazione dei corsi d’acqua nelle regioni alpine». Entrambi sono stati approvati dal plenum.

I singoli Stati fanno i loro interessi

I singoli Stati fanno i loro interessi

Dal Mattino della domenica l L’Unione Europea si sfalda di fronte ai flussi migratori. L’Unione Europea sta dimostrando tutta la sua mancanza di compattezza e solidarietà tra i singoli stati proprio nel momento in cui la crisi dei flussi mi­gratori sta raggiungendo il suo apice. L’Italia, già alle prese con una deva­stante crisi economica che sta ta­gliando le gambe a milioni di persone, viene lasciata completamente sola di fronte agli sbarchi e alle migliaia di persone approdate sulle coste del vec chio continente.

Il sistema delle quote e l’inganno

I vertici di Bruxelles hanno sbandierato ai quattro venti la volontà di ripartire il numero di migranti tra i vari paesi dell’Unione sulla base di alcuni fattori come il PIL, il numero di abitanti e il numero di disoccupati, ma dalle pro­messe si è passati ad un inganno gene­ralizzato nei confronti dei due paesi che per primi sono colpiti dalla nuova “invasione”: Italia e Grecia. La Francia non ha esitato a bloccare del tutto il confine con l’Italia pattugliando i vali­chi con guardie armate e pronte a spa­rare. Negli ultimi giorni sembra addirittura che la Francia stia approfit­tando della situazione per scaricare sul bel paese migranti che nulla hanno a che vedere con la situazione di crisi nel Mediterraneo.

Il rifiuto generalizzato nell’Europa dell’est

I paesi dell’Europa centro orientale, più conservatori di quelli occidentali e con un economia più fragile rifiutano senza troppi complimenti le quote im­poste da Bruxelles. I problemi riscon­trati ad esempio in Francia o Gran Bretagna, con ampie fette della popo­lazione immigrata che non cerca nem­meno di integrarsi, rilanciando così il discorso sulla falsità della società mul­ticulturale, non vuole essere riprodotto in Polonia od Ungheria e Budapest ha ordinato la costruzione di muro al con­fine con la Serbia per cercare di bloc­care le entrate illegali nel paese. Naturalmente Bruxelles ha bacchettato il piano, ma la risposta di Viktor Orban, Primo Ministro del paese, non lascia dubbi sulle intenzioni: “Ci sono altri muri in Europa per arginare le en­trate. Noi continuiamo col nostro pro­getto”. Naturalmente la popolazione magiara ha accolto con entusiasmo la volontà di portare a termine il progetto e la determinazione del suo Primo Mi­nistro nell’affrontare quella che sembra sempre di più una “disunione euro­pea”.

La barca è piena

Se i politici ben pensanti credono di poter continuare sulla strada imposta dall’Unione Europea, l’errore che stanno commettendo è sotto gli occhi di tutti. In questi mesi Bruxelles ha dimostrato di non avere nessuna coe­sione in materia di politica interna ed estera. Chi dunque vorrebbe vera­mente fare parte di questo disastro continentale sull’orlo del collasso? A Milano sono stati registrati CENTI­NAIA DI CASI DI SCABBIA, per non citare tubercolosi, epatite e altre malattie infettive che i migranti por­tano con sé in Europa, dato che non esiste nessuna forma di controllo sa­nitario una volta arrivati in Italia o Grecia. Addirittura a Chiasso le Guardie di Confine hanno confer­mato la presenza di alcuni casi della malattia della pelle.

La Svizzera e il caso Ticino

La situazione tra il Ticino e Berna as­somiglia sotto a certi aspetti a quella tra Bruxelles e le nazioni dell’Europa mediterranea: Bellinzona ha chiesto di poter gestire il numero di migranti in modo autonomo e la sospensione della libera circolazione, ma le auto­rità federali hanno gridato “No!”, un po’ come Bruxelles si comporta con i paesi dell’Europa mediterranea. Il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha messo in campo tutto il suo peso politico, affermando che bisognerà in­tensificare i controlli con il presidio costante dei valichi di confine. Gobbi si è addirittura spinto oltre affermando “Dobbiamo porci delle domande di fondo e chiederci se in futuro saremo ancora in grado di gestire un flusso così importante di migranti o se non sarà il caso di rimandarli sui loro passi, affinché aprano una procedura per la richiesta d’asilo in Italia da dove arrivano.”

GL

“Troppi migranti”

“Troppi migranti”

Norman Gobbi chiede di interrogarsi sulla possibilità di vietare l’accesso ai richiedenti l’asilo. “Dobbiamo porci delle domande di fondo e chiederci se in futuro saremo ancora in grado di gestire un flusso così importante di migranti o se non sarà il caso di rimandarli sui loro passi, affinché aprano una procedura per la richiesta d’asilo in Italia da dove arrivano”. Si esprime così il ministro ticinese Norman Gobbi ai microfoni della RSI, sollecitato sul tema della pressione al confine sud.

“La Svizzera sta svolgendo il lavoro che toccherebbe a Roma. È l’Italia che avrebbe dovuto procedere con l’accertamento dell’identità e degli aspetti di sicurezza e sanità legati a queste persone, evitando che vadano in giro senza un documento di identità”, ha aggiunto il capo del Dipartimento delle istituzioni.

In merito all’apertura provvisoria di nuovi centri di accoglienza in Ticino, il consigliere di Stato afferma: “Alcuni comuni hanno già espresso reticenze e questo andrà tenuto in considerazione”.

http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Troppi-migranti-5585875.html

Affacciati al cancello di Auschwitz

Affacciati al cancello di Auschwitz

Memoria è conoscere e confrontarsi con un evento che ha segnato indelebilmente e irreversibilmente la storia dell’uomo, e ha ipotecato la natura stessa della sua relazione col proprio simile. Per essere educativa deve essere inserita in un contesto presente per poter trasformare le idee e le immagini in maniera duratura e significativa.

La giornata della memoria ricorre quest’anno in un momento particolare. Se ci fosse stato ancora bisogno di ricordare e risvegliare le coscienze, ci hanno pensato i tristi accadimenti di Parigi.
Nel pur ampio panorama dei genocidi del XX secolo, la Shoah – la distruzione degli ebrei d’Europa – occupa un posto unico, per dimensioni, intensità, rapidità e perché è diventata il simbolo di una “rottura di civiltà” nel mondo occidentale.

La sua memoria non è un monumento al passato, ma è invece un allarme permanente su quanto è successo e dunque può di nuovo succedere.
Il Giorno della Memoria è un atto di riconoscimento di questa storia: come se tutti, quest’oggi, ci affacciassimo al cancello di Auschwitz, a riconoscervi il male che è stato. Per trasformare quei luoghi in strumenti di interrogazione sul presente per comprenderne la presenza ingombrante al centro del nostro secolo e della modernità. Ciò che la giornata della memoria ha da insegnare non è soltanto l’esito della Shoah, ma sono i processi politici, ideologici, psicologici, i conformismi e gli interessi che hanno prodotto le condizioni del suo realizzarsi.
Il grande scrittore e testimone Primo Levi ci aveva ammonito ad avere la consapevolezza che se l’orrore assoluto è accaduto, può ripetersi. Eliminare minacce e affronti all’umana dignità è ancora tragicamente necessario.

La memoria è un bisogno e un dovere dell’uomo: i casi in cui l’uomo eccelle in umanità oppure i casi in cui egli smarrisce la ragione perdendo quanto vi è di umano in lui, vanno ricordati per capire e per essere consapevoli del punto in cui un essere umano può arrivare.
Quello che è successo può essere un punto di partenza, quasi un nuovo inizio capace di ridare alla collettività il senso di quello che essa deve essere, un progetto storico che implichi una comunità di valori.
Capita agli individui di dimenticare, di rimuovere, capita alle società di cancellare dalla loro storia eventi ed episodi fondamentali per la comprensione del presente.

Ma un passato così non può essere dimenticato, anzi deve scuotere le coscienze e generare un senso di responsabilità che trascenda le generazioni.
Non bisognerà cancellare mai la memoria negativa e si dovrà sempre tenere viva la memoria positiva della lotta, come riscatto del lato buono dell’umanità. Continuare a testimoniare e raccontare senza retorica, come conquista di libertà, democrazia, uguaglianza, giustizia e solidarietà sociale. L’unico mezzo per poter rimanere attaccati alla vita è mettere ordine nel caos e nell’orrore con la forza della razionalità.
Per questo bisogna promuovere in ogni forma il rispetto dei diritti fondamentali, che sono la base di una società più giusta nei confronti di ciascuno. Progettare un percorso di questo tipo e destinarlo alle giovani generazioni significa preoccuparsi per il proprio futuro e scegliere di investire nel seme della democrazia. Essa, infatti, non deve essere concepita come un risultato raggiunto e dato per scontato; è, piuttosto, un ideale da continuare a perseguire con impegno per incentivare il dialogo e la riflessione soprattutto nella fascia più giovane della popolazione.

Il senso critico e l’indignazione sono atteggiamenti virtuosi, proprio perché rappresentano l’antitesi dell’accettazione passiva, dell’obbedienza cieca e dell’annichilimento, fattori che hanno indiscutibilmente contribuito a rendere il clima sociale terreno fertile per l’instaurazione di dittature e totalitarismi.
Un continuo viaggio che deve andare oltre la resistenza per sfociare nella resilienza, quella straordinaria capacità di ricrearsi e reinventarsi, di trasformare il dolore e il lutto in energia vitale.

Oltre a conservala, la memoria è importante viverla, farla propria. Farla entrare nella nostra coscienza. Il problema non è infatti solo ricordare, ma come ricordare: ossia come utilizzare per il presente gli strumenti che la memoria del genocidio ha elaborato nel corso della sua storia.
Albert Camus, a proposito dell’importanza del ricordo, scriveva «l’uomo non è del tutto colpevole, poiché non ha cominciato la storia, né del tutto innocente perché la continua».

Norman Gobbi
Giornale del Popolo, 27.01.2015 – Giornata della Memoria

Combattenti europei in Siria­e Irak: un pericolo per noi

Combattenti europei in Siria­e Irak: un pericolo per noi

Lavorare in profondità per consolidare la nostra sicurezza.

La cronaca mon­diale di questa setti­mana è stata stra­volta dalla brutale strage di Parigi e dagli eventi che so­no seguiti che han­no fatto oltre una ventina di morti. La Francia, quinta potenza mondiale a livello militare-strategico, è stata colpita nel suo cuore. Un fatto che solleva diversi dubbi sulla reale ca­pacità di controllare i cosidetti ‘fo­reign fighters’, ossia europei e stranieri residenti in Europa che si recano per combattere nei territori oggetto di conflitti armati in cui l’ISIS è coinvolta, ma non solo. Dubbi più che legittimi, dopo quanto indicato dal ministro degli Interni italiano Angelino Alfano…

Lo scorso 17 dicembre, il ministro francese degli Interni Bernard Caze­neuve ha indicato al Parlamento tran­salpino che il numero di francesi e di stranieri residenti in Francia coinvolti, attivi o che si sono resi nei territori di conflitto in Siria ed in Irak sono circa 1’200: la cifra più alta d’Europa, ma solo al terzo posto se il numero viene riportato in base alla popolazione resi­dente. Infatti, il record va al Paese che più di tutti ha accolto numerosi siriani e migranti provenienti dal Medio Oriente: la Svezia, con oltre 30 com­battenti per milione di abitanti. Il paese scandinavo è seguito da un’altra na­zione che ha spalancato le sue porte alla migrazione da questi territori, il Belgio, con oltre 25 combattenti per milione di residenti. La Francia si situa in terza posizione, evidentemente per la sua importante popolazione resi­dente, con circa 20 combattenti per mi­lione di persone che vi risiedono.

La Svizzera, secondo le recenti indica­zioni, registra 62 persone che si sono recate nei territori di combattimento. Questo ha come indicatore quasi 8 combattenti per milione di abitanti. Una realtà, la nostra, significativa­mente sotto controllo, visto che co­munque il nostro Paese non rientra negli obiettivi primari dei ‘lupi solitari’ jihadisti, così pure negli obiettivi di ISIS. Ciò non deve però far abbassare la guardia, ma al contrario! Occorre es­sere sempre vigili e inoltre rafforzare quanto prima gli strumenti legislativi, in particolare la Legge federale sul ser­vizio informazioni della Confedera­zione (i nostri 007) e la Legge federale sulla sorveglianza della corrispondenza postale e del traffico delle telecomuni­cazioni. Oggi la Svizzera non può rac­cogliere informazioni preventive su potenziali persone pericolose per la no­stra sicurezza interna e quella di altri paesi; un’amara eredità dell’affare delle schedature di 25 anni fa che ora do­vremo superare dal punto di vista poli­tico federale, per la nostra sicurezza. Invece, la revisione della Legge sulla sorveglianza delle telecomunicazioni permetterà di verificare anche il traf­fico via social media e app, penso in particolare a Whatsapp e Skype. Gra­zie a questi ulteriori strumenti sarà pos­sibile ridurre il rischio in maniera importante, nella consapevolezza che il rischio zero non potrà tuttavia mai esistere.

Un fatto particolare mi ha però scon­certato: il numero indicato dall’Italia dei suoi ‘foreign fighters’. In Parla­mento e ai media, il ministro Angelino Alfano ha comunicato che la cifra dei combattenti provenienti dall’Italia è di 53 persone, ossia inferiore a quelli re­gistrati in Svizzera. Ciò significa che l’Italia conta 0.8 ‘foreign fighters’ per milione d’abitanti, ossia un decimo ri­spetto a quelli che sarebbero presenti nel nostro Paese! Mi permetterete qual­che fiero dubbio su questo numero, te­nuto anche conto di come la vicina Penisola abbia ormai perso il controllo della sua immigrazione e che le porte del Mediterraneo abbiano portato in Italia un buon numero di migranti anche da questi territori in guerra. E questi fatti, dal punto di vista della no­stra sicurezza, non sono per nulla con­fortanti, giustificando quindi ancor di più un urgente intervento a livello le­gislativo da parte del Parlamento fede­rale nell’adozione delle nuove norme delle due predette leggi. Ma non solo. L’ubicazione del nostro Cantone im­pone l’intensificazione dei controlli, in particolare alla frontiera, attività pre­ventiva di sorveglianza che sicura­mente verrà rafforzata in primis nell’ambito dell’immi- nente svolgi­mento del Word Economic Forum a Davos e successivamente riproposta in occasione dell’Esposizione Universale che si terrà a Milano a partire dal pros­simo maggio, evento che farà confluire a pochi chilometri dalla nostra frontiera oltre 20 milioni di visitatori. Anche la Polizia cantonale, responsabile per la sicurezza su suolo ticinese, si è spesa in questa settimana nella sensibilizza­zione di tutto il personale e degli enti preposti alla sicurezza attivi nel nostro Cantone, in modo da poter intervenire ed anticipare possibili situazioni parti­colari che dovessero presentarsi. Il Cantone e la Confederazione sono quindi vigili nel presidio del nostro ter­ritorio dopo quanto occorso a Parigi. Per la sicurezza di tutti noi.

Norman Gobbi

Intelligence, ma la sicurezza totale non esiste

Intelligence, ma la sicurezza totale non esiste

La strage ad opera di due estremisti islamici avvenuta poche ore fa a Parigi risuona ancora nelle nostre orecchie e le immagini della brutalità offuscano ancora il nostro sguardo, spesso disattento, ma in questo caso scosso dalla terribile imprevedibilità dell’accadimento. Un evento che scuote l’Europa, esattamente come lo fece il massacro del 1972 alle Olimpiadi di Monaco di Baviera ad opera di estremisti palestinesi.

Riconoscenza ai caduti per l’impegno a tutela della libertà e della sicurezza del nostro Paese

Riconoscenza ai caduti per l’impegno a tutela della libertà e della sicurezza del nostro Paese

Il 28 luglio 1914 fu l’inizio formale delle vicende belliche che devastarono l’Europa d’inizio XX secolo; vicende che fanno seguito ai fatti di Sarajevo di circa un mese prima, dove un nazionalista bosniaco assassinò l’erede al trono degli Asburgo Francesco Ferdinando e la sua consorte. I successivi eventi trascinarono il Continente europeo in quella che poi fu chiamata “Prima Guerra mondiale”.