Il popolo, valore svizzero

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Festa Nazionale a Villa Bedretto |

Egregio signor Ignazio Leonardi, Sindaco di Bedretto,
Autorità comunale,
Care e cari convallerani,
Gentili signore, egregi signori,

è un onore per me partecipare oggi come oratore ufficiale al Natale della Patria, e lo è ancor di più quando si tratta di tenere un discorso proprio a due passi da casa. In una Valle nel cuore della Svizzera, uno spettacolo della natura, una roccaforte per le tradizioni alpestri ma anche una via di connessione tra il Ticino e Oltre Gottardo. La Valle Bedretto è un emblema della nostra identità.

Guardandomi intorno, non posso che iniziare il mio discorso parlando proprio di ciò che mi circonda. In Val Bedretto troviamo una natura che lascia senza parole, con la quale prendiamo contatto molto facilmente, solo uscendo da casa. È un privilegio del quale non tutti possono godere. Ci troviamo di fronte a uno spettacolo di forza e maestosità, che nella storia a volte siamo riusciti a “ammaestrare”, mentre a volte ci ha sopraffatto. L’abbiamo affrontata costruendo vie di transito che mettono in collegamento il nord con il sud, fronteggiando le vie impervie delle nostre montagne o passandoci attraverso. Se ci pensiamo non è un’impresa da poco, e come ben sappiamo a volte è costata addirittura delle vite. È la stessa natura che negli anni si è rivoltata, in tutta la sua forza, contro chi cercava di conviverci, come per le valanghe del 1863 e del 1749. Furono due valanghe talmente distruttive che decimarono la popolazione. Ed è la stessa severa natura che ha causato l’emigrazione stagionale e un inevitabile spopolamento negli anni, per chi non riusciva a trovare un’occupazione per vivere tutto l’anno in Valle.

Ma la passione per questa Valle e per la sua bellezza mozzafiato scalda il cuore di molti come una pietra ollare: capace di immagazzinare una grande quantità di calore per poi restituirlo lentamente, ma mantenendo sempre caldi i nostri cuori anche nei momenti più difficili. Penso che chi, come il sottoscritto, decide di vivere nelle Valli del nostro Cantone sappia di che cosa sto parlando. Abbiamo fatto la scelta di abitare in un luogo che non sempre è accogliente, che non sempre è “comodo”, ma non possiamo farne a meno. Questo perché è un luogo che in ogni modo ci rappresenta, e al quale siamo fortemente legati. È un sentimento che portiamo con noi anche quando, per un motivo o per l’altro, ci spostiamo nei centri urbani del nostro Cantone o oltre Gottardo. Quante volte mi capita di sentire amici e conoscenti definirsi leventinesi anche dopo anni e anni che hanno lasciato la Valle. E tornano appena possono, anche solo per il periodo estivo, poiché non riescono a star lontano dal proprio luogo di origine.

Oggi festeggiamo la nostra Patria, che ha un anno in più. Un anno fatto di accadimenti che, nel bene e nel male, hanno toccato la Svizzera o l’hanno sfiorata di poco. Quello che stiamo vivendo è un momento storico nel quale rischiamo di farci sopraffare da incertezza e timore. Anche se la Svizzera non è ancora stata toccata direttamente da un attacco terroristico, diversi Paesi attorno a noi sono ormai già stati confrontati con quella che non è più una situazione nuova, nemmeno alle nostre latitudini. Un contesto che destabilizza, chiaramente, che ci può far preoccupare. Non dobbiamo però farci cogliere dal panico o cambiare le nostre abitudini: è proprio questo l’obiettivo degli autori degli attentati terroristici. Assecondare la loro volontà significherebbe quindi rendere vincente la loro strategia, che si nutre di paura e terrore.

Io credo – anzi, ne sono certo – che la Svizzera possa contare su una sua particolare caratteristica per affrontare una situazione come quella attuale. Ma non è mia intenzione oggi parlare di sistemi d’informazione o di forze dell’ordine. Questa caratteristica, secondo me, è il popolo svizzero. Noi che, vivendo a stretto contatto gli uni con gli altri, nel nostro piccolo territorio, abbiamo creato una rete forte, costruita sulla fiducia e sul mutuo aiuto. E questo fin dal tempo delle vicinanze, che ben conosciamo grazie alla storia delle nostre Valli, le quali garantivano, ancora prima dei comuni, la gestione dei beni pubblici e il quieto vivere. Ancora oggi ci sono i patriziati e le associazioni locali che tengono vivi questi sentimenti di mutuo aiuto e di cura per il patrimonio naturale e culturale, ma che soprattutto creano un senso di unione e di profonda conoscenza della comunità nella quale viviamo. Sono certo che gli altri Paesi possano invidiare la Svizzera come sistema, ma sono oltremodo convinto che siano in molti a invidiare la nostra nazione per il suo popolo. L’eredità del sistema di vicinanze, malgrado l’evoluzione repentina e incerta della situazione europea e globale, ci garantisce un appiglio, un punto fermo al quale affidarci per poter andare avanti uniti e resilienti.

La forza della nostra Patria è proprio questa: un grande senso di comunità, basata su solide radici, sulla prossimità tra le persone, sul riconoscimento delle peculiarità di ognuno, sull’attaccamento alle proprie origini. Per questo io mi sento svizzero, ma mi sento soprattutto ticinese e ancor di più leventinese. Alcune caratteristiche mi accomunano e altre mi caratterizzano rispetto agli altri, ma mi sento di appartenere a una frazione, a un paese o a una città, a un cantone e a una nazione. Mi sento parte di un ambiente sociale e sono fiero di far parte di tutto ciò.

Fortunatamente, siamo ancora sinceri nei rapporti umani. Malgrado siamo a volte definiti “freddi” o “chiusi”, sappiamo fidarci del prossimo e abbiamo a cuore il benessere della comunità nella quale ci troviamo. Impariamo a conoscere il nostro vicino, incontriamo i compaesani in negozio. E sviluppiamo così una conoscenza reciproca elevata, che è il punto di forza del popolo elvetico.

Il mio discorso non vuole quindi essere un elogio al nostro sistema federalista, alla nostra democrazia o a qualsiasi altra caratteristica elvetica che ben conosciamo e che spesso viene richiamata alla mente nel giorno dei festeggiamenti della Festa Nazionale. Quello di oggi vuole essere un discorso che parla del popolo elvetico e delle sue qualità, che lo rendono unico e che è parte integrante di ciò che ci rende invidiabili agli occhi degli altri. Il nostro amore per il territorio, la cura per lo stesso, il nostro sano patriottismo.

La qualità di vita nelle Valli del nostro Cantone va preservata. E non lo dico con un senso di tutela e di protezione verso qualcosa che potrebbe scomparire da un momento all’altro, come lo si intenderebbe per un fiore raro. Va preservata poiché è una risorsa preziosa, e so bene di cosa parlo. Le Valli del nostro Cantone hanno molto da dare, e possono essere valorizzate grazie a una pianificazione che le mantenga attrattive e vitali. Come ho dimostrato più volte con delle scelte legate al Dipartimento che dirigo, alcuni servizi che non necessitano di essere centrali, possono essere dislocati con successo in zone più periferiche, con un chiaro guadagno per chi ci lavora, poiché non deve affrontare il traffico delle strade delle nostre città, e con un beneficio soprattutto per chi vive nelle Valli, poiché questi servizi garantiscono dei posti che non li obbligheranno a lasciare le proprie terre per trasferirsi vicino al luogo di lavoro. Questo permette a chi come noi è nato in queste zone di continuare a viverci, senza essere obbligato a spostarsi, e a chi ha la volontà di venire a vivere in Valle, immersi nella natura e alla ricerca di una qualità di vita superiore, di poterlo fare senza essere ostacolato da alcuna difficoltà. Anche se il riequilibrio delle finanze cantonali è un obiettivo che ci siamo posti con il Consiglio di Stato in questa legislatura, è assolutamente importante mantenere sempre ben chiaro che il compito dello Stato è quello di garantire un servizio di qualità in ogni regione del Ticino.

A questo proposito, ho accolto con molto piacere la notizia dell’accordo tra FFS e Schweizerische Südostbahn (SOB) per riportare i collegamenti diretti con Zurigo, Basilea e Lucerna, di garantirne per i pendolari e gli studenti che si recano giornalmente nel resto del Cantone e di mantenere il personale sul treno che potrebbe offrire maggiori informazioni anche ai turisti che visitano la nostra regione. Questo permetterà di evitare il declassamento da linea regionale a linea di montagna. Sono degli impulsi forti e direi essenziali per garantire una crescita socio-economica che possa portare a una rinascita delle nostre Valli.

In conclusione, è questo l’augurio che voglio fare alla nostra piccola fetta di Svizzera nel giorno della Festa Nazionale: che si preservi così com’è, nella sua maestosa bellezza, e che sia un luogo accogliente per la vita di tutti noi che decidiamo di stare in Valle. Che negli anni non perda la sua vitalità e la sua attrattività, ma anzi che ne guadagni di nuova. Che si continui a vivere tramandando il sentimento della vicinanza, lo stesso sentimento che accompagnò i Padri fondatori nel 1291 sul Grütli, che li spinse a unirsi, identificandosi in un’unica realtà federale, ma facendo ognuno la propria parte per il bene della propria comunità, in quello che mi piace riassumere nel motto “Tutti per uno, uno per tutti”.

Cari amici e cari convallerani, vi ringrazio per l’attenzione. Viva la Svizzera e il suo popolo!

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Maggior sicurezza? Ecco i fatti

Maggior sicurezza? Ecco i fatti

Da laRegione | Il dibattito – di Norman Gobbi, Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Abbiamo fatto passi da gigante, in Ticino, per la sicurezza. È vero, i risultati variano di regione in regione, ma la tendenza generale che si sta seguendo negli ultimi anni è rassicurante su più fronti. Basti ricordare come i furti con scasso siano diminuiti nello scorso anno del 14% rispetto al 2015, e oltre che dimezzati numericamente rispetto al 2013, e che in zone come il Mendrisiotto, la diminuzione è ancora più accentuata. Questo è il risultato di scelte ben precise, come ad esempio una maggiore e migliore presenza sul territorio dei nostri agenti.

Purtroppo la cronaca ci ricorda che determinate zone del nostro Cantone, data la loro vicinanza al confine, rischiano di essere maggiormente toccate da fenomeni come quello della criminalità transfrontaliera. È una problematica reale, ma stiamo lavorando per cercare delle soluzioni, su più fronti. In alcuni casi, le scelte che abbiamo fatto hanno già portato a dei risultati visibili e misurabili. E parlo ad esempio dell’attività dei Commissariati della Polizia cantonale in questo senso. In effetti, se il numero d’infrazioni per rapina lo scorso anno è aumentato di una decina di unità rispetto al 2015, il tasso di risoluzione di questi casi ha oltrepassato, nel 2016, il 60 per cento.

Ciò significa che in oltre la metà dei casi si è potuto identificare e rimettere alla Giustizia gli autori di queste rapine. È un dato molto significativo se consideriamo che in passato variava fra il 20 e il 30%, ed è la dimostrazione che la lotta alle rapine è un impegno che, con il mio Dipartimento, stiamo affrontando con il pugno di ferro. Grazie al lavoro di intelligence, con la formazione di nuovi agenti inquirenti presso la Polizia giudiziaria e con la maggior presenza degli agenti uniformati sul territorio. L’attività dei nostri agenti a favore della nostra sicurezza è intensa e quotidiana. Siamo certi che con le nostre scelte, corroborate dai fatti, potremo rendere il nostro Cantone un luogo ancora più sicuro e accogliente, in ogni sua regione.

Più richieste di naturalizzazione

Più richieste di naturalizzazione

Da RSI.ch | Corsa al passaporto a Lugano – La città registra un forte aumento delle domande di naturalizzazione. L’anno prossimo entrano in vigore le nuove regole

Dal Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Corsa-al-passaporto-a-Lugano-9368317.html

A Lugano si assiste a un forte aumento delle naturalizzazioni. La corsa al passaporto è in atto da alcuni mesi, conferma alla RSI il municipale Michele Bertini. E ciò malgrado la città sul Ceresio, al contrario di quanto fatto da molti comuni d’Oltralpe e da vari cantoni suscitando non poche critiche, non abbia svolte campagne informative particolari in vista dell’entrata in vigore della nuova Legge federale sulla cittadinanza il prossimo 1. gennaio. Molti stranieri che rispettano gli attuali criteri, di fronte all’inasprimento delle condizioni, hanno deciso di fare il passo portando ad una crescita complessiva delle domande di circa il 7%. Quest’anno a livello nazionale si potrebbe pertanto superare il numero record di 46’000 del 2006.

Lugano sta registrando lo stesso fenomeno. Non così invece gli altri centri ticinesi, come confermato alla RSI sia a Chiasso sia a Bellinzona. A livello cantonale inoltre il numero delle procedure avviate è stabile. Nessuna autorità, d’altronde, ha adottato una politica informativa attiva poiché, come rileva il consigliere di Stato Norman Gobbi: “non sta allo Stato incentivare l’accesso al passaporto rossocrociato”.

La nuova legge prevede che possa richiedere la cittadinanza solo chi dispone di un permesso di domicilio, vive in Svizzera da almeno dieci anni ed è integrato. Inoltre i candidati dovranno superare due esami: uno linguistico (imposto dalla Legge federale) e uno sulle conoscenze di civica, storia e geografia svizzere e ticinesi. Infine i corsi specifici per i naturalizzandi diventeranno obbligatori.

Norman Gobbi: “Basta poco per rendere la vita difficile ai ladri!”

Norman Gobbi: “Basta poco per rendere la vita difficile ai ladri!”

Dal Mattino della domenica | L’estate è il periodo prediletto per i furti che sfruttano la nostra distrazione

Luglio. Tempo di vacanze per molti di noi. Lo è anche per il sottoscritto, in pausa dalle sedute di Consiglio di Stato. C’è però una categoria di “lavoratori” che non va mai in vacanza, ma che anzi intensifica la sua attività proprio in queste settimane che passiamo fuori casa, al mare o nelle piazze del nostro Cantone. Sto parlando proprio di loro: i ladri.

In quest’ultima edizione prima della vacanza estiva del Mattino ho pensato a un contributo utile a tutti, a chi lo legge seduto all’ombra in un grotto o da sotto l’ombrellone in spiaggia. Sì, perché mentre siamo fuori casa, anche per breve tempo, qualcuno potrebbe aver colto l’occasione per fare una visita sgradita alle nostre abitazioni.

Sempre meno furti con scasso

Grazie al buon lavoro della nostra Polizia, i furti negli ultimi anni sono diminuiti drasticamente. La maggior presenza sul territorio degli agenti ha infatti creato l’effetto dissuasivo sperato. Per darvi qualche dato, i furti con scasso nei primi cinque mesi di quest’anno sono praticamente dimezzati rispetto a due anni fa (sono passati da 919 nel 2015, a 591 nel 2016 e a 480 nel 2017). Anche i furti con scasso nelle abitazioni seguono questa tendenza positiva: da 575 nei primi cinque mesi del 2015 sono passati a 321 nel 2016 e a 223 nel 2017.

Qualche accorgimento a casa

Anche se questa evoluzione è molto positiva – soprattutto perché il furto con scasso è uno dei reati che più influisce sul nostro senso di sicurezza, toccandoci nella sfera più personale – ognuno di noi personalmente può rendere più difficile la vita ai ladri. Alcune volte, infatti, basta un qualche piccolo accorgimento per evitare di avere brutte sorprese. La Polizia cantonale ci propone dei semplici consigli da seguire prima di lasciare la nostra abitazione, soprattutto se lo si fa perché in partenza per una vacanza:

  • chiudete porte e finestre prima di lasciare il vostro domicilio, anche se si tratta di una breve assenza;
  • chiudete a chiave le porte d’entrata e le porte finestre anche nel caso in cui vi spostate solo sulla terrazza, in giardino o sul balcone;
  • conservate le chiavi in un luogo sicuro, evitate di nasconderle sotto un vaso di fiori o sotto lo zerbino;
  • palesate la vostra presenza all’interno dell’abitazione; di sera inserite il timer delle lampade, durante il giorno lasciate una radio accesa;
  • fate svuotare la bucalettere, oppure bloccate il servizio di corrispondenza tramite l’ufficio postale (vi è la possibilità di farlo attraverso Internet);
  • in caso di assenza prolungata, informate i vicini.

Attenzione agli scippi

Non è però solo in questo caso che dobbiamo fare attenzione ai delinquenti. È proprio quando le serate si fanno calde e lunghe, e le persone si riversano nelle strade per concerti e aperitivi, che aumenta la possibilità di farsi derubare con trucchetti ingannevoli o per colpa della nostra distrazione. Anche in questa situazione, la nostra Polizia ha qualche accorgimento da proporci che è sempre meglio tenere a mente:

  • portate su di voi pochissimo denaro contante e il minor numero possibile di oggetti di valore;
  • non lasciate mai incustoditi la vostra borsa e il vostro bagaglio;
  • riponete i vostri oggetti di valore in una tasca interna della vostra giacca possibilmente chiudibile;
  • quando camminate tra la folla, tenete borsetta, borsa del computer portatile, borsa a tracolla e zaino ben chiusi e stretti davanti al corpo;
  • non riponete mai i vostri oggetti di valore nelle tasche esterne dei vostri vestiti;
  • se avete pianificato di trascorrere le vacanze all’estero, prima della partenza informatevi sui trucchi spesso utilizzati dai ladri locali per derubare i turisti.

Anche “online” qualche accorgimento

Non sono da dimenticare infine le tentazioni offerte dai mezzi di comunicazione moderni. Soprattutto dopo mesi di duro lavoro, all’avvento di una vacanza desiderata da tanto tempo, potremmo essere allettati dall’idea di farlo sapere a tutti e – ammettiamolo – di suscitare anche un po’ d’invidia tra i nostri amici per la nostra partenza. Quale mezzo migliore che i social media per farlo? Ma ecco che quello “stato” pubblicato su Facebook o quella foto all’aeroporto pubblicata su Instagram diventano un’arma a doppio taglio. Quel messaggio che vuole essere un’esternazione di gioia, diventa invece una cartolina d’invito per i ladri a favorire delle abitazioni vuote. Fate attenzione quindi a ciò che comunicate! E forse anche le foto sulla spiaggia sarebbe meglio metterle al ritorno a casa, non si sa mai chi potrebbe venire a conoscenza del fatto che siete fuori casa e sapere quindi di agire indisturbato…

Ognuno di noi può fare qualcosa per migliorare la propria sicurezza, e ricordiamoci anche che grazie alle nostre segnalazioni possiamo sventare un qualche furto in più! I nostri agenti sono sempre disponibili, perciò se vedete delle situazioni ambigue, sia a casa sia in giro, non esitate ad allertare la Polizia! Mi piace pensare ai cittadini come sentinelle sul nostro territorio, collaboratori indispensabili per un buon lavoro di squadra, a favore della sicurezza di tutti i ticinesi!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Aggregazioni comunali: inesattezze e punti fermi

Aggregazioni comunali: inesattezze e punti fermi

Dal Corriere del Ticino | L’opinione – Norman Gobbi

La scorsa settimana si è tenuta l’ultima seduta del Consiglio di Stato. Sono tanti i dossier passati sul tavolo del Governo in questi mesi. Uno di questi è il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Con questo progetto si intende dare seguito alla richiesta del Parlamento di presentare una visione cantonale della politica aggregativa e dei suoi obiettivi a medio-lungo termine. Un progetto tornato di attualità a fine giugno, con l’avvio della seconda tornata di consultazione sugli strumenti concreti per realizzare la riforma, a cui partecipano nuovamente tutti i Comuni, le loro associazioni e i partiti rappresentati in Gran Consiglio. Nel dibattito che ha ripreso vigore, sono state sollevate alcune preoccupazioni e affermate alcune inesattezze che distorcono non poco la natura del progetto e la volontà del Consiglio di Stato. Colgo quindi l’occasione per fare un po’ di chiarezza per evitare che il PCA diventi il tormentone estivo basato su presupposti non del tutto corretti.

Innanzitutto, il PCA non è una riforma imperativa e non costituisce il destino obbligato degli enti locali ticinesi. Il progetto rappresenta la visione cantonale e non un’imposizione, come si vorrebbe far credere. Infatti il Consiglio di Stato ha chiarito tra l’altro come non s’intenda mirare all’applicazione della riforma istituzionale attraverso una votazione costituzionale a livello cantonale. Il futuro degli enti locali è dunque in mano agli abitanti di ciascun Comune, i quali si potranno determinare con i pro e i contro che ne conseguono, com’è giusto che sia.

La riforma, in secondo luogo, propone incentivi senza celare alcun ricatto. Nella sua attuale seconda fase s’illustrano gli strumenti per realizzare la riforma. Si tratta di definire le regole per un processo aggregativo coerente, capace di realizzarsi secondo una tempistica ragionevole e supportato da incentivi finanziari mirati, seppur limitati nel tempo. Va da sé che chi si oppone agli obiettivi del Piano non può pretendere le risorse previste come incentivo ai consolidamenti istituzionali; come non si può nemmeno esigere il perenne beneficio di sostegni finanziari tramite leggi cantonali, che devono assicurare coerenza con lo spirito delle riforme promosse dal Cantone medesimo.

Infine, il Cantone non intende di certo ledere l’autonomia comunale, anzi. Le aggregazioni comunali nascono per rinvigorire l’operatività e l’intraprendenza degli enti locali, affinché possano meglio concretizzare il principio di sussidiarietà e riacquistare autonomia decisionale e finanziaria. La definizione dei Comuni del futuro si coordina – come richiesto da più parti – con la riforma Ticino 2020, che intende riordinare e riattribuire i flussi e le competenze fra i due livelli istituzionali: un processo ineludibile se si vuole ripristinare un sano federalismo in cui la macchina statale torna a essere performante e razionale.

Dopo la prima consultazione incentrata essenzialmente sul disegno dei Comuni del futuro, con la seconda fase abbiamo voluto aprire nuovamente le porte del progetto, affinché sia possibile condividere anche le importanti modalità di attuazione del Piano cantonale delle aggregazioni così come i relativi sostegni cantonali. Per farlo serve la collaborazione di tutti gli enti coinvolti.

Solo così riusciremo a costruire, tutti insieme, il Ticino di domani.

Circolazione – L’imposta del futuro prende forma

Circolazione – L’imposta del futuro prende forma

Dal Corriere del Ticino | Il nuovo sistema di calcolo è stato discusso dal Consiglio di Stato, ma non potrà entrare in vigore nel 2018 – Ecco le proiezioni per alcuni dei modelli più venduti in Svizzera – Intanto oggi è attesa l’offensiva del PPD

Per il sistema bonus/malus che supporta il calcolo dell’imposta di circolazione non ci sarà un prepensionamento a fine anno. La bozza di soluzione elaborata dal Dipartimento delle istituzioni è comunque pronta ed è stata discussa dal Consiglio di Stato prima della pausa estiva. Con le spiegazioni tecniche, il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi ha consegnato anche una tabella (in parte prodotta qui a fianco) con i modelli di auto più venduti in Svizzera e l’effetto concreto che avrà la riforma. Come si può notare c’è chi sale, specie le piccole vetture, mentre per i detentori di quelle di media o alta gamma ci sarà un risparmio rispetto all’imposta versata per l’anno in corso. L’imposta 2017 aveva suscitato discussioni, polemiche e ricorsi. A muoversi era stata anche la politica, specie il PPD, lanciando un’offensiva in grande stile, promuovendo due iniziative popolari. Proprio questo pomeriggio i popolari democratici consegneranno le sottoscrizioni all’iniziativa «Per un’imposta di circolazione più giusta» e a quella denominata «Gli automobilisti non sono bancomat». Proposte che, c’è da scommetterci, rilanceranno il dibattito. Il dipartimento di Gobbi, da noi interpellato, fa sapere che «il Governo ha preso atto dell’esito della consultazione sul nuovo metodo di calcolo e delle proposte di calcolo che la perizia del consulente esterno ha permesso di individuare». Ma ora si pigia un po’ il freno, «considerata la necessità di attendere l’esito delle iniziative popolari». Questo tempo a disposizione verrà sfruttato per «approfondire ulteriormente le valutazioni. Le modifiche legislative proposte non potranno pertanto entrare in vigore il 1. gennaio 2018, come inizialmente previsto. Nelle prossime settimane il Dipartimento delle istituzioni valuterà i prossimi passi da intraprendere e consoliderà l’intenzione condivisa anche dal Consiglio di Stato in un messaggio governativo». Aggiungendo poi che «la soluzione individuata permette in generale una riduzione media dell’imposta a carico degli automobilisti ticinesi che possiedono un auto di media-alta cilindrata allineando la cifra alla media svizzera».

Il progetto è stato elaborato anche alla luce dell’esito della consultazione. Sono stati interpellati 42 tra partiti, enti e associazioni. In 18 hanno formulato le proprie osservazioni «esprimendo una gamma di pareri piuttosto diversificata. In generale, a livello politico e fra le associazioni di categoria, c’è comunque ampio consenso sull’idea che l’attuale impostazione per il calcolo dei contributi richiesti ai detentori di veicoli sia datato e vada ripensato, per tenere in considerazione i cambiamenti tecnologici e sociali avvenuti negli ultimi anni». Parallelamente alla consultazione, il Consiglio di Stato aveva incaricato uno specialista esterno di sviluppare, sulla base di quanto proposto dal gruppo di lavoro, una prima possibile formula per il calcolo dell’imposta.

La soluzione è in gestazione e verrà messa nero su bianco nel messaggio che seguirà, ma quello che il Governo ha sempre sostenuto che la neutralità finanziaria del sistema è uno degli obiettivi: il gettito del 2017 dell’imposta di circolazione in Ticino, circa 110 milioni di franchi, andrà mantenuto anche per il futuro. Gobbi, intervistato dal Corriere del Ticino, aveva precisato che «l’obiettivo della riforma non è di certo quello di aumentare il gettito o pescare di più nelle tasche degli automobilisti». Mentre sul sistema bonus/malus, che non regge più, aveva affermato: «L’ho sempre sostenuto si tratta di un sistema che ha dei limiti, soprattutto per la compensazione tra sconti elargiti e penalità inflitte. È pure un sistema difficile da comprendere. Per questo motivo, già nel mese di settembre 2016, ho promosso un convegno con attori del mondo dell’automobile, politici e addetti ai lavori per trovare una nuova formula. L’intento è quello di trovare più stabilità ed eliminare il sistema bonus/malus».

(Articolo di Gianni Righinetti)

La violenza domestica è una questione pubblica

La violenza domestica è una questione pubblica

Dal Mattino della domenica | Cresce il numero di interventi in Ticino per liti tra le mura di casa

Nelle scorse settimane si è parlato purtroppo ancora di violenza domestica, terminata con il peggiore dei drammi. E si tratta di due eventi in poche settimane. Uno ad Ascona, una donna macedone freddata in un autosilo. Un altro a Bellinzona, una donna eritrea che cade dal sesto piano di un palazzo. Entrambi sono il risultato di una lite domestica. Il colpevole in un caso, e il presunto nell’altra, fanno parte della famiglia. Due mariti che hanno dato fine alla vita della propria moglie.

Sono due – e a poca distanza l’uno dall’altro – i casi di cronaca che mi fanno ripensare a una situazione preoccupante. Le statistiche di violenza domestica non sono rassicuranti: se nei primi sei mesi del 2016 gli interventi per lite domestica erano 399, in questi primi sei del 2017 sono 529. 130 in più. Anche il numero di persone che hanno avuto bisogno di cure mediche è aumentato: da cinquantacinque nei primi sei mesi del 2016 a settantasei nel 2017. Anche le morti in ambito domestico, purtroppo, seguono la stessa tendenza: due nel 2014, una nel 2015, nessuna nel 2016 e infine già due quest’anno.

Maggiore apertura o problema “d’importazione”?

Da una parte questo ci fa pensare che le vittime o i testimoni di una violenza si aprono di più con la nostra polizia. Posso pensare che lo si faccia con una maggior coscienza del fatto che la polizia c’è, che i nostri agenti sono pronti a dare una risposta tempestiva alla richiesta di aiuto e che, in un momento di necessità, ci sarà un intervento che potrà dare sicurezza e protezione.

D’altra parte, però, è un numero che mi preoccupa. Mi preoccupa perché, anche se per ora a questo aumento non è data spiegazione, è una realtà che forse non ci appartiene così tanto, che non sentiamo nostra. Anche perché nel 69% dei casi di violenza domestica, statistiche alla mano, è coinvolto un cittadino straniero. Per di più, nel 31% dei casi lo sono entrambi i partner, come nei casi che hanno portato alla morte di due donne nelle ultime settimane. Si tratta di una “aggressività d’importazione”, che aumenta con l’aumento della popolazione non indigena sul nostro territorio? In ogni caso, è una situazione che non dobbiamo perdere di vista. Ma soprattutto, non dobbiamo, mai e poi mai, abituarci a certi episodi di violenza.

In attesa del Parlamento

Proprio qualche mese fa con il Consiglio di Stato, su proposta del mio Dipartimento, abbiamo avanzato delle proposte per accrescere la sicurezza delle persone coinvolte in episodi di violenza domestica. Il messaggio governativo chiede una modifica della Legge sulla polizia (LPol) per fare in modo che sia l’ufficiale di polizia a decidere l’allontanamento di una persona dal suo domicilio o il divieto di frequentare determinati luoghi, senza coinvolgere sistematicamente il pretore nella decisione, diminuendo in questo modo la burocrazia. Oltre a ciò, vi è anche la proposta di trasmettere automaticamente la decisione di allontanamento all’Ufficio dell’assistenza riabilitativa, che si occuperà in questo modo di prendere contatto con tutti gli autori di violenza domestica. Il messaggio è stato approvato a fine marzo: ora la parola è passata al Gran Consiglio, che spero si interesserà del tema al più presto.

Nuove proposte dal DI

La sicurezza di tutti i cittadini rimane sempre al centro del lavoro che stiamo svolgendo, con il mio Dipartimento, da anni. E ancor prima che la violenza domestica tornasse al centro del dibattito pubblico, con la Divisione della giustizia abbiamo elaborato ulteriori proposte che proprio questa settimana abbiamo inoltrato alla Commissione permanente in materia di violenza domestica. Due proposte che si potrebbero aggiungere alla modifica della LPol.

La prima consiste nell’utilizzare la sorveglianza elettronica come forma di prevenzione per evitare la recidiva. Il Ticino ha infatti già sviluppato un’ottima esperienza nell’utilizzo di questo strumento in altri ambiti, essendo un Cantone pilota per il progetto nazionale di sorveglianza elettronica. Con la seconda proposta vogliamo invece affrontare in profondità tutte le sfaccettature che compongono la violenza domestica: abbiamo infatti proposto alla Commissione di valutare la possibilità di introdurre una legge specifica al riguardo, come già succede in altri Cantoni.

La violenza domestica non è un fatto privato. Tocca le famiglie, il nucleo della nostra società. È un fattore che rischia di sgretolarne la coesione. La collettività deve quindi reagire, e questo anche a tutela della sicurezza pubblica. Le istituzioni fanno la loro parte nell’essere presenti e fare il possibile per evitare che questa situazione degeneri, ma anche i cittadini sono chiamati a fare la propria parte, denunciando situazioni che potrebbero portare a un’escalation di violenza preoccupante. Non stiamo quindi a guardare, ma agiamo!

Giustizia – Gli uffici di periferia non chiudono

Giustizia – Gli uffici di periferia non chiudono

Dal Corriere del Ticino | Riorganizzati i settori Registri fondiari ed Esecuzione e fallimenti – Si risparmieranno 2 milioni

Gli uffici periferici dei settori Registri fondiari ed Esecuzione e fallimenti resteranno aperti. È quanto ha dichiarato il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi nel corso della presentazione della riorganizzazione della Divisione della giustizia. Un cambio di rotta rispetto a quanto proposto nell’aprile 2016 nell’ambito della manovra di rientro e che, come ha precisato il consigliere di Stato, «rappresenta una risposta politica a quanto richiesto dai Comuni di queste regioni».

Una volta a regime, la riorganizzazione presentata ieri consentirà allo Stato di risparmiare quasi 2 milioni di franchi ma, come evidenziato da Gobbi, il nuovo assetto non mira unicamente ad «ottimizzare le risorse. Bensì anche a valorizzare le regioni di periferia dove verranno sì mantenuti dei servizi di prossimità, ma adeguati alle mutate esigenze dei cittadini». A Biasca, Cevio, Faido ed Acquarossa gli sportelli rimarranno dunque aperti, seppur in maniera parziale come esposto dalla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti . «Verosimilmente gli uffici resteranno aperti due o tre giorni a settimana», ha detto Andreotti che ha poi fornito qualche cifra per evidenziare l’importanza dei due settori. «Gli uffici dei Registri e delle Esecuzioni e fallimenti contano quasi 160 collaboratori e se poniamo il focus sul settore dei Registri si nota come, in termini di introiti, questo rappresenti il quarto settore di entrate dell’Amministrazione cantonale. Da qui l’interesse di avere, accanto alla qualità del servizio offerto al cittadino, anche un’accresciuta efficienza».

Maggior efficienza ed efficacia che si traduce inoltre nella «costituzione per entrambi i settori di una Sezione, che permetterà di migliorare la conduzione da parte della Divisione della giustizia». Ma non solo. Tra le novità esposte ieri spicca anche la proposta di «creare, a partire dal 1. gennaio 2018, un’unica autorità di prima istanza LAFE». La legge federale prevede infatti dei limiti per l’acquisto di fondi da parte di stranieri. Richieste queste che oggi vengono analizzate dalle otto autorità di prima istanza presenti sul territorio. Per «assicurare un’uniformità di prassi e una migliore utilizzazione delle risorse umane», le Istituzioni propongono di «costituire un’autorità unica per tutto il Cantone, presieduta da un funzionario cantonale nominato dal Governo e da quattro commissioni che riflettono le diverse zone del territorio», ha spiegato Andreotti. Una riorganizzazione che «permetterà di aumentare la capacità di apprezzamento – ha dichiarato Gobbi – perdendo quell’aspetto politico che non sempre portava delle competenze». Una simile riorganizzazione era stata bocciata qualche anno fa dal Gran Consiglio ma oggi il progetto, come evidenziato da Andreotti, «gode del sostegno dei diversi attori coinvolti – dall’Ordine dei notai alla CATEF – e dovrebbe quindi superare l’esame del Parlamento». Licenziati i messaggi, la palla passa ora nel campo del Legislativo.

«L’autorizzazione c’è per evitare il proliferare di canapai»

«L’autorizzazione c’è per evitare il proliferare di canapai»

Da Ticinonline.ch | Il consigliere di Stato Norman Gobbi sulla questione della canapa “light” in Ticino dopo l’ennesimo sequestro

BELLINZONA – «L’obiettivo è di evitare il proliferare di canapai e di coltivazioni di canapa». È quanto ci dice il consigliere di Stato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, da noi interpellato a seguito dell’ennesimo sequestro di cannabis a basso tenore di THC e quindi legale. Non appena arrivate sugli scaffali dei negozi, le sigarette a base della cosiddetta canapa “light” sono finite nel mirino della polizia. Stavolta è successo al grande distributore Coop, ma negli scorsi mesi era già capitato ad altri più piccoli rivenditori ticinesi. Il problema è sempre lo stesso: la mancata richiesta di un’autorizzazione alla vendita, che tuttavia è necessaria soltanto in Ticino.

Come mai, direttore Gobbi, nel nostro Cantone è stata scelta questa soluzione?

«Il Ticino, a differenza di altri cantoni svizzeri, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del duemila si trovò confrontato con il proliferare di canapai e coltivazioni di canapa con alto tenore di THC su tutto il territorio. Fenomeno che fu allora contrastato dalle operazioni Indoor della polizia cantonale e dai procedimenti penali aperti dal Ministero pubblico. Le autorità cantonali di allora, Governo e Parlamento, si adoperarono – anche in base al forte sostegno popolare – per dar luce a un quadro normativo che negli anni potesse regolamentare la problematica e al contempo scongiurare il ripetersi della situazione che si verificò allora. Senza dimenticare che la nostra diretta vicinanza all’Italia ci espone a fenomeni differenti rispetto agli altri cantoni».

Non è paradossale che solo in Ticino sia necessaria l’autorizzazione? Alla fine basta varcare il confine cantonale per procurarsi i prodotti, per esempio in Mesolcina.

«Direi di no. Considerato che la Legge federale sugli stupefacenti non regola in maniera esaustiva il tema, ogni Cantone dispone poi di un certo margine di autonomia per sancire regolamentazioni particolari. Mi spiego meglio. Prendiamo il caso della vendita di alcolici ai minori: in alcuni cantoni vino e birra si possono consumare già dai sedici anni, in altri no. Vale questo principio federalista».

Negli scorsi mesi per la questione della canapa “light” sono stati segnalati diversi interventi di polizia per la mancanza di un’autorizzazione. Questa legge non sta soltanto dando più lavoro alle forze dell’ordine?

«Anche in questo caso non sono d’accordo. La polizia cantonale è chiamata a far rispettare tutte le leggi e in quest’ambito interviene qualora la situazione lo richieda».

«Le rivalità le ho vissute sulla mia pelle»

«Le rivalità le ho vissute sulla mia pelle»

Dal Corriere del Ticino | C’è un ticinese che può spiegare cosa significa correre per il Consiglio federale: si tratta del consigliere di Stato Norman Gobbi. In questa intervista al Corriere del Ticino ricorda (senza rimpianti) quella fase intensa della fine del 2015 quando uscì sconfitto lui e il Ticino. L’eletto fu il romando Guy Parmelin. Gobbi ricorda le rivalità che ha vissuto sulla sua pelle, a partire dal no secco del PS. Dà qualche consiglio a PLR, lanciando però qualche frecciatina.

Con quale spirito sta seguendo le prime mosse ticinesi in vista dell’elezione di un nuovo consigliere federale?

«Come tanti cittadini ticinesi seguo l’evolversi della situazione e il dibattito in corso sui media, soprattutto quelli d’oltre San Gottardo che hanno pubblicato diverse interviste e valutazioni. Ovviamente con la speranza che il ticinese o la ticinese che un giorno andrà in Governo a Berna possa rappresentare con entusiasmo il nostro Cantone».

Lei è stato l’ultimo protagonista di una corsa verso la stanza dei bottoni per diventare uno dei cosiddetti sette saggi. Ogni tanto le capita ancora di pensarci?

«Onestamente no. Non sono una persona che si sofferma sui fatti passati. Incassato il risultato e digerita l’amarezza per la mia mancata elezione, ho guardato avanti e ho dedicato il mio impegno e il mio entusiasmo alla carica che ricopro in Consiglio di Stato».

L’operazione Gobbi fallì a causa di quale fattore?

«Il partito socialista ticinese brigò affinché io non venissi sostenuto dal loro gruppo alle Camere federali, tant’è che l’unico ordine di voto palese dato dal PS svizzero fu proprio quello di non votare Norman Gobbi. La Romandia ha saputo cogliere l’occasione di focalizzarsi su un loro terzo consigliere federale, in questo caso democentrista. Anche se poi, vedendo i risultati nelle recenti votazioni cantonali in Vallese, e nei cantoni Neuchâtel e Vaud l’UDC non è riuscita ad approfittare della spinta ottenuta grazie all’elezione di Parmelin».

Ritiene di avere compiuto qualche errore tattico?

«In molti mi hanno riconosciuto di aver fatto bella figura nelle audizioni davanti ai gruppi parlamentari. Purtroppo a conti fatti questo non è bastato: contano molto di più le tattiche di partito, soprattutto degli altri».

Allora staccò, da leghista fino al midollo, la tessera dell’Unione democratica di centro (UDC) per poter essere formalmente della partita. Successivamente l’ha poi sempre rinnovata?

«Certamente. E ho anche partecipato alle assemblee del partito che si sono tenute in Ticino e nella Svizzera interna. Ricordo che la Lega dei ticinesi e l’UDC intrattengono ottimi rapporti e negli scorsi anni hanno siglato un accordo di collaborazione almeno fino al 2019».

I rumors delle ultime settimane lasciano sperare che sia tornato il turno del Ticino dopo tanti (c’è chi dice troppi) anni d’assenza. Ci credeva più quando in lizza c’era lei o le condizioni sono maggiormente favorevoli oggi?

«È difficile dirlo: le dinamiche di un’elezione federale sono sempre imprevedibili. Nel 2015 oltre alla voglia di riscatto per il nostro Cantone sentivo il sostegno di tante persone, cosciente che le tattiche parlamentari erano decisive. La grande sfida per il PLRT – stando alle voci di corridoio e a quello che si sente e si legge sui media – sarà capire se puntare su più nomi o trovare un candidato che faccia l’unanimità del partito. Ma su questo ultimo punto storicamente si sa che il partito liberale radicale ha sempre faticato».

Sulla carta quel posto tocca al PLR e i papabili emersi in queste settimane sono Ignazio Cassis, Christian Vitta e Laura Sadis. Oggi è attesa la scelta ufficiale. Lei, che non teme mai di dire ciò che pensa, chi sceglierebbe?

«Ho avuto modo di lavorare con tutti e tre nella mia carriera politica: con Ignazio in Consiglio nazionale mentre con Laura e Christian in Consiglio di Stato e in Gran Consiglio. Sono tre figure molto differenti tra di loro e con un’impostazione che non ha nulla a che vedere con la mia persona. Ovviamente come leghista preferirei scegliere fuori dal PLR. Ma per rispetto della mia carica preferisco non esprimermi, in fondo non toccherà a me dover decidere».

Con il collega di Consiglio di Stato Vitta avete discusso di cosa significa correre per Berna?

«Al di fuori di qualche battuta non abbiamo tematizzato la questione. Immagino che Christian dovrà valutare con attenzione e conoscendolo pondererà accuratamente i pro e i contro di una simile esperienza. Una scelta non facile, parlo proprio con la consapevolezza di chi ci è passato. E ovviamente bisogna capire come intende muoversi il suo partito».

A parole c’è tanta voglia di un ticinese in Consiglio federale. Ma questa realtà supera ogni possibile scoglio d’ordine politico e partitico?

«Purtroppo no, e l’ho vissuto sulla mia pelle. Alcune rivalità regionali e partitiche non vengono a cadere nemmeno di fronte all’esigenza e alla voglia di avere un rappresentante ticinese nel Governo federale».

Ma col vento che tira in Ticino un leghista o un liberale radicale non fa alcuna differenza?

«In realtà c’è differenza: noi leghisti abbiamo un approccio diverso, più pragmatico rispetto ai partiti storici. Lo abbiamo dimostrato in più occasioni. Le cito la votazione sul casellario giudiziale: il collega Claudio Zali ed io abbiamo sostenuto gli interessi delle nostre cittadine e dei nostri cittadini. Anche in Consiglio federale sarebbe questo lo spirito che porterebbe un leghista: pensare prima di tutto al benessere del Ticino. Mi auguro ovviamente che anche chi correrà per la carica a Berna metta questo al primo posto. Ma posso garantire sui leghisti, non sugli altri».

Il Ticino, lo sappiamo noi ma anche al Nord delle Alpi, è politicamente propenso al litigio. Significa che i nostri avversari avranno anche questa volta terreno facile nell’evidenziare questa realtà per portare acqua al proprio mulino?

«Più che la propensione al litigio l’impressione che ho avuto, partecipando regolarmente alle riunioni oltre San Gottardo, ma soprattutto durante la campagna come candidato per il Consiglio federale, è che spesso non comprendano fino in fondo l’essenza del nostro Cantone, dell’essere ticinese. I romandi in maniera particolare non ci hanno mai perdonato il voto del 1992 contro lo Spazio economico europeo, e in generale l’euroscetticismo presente a Sud delle Alpi; credo invece che il Ticino abbia in quell’occasione salvato la Svizzera dall’adesione all’UE. Sono convinto che nella Svizzera francese non molleranno tanto facilmente il loro terzo seggio. In quell’eventualità dovremo quindi continuare come consiglieri di Stato a lavorare per gli interessi del Ticino, come i fatti hanno dimostrato in questi ultimi anni, anche senza un consigliere federale ticinese».

Lei fu contestato da sinistra, mentre il Mattino ha già iniziato il tiro al bersaglio sul PLR. Vuole lanciare un messaggio al settimanale del suo partito, o, in fondo, questa è dialettica e sana contrapposizione?

«L’ha detto lei: si tratta di sana dialettica e fa parte del gioco delle parti e – passatemi il gioco di parole – ne facciamo parte tutti noi politici. Preferisco la schiettezza al finto sostegno di facciata, e parlo per esperienza».

Meglio presentarsi a Berna con un solo candidato o sarebbe opportuno potarne almeno due?

«Conoscendo le dinamiche a Palazzo federale, e percependo dai media l’aria che tira a Berna in queste settimane sulla candidatura di un o una ticinese, credo sia più saggio avere una rosa di più nomi tra i quali scegliere. Un’unica candidatura potrebbe non essere vissuta bene dai parlamentari, che potrebbero intenderla come un’imposizione e quindi boicottarla. È vero, in passato ci sono state delle eccezioni, ma ricordo anche candidature “selvagge” che comunque sono andate a buon fine».

 

(Intervista di Gianni Righinetti)