«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

Il comandante della polizia cantonale ticinese, Matteo Cocchi, da novembre 2024 è presidente della Conferenza delle e dei comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS). Il 2026, apertosi con il dramma di Crans-Montana, è un anno cruciale per le polizie cantonali: all’orizzonte ci sono infatti il G7 a Évian e la conferenza dell’OSCE a Lugano.

Da quando è entrato in carica, nel novembre del 2024, a oggi, come è cambiata la situazione e la percezione della sicurezza in Svizzera?
«A livello nazionale non c’è stato un cambiamento radicale della situazione di minaccia. Ma ci sono alcuni temi che sono rimasti prioritari: stiamo cercando di trovare la quadratura del cerchio, anche a livello di basi legali, per quanto riguarda lo scambio di informazioni di polizia tra Cantoni. Oggi, io riesco a ricevere informazioni di polizia da 30 Paesi dello spazio Schengen più velocemente che non tra un Cantone e l’altro. Sono ostacoli che non ci permettono di lavorare in maniera ottimale e ci frenano nell’efficacia e nell’efficienza».

Il Consiglio federale a metà febbraio ha finalmente avviato la consultazione per permettere uno scambio di informazioni tra Cantoni tramite la piattaforma di consultazione di polizia POLAP. L’attuazione, però, non è prevista prima del 2029. Tra le criticità, c’è anche la questione della protezione dei dati. È un problema reale?
«Non si tratta di uno scambio automatico. Dietro ogni ricerca c’è un agente di polizia formato e ogni richiesta è monitorata. È importante sottolineare che lo scambio di informazioni non riguarda la piccola bagatella che una persona ha commesso in altri Cantoni. Si tratta di inchieste rilevanti e di gravi reati. Se una squadra di inquirenti ticinesi sta lavorando su un traffico internazionale di stupefacenti, deve essere in grado di sapere rapidamente se la stessa banda di criminali è attiva anche in altri Cantoni. Oppure se una persona che si vuole stabilire in Ticino ha già alle spalle reati violenti, ad esempio legati alla violenza domestica».

Il 2026 si è aperto in modo tragico con il rogo di Crans-Montana che ha provocato 41 morti e 115 feriti. Che ruolo ha svolto la Conferenza nella gestione di questo dramma?
«La Conferenza non gestisce l’aspetto operativo sul terreno. Però dopo gli attacchi terroristici a Parigi nel 2015 abbiamo migliorato il concetto e i piani di reazione, dotandoci dello Stato maggiore di condotta di polizia. Il suo compito è di supportare nella pianificazione chi ne ha bisogno. Il Canton Vallese nella notte di Capodanno ha immediatamente fatto richiesta per avere specialisti DVI (Disaster Victim Identification, ndr) per l’identificazione delle vittime. La mattina del 1. gennaio, dopo essere stato allarmato dalla mia Centrale operativa, alle 06.15 ero al telefono con un collega vallesano allo scopo di capire cosa avremmo potuto fare a loro supporto e per informarlo della nostra ulteriore disponibilità. Nelle prime ore del mattino il personale richiesto a livello svizzero era già in viaggio per Crans-Montana, compresi quattro specialisti ticinesi. Poi, nei giorni seguenti, c’è stata un’ulteriore richiesta di sostegno per l’organizzazione della cerimonia supportata da un importante numero agenti romandi e ticinesi. Oggi posso dire che il sistema ha funzionato e funziona, anche in caso di crisi improvvise».

Ci sono invece situazioni che possono essere anticipate. A metà giugno ci sarà il G7 a Évian, sul Lago Lemano, poi Lugano ospiterà a inizio dicembre la conferenza ministeriale dell’OSCE. Cosa è emerso finora dalla valutazione dei rischi?
«L’analisi dei rischi è costante e può variare in ogni momento. Abbiamo, per quanto riguarda il Ticino, una cellula che si occupa di monitorare la situazione. Ogni Cantone si occupa della sua situazione interna e abbiamo la possibilità di coordinarci a livello nazionale, anche per il tramite dello Stato maggiore nazionale. I Cantoni Ginevra, Vaud e Vallese sono al lavoro per l’organizzazione e la pianificazione relativa al G7, che si tiene in Francia ma che avrà ripercussioni anche in Svizzera. Oggi, più che un attacco diretto, uno degli elementi più problematici riguarda tutto quanto gira attorno al mondo cyber, compresi attacchi ibridi e spionaggio. Non sono da escludere importanti dimostrazioni sul territorio svizzero, come già avvenne nel 2003. L’OSCE, va ricordato, non conta solo membri europei. Ci potrebbero essere anche rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Israele. C’è chi potrebbe avere interesse a “rovinare la festa”. L’attenzione sarà più elevata, così come la sicurezza. A seguito dell’impiego relativo al G7 potremo poi tirare ulteriori conseguenze per il dispositivo di Lugano».

Nel 2003 Évian aveva già ospitato il G8 (allora c’era anche la Russia) e si erano verificati pesanti scontri a Ginevra e Losanna. L’Esercito potrà schierare da duemila fino a cinquemila militari in servizio d’appoggio. E la polizia?
«Per questioni tattiche non forniremo cifre, ma ci saranno agenti di polizia da tutta la Svizzera. Ogni concordato di polizia, sulla base di una chiave di riparto, sarà chiamato a contribuire. Il Cantone che fa richiesta, però, dovrà mettere a disposizione il numero più alto di agenti. C’è poi un aspetto da tenere conto: già oggi siamo confrontati con attacchi ibridi. La Confederazione e le grosse imprese sono quasi tutti i giorni vittime di tentativi di attacchi informatici. La situazione è completamente cambiata rispetto ad alcuni anni fa».

Le valutazioni del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) sono cruciali per le forze di polizia cantonali. Eppure, negli ultimi anni i servizi segreti complici le riforme interne e la carenza di risorse – hanno attirato le critiche dei Cantoni. Quali strumenti potrebbero far cambiare marcia a questa collaborazione?
«Non è un mio compito dire come deve lavorare il SIC. I servizi di informazione devono analizzare, anticipare e reagire. In passato, è vero, alcune cose non hanno funzionato, ma dall’arrivo del nuovo direttore (Serge Bavaud, dallo scorso novembre, ndr) ci siamo incontrati più volte e le nostre richieste e osservazioni sono state ben recepite. Il passato è passato, ora stiamo andando nella buona direzione ».

Terrorismo, attacchi ibridi, droni. In una recente intervista alla NZZ, la presidente della Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, Karin Kayser- Frutschi, ha detto che oggi troppo spesso non è chiaro di chi sia la responsabilità in caso di attacchi. Chi è che può intervenire in modo rapido e soprattutto con strumenti adeguati?
«Quanto sostiene la presidente è vero, in alcuni casi le responsabilità non sono del tutto definite. In altri invece le competenze sono chiare. Nel caso di un attacco di un drone contro una centrale elettrica, la responsabilità è nella prima fase della polizia del Cantone toccato. Poi, una volta che si capisce di quale tipo di attacco si tratta, la competenza può salire al livello superiore. Se c’è l’utilizzo di esplosivo, il caso passa direttamente al Ministero pubblico della Confederazione. Nell’ambito dei droni, però, il campo è molto vasto e lo sviluppo è costante. Lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina. Quello che vale oggi, potrebbe non esserlo più domani. L’importante è restare al passo con i tempi con la difesa da questi velivoli, altrimenti si rischia davvero di perdere il treno».

Un altro aspetto che Kayser-Frutschi mette in evidenza è la necessità di specializzarsi. A suo avviso, bisogna abbandonare il modello delle «forze di polizia generaliste ». Nella Svizzera centrale, Nidvaldo si è specializzato nelle operazioni di soccorso in acqua, Obvaldo nel soccorso alpino. Cosa si sta facendo a livello nazionale per aumentare la cooperazione in ambiti specifici?
«Già oggi alcuni Cantoni hanno settori più sviluppati di altri: ad esempio, solo pochi Corpi di polizia hanno tiratori scelti con tutte le competenze. Lo stesso vale per gli artificieri. In caso di indagini particolari che toccano l’utilizzo di esplosivo intervengono gli specialisti della Scientifica di Zurigo. Magari, in futuro, potrebbero esserci centri di competenza nell’ambito di indagini cyber».

In futuro, quindi, ogni Cantone dovrebbe specializzarsi in un ambito diverso?
«Ritengo che lo specialista sia un elemento in più. Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati. Sicuramente ne avremmo bisogno, ma dovranno sempre esserci anche i “generalisti”. Ci saranno sempre incidenti stradali, casi di violenza domestica e furti. Cito questi perché sono i tre elementi di base che vengono testati alla fine dell’iter formativo che porta al brevetto federale di agenti di polizia. A farci crescere sono anche le esercitazioni “multicantonali”, in cui bisogna coordinare le azioni di polizia tra i vari Cantoni. Questo permette anche di seguire standard armonizzati e di avere una formazione di base e continua comune».

Dalla statistica criminale di polizia 2025, pubblicata pochi giorni fa, emerge un aumento del numero dei reati violenti gravi: la violenza domestica e i femminicidi rappresentano un problema. La Conferenza cosa sta facendo per combattere queste forme di reati?
«In questi casi la Conferenza non ha un compito operativo, ma attraverso dei progetti si cerca di creare standard comuni sulla base delle esperienze fatte in altri Cantoni. In Ticino, ad esempio per la gestione delle minacce, è stato creato il Gruppo Prevenzione e Negoziazione, così come il Centro competenza violenza che si occupa anche di violenza domestica. Il nostro Cantone è stato lungimirante anche in altri ambiti: ad esempio per quanto riguarda la prevenzione delle truffe telefoniche. Quanto abbiamo fatto negli ultimi anni è stato ripreso da altri Cantoni. In questo modo si cercano soluzioni comuni, ben consapevoli che alla fine dei conti ogni Cantone è responsabile della propria sicurezza».

Il federalismo, con 26 Cantoni e 26 modi di agire differenti, può rappresentare un problema per la sicurezza interna della Svizzera?
«No, non è un problema se si lavora insieme e si collabora. Ecco, se dobbiamo cambiare una legge ci vuole un po’ più di tempo. Però la collaborazione tra i vari Corpi di polizia è quotidiana e il federalismo non mina di sicuro la sicurezza interna della nostra Confederazione ».

La collaborazione è fondamentale nel mondo cyber, dove non ci sono confini fisici. Come si può essere più efficaci in questa dimensione? La creazione di una «Polizia postale», come ad esempio in Italia, può essere una soluzione o servono semplicemente regole più severe?
«No, non credo che arriveremo a creare un Corpo apposito a livello nazionale. Sarebbe necessario modificare la Costituzione poiché essa dà l’autonomia ai Cantoni per quanto riguarda la sicurezza interna. Sarà però possibile creare centri di competenza in cui gli specialisti dei vari Cantoni possano lavorare insieme. E uno scambio semplificato di informazioni tra le polizie permetterà anche di migliorare la collaborazione. Avolte il problema è che quando si avviano inchieste, ci si rende presto conto che l’autore non risiede nel nostro Cantone o spesso nemmeno nel nostro Paese. Per questo ci vogliono gli accordi internazionali e il supporto di enti preposti come Interpol ».

Intervista pubblicata nell’edizione di sabato 28 marzo 2026 del Corriere del Ticino

Seduta extra muros del Consiglio di Stato a Brissago

Seduta extra muros del Consiglio di Stato a Brissago

Comunicato stampa

Il Comune di Brissago ospiterà, mercoledì 1. aprile 2026, la riunione settimanale del Consiglio di Stato: si tratta del quarto appuntamento del ciclo di sedute extra muros programmate sul territorio ticinese, durante l’anno presidenziale del Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Dopo le prime tre sedute extra muros organizzate a Chiasso, Bedretto e Isone – Comuni che corrispondono simbolicamente ai punti estremi della geografia ticinese – il Governo completerà questo ciclo riunendosi mercoledì 1. aprile nel Comune di Brissago, all’interno dello storico Palazzo Branca-Baccalà.  
Come noto, l’iniziativa si inserisce nella volontà del Governo cantonale di rafforzare il dialogo e la vicinanza con il territorio e le sue comunità locali, offrendo alla popolazione l’opportunità di incontrare le autorità cantonali e di conoscere più da vicino i meccanismi del federalismo elvetico.  
Al termine della seduta, un momento d’incontro con la popolazione è previsto attorno alle 11.30 nel cortile di Palazzo Branca-Baccalà.

(Immagine: www.brissago.ch)

Il 1° luglio 2026 entra in vigore la legge sulla videosorveglianza pubblica

Il 1° luglio 2026 entra in vigore la legge sulla videosorveglianza pubblica

Comunicato stampa

Il Consiglio di Stato ha stabilito che il 1° luglio 2026 entrerà in vigore la legge cantonale sulla videosorveglianza pubblica (LViSo), che disciplina l’impiego della videosorveglianza sul demanio pubblico e sui beni amministrativi al fine di garantire la sicurezza, l’ordine pubblico e la gestione della logistica. L’Incaricato cantonale della protezione dei dati mette a disposizione un modello di normativa, cui i soggetti sottoposti alla legge possono fare riferimento per l’elaborazione delle rispettive disposizioni materiali di esecuzione.

La nuova legge sulla videosorveglianza pubblica – adottata dal Gran Consiglio il 12 giugno 2025 – disciplina la materia entro limiti chiari e ben definiti, attribuendo alle diverse modalità di videosorveglianza ambiti di applicazione specifici. In particolare, non è ammesso l’impiego di sistemi invasivi – ossia con monitoraggio a schermo in tempo reale – sul demanio pubblico; quest’ultimo resta pertanto assoggettato unicamente a forme di videosorveglianza di carattere dissuasivo. Pur mantenendo un certo grado di flessibilità e adattabilità in funzione dell’evoluzione delle contingenze di sicurezza e di ordine pubblico (approccio territoriale a lungo termine), essa si distingue dalla videosorveglianza prevista dalla legge sulla polizia, caratterizzata invece da una maggiore invasività, flessibilità e adattabilità (approccio situazionale a breve termine).  
La legge cantonale si applicherà alle corporazioni di diritto pubblico (in particolare, Cantone, Comuni, Patriziati, corporazioni di diritto pubblico delle Chiese riconosciute) e agli enti e alle istituzioni parastatali cantonali e comunali e ai privati che assumono compiti di diritto pubblico.  
I soggetti sottoposti alla nuova legge dovranno garantire la riconoscibilità dei propri sistemi di videosorveglianza e attenersi ai principi generali del diritto, quali la proporzionalità e la finalità.  
Con la nuova legge il Cantone garantisce una certa autonomia legislativa e attuativa ai titolari della videosorveglianza su aspetti quali lo scopo e le modalità di sorveglianza, la tipologia di strumenti di videosorveglianza da utilizzare, il mandato di esecuzione della videosorveglianza, i diritti di accesso alle registrazioni, la durata di conservazione delle immagini e i luoghi soggetti a videosorveglianza.  
L’Incaricato cantonale della protezione dei dati mette a disposizione, sulla propria pagina web, un modello di normativa al quale i titolari di sistemi di videosorveglianza possono fare riferimento per la definizione delle disposizioni materiali di esecuzione della legge.

Violenza contro le donne: il Consiglio d’Europa valuta i progressi di Svizzera e Ticino

Violenza contro le donne: il Consiglio d’Europa valuta i progressi di Svizzera e Ticino

Comunicato stampa

Mercoledì 11 marzo il Consiglio di Stato ha accolto in Ticino una delegazione del Gruppo indipendente di esperte ed esperti sull’azione contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa (GREVIO). L’incontro si è svolto nell’ambito della visita in Svizzera volta al monitoraggio dell’attuazione della Convenzione di Istanbul.

La Svizzera figura tra i Paesi che hanno ratificato la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Per verificarne l’attuazione, l’organo indipendente incaricato dal Consiglio d’Europa – il GREVIO – effettua periodicamente dei monitoraggi nei diversi Stati aderenti. Nel Canton Ticino l’implementazione della Convenzione viene garantita per il tramite del Piano d’azione cantonale sulla violenza domestica con un coordinamento dei lavori affidato alla Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni. Completano l’attività in tal senso una serie di strategie cantonali parallele tra cui il Piano d’azione cantonale per le pari opportunità e il Programma cantonale di protezione dei diritti, di prevenzione della violenza e di protezione di bambini e giovani.
Nell’ambito della recente visita in Svizzera, lo scorso 11 marzo una delegazione del GREVIO – ricevuta dal Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, dalla direttrice del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport Marina Carobbio Guscetti e dal direttore del Dipartimento della sanità e della socialità Raffaele De Rosa – ha incontrato oltre alle rappresentanti e ai rappresentanti delle associazioni della Società civile, diversi professionisti istituzionali confrontati al tema della violenza nei confronti delle donne, sessualizzata e di genere. Presenti in particolare, accanto alla Divisione della giustizia – che ha organizzato e coordinato la giornata –, rappresentanti del Servizio per l’aiuto alle vittime di reati, la Polizia cantonale rappresentanti del potere giudiziario civile e penale e delle Autorità di protezione, l’Istituto di medicina legale, l’Ufficio dell’assistenza riabilitativa e la Delegata per le pari opportunità. Oltre che sul tema della protezione rivolta nell’ambito di una procedura penale o civile alle persone toccate da queste forme di violenza, il GREVIO ha posto l’accento sull’attività di prevenzione e di promozione delle pari opportunità proposta nelle scuole, sull’attività di sensibilizzazione della popolazione unitamente a quella di formazione delle professioniste e dei professionisti confrontati a questi delicati temi.

Le iniziative a livello cantonale
La violenza domestica e la violenza di genere sono un grave problema che coinvolge l’insieme della società. Con il raggiungimento degli obiettivi presentati dal Consiglio di Stato nel Piano cantonale d’azione sulla violenza domestica (2021 e 2022) prosegue l’attività volta a prevenire la violenza, sostenere coloro che ne sono colpiti e perseguire le persone che commettono violenza. Nell’attesa della presentazione della nuova strategia nazionale – prevista per la fine del 2026 –molteplici nuove misure sono già state individuate dal Coordinamento istituzionale in ambito violenza domestica della Divisione della giustizia, in collaborazione con la rete di professioniste e professionisti attivi sul territorio. Collaborazioni che negli anni si rafforzano ed estendono vieppiù dai servizi essenziali, ai Comuni ticinesi e anche a enti, associazioni e servizi locali, al fine di garantire una diffusione capillare delle informazioni e soprattutto facilitare l’accesso agli aiuti a chi lo necessita.
Da un primo bilancio della visita, il GREVIO si è rallegrato di aver appreso, in diverse occasioni e pure per il nostro Cantone, che l’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul in Svizzera ha segnato una svolta importante nel contrasto a queste forme di violenza, constatando i notevoli progressi realizzati in tempi brevi, dal 2022 ad oggi, data della precedente visita di controllo. Sulla base delle informazioni raccolte durante la missione, il GREVIO elaborerà una valutazione aggiornata. Il rapporto finale è atteso per l’autunno 2026 e conterrà nuove raccomandazioni rivolte alla Svizzera per rafforzare ulteriormente le politiche di prevenzione e di contrasto alla violenza nei confronti delle donne, sessualizzata e domestica.

Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni

Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni

Comunicato stampa

La Piattaforma di dialogo Cantone-Comuni ha tenuto oggi una seduta ordinaria – la prima del 2026 e la 76. dalla sua costituzione – alla presenza del Consiglio di Stato, accompagnato dal capo della Sezione enti locali, e dei rappresentanti dei Comuni ticinesi.

La riunione si è aperta con una discussione dedicata alle attese dei Comuni nei confronti del Consiglio di Stato e dell’Amministrazione cantonale. È stato in particolare discusso lo stato di avanzamento del progetto «Polizia ticinese», per il quale nel mese di ottobre del 2025 si è conclusa la fase di consultazione. Il Dipartimento delle istituzioni ha confermato che un rapporto sarà prossimamente trasmesso al Consiglio di Stato.
Il Dipartimento delle istituzioni ha poi informato sui prossimi passi per la riforma delle Autorità regionali di protezione (ARP), dopo che – lo scorso 27 gennaio – il Gran Consiglio ha approvato le norme relative alla creazione e all’assetto organizzativo delle nuove Preture di protezione. Un primo incontro con i rappresentanti dei Comuni-sede delle attuali ARP è in programma domani, giovedì 12 marzo.
È stata poi fornita una panoramica sull’ultima revisione dell’Ordinanza sulla protezione civile (OPCi) nell’ambito delle costruzioni di protezione, entrata in vigore lo scorso 1. gennaio; le modifiche si basano su un concetto di salvaguardia del valore dei rifugi e degli impianti di protezione. Prossimamente saranno pubblicate, sul Foglio Ufficiale, le zone di valutazione: è stato ricordato che i Comuni che presentano un tasso di copertura inferiore al 100% dovranno intervenire per garantire la presenza delle infrastrutture indispensabili.
Il Dipartimento del territorio ha infine brevemente presentato ai rappresentanti dei Comuni alcune modifiche di legge, relative in particolare ai provvedimenti coercitivi in caso di abusi edilizi e alla manutenzione delle proprietà private oggetto di derelizione.

La prossima seduta della Piattaforma è fissata per mercoledì 3 giugno 2026.

«Ticino pronto ad alzare i toni»

«Ticino pronto ad alzare i toni»

L’incontro con la «ministra» Karin Keller-Sutter ha lasciato insoddisfatto il Consiglio di Stato – Berna prende tempo sia sulla tassa sulla salute, sia sulla perequazione finanziaria intercantonale – «Ma non intendiamo mollare e stiamo valutando alcune misure più incisive»

Ha lasciato l’amaro in bocca al Governo ticinese l’incontro avvenuto pochi giorni fa a Berna con la consigliera federale Karin Keller-Sutter.
Un faccia a faccia, annunciato in occasione dell’incontro con la Deputazione ticinese alle Camere, che – nelle intenzioni dell’Esecutivo – doveva servire per sensibilizzare il Consiglio federale. Convincerlo a muoversi con un’azione diplomatica e politica nei confronti dell’Italia per affrontare le criticità emerse negli ultimi mesi, in primis la cosiddetta tassa sulla salute. Alla fine, però, le speranze ticinesi si sono rivelate vane.
Come conferma il presidente del Consiglio di Stato, Norman Gobbi, che era presente (in videocollegamento) insieme ai colleghi Claudio Zali e Christian Vitta, «l’incontro non ci ha dato grandi soddisfazioni, anzi». La «ministra» delle finanze, infatti, non solo ha ribadito la posizione già espressa dalla Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali – secondo la quale la tassa sulla salute non violerebbe l’accordo fiscale firmato tra Svizzera e Italia – ma ha anche preso tempo su un altro tema caro al Ticino: la perequazione intercantonale e, in particolare, il computo dei redditi dei frontalieri. «Per quanto riguarda la tassa sulla salute – spiega Gobbi – non ci è stata ancora fornita alcuna analisi giuridica, ma secondo l’interpretazione di Berna allo stato delle informazioni attuali non sarebbe in contrapposizione con l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri. Un’interpretazione, quella della Confederazione, che non collima affatto con la nostra. Attendiamo quindi di ricevere la loro perizia e le argomentazioni sollevate, in modo da poter poi eventualmente replicare con una controperizia ».

«L’agnello sacrificale»
In tutti i casi, il Governo non intende mollare la presa. «Secondo me, e secondo l’intero Governo cantonale, c’è il rischio che il Ticino sia ancora una volta l’agnello sacrificale. Berna non vuole avere problemi con Roma e finisce per assecondare l’Italia anche su un provvedimento che, a nostro avviso, ha tutte le caratteristiche di un’imposta, e che come tale viola un’intesa sottoscritta tra i due Paesi. Ma, soprattutto, ci sembra evidente che la Confederazione mira ad avere buoni rapporti con tutti i Paesi, a scapito dei Cantoni, che devono pagarne le conseguenze ».

Modello di calcolo da rivedere
Ma il Ticino rischia di rimanere a bocca asciutta anche sulla perequazione finanziaria intercantonale. Da anni, lo ricordiamo, il Governo lamenta che, nel complesso modello di calcolo che porta a definire quanto spetta a ogni Cantone, sono considerati i redditi dei frontalieri, che secondo l’Esecutivo fanno sembrare il Ticino più ricco della realtà, non considerando i relativi effetti negativi. Qualche mese fa, alla fine, la «ministra» delle finanze Keller-Sutter si era detta disposta a colmare questo svantaggio. Il Consiglio federale aveva quindi proposto di rivedere – almeno in parte – il sistema di sistema di calcolo, che sarebbe dovuto entrare in vigore nel 2027. Peccato che, malgrado l’esito favorevole della consultazione, Berna sembra ora tentennare. «Da quanto ci è stato detto, non sembra esserci la disponibilità a controbilanciare con altre misure una situazione che crea distorsioni», spiega Gobbi. «Nonostante nell’ambito della consultazione una maggioranza ampia di Cantoni si sia detta favorevole a rivedere il metodo di calcolo, Berna si nasconde dietro ad altri gremi. E noi iniziamo a essere stufi di rimanere incastrati in giochi che vanno da San Gallo a Ginevra e che non considerano che in questo Paese c’è anche una parte a Sud delle Alpi. Dei rapporti economici con l’Italia beneficia tutta la Svizzera, ma le conseguenze pratiche e fiscali ricadono unicamente sulle spalle del Ticino». Anche in questo caso, però, il Governo intende tornare alla carica. «Non intendiamo demordere, anche perché l’esito della consultazione è stato chiaro e non è possibile metterlo in discussione a dipendenza di che cosa fa più comodo. Siamo pronti, quindi, ad alzare ulteriormente i toni e, anche, a prendere ulteriori misure». Come? Nel concreto, spiega il presidente dell’Esecutivo, «non c’è solo l’ipotesi di bloccare o decurtare i ristorni, ma soprattutto quella di sospendere la nostra partecipazione dai gremi federali che cercano di assecondare la volontà del Consiglio federale». Nelle prossime settimane, quindi, il Governo valuterà quali passi intraprendere nei confronti di Berna. «Non si tratta di fare i Calimero o i ‘‘piangina’’, come qualcuno dice. Ma di far rispettare ciò che è giusto. È assurdo che, secondo i parametri fiscali della perequazione, il Ticino sia considerato più forte di Friburgo, che riceve all’anno 400 milioni di franchi e che mi sembra tutto fuorché un Cantone in difficoltà. Ricordo che in Ticino abbiamo salari mediani inferiori del 20% rispetto al resto del Paese e un quarto della popolazione a rischio povertà. Possiamo sembrare finanziariamente forti se ci si affida solo al dato delle imposte federali dirette, ma la verità è un’altra. Friburgo ha come vicini di casa Berna e Losanna. Noi, invece, Varese e Como. È ben diverso».

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 5 marzo 2026 del Corriere del Ticino

Rete Tram-Treno del Luganese, avanti tutta!

Rete Tram-Treno del Luganese, avanti tutta!

Credito supplementare: del Governo e luce verde da Berna

La Confederazione ha sottoscritto il 27 agosto la nuova convenzione che garantisce il finanziamento supplementare necessario per la realizzazione della rete treno tram del luganese, un riconoscimento questo che premia sia la bontà dell’opera che il lavoro svolto finora.
Parallelamente nella sua seduta di mercoledì 10 settembre il Consiglio di Stato ha approvato la parte cantonale di credito supplementare, richiesto dal DT, di 87,3 milioni di franchi.

Pertanto quest’opera – premesso l’accordo che naturalmente deve ancora arrivare dal Gran Consiglio per la parte cantonale – è finanziata, e la sua realizzazione può procedere nei modi e nei tempi che erano preventivati.

Norman Gobbi: “Un investimento che guarda in maniera strategica a un Ticino sempre più interconnesso”
“La Rete Tram-Treno del Luganese rappresenta uno dei progetti strategici principali promossi dal Cantone Ticino per il futuro della mobilità. L’opera s’inserisce nella visione di una rete di trasporto più sostenibile, efficiente e attrattiva, capace di ridurre il traffico stradale”, ha sottolineato nel corso del suo intervento il Consigliere di Stato e Direttore incaricato della Divisione delle costruzioni Norman Gobbi, aggiungendo che si tratta di “un progetto che mira al futuro della mobilità così come la si vuole oggi: sempre più integrata, sempre più intermodale, soprattutto capace di essere in risposta a una sostenibilità sempre più richiesta. Nell’ambito di questo progetto l’obiettivo è quello di ridurre il traffico stradale offrendo delle alternative in un territorio che sappiamo è fortemente caricato, sia per la sua conformazione territoriale, ma anche per la sua frequentazione e le entrate da oltre confine.
La RTTL rappresenta un investimento per il futuro che guarda in maniera strategica a un Ticino sempre più interconnesso ma soprattutto più sostenibile”.

Claudio Zali: “Un riconoscimento della bontà del lavoro svolto”
“Il riconoscimento da parte della Confederazione evidenzia che il Cantone ha lavorato seriamente su questo progetto. Perché non si può andare a vendere fumo a Berna”, ha commentato dal canto suo il Consigliere di Stato Claudio Zali, aggiungendo che “c’è stato un aumento dei costi che ci è stato concesso, il che è un riconoscimento della bontà del lavoro fin qui svolto e siamo convinti che ci siano le migliori premesse per vedere l’opera realizzata – contrariamente a quello che si è detto ultimamente – e vedere finalmente la mobilità, almeno quella del Luganese, cambiare radicalmente.” Quanto ai cinque ricorsi ancora pendenti, il Direttore del DT ha affermato che gli stessi, oltre ad essere “marginali, non mettono in discussione questo progetto.”  

Le fasi salienti dal 2023 ad oggi
Conformemente alle esigenze espresse dall’Ufficio federale dei trasporti (UFT), per poter beneficiare del finanziamento del programma di sviluppo strategico dell’infrastruttura ferroviaria (PROSSIF), il 26 ottobre 2023 viene costituita la RTTL SA, società interamente di proprietà di Ferrovie Luganesi SA (FLP), per la realizzazione della tappa prioritaria del progetto RTTL. L’organizzazione di progetto (governance) della fase esecutiva è stabilita da un’apposita convenzione sottoscritta da Cantone, FLP e RTTL SA e prevede che quest’ultima assuma il ruolo di committente per l’esecuzione dell’opera. Tra i primi compiti di RTTL SA vi è quello di consolidare con la Confederazione la convenzione di attuazione PROSSIF. Ad inizio 2025, RTTL SA completa le verifiche sul preventivo e informa FLP, Cantone e Confederazione circa la necessità di un aggiornamento delle basi del finanziamento. In data 23 giugno 2025 l’UFT dà luce verde alla versione finale della Convenzione di attuazione, con la quale di fatto sancisce il definitivo via libera al finanziamento federale PROSSIF e garantisce che la Confederazione assumerà la propria quota parte del finanziamento del progetto. La Convenzione di attuazione viene sottoscritta da RTTL SA il 14 luglio 2025. Il 18 luglio 2025 l’UFT autorizza RTTL SA a procedere con la fase di realizzazione. RTTL SA ha nel frattempo già messo a concorso e aggiudicato importanti mandati per la progettazione esecutiva dell’opera. Infine, in data 27 agosto 2025, l’UFT approva in via definitiva, con la propria sottoscrizione, la convenzione di attuazione. L’approvazione del credito aggiuntivo, oggetto del Messaggio, consentirà di completare le risorse finanziarie necessarie alla realizzazione della tappa prioritaria.

I prossimi passi
Con i consorzi di progettazione sono state avviate tutte le necessarie verifiche volte ad individuare eventuali ottimizzazioni, soprattutto per quanto concerne la concatenazione delle diverse attività. La durata complessiva della fase di cantiere è stimata in 8 anni, con inizio dei lavori nel 2027 e la messa in esercizio della tappa prioritaria della RTTL è prevista nel 2035.

Costi e finanziamento
Il preventivo complessivo per la realizzazione della tappa prioritaria della Rete Tram-Treno del Luganese ammonta a 765,9 milioni di franchi. Dedotti i finanziamenti federali PROSSIF e PAL (due terzi della spesa complessiva a carico della Confederazione) e le partecipazioni dei Comuni di Bioggio e Manno, l’importo restante è suddiviso fra Cantone (58%) e Comuni della CRTL (42%). Come già accennato, per quanto concerne la quota parte di finanziamento a carico della Confederazione, nel frattempo tutti i passi formali sono stati espletati.

Comunicazione attiva
In vista della fase di cantiere è in via di allestimento un concetto di comunicazione attiva che si basi su contatti diretti con i diversi attori interessati. Saranno inoltre organizzate serate informative ed occasioni di visita al cantiere.

In conclusione di conferenza stampa, Norman Gobbi, in qualità di Presidente del Consiglio di Stato ha osservato come uno storytelling (narrazione) continuamente negativo su quanto fa lo Stato danneggia il Ticino e il suo sviluppo.
Nell’interesse di tutti, nell’interesse del sistema Ticino è bene tener sempre presente il ruolo di servitori delle istituzioni, della popolazione e del nostro territorio, ed essere più coesi.
Ed è ciò che è stato ricordato in occasione dell’incontro del Governo (mercoledì scorso a Locarno, ndr) con i cento Comuni del Canton Ticino: occorre lavorare assieme, uniti nell’interesse della comunità.
Secondo Gobbi la garanzia federale e cantonale del finanziamento della rete treno tram del luganese è la miglior risposta per contrastare questa narrazione negativa, e dimostrare che il lavoro costante e serio viene riconosciuto a beneficio del Cantone e della comunità.

Per maggiori informazioni sul progetto: www.rttl.ch

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 14 settembre 2025 de Il Mattino della domenica

Il Cantone acquista l’ex Infocentro Alptransit di Pollegio

Il Cantone acquista l’ex Infocentro Alptransit di Pollegio

Il Presidente del Consiglio di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha firmato oggi l’atto legale che completa l’acquisizione, da parte del Cantone, dello stabile e del terreno sul quale è edificato l’ex Infocentro AlpTransit di Pollegio. Come noto, l’operazione di salvataggio dello stabile – che oggi viene utilizzato come Centro di formazione – era uno dei tasselli legati al progetto per la realizzazione del futuro ospedale regionale di Bellinzona, in zona Saleggina, e alla parallela rinaturazione del fiume Ticino.

L’acquisizione dell’ex Infocentro AlpTransit di Pollegio – che finora era detenuto dal Cantone con la formula del diritto di superficie – era stata avviata nel gennaio 2022, con la firma di un atto di compravendita fra il Cantone e la Confederazione, rappresentata dall’ente militare armasuisse Immobili SA. Dal 2022 viene utilizzato dal Cantone quale centro di formazione per le attività legate alla protezione della popolazione.

La firma del contratto aveva segnato l’avvio di due progetti di interesse cantonale per i quali il Gran Consiglio aveva votato – nella primavera del 2021 – un credito da 16 milioni di franchi. Da un lato, la pianificazione ai Saleggi quale sede per il futuro Ospedale regionale di Bellinzona, unita alla rinaturazione del fiume Ticino; dall’altro, la contemporanea acquisizione da parte del Cantone dell’ex Infocentro AlpTransit di Pollegio che occupa una superficie di circa 2.800 m2. Il costo dell’acquisto ammonta a 135 mila franchi.

Con il passaggio di proprietà sottoscritto oggi, la trattativa giunge a conclusione. Il lungo periodo di attesa, che durava dall’inizio del 2022, è stato motivato dall’esigenza di attendere la conclusione dei lavori di bonifica ambientale su un’ex area militare di 10.000 m2 nel terreno della Saleggina a Bellinzona, risanamento che restituisce un ettaro di terreno agricolo di alta qualità, ossia una cosiddetta superficie per l’avvicendamento delle colture (SAC).

 

Lega: grande partecipazione ed entusiasmo al 1° agosto sul Monte Ceneri

Lega: grande partecipazione ed entusiasmo al 1° agosto sul Monte Ceneri

Quest’anno la Lega dei Ticinesi ha celebrato il Natale della Patria con l’abituale calore popolare sulla Piazza d’Armi del Monte Ceneri, confermando il profondo legame con la gente e con i valori che fondano la nostra Svizzera.
Durante la festa è stata presentata una nuova iniziativa per garantire i sussidi di cassa malati alle famiglie ticinesi e lanciata la campagna per l’iniziativa cantonale per una piena deduzione dei premi di cassa malati pagati dai Ticinesi.

Oltre 400 simpatizzanti hanno condiviso un momento di festa, uniti da spirito civico, energia e voglia di costruire insieme il futuro del nostro Cantone.

Dopo l’introduzione del Coordinatore cantonale Daniele Piccaluga, sono intervenuti i Consiglieri di Stato Norman Gobbi e Claudio Zali, affrontando con lucidità le sfide che ci attendono. Il Consigliere nazionale Lorenzo Quadri ha portato lo sguardo su Berna, ribadendo l’importanza di difendere una Svizzera forte, libera e vicina ai cittadini.

Nel corso dell’evento è stata anche presentata una nuova iniziativa popolare, proposta dal Vicecoordinatore e Granconsigliere Alessandro Mazzoleni, per affrontare con misure concrete l’annoso problema dei sussidi per i premi di cassa malati – una priorità per migliaia di famiglie ticinesi.

In vista di un autunno politico intenso, con in primis la votazione cantonale sull’iniziativa che chiede la deduzione fiscale totale dei premi di cassa malati e la votazione comunale contro l’introduzione sistematica del limite di 30 km all’ora sulle strade di Lugano, la Lega rinnova il suo impegno: restare al fianco della popolazione con idee chiare e azioni concrete, sempre nel solco dei valori svizzeri.

Con questo spirito, auguriamo a tutta la cittadinanza un buon 1° agosto: che il senso di appartenenza e di responsabilità verso il nostro Paese ci accompagni ogni giorno dell’anno.

Il Mendrisiotto porta in sé una forza vitale vibrante

Il Mendrisiotto porta in sé una forza vitale vibrante

Saluto del Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, in occasione della Festa Nazionale, Chiasso, 1. agosto 2025

Caro Sindaco, Cari Municipali, Gentili signore, egregi signori
Amiche ed amici,

vi ringrazio di cuore per questo invito.
È un vero onore per me essere qui oggi a portarvi il mio saluto e quello del Consiglio di Stato, in un giorno che per il nostro Paese è diverso da tutti gli altri.

Essere invitati a tenere un discorso per il Primo agosto è come un regalo di Natale, per qualunque politico svizzero.
Non importa quante volte siamo invitati – l’emozione è sempre la stessa, e anche la voglia di essere all’altezza della sfida.

Questo è il momento dell’anno nel quale ci ricordiamo (anche i meno patriottici fra noi) che questo è pur sempre un Paese speciale – e che rituali civici come questa Festa nazionale fanno parte della formula di quel collante che ci tiene uniti, nonostante tutte le differenze e contraddizioni di un Paese multilingue, multiculturale e geograficamente complesso come il nostro.

Voglio quindi dirvi una volta ancora «grazie», dal profondo del cuore, per questo invito.

Il mio compito per i prossimi minuti sarà di onorarlo con qualche riflessione all’altezza di questa festa nazionale – che è sempre il giorno nel quale la Svizzera coglie l’occasione per guardarsi allo specchio, e per riflettere sull’immagine che lo specchio ci restituisce.

«Non mi parlate della Svizzera – il suo turno arriverà!».
Questa frase, lugubre e minacciosa, ha da poco compiuto ottantacinque anni. Fu pronunciata nel mese di luglio del 1940, dall’uomo che aveva ormai in pugno tutta l’Europa continentale – e si sentiva ormai sicuro che sarebbe presto riuscito a piegare anche l’ultima resistenza, invadendo la Gran Bretagna.
In quel momento niente sembrava ancora in grado di fermare la forza militare della Germania – soprattutto dopo la caduta della Francia, avvenuta al termine di un’operazione militare che aveva scioccato il mondo per la sua velocità.
Forte dei suoi alleati in Italia e in Spagna, il Reich tedesco sembrava insomma avere già chiuso la partita per il dominio del Continente.
Il suo Führer poteva quindi permettersi di rimandare più avanti nel tempo il momento in cui si sarebbe occupato della «questione svizzera» – evitando insomma di sprecare energie, in quel 1940, per combattere frontalmente un Paese piccolo ma tenace e geograficamente molto più complicato di quelli che le armate tedesche avevano affrontato fino a quel momento.

Questo era il clima politico, in quell’estate di 85 anni fa – e pur con tutte le difficoltà che noi viviamo oggi, il minimo che possiamo dire è che le cose ci stanno tutto sommato andando meglio che agli svizzeri dell’epoca…
Mettere le cose in prospettiva, come sempre, è un grande aiuto per ritrovare equilibrio nei nostri giudizi.

Tornando a quell’estate del 1940, il nostro Paese era in preda a un disorientamento molto comprensibile.
Lo stesso Consiglio federale si era fino a quel momento mostrato tentennante, e fra la popolazione si faceva largo la sensazione che non ci fosse più molto da fare. Presto o tardi, avremmo capitolato.

Una testimonianza dell’epoca riassume quello stato d’animo, a posteriori, con queste parole.
Il Paese sembrava scoraggiato, preoccupato e dava qualche segno di abbandono.
«A che scopo?» dicevano molti civili ai soldati che alloggiavano nelle loro case.
«A che serve?» chiedevano le famiglie ai militi in licenza.
«Che senso ha difendersi, visto che la guerra è già finita nei Paesi vicini? Grandi eserciti sono già stati sconfitti – e, se fossimo attaccati a nostra volta, non avremmo più alcuna possibilità di salvarci; e allora, non sarebbe il caso di evitare sacrifici inutili?»

Con un umore del genere ad aleggiare sul Paese, la capitolazione della Svizzera sembrava solo una questione di tempo.
Per nostra fortuna, però, una voce si levò sopra il rumore di fondo e si distinse per risolutezza – trovando le parole giuste per motivare alla resistenza gli ambienti militari e, più tardi, anche la popolazione.

È una storia che molti di voi ricordano sicuramente, magari dai tempi della scuola, e che nel tempo è entrata a fare parte dei nostri miti nazionali.
Con una battuta un po’ dissacrante, oggi la descriveremmo come un evento di «team building» destinato a entrare nella leggenda.
La storia è quella di un giorno come oggi, il 1. agosto del 1940, in cui il generale Guisan prese con sé circa 400 ufficiali e li portò con sé per una gita in battello sul Lago dei Quattro Cantoni, facendoli sbarcare sul praticello del Grütli.
Una volta arrivati lì, nella culla della Confederazione, il comandante dell’Esercito prese la parola per un discorso che non ci è arrivato nella sua versione originale, ma che nelle sue mille rievocazioni è stato tramandato fino a noi nel suo spirito.

Non è possibile tenere duro ripetendo a se stessi «A che serve difendersi? Qualsiasi cosa facciamo, saremo in grado di resistere solo per pochi giorni!» Parlare in questo modo significa venire meno al dovere – e significa ignorare la forza naturale del nostro Paese.

E poi, un affondo indimenticabile:
Lo dico ad alta voce, affinché lo sentano tutti oggi, su questo praticello del Grütli – affermazioni del genere sono crimini, e non avete il diritto di pronunciarle. Rimaniamo fedeli a noi stessi e alle nostre tradizioni.
La Svizzera vuole vivere la sua vita.

«La Svizzera vuole vivere la sua vita».
È un messaggio fortissimo, che non invecchierà mai – era attuale nel 1940, con la guerra mondiale letteralmente alle porte del Paese, come è attuale in questo 2025, con la sua complicata situazione geopolitica.

Non avrebbe senso negare le difficoltà del presente, o tentare di sminuirle al cospetto delle tragedie della Storia passata.
L’importante però, nonostante le difficoltà, è mantenere vivo il desiderio di restare fedeli a noi stessi, e di essere solo noi gli artefici delle nostre scelte – liberi e svizzeri.
A questo proposito, qualche mese fa ho partecipato alle commemorazioni per i 150 anni della nascita del Generale Guisan e ho scelto un passaggio di un altro suo discorso – pronunciato sempre in questo periodo ma cinque anni più tardi del precedente: nel 1945, al termine della Seconda guerra mondiale.

«L’immaginazione è un dono raro», disse allora il Generale ai suoi soldati, mentre li congedava dal servizio attivo: «La stragrande maggioranza del nostro popolo non sarà propensa a chiedersi, negli anni a venire… se il Paese potrebbe essere nuovamente minacciato, o come. Quello che abbiamo fatto… può sempre essere rifatto».

Questo invito a rimanere preparati, a considerare sempre «il peggio» come uno scenario possibile, dobbiamo considerarlo come il regalo di un caro amico – è un pezzo di mentalità elvetica che per decenni, in tempo di pace, non ci ha abbandonati, e che oggi siamo chiamati a riattivare per confrontarci a un mondo che non è più quello della fine del secolo scorso.

Con questa attitudine positiva, fedele al nostro ingegno e alla lungimiranza di chi ci ha preceduto, sapremo sicuramente rispondere in modo positivo alle avversità che il destino ha in serbo per il Paese – e continueremo a scrivere nuove pagine nella storia di questo Paese libero e democratico.

Se questi sono i pensieri che rivolgiamo alla Patria, nel giorno che le è dedicato, è vero che parlare di Svizzera – del nostro essere svizzeri – significa anche riflettere sulla nostra ticinesità, e sul posto che ci spetta nel contesto confederale.

Quando noi Consiglieri di Stato incontriamo ospiti che vengono dalle altre parti della Svizzera, spesso cerchiamo di spiegare loro le particolarità del Ticino spiegando che il nostro Cantone è come «un laboratorio».

Molte cose tendono a succedere prima a sud delle Alpi, anticipando dinamiche che poi interesseranno il resto del Paese.
L’esempio più clamoroso, negli ultimi anni, è stata la pandemia – con il Ticino che ha dovuto affrontare l’emergenza come prima regione svizzera, subito dopo la Lombardia.

Se questo ruolo di «laboratorio» appartiene al Ticino, nel suo rapporto con il resto della Svizzera, è altrettanto vero che il Mendrisiotto vive per certi versi una dinamica analoga, rispetto al resto del nostro Cantone.
Se il Ticino assomiglia a un cuneo di Svizzera infilato nell’Europa, e nel Nord Italia con i suoi 10 milioni di abitanti, è altrettanto vero che il Mendrisiotto è un triangolino al vertice di questo nostro cuneo.

Il rapporto con la dimensione di frontiera, che determina molte delle dinamiche che rendono unico il Ticino nel contesto svizzero, nel caso del Mendrisiotto è esasperato, nel bene e nel male.
Le dinamiche che voi conoscete, e i problemi che dovete affrontare, sono diversi da quelli di chi vive più a nord di voi – ed è giusto impegnarsi per fare in modo che siamo considerati di pertinenza di tutto il Cantone, e non di una sola regione.
Lo vediamo bene in queste settimane con la ristrutturazione della divisione Cargo di FFS, o con il dibattito sul futuro dell’autostrada – lo abbiamo visto negli ultimi anni con le discussioni sul mercato del lavoro, sui flussi migratori, sulla mobilità ferroviaria e sulla qualità dell’aria.

Ma il Mendrisiotto non è solo politica, e i temi politici non esauriscono la vivacità e l’interesse della vostra regione per il resto del Cantone.

Proprio in questo giorno di festa nazionale, l’idea che vorrei condividere con voi è che nel Mendrisiotto ci sia ancora un’energia vitale che il resto del Cantone ha spesso perduto di vista – e che sarebbe bello che ci aiutaste a reimparare.

Un paio di mesi fa il vostro redivivo Football club si è giocato la promozione in Seconda divisione.
Alla partita di spareggio che si è giocata a Sementina non è un’esagerazione dire che si è vista riunita metà della popolazione di Chiasso, sindaco compreso…
Non è una cosa che sarebbe successa per nessun’altra Città del nostro Cantone.
Non è un dettaglio, e non è solo calcio.

Il tessuto sociale del Mendrisiotto porta in sé una forza vitale vibrante, che si esprime in molti modi – dai carri allegorici per il carnevale, che ogni anno fanno ovunque incetta di premi, alle vivaci sezioni scout, dalla vita culturale alle sagre di paese, fino al panorama dei bar di quartiere.
È una forza profondamente svizzera, perché è animata dalla voglia delle singole persone di mettere a disposizione della collettività il meglio che hanno – il loro tempo, le loro energie, la loro esperienza e anche, perché no, un po’ del loro denaro.
In queste espressioni della vita comunitaria vediamo l’anima dello spirito di milizia che è all’opera in ogni elemento dell’identità svizzera – dalla politica all’esercito, dallo sport alla cultura.

Per i prossimi mesi e anni, auguro quindi con tutto il cuore al Mendrisiotto di conservare questa forza, fatta di persone e gruppi in cui queste persone si riuniscono per lavorare insieme.

E vi auguro anche di riuscire a esportare, a tutto il resto del nostro Cantone, un po’ di questa energia – per riscoprirci davvero comunità, e per mettere a frutto tutto il bello e il buono che c’è in Ticino.

Siamo un pezzo della Svizzera, felice di essere Svizzera.
Ma siamo anche e prima di tutto un Cantone magnifico, fatto di persone magnifiche.
Un Cantone che ha davanti a sé un futuro radioso, se tutti insieme continueremo ad aiutarci a vicenda a costruire ciò che va costruito, a migliorare ciò che va migliorato, e a riparare ciò che va riparato.

Grazie a tutti per la vostra presenza a questa festa nazionale.
Viva la Svizzera, viva il Ticino – e viva il Mendrisiotto!

Norman Gobbi