Aggregazioni: spuntano due ‘Colline’

Aggregazioni: spuntano due ‘Colline’

Da LaRegione del 12 luglio 2016

Si delineano i contorni luganesi del Piano cantonale delle aggregazioni (Pca). La prima fase di consultazione aveva, infatti, suscitato contrarietà in particolare nei comprensori Medio Vedeggio, Capriasca e Luganese (area urbana), mentre erano stati maggiormente condivisi gli scenari relativi al Malcantone e all’Alto Vedeggio.

Un fronte polemico che aveva portato il Consiglio di Stato, dopo gli incontri avvenuti con i sindaci dell’agglomerato urbano e con l’Ente regionale di sviluppo del Luganese, a individuare nuovi possibili scenari di aggregazione, sostanzialmente diversi da quelli posti in consultazione nella prima e più controversa fase.

Nella riunione odierna avvenuta in mattinata a Lugano con i sindaci e i municipali dei Comuni dell’area urbana luganese, il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha dato seguito a questa promessa e ha ribadito ai capi degli esecutivi dei comprensori di Capriasca, Medio Vedeggio e Luganese l’intento di “fluidificare e promuovere le dinamiche di agglomerato, definendo il perimetro della città di oggi e quella di domani, oltre a eventuali altri comprensori”. Una nuova ridefinizione territoriale nella quale spuntano due nuovi comparti «Collina Nord» e «Collina Sud», da realizzare, eventualmente – si legge nella nota stampa – anche con la separazione degli attuali territori interessati. Nell’attuale proposta del Dipartimento delle istituzioni non vi è invece alcuna sostanziale novità per il Comune della Capriasca, mentre si propone di abbandonare il progetto aggregativo del Medio Vedeggio.

Queste proposte e aperture da parte del dipartimento – rende ancora noto il comunicato giunto alle redazioni – “sono state accolte positivamente da alcuni sindaci in quanto danno seguito alle richieste e alle dinamiche già avviate tra alcuni Comuni”. Ma prima del consolidamento di queste ipotesi, Gobbi ha chiesto ai Municipi dei Comuni coinvolti di pronunciarsi ufficialmente entro il prossimo 30 settembre.

La conferma dell’irricevibilità dell’iniziativa costituzionale ‘Avanti con le nuove città di Locarno e Bellinzona’ – sancita il 3 giugno scorso dal Tribunale federale – ha in questo senso riattivato l’allestimento del Piano cantonale delle aggregazioni, in vista della seconda fase di consultazione, che avverrà non prima dei prossimi mesi.

Frontalieri «Roma gioca al gatto e al topo»

Frontalieri «Roma gioca al gatto e al topo»

Dal Corriere del Ticino di oggi, 11 luglio 2016.

Il consigliere di Stato Norman Gobbi risponde alla lettera dell’ambasciatore d’Italia a Berna
Norman Gobbi non ci sta e risponde prontamente alla presa di posizione dell’ambasciatore italiano a Berna Marco Del Panta Ridolfi sull’accordo fiscale tra la Svizzera e l’Italia resa pubblica dal «Corriere del Ticino» (cfr. edizione di venerdì 8 luglio). Intervistato sabato da Radio3i, il consigliere di Stato ha rimproverato al Governo di Roma di giocare al gatto e al topo.
Ma ricapitoliamo la querelle. Tutto è iniziato a Roma: «Parliamo la stessa lingua», aveva dichiarato il consigliere federale Ueli Maurer martedì sera nella capitale italiana (come riferito dal nostro giornale), al termine dell’incontro con il ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, lasciando intendere che la firma dell’accordo fosse vicina.
La doccia fredda era arrivata dall’ambasciatore italiano a Berna. Nella lettera inviata al nostro giornale, Marco Del Panta aveva almeno parzialmente smentito le positive dichiarazioni di Ueli Maurer, affermando che non vi sarebbero ancora le condizioni per la firma del nuovo accordo fiscale. In particolare aveva indicato che l’Italia non lo sottoscriverà fintantoché non sarà raggiunta un’intesa fra Berna e Bruxelles sull’applicazione dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa approvata il 9 febbraio 2014 e non sarà rimosso l’obbligo di presentare il casellario giudiziario per i frontalieri alla ricerca di un lavoro in Ticino. «Allo stato attuale – aveva scritto l’ambasciatore – non sono state risolte le questioni sopra ricordate e non ci sono quindi ancora le premesse per procedere alla firma dell’accordo».
La presa di posizione dell’ambasciatore pubblicata sul nostro giornale è stata ripresa, con grande rilievo, anche dalla «Neue Zürcher Zeitung».
Questo sabato è infine arrivata, come detto, la reazione del consigliere di Stato Norman Gobbi. Ai microfoni dei colleghi di Radio3i, il capo del Dipartimento delle istituzioni ha spiegato che l’atteggiamento emerso dalla lettera dell’ambasciatore «dimostra ancora una volta che l’Italia gioca sempre la solita partita del gatto e del topo». «Se la Svizzera ha fatto un passo in avanti nel cercare di ripondere alle loro richieste – ha proseguito il consigliere di Stato – l’Italia fa subito dopo un passo indietro. E questo passo indietro è quello che fa arrabbiare di più».
Gobbi non ha risparmiato una frecciatina nemmeno all’ambasciatore svizzero a Roma Giancarlo Kessler: «Da parte nostra – ha detto il consigliere di Stato a Radio3i – non siamo abbastanza forti nel ribadire che se a loro sono tanto cari i principi fondamentali dell’Unione europea, come la libera circolazione delle persone, a noi sono altrettanto cari principi come la sicurezza e l’autodeterminazione».

Aggregazioni : incontro con i sindaci dei Comuni del Luganese

Aggregazioni : incontro con i sindaci dei Comuni del Luganese

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha incontrato questa mattina a Lugano i sindaci e i municipali dei Comuni dell’area urbana di Lugano, per una riunione dedicata al Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Sono stati discussi i possibili scenari futuri per l’agglomerato. I rappresentanti degli enti locali hanno preso atto delle proposte e formuleranno le loro osservazioni entro la fine del mese di settembre.
La conferma dell’irricevibilità dell’iniziativa costituzionale «Avanti con le nuove città di Locarno e Bellinzona» – sancita il 3 giugno scorso dal Tribunale federale – ha riattivato l’allestimento del Piano cantonale delle aggregazioni (PCA), in vista della seconda fase di consultazione, che avverrà nei prossimi mesi.
Per quanto riguarda il Distretto del Luganese, nella prima fase di consultazione la proposta del PCA aveva suscitato contrarietà in particolare nei comprensori Medio Vedeggio, Capriasca e Luganese (area urbana), mentre erano stati maggiormente condivisi gli scenari relativi al Malcantone e all’Alto Vedeggio. Il Consiglio di Stato si era così impegnato – negli incontri avvenuti nel 2014 con i sindaci dell’agglomerato urbano e l’Ente regionale di sviluppo del Luganese – a sottoporre ai Comuni del Luganese nuovi possibili scenari di aggregazione, sostanzialmente diversi da quelli posti in consultazione nella prima fase.
Nella riunione odierna, il capo del Dipartimento ha dato seguito a questa promessa e ha ribadito ai sindaci dei Comuni dei comprensori di Capriasca, Medio Vedeggio e Luganese l’intento di fluidificare e promuovere le dinamiche di agglomerato, definendo il perimetro della città di oggi e quella di domani, oltre a eventuali altri comprensori. Nell’attuale proposta del Dipartimento delle istituzioni non vi è invece alcuna sostanziale novità per il Comune della Capriasca, mentre si propone di abbandonare il progetto aggregativo del Medio Vedeggio.
All’interno del comprensorio allargato dell’agglomerato luganese, oltre al Polo è stato quindi individuato lo spazio per ipotizzare la creazione dei due nuovi comparti «Collina Nord» e «Collina Sud», da realizzare eventualmente anche con la separazione degli attuali territori interessati. Queste proposte e aperture da parte del Dipartimento sono state accolte positivamente da alcuni sindaci in quanto danno seguito alle richieste e alle dinamiche già avviate tra alcuni Comuni.
Come ribadito nel corso della discussione, prima del consolidamento di queste ipotesi, il Dipartimento delle istituzioni ha ora chiesto ai Municipi dei Comuni coinvolti di pronunciarsi ufficialmente entro il prossimo 30 settembre.

Sono sconcertato

Sono sconcertato

Da LaRegione del 9 luglio 2016
Marco Del Panta aveva altre vie per esprimersi’ dice il consigliere di Stato

Bellinzona/Berna – «Mi chiedo a cosa miri la lettera che l’ambasciatore italiano ha inviato alla direzione del ‘Corriere del Ticino’ pubblicata nell’edizione di ieri del giornale il quale, peraltro, si è limitato a fare il suo lavoro. Mi domando quale sia lo scopo – dice il direttore del Dipartimento cantonale delle istituzioni Norman Gobbi – perché ritengo che un diplomatico abbia altre vie per esprimersi, prima di uscire in pubblico con una lettera a un mezzo di informazione».

Veniamo ai fatti. Al termine della sua visita nella capitale italiana il direttore del Dipartimento federale delle finanze Ueli Maurer ha affermato che, alla luce di colloqui avuti con il ministro italiano Pier Carlo Padoan, gli ostacoli che si frapponevano a un accordo fiscale tra la Svizzera e l’Italia, in particolare riguardo alla tassazione dei lavoratori frontalieri, sarebbero in gran parte superati. «Parliamo la stessa lingua» aveva detto Maurer ai giornalisti dopo le discussioni con il suo omologo italiano. Invece non sembra proprio essere il caso. «L’ambasciatore Marco Del Panta avrebbe potuto prendere contatto con lo stesso Maurer o rivolgersi direttamente al Consiglio federale per chiedere spiegazioni» fa notare il consigliere di Stato ticinese prendendo le difese del consigliere federale democentrista, non nuovo peraltro a ‘gaffe’ di questo genere. Se di ‘gaffe’ si deve parlare a poterlo sapere sono solo coloro che erano presenti all’incontro romano. Quello che è certo è che la firma dell’accordo definitivo con l’Italia slitta ulteriormente, anche se la stessa era stata promessa entro lo scorso mese di giugno, il quale si è ormai concluso. Dai contenuti della lettera dell’ambasciatore sembra di dover concludere infatti che gli ostacoli sarebbero tutt’altro che superati, anzi le riserve italiane si sarebbero fatte più importanti. Rispetto ai contenuti del protocollo di intesa parafato nel dicembre scorso la posizione di Roma, volendo dar fede a quanto scritto dall’ambasciatore a Berna, sarebbe ora più rigida. Se allora era stato assicurato che l’Italia era pronta a firmare sulla base delle intese raggiunte (tassazione dei frontalieri alla fonte al 70 per cento e in Italia per il rimanente), mettendo quale unica condizione che l’intesa verrebbe annullata se la Svizzera non raggiungesse un accordo con Bruxelles sull’immigrazione, ora l’accordo sul 9 febbraio è posto come condizione ‘sine qua non’. Né sembra risolta la vertenza legata alla richiesta del casellario giudiziario, anche qui contrariamente da quanto assicurato a suo tempo da Maurer.

Alta vigilanza sulle finanze cantonali

Alta vigilanza sulle finanze cantonali

Nella propria seduta odierna il Consiglio di Stato ha approvato una modifica della Legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato del 24 febbraio 2015, con l’intento di migliorare e rafforzare la collaborazione fra la Commissione gestione e finanze del Gran Consiglio e il Controllo cantonale delle finanze, nell’esercizio dell’alta vigilanza sui conti del Cantone.
Con il messaggio approvato oggi, il Consiglio di Stato propone in particolare che al Controllo cantonale delle finanze venga attribuito l’incarico di eseguire annualmente e a rotazione l’analisi dettagliata di un settore dell’Amministrazione cantonale – o di un progetto di una certa rilevanza – indicato dalla Commissione gestione e finanze del Parlamento. In questo modo, il perimetro dell’alta vigilanza potrà essere esteso a un numero maggiore di servizi dello Stato e a una parte più rilevante della sua attività. Questa nuova proposta – che è stata salutata positivamente dall’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio – non limita comunque l’assegnazione di eventuali ulteriori mandati al Controllo cantonale delle finanze che dovessero scaturire da esigenze o situazioni contingenti.
La modifica legislativa potrebbe generare maggiori oneri di gestione corrente per una somma compresa fra 10’000 e 30’000 franchi l’anno, che saranno compensati internamente e non comporteranno aumenti di personale. Questo nuovo compito non influirà inoltre sull’attuale ottima collaborazione fra il Controllo cantonale delle finanze e la Commissione gestione e finanze, che vede attualmente il servizio dedicare una sessantina di giorni l’anno all’evasione delle richieste commissionali.
Il Controllo cantonale delle finanze è subordinato al Consiglio di Stato e dipende amministrativamente dal Dipartimento delle istituzioni. Negli ultimi anni i mandati svolti dal Servizio per conto della Commissione gestione e finanze del Parlamento – nell’ambito dell’attività di alta vigilanza – hanno comportato una media di 1/2 verifiche annuali, di regola durante l’analisi del Consuntivo dello Stato. Negli anni 2011/2013 l’attività era stata più intensa, con l’esame di una serie di commesse pubbliche e la risposta a numerose richieste puntuali dei Commissari. Negli anni 2012 e 2013, il Controllo cantonale delle finanze aveva inoltre collaborato in modo stretto con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sezione della logistica, con un impegno suddiviso in 13 mandati per circa 280 giorni di lavoro.

Fuori chi non ce la fa: 8 al mese

Fuori chi non ce la fa: 8 al mese

Su La Regione di oggi, 5 luglio 2016, un approfondimento sul tema dei permessi. Insieme ai colleghi di Governo ho detto la mia opinione.

Chi non riesce a mantenersi è fuori, anche se è sposato ad uno svizzero e ci sono figli. Nei primi 4 mesi, 25 allontanamenti per motivi economici: 16 revoche e 9 non rinnovi del permesso B. Un pugno di ferro che non piace a Bertoli: ‘Pericolosa apartheid’. Gobbi: ‘Anche abusi’. Beltraminelli: ‘Decisioni difficili’.

Mamma (o papà) deve fare le valigie perché non ha il passaporto elvetico e in famiglia si deve chiedere l’aiuto sociale. Succede sempre più spesso in Ticino e lo dimostrano le cifre che abbiamo chiesto al Dipartimento istituzioni: nei primi quattro mesi del 2016, per motivi economici, è saltato il permesso di dimora a 25 persone (16 revoche e 9 rinnovi bocciati) ed è stato revocato il domicilio ad altre 7 persone. Otto casi al mese. Due a settimana. Mica poco! Persone allontanate, anche se (in alcuni casi) sposate ad uno svizzero e con figli elvetici.

Se non riesci a mantenerti sei fuori, lo dice la legge. Norme applicate, per alcuni, con il pugno di ferro in Ticino. Se il trend dei primi mesi del 2016 si mantenesse, a fine anno avremo cifre ben sopra la media. Si potrebbe fare diversamente? Quale il ruolo del governo quando si smembrano famiglie: applicare la legge alla lettera o agire nell’interesse dei minori elvetici e della loro famiglia, dando priorità al valore della difesa dei minori e della famiglia, accogliendo i ricorsi?

Abbiamo girato la domanda a tre ministri, ottenendo tre posizioni diverse.

Il più critico è il consigliere di Stato Manuele Bertoli : «Chi ha mezzi vede i genitori rimanere, chi non ne ha ne viene separato. È una situazione rivoltante per un Paese sedicente civile: questo ricorda l’apartheid basata sul censo». Così il ministro socialista denuncia una politica troppo restrittiva adottata dalla maggioranza del governo verso quei coniugi stranieri che fanno fatica a mantenersi e vengono espulsi, anche se sposati con uno svizzero e con figli (a lato riproponiamo la sua intervista pubblicata qualche settimana fa sulla ‘Regione’).

Posizione diversa, quella del collega leghista, il ministro Norman Gobbi , che parla (vedi box) di una legge federale che va rispettata e di abusi «come ad esempio matrimoni combinati o forzati celebrati allo scopo di ottenere un permesso di soggiorno in Svizzera».

Infine, il presidente del governo, Paolo Beltraminelli , ammette che sono decisioni molto difficili da prendere (vedi sotto). Intanto le espulsioni sono in aumento in Ticino: siamo passati da 43 (nel 2013) a 81 revoche (nel 2015) l’anno della dimora per rovesci economici.

Abbiamo chiesto all’Ufficio migrazione come motiva questo boom di revoche: «Oltre all’attuale congiuntura economica poco favorevole, l’aumento dei casi di revoca dei permessi di domicilio, a seguito della dipendenza dai pubblici aiuti, è da ricondurre all’introduzione, avvenuta nell’ottobre 2014 del Settore giuridico (Sg) all’Ufficio della migrazione (Um). Tale neocostituito Servizio ha migliorato la capacità d’intervento dell’Amministrazione cantonale, soprattutto a livello di tempistica», spiega Morena Antonini responsabile dell’Ufficio migrazioni.

Difatti, tra le sue diverse mansioni il Servizio ha anche il compito di esaminare le segnalazioni da altre Autorità cantonali e comunali e adottare, se del caso, i necessari provvedimenti nell’ambito del diritto al proseguimento del soggiorno di un cittadino straniero in Svizzera: «Dall’ottobre 2014 sono quindi aumentate le segnalazioni ricevute dall’Um e, in particolare, dall’Sg da parte di altre Autorità amministrative (Ussi e Comuni) inerenti a persone straniere che percepiscono pubblici aiuti. Di conseguenza il medesimo, laddove ha riscontrato la presenza dei presupposti legali, ha proceduto ad adottare le misure del caso, ossia l’emissione di una decisione di ammonimento o la revoca del permesso», conclude Antonini.

La legge che ti separa da un genitore Più espulsioni dunque, anche perché la macchina amministrativa è diventata più performante: ammonimenti e revoche fioccano subito. Ma vediamo qual è la situazione giuridica: in base all’art. 42 cpv. 1 della Legge federale sugli stranieri (legge votata ed approvata nel 2005) i coniugi stranieri e i figli stranieri, non coniugati e minori di 18 anni, di cittadini svizzeri hanno diritto al rilascio e alla proroga del permesso di dimora se coabitano con loro. Tuttavia questo diritto decade (art. 51 cpv. 1 lett. b.) qualora siano adempiute le condizioni dell’art. 63, che tra l’altro prevede la revoca del permesso di domicilio se… lo straniero o una persona a suo carico dipende dall’aiuto sociale in maniera durevole e considerevole.

Risultato: se una svizzera si sposa con uno straniero e ha un figlio, qualora la famiglia non riuscisse più a stare a galla finanziariamente e abbia bisogno dell’aiuto sociale, accade che il padre venga separato da questo figlio e rimandato al suo Paese. Tutto ciò indipendentemente dal fatto che il figlio sia svizzero e che, come cittadino del nostro Paese, faccia valere la sacrosanta pretesa di poter vivere con ambedue i genitori accanto.

IL MINISTRO GOBBI
‘Anche tanti abusi del sistema’

Per il ministro socialista Manuele Bertoli smembrare una famiglia, perché il genitore straniero riceve aiuti sociali e viene allontanato, è profondamente ingiusto, una forma di moderna apartheid. Non la pensa così il collega Norman Gobbi: «Nel pieno rispetto del federalismo svizzero, il modus operandi adottato in questi casi è l’applicazione della legge, quella federale. Spesso abbiamo letto sui media le storie di persone che devono lasciare il nostro Paese. Storie sovente raccontate ad arte per sembrare agli occhi dei lettori una tremenda ingiustizia. In realtà, dietro questi racconti di frequente si nascondono abusi al sistema come ad esempio matrimoni combinati o forzati, celebrati allo scopo di ottenere un permesso di soggiorno nel nostro Paese». Al capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi chiediamo allora quale sia il ruolo del governo: applicare la legge alla lettera o agire nell’interesse dei minori elvetici e della loro famiglia, dando quindi priorità al valore della difesa dei minori e della famiglia accogliendo i ricorsi? «Prima di allontanare una persona sposata con un cittadino o una cittadina svizzeri e magari anche con figli, esiste un iter che prevede l’approfondimento puntuale di ogni situazione», dice. Il direttore delle Istituzioni spiega che il fatto di percepire aiuti sociali non comporta automaticamente la revoca del permesso di dimora: «Non si tratta infatti di una decisione presa arbitrariamente dall’oggi al domani. Innanzitutto i servizi del mio Dipartimento procedono con un ammonimento formale: il cittadino straniero dispone quindi di un certo lasso di tempo per cercare una soluzione – nel caso in cui non lo avesse ancora fatto – per migliorare la sua situazione economica e professionale, evitando la revoca dell’autorizzazione di soggiorno. Come previsto dalla legge, contro le decisioni di revoca di un permesso è sempre possibile inoltrare ricorso alle istanze superiori. Quando il cittadino straniero quindi deve lasciare la Svizzera, lo fa sulla base di una decisione confermata anche dalle istanze superiori, ossia dal Consiglio di Stato, dal Tribunale cantonale amministrativo e dal Tribunale federale», conclude Gobbi.

IL PRESIDENTE DEL GOVERNO BELTRAMINELLI
‘Decisioni difficili, ma il nostro sistema sociale protegge le famiglie più di altri Cantoni’

Chi non riesce a mantenersi, se non si rimette in pista professionalmente, rischia di perdere dimora o domicilio. La legge ti manda via anche se sei sposato con un cittadino svizzero e hai figli. Un partito come il Ppd, che mette la famiglia tra i valori più importanti da tutelare, come valuta queste espulsioni che vanno a smembrare famiglie a metà ticinesi e straniere. Lo abbiamo chiesto al presidente del governo Paolo Beltraminelli , che con i suoi colleghi è regolarmente chiamato a esprimersi sui ricorsi di chi viene espulso. Anche madri o padri con figli e coniugi in Ticino. In questi delicati casi, qual è il ruolo del governo, applicare la legge alla lettera o agire nell’interesse dei minori elvetici e delle famiglie?

«Occorre distinguere il diritto alle prestazioni di sicurezza sociale (assicurazioni sociali e prestazioni sociali di aiuto) dal diritto a risiedere nel nostro Paese (legislazione di polizia sugli stranieri). Sono due cose diverse e la sua domanda interessa il secondo aspetto», dice Beltraminelli.

E ci spiega: «La procedura di revoca o non rinnovo o mancata concessione di un permesso per motivi di eccessiva dipendenza dagli aiuti sociali è anche compatibile con gli Accordi bilaterali ed è utilizzata quindi in tutta Europa. Di principio uno straniero che vive in Svizzera deve potersi mantenere con i propri mezzi senza dipendere in modo duraturo dall’aiuto sociale (che è l’assistenza sociale e non altri aiuti come i sussidi di cassa malati o gli aiuti Api/Afi o le Pc Avs/Ai). Certamente la votazione del 9 febbraio 2014 ha portato ad un’attenzione maggiore verso questa problematica. La revoca non è certo automatica», dice. Insistiamo: almeno la famiglia va protetta meglio o no? «In Ticino il nostro sistema sociale difende e protegge più di altri Cantoni le famiglie grazie agli aiuti Api/Afi che non sono equiparati all’aiuto sociale (sentenza del Tf). È importante sottolineare che coloro che sono a carico dell’assistenza ricevono regolarmente gli aiuti per un periodo medio di quasi 2 anni che corrisponde a un importo medio sui 40’000 franchi nei due anni».

E sul ruolo del suo Dipartimento precisa: «Il Dss non fa nessuna differenza in base ai permessi nell’erogazione delle prestazioni sociali. L’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento è tenuto per legge a segnalare i beneficiari di assistenza sociale stranieri alla Sezione della popolazione, che poi procede con la verifica e decide sul permesso. Successivamente è data possibilità di ricorso al Consiglio di Stato che può cambiare la decisione dell’Autorità amministrativa soprattutto in caso di miglioramento della situazione finanziaria nel frattempo intervenuta. Vi è poi la possibilità di ricorso alle istanze superiori (Tram e Tf). Le decisioni vengono quindi attentamente ponderate». Ma umanamente, soprattutto per chi rappresenta il Ppd, cosa significa avallare decisioni che smembrano famiglie? Risponde Beltraminelli: «Non sono decisioni facili e capita spesso che il Consiglio di Stato approfondisca minuziosamente dossier particolari. Siamo però chiamati ad applicare una legge federale, la cui interpretazione è oggetto di una giurisprudenza abbastanza precisa e consolidata. Del resto, ancora recentemente il Tribunale federale ha confermato decisioni di revoca emanate dalle istanze cantonali». E pure il contrario.

La sicurezza non è solo una promessa elettorale

La sicurezza non è solo una promessa elettorale

Il benessere della popolazione passa anche e soprattutto dalla nostra sicurezza. Mai così pochi furti negli ultimi 10 anni!

La scorsa settimana mi sono recato nel Mendrisiotto per assistere all’esercitazione ODESCALCHI. In quest’occasione un milite della protezione civile che in quei giorni prendeva parte all’esercizio si è avvicinato. Non lo conoscevo e credevo volesse darmi le sue impressioni sulla simulazione in corso. Mi sbagliavo. Mi ha raccontato di come, qualche tempo fa, sua sorella fosse stata la vittima di un furto in un’abitazione. Si è sentita profondamente segnata da quell’episodio. Una sensazione sgradevole, di impotenza e di paura.

Sicurezza è un bene basilare da difendere
Non mi stancherò mai di ripeterlo: la sicurezza rappresenta un elemento fondamentale nella vita di una persona. Si tratta di un bene primario che lo Stato, soprattutto il nostro, deve garantire a tutti i suoi cittadini. Deve quindi impegnarsi e mettere in campo tutte le risorse necessarie per offrire ai propri cittadini un elevato grato di sicurezza. Ne sono profondamente convinto e non mi stancherò mai di ripeterlo. Per il sottoscritto la sicurezza di tutti i cittadini del nostro Cantone non è una mera promessa politica formulata nel corso della campagna elettorale. Garantire la sicurezza della popolazione è uno degli obiettivi politici per cui mi batto con serietà e impegno quotidiano. Senza mollare e senza esitare mai. Un capitolo dedicato alla sicurezza è peraltro contenuto nel documento in cui abbiamo indicato gli obiettivi che il Governo intende perseguire nel corso di questa legislatura iniziata lo scorso anno.

Giorno dopo giorno, misura dopo misura cerco di aggiungere un mattone al Ticino sicuro che sto costruendo e che voglio per tutti i Ticinesi. La sicurezza non passa solo dal contrastare il crimine sul territorio, non è unicamente la caccia al ladro o al rapinatore o meglio ancora il prevenire tali situazioni: la sicurezza passa anche da azioni politiche concrete come l’introduzione della richiesta sistematica del casellario giudiziale per evitare che potenziali criminali vengano a insediarsi in Ticino. La sicurezza passa anche – e soprattutto! – da più agenti di polizia sul nostro territorio: questo oltre che dal rafforzamento degli effettivi è stato possibile anche grazie all’avvicinamento della nostra Polizia cantonale al territorio con la regionalizzazione della Gendarmeria che ha riportato gli agenti sul terreno.

In Ticino meno furti grazie alle misure volute dal DI
Ma i risultati? Già i risultati sono lì da vedere: prendiamo l’esempio dei furti nelle abitazioni. Secondo le statistiche della Polizia cantonale la media di furti commessi in Ticino del mese di marzo 2016 ha registrato un record positivo, ossia il valor uno dei valori più bassi degli ultimi 10 anni!
Si tratta di risultati tangibili che sono stati possibili grazie alla strategia intrapresa dal mio Dipartimento nel corso degli ultimi anni volta ad accrescere l’efficacia delle forze dell’ordine e di riflesso la sicurezza della popolazione.

Ho chiesto al giovane, se fosse cambiato qualcosa per sua sorella nel corso di questi anni. Mi ha risposto che la divisa blu ossia quella che indossa la Polizia cantonale, ma pure le Comunali e le Guardie di confine, per lei rimane una certezza. La zona in cui risiede la signora era stata colpita da diversi furti nelle abitazioni. Qualcosa in effetti per la signora è davvero cambiato: le sue abitudini. Ha iniziato infatti a seguire i consigli della Polizia cantonale per prevenire i furti. Ma soprattutto la presenza della nostra Polizia, a stretto contatto con lei. “Si – mi ha detto il giovane milite. Quella divisa blu, in azione sulle nostre strade aiuta davvero a garantire la sicurezza di tutti noi: sia quella oggettiva che quella percepita da tutta la popolazione”. Quella divisa blu che mi impegnerò a garantire sul nostro territorio per il bene e il benessere di tutti i Ticinesi!

Ticino 2020: nel Comitato strategico Gobbi, Beltraminelli, Calastri e Croci

Ticino 2020: nel Comitato strategico Gobbi, Beltraminelli, Calastri e Croci

Da La Regione del 1. luglio 2016

Il progetto ‘Ticino 2020′, ovvero la riforma dei flussi finanziari e delle competenze tra Cantone e Comuni, entra nella sua fase operativa. Il Consiglio di Stato ha infatti designato i membri dei gruppi di lavoro. L’organizzazione di progetto, segnala il governo in una nota, sarà garantita da un Comitato strategico e da un Comitato guida, con competenze tecniche. Del primo fanno parte i consiglieri di Stato Norman Gobbi (presidente) e Paolo Beltraminelli, il responsabile dell’Associazione dei Comuni ticinesi Riccardo Calastri e il sindaco di Mendrisio Carlo Croci. La direzione di progetto – “dotata di un Gruppo operativo formato da alcuni funzionari” – è stata assegnata al capo della Sezione enti locali Elio Genazzi, in rappresentanza del Cantone, e a Michele Passardi (Comuni). Sono inoltre stati costituiti sette gruppi di lavoro. Sei approfondiranno i seguenti temi: previdenza sociale, assistenza, famiglie, anziani, scuole e mobilità. Il settimo gruppo la perequazione. Le loro proposte sono attese entro la fine di quest’anno.

“Chi cercherà lo scontro farà i conti con le sanzioni”

“Chi cercherà lo scontro farà i conti con le sanzioni”

Dal Corriere del Ticino di oggi, 1. luglio 2016, una mia intervista sulla normativa, da oggi in vigore, che impedisce di dissimulare il volto in pubblico

Il direttore delle Istituzioni, tra velo e provocazioni

Norman Gobbi, concretamente cosa cambierà da oggi?
«Diverse cose. Perché il divieto di portare il burqa è solo uno dei tanti elementi della nuova legge sull’ordine pubblico. Legge che, infatti, permetterà ad esempio alle autorità comunali di lottare, e anche in maniera significativa, contro l’accattonaggio e il littering, due fenomeni che possono favorire il generarsi di una percezione d’insicurezza nei cittadini. Nell’ambito della dissimulazione del viso ci sono poi ulteriori aspetti. Da un lato legati all’ordine pubblico, e penso alle manifestazioni sportive o a un certo tipo di raduni politici con tutti i danni conseguenti alla non riconoscibilità delle persone. Dall’altro, e alludo al burqa, si tratta di ribadire i nostri valori, ma anche che il mostrare il volto pubblicamente è da ricondurre a una forma di riconoscimento e non a questioni religiose».

Dobbiamo attenderci una pioggia di multe alle turiste del Golfo arabo?
«Le persone che vivono nel nostro cantone e si coprono il viso con il niqab saranno toccate dalla nuova legge nella misura in cui la stessa mira soprattutto a integrarle nella società. Questi residenti andranno accompagnati con dei programmi, finalizzati alla comprensione e al rispetto dei nostri usi e costumi. Salvo provocazioni mirate o incomprensioni, non credo invece che vi saranno complicazioni con i turisti: a conferma di ciò l’ambasciata saudita ha di recente invitato i suoi cittadini a voler rispettare il divieto di indossare il burqa sul nostro territorio proprio per evitare problemi».

Avete previsto un periodo di adeguamento. Ma cosa si intende?
«Essendo una novità c’è evidentemente una componente educativa che avrà la precedenza. Un po’ come avvenne quando la cintura al volante divenne obbligatoria. Naturalmente se alla fase di sensibilizzazione non seguirà un adeguamento, subentreranno le sanzioni».

Il sostituto procuratore generale Antonio Perugini ha richiesto buon senso. Detto altrimenti, la magistratura vi ha chiesto di non forzare la mano?
«Perugini ha fatto capire che la legge è finalizzata al rispetto di un costume locale e non all’imposizione di una norma di comportamento. Il buonsenso risiederà quindi nell’evitare lo scontro. Sappiamo che c’è chi ha già annunciato di voler venire in Ticino per creare tensioni (l’imprenditore franco-algerino Rachid Nekkaz, n.d.r.). A queste persone che cercano lo scontro occorre ricordare, che come per altre leggi, chi non rispetta le norme dovrà fare i conti con le conseguenze che ne discendono, le sanzioni».

Quali le difficoltà pratiche per le autorità chiamate a far rispettare la legge?
«Sarà importante che le varie polizie comunali dialoghino fra loro, soprattutto se attive all’interno di un’area esigua come può essere il lungolago che da Lugano porta a Paradiso. L’obiettivo in effetti è quello di cercare di avere una prassi condivisa, proprio per evitare che in un Comune venga tollerato un certo comportamento e in un altro no, creando insicurezza nell’applicazione del diritto. A tal proposito ritengo che i primi 6 mesi saranno decisivi per capire gli effetti e le modalità d’attuazione della legge e, se del caso, al fine di apportare dei correttivi nel quadro delle direttive legislative».


Come replica all’affermazione «Gobbi ha fatto uno sgambetto a un settore turistico già in ginocchio»?

«Innanzitutto è il popolo che ha deciso, approvando l’iniziativa in votazione. Ciò detto, il settore del turismo invece di continuare a piangersi addosso ha la possibilità di sfruttare questa legislazione a proprio favore. I fatti di Parigi e Bruxelles hanno spaventato e allontanato dall’Europa ad esempio il turista asiatico. Grazie a leggi come queste possiamo riconquistare quei mercati alla ricerca di elevati standard di sicurezza che noi sappiamo offrire più che altrove. Sono sicuro che questo elemento, unito al rispetto dei costumi, rappresenti un valore aggiunto e un fattore d’attrazione per una fascia di turisti, soprattutto benestanti».


C’è un preciso settore in cui crede che i nuovi paletti porteranno a un miglioramento dell’ordine pubblico?

«Delegando alle polizie comunali alcuni compiti di prossimità, la legge permetterà di lottare contro fenomeni poco “svizzeri” come il littering e l’accattonaggio. In quest’ultimo caso parliamo infatti di persone che spesso non hanno nemmeno il diritto di restare sul territorio e vanno riaccompagnate alla frontiera. Inoltre grazie a una speciale banca dati potranno essere schedati e bloccati più velocemente i soggetti recidivi. Per quanto riguarda invece il littering, alla legge si potranno affiancare efficaci campagne di sensibilizzazione, un po’ come fatto a Bellinzona con i mozziconi giganti».


In generale perché invece ritiene che il Ticino beneficerà dalle nuove leggi?

«Da un lato, e penso al littering, i nuovi paletti permetteranno di far fronte alla parziale perdita di quelle buone abitudini tipicamente svizzere, che se rimaste intatte forse non ci avrebbero spinto a modificare la legge. Dall’altro i cittadini hanno espresso una chiara volontà, e a mio modo di vedere la legge e la sua applicazione serviranno per ribadire che in Svizzera il popolo è sovrano e che quanto decide va rispettato. E qui mi riferisco al divieto di celare il viso in pubblico».