Visita di cortesia dell’Ambasciatore della Repubblica francese

Visita di cortesia dell’Ambasciatore della Repubblica francese

Comunicato stampa

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha ricevuto oggi a Palazzo delle Orsoline Frédéric Journès, Ambasciatore della Repubblica francese per la Svizzera. L’incontro ha permesso di discutere alcuni argomenti di attualità.

La visita di cortesia dell’Ambasciatore, accompagnato dalla Prima segretaria dell’Ambasciata Grenadine Révérand, ha offerto l’opportunità di discutere svariati temi di attualità in campo politico e sociale, con particolare attenzione alle dinamiche transfrontaliere.

Il Presidente del Consiglio di Stato ha inoltre condiviso alcune informazioni sulle particolarità che distinguono il Ticino nel contesto culturale, politico e socio-economico svizzero, e discusso i progetti attuali e le sfide che attendono il Cantone. È stata infine dedicata particolare attenzione alla situazione della pandemia da coronavirus, che sta mettendo a dura prova i sistemi sanitari di tutta Europa e – anche in vista del periodo natalizio – pone diverse sfide alla cooperazione fra Paesi confinanti.

 

Ma come parla il Comandante?

Ma come parla il Comandante?

Opinione di Claudio Mésoniat pubblicato su ilfederalista.ch di mercoledì 2 dicembre 2020

Mi chiedo, e chiedo ai miei cari e bravi colleghi Roberto Antonini e Matteo Caratti, se fosse il caso di schierare l’artiglieria pesante per irridere e squalificare il Comandante della polizia cantonale Matteo Cocchi, reo di comunicazione pubblica inadeguata. Ieri laRegione ha dedicato al fondamentale tema la bellezza di due fondi di prima pagina (con cerniera di rimando ammirato tra il secondo e il primo). Non bastasse, oggi la RSI ha rilanciato interrogativi e crucci sollevati dai due tenori (senza ironia) del nostro giornalismo: abbiamo autorità capaci di parlare in modo chiaro e convincente? Politici, sanitari, forze dell’ordine possiedono l’ABC della strategie comunicative in tempi di crisi? O non si stanno palesando piuttosto come sprovveduti e sgrammaticati dilettanti allo sbaraglio?

Questa campagna in nome del diritto del cittadino all’informazione (e in subordine del decoro linguistico), che era stata innescata dall’ATG (associazione ticinese dei giornalisti) dopo la conferenza stampa seguita al fatto di sangue del 24 novembre alla Manor di Lugano, mi prende francamente in contropiede. Incominciamo dai punti stampa covid.

Il fatto imbarazzante è che da marzo a novembre, attaccato allo schermo per lavoro durante i martellanti briefing politico-sanitari da Bellinzona, io ho ricavato un’ottima impressione. Quasi mi vergogno (ma l’ho già scritto e pure detto in tv) però a me i vari Vitta, Gobbi, Bertoli, De Rosa, Merlani e Cocchi sono apparsi quasi brillanti, certamente efficacissimi (con le inevitabili sbavature) nell’inventarsi da un giorno all’altro strumenti e modalità espressive per reggere questo flusso quasi continuo (e utile, e necessario) di comunicazione diretta ai cittadini, per giunta con noi giornalisti a incalzarli coram populo. Se poi gettiamo un occhio a quanto succede in questi mesi nella comunicazione istituzionale di Paesi come l’Italia o gli Stati Uniti ho l’impressione che dovremmo ritenerci dei privilegiati. Mi sbaglio?

A mio giudizio l’efficacia delle nostre autorità è dipesa anche da un fatto politico eccezionale, che purtroppo rimarrà un bel ricordo, temo, quando l’emergenza sanitaria svanirà (si spera presto): una capacità di dialogare e confrontarsi anche aspramente tra loro per parlare poi a una voce sola, capacità che possiamo mettere sotto il cappello di “servizio al bene comune” (troppo vistoso durante le fasi acute dell’epidemia per essere ignorato o strumentalizzato a fini di parte). È vero, ci hanno tolto per qualche mese la scena, ci hanno surrogati, ma solo in parte, nel nostro lavoro giornalistico. Non vorrei che avessero suscitato qualche gelosia professionale… Anche perché, d’altronde, chi tra noi del mestiere è senza peccato scagli la prima pietra. E vengo al punto dell’espressione.

Nel suo pezzo Caratti (“Così parlò il Comandante”) allude a problemi di grammatica e sintassi e Antonini (“Ma come parlano?”) ha sollevato un interrogativo curioso. Se la comunicazione è stata, a parer suo, così deficitaria, cosa ci sta a fare una Facoltà di scienze della comunicazione in Ticino? Non credo si tratti di far passare dai suoi banchi poliziotti e politici (e giornalisti) ma forse, è vero, qualche corso di strategie comunicative la Facoltà potrebbe –su richiesta- impartirlo anche a queste categorie così spesso inevitabilmente alle prese con i media. Giusto. Anche i corsi per giornalisti, gestiti dall’ATG, potrebbero avvalersene. E forse anche gli insegnanti in fase di abilitazione pedagogica, del resto, come accade in altri Cantoni universitari. Giusto?

Non entriamo nell’ambito strettamente linguistico, dove sappiamo che noi ticinesi abbiamo un nostro italiano regionale, con i suoi pregi e i suoi difetti. Sui primi ci ha aperto uno squarcio illuminante un sociolinguista come Alessio Petralli, con il suo indimenticabile “L’italiano in un Cantone”. Sui secondi, all’apparenza, dovrebbe essere piuttosto la nostra scuola ad interrogarsi: ma in realtà il semi analfabetismo dei nostri giovani che accedono (e che escono) dalle università è un fenomeno generazionale molto complesso. E anche se sto divagando, mi permetto di rilevare un divertente francesismo scappato l’altro giorno a quel comunicatore scafato che è il medico cantonale, con un creativo “frappante” (per “sorprendente”, “impressionante”).

La conferenza stampa “bislacca” sull’accoltellamento, e successiva intervista volante al Comandante. Che dire? Prima di tutto che ovunque nel mondo dopo un evento di sangue tinto di terrorismo, le autorità politiche e di polizia indicono tempestivamente dei punti informativi: si tratta di fornire un quadro di massima onde evitare che dai media e dai social si diffondano bufale di ogni sorta che possono solo disorientare l’opinione pubblica. E ovunque, durante queste conferenze stampa, si ripetono fino alla noia i “non sappiamo ancora”, i “non possiamo dire, le indagini sono in corso” e via menando il can per l’aia. Niente di nuovo sotto il sole del Ticino.

Quanto al Comandante “spaesato” occorre forse tener conto –come Gobbi ha puntualizzato il giorno appresso, scusandosi con il pubblico in tv- che al punto stampa era collegata da Berna la super poliziotta della fedpol, che ha depistato qualsiasi tentativo di rispondere a domande che una risposta l’avevano già, tant’è vero che la signora le ha poi trasmesse via Twitter qualche ora dopo. E infine lo confesso: quell’ “andate in letargo” di Cocchi, che ha suscitato infinite polemiche degne di miglior causa, a me (che mi sentivo per ragioni anagrafiche direttamente toccato) era parso semplicemente efficace nella sua immediatezza un po’ spiccia. Ma sono in buona compagnia se è vero, come ha documentato un piccolo sondaggio dell’Ufficio cantonale di statistica, che la stragrande maggioranza dei ticinesi ha apprezzato la semplicità e l’efficacia della comunicazione istituzionale durante la prima ondata pandemica.

Cdm e Ministero pubblico, la lettera del governo

Cdm e Ministero pubblico, la lettera del governo

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 3 dicembre 2020 de La Regione

Procedura preavvisi del Consiglio della magistratura per le nomine e riforma della Procura

Procedura preavvisi, l’Esecutivo scrive al parlamento: propone ‘un’ampia riflessione’ sul Consiglio della magistratura. E chiede di essere coinvolto nella riforma della Procura.
“Quanto all’auspicio della Commissione giustizia e diritti circa la procedura di allestimento dei preavvisi del Consiglio della magistratura indicato nel rapporto 30 novembre 2020, il governo intende promuovere nel corso del mese di gennaio 2021 con il potere legislativo e il potere giudiziario una più ampia riflessione che tenga conto delle problematicità emerse in questi mesi sulle modalità operative del Consiglio della magistratura. Una riflessione che dovrà tra l’altro ritenere quale solido spunto di raffronto la specifica raccomandazione del Consiglio d’Europa sui giudici concernente l’indipendenza, l’efficacia e la responsabilità”. Si conclude così, con parole cariche di significato, la lettera del Consiglio di Stato all’indirizzo del Gran Consiglio dopo che la commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’ ha parzialmente sconfessato l’agire del Cdm, il Consiglio della magistratura, nella tormentatissima procedura di rinnovo delle cariche in seno al Ministero pubblico.
La lettera è stata discussa e approvata ieri in governo alla luce dei due documenti usciti lunedì dalla riunione della ‘Giustizia e diritti’. Il primo è il rapporto con il quale la maggioranza della commissione propone al plenum del Gran Consiglio, in vista della sessione del 14, la nomina dei diciannove procuratori pubblici uscenti, inclusi quindi (ed è il motivo per cui il Plr non ha firmato) i cinque ‘bocciati’ dal Consiglio della magistratura, che sollecitano un ulteriore mandato decennale e degli otto aspiranti pp giudicati idonei dal gruppo di esperti, nonché la rielezione del procuratore generale in carica. Rapporto nel quale la ‘Giustizia e diritti’, presieduta dal popolare democratico Luca Pagani, spiega pure le ragioni del ripescaggio dei procuratori la cui rielezione è stata preavvisata negativamente dal Cdm con valutazioni, anche sul piano personale, dai toni insolitamente duri (la commissione parlamentare scrive di “non” aver riscontrato “elementi sufficientemente solidi a sostegno di una non rielezione, vista in particolare l’assenza di precedenti avvertimenti formali o sanzioni disciplinari, ritenuto altresì che i dati statistici forniti non appaiono particolarmente dirimenti”) e nel quale auspica che la procedura per l’allestimento dei preavvisi da parte del Consiglio della magistratura “sia regolamentata in modo più dettagliato”. Del resto le polemiche non sono mancate, come quelle innescate dalla decisione del Cdm di rifiutare ai cinque pp l’accesso agli atti su cui si sarebbero basati i preavvisi negativi (li ha trasmessi solo in seguito al parere giuridico dell’ex presidente del Tribunale federale Claude Rouiller, interpellato dalla ‘Giustizia e diritti’) o dalla non verbalizzazione delle audizioni davanti al Consiglio della magistratura. C’è di più. Nel medesimo rapporto la ‘Giustizia e diritti’ considera necessaria “l’introduzione di riforme a livello di Ministero pubblico, in particolare per un più efficace controllo interno”.
Da qui, e siamo al secondo documento varato l’altro ieri, la risoluzione elaborata dalla commissione e sottoposta all’approvazione del Gran Consiglio, nella quale la ‘Giustizia e diritti’ chiede di poter approfondire, con l’eventuale consulenza di uno o più periti ‘indipendenti’, la situazione e suggerire correttivi organizzativi e normativi.

‘Riorganizzazione del Ministero pubblico, ma con il coinvolgimento dei tre poteri’
Nella missiva al parlamento il Consiglio di Stato afferma di condividere la necessità di riorganizzare il Ministero pubblico. Ricorda così il messaggio che ha licenziato lo scorso settembre in cui propone fra l’altro di attribuire all’autorità giudiziaria un procuratore ordinario in più e competenze decisionali ai segretari giudiziari nei procedimenti contravvenzionali. Il messaggio è tuttora pendente in commissione ‘Giustizia e diritti’, dove a un certo punto i liberali radicali hanno suggerito, con un’iniziativa, l’assegnazione al Ministero pubblico di quattro sostituti pp.
Il governo esprime dunque “piena condivisione dell’obiettivo della proposta di risoluzione commissionale”: chiede tuttavia che “all’auspicata riforma del Ministero pubblico partecipino i tre poteri dello Stato”. Aggiunge: “Ritenendo la genesi del processo riorganizzativo, l’Esecutivo cantonale, per il tramite del preposto Dipartimento (quello delle Istituzioni, ndr.), è a disposizione per coordinare la riorganizzazione, che potrà certo essere avvalorata anche dalla consulenza di esperti”. Peraltro nel 2015 il gruppo di lavoro designato dal Consiglio di Stato per la riforma dell’intero sistema giudiziario ‘Giustizia 2018’, coordinato dall’allora procuratore generale John Noseda e composto fra gli altri dall’attuale direttrice della Divisione giustizia (Dipartimento istituzioni) Frida Andreotti e dall’avvocato Renzo Galfetti, aveva prospettato alcune modifiche legislative per rafforzare la vigilanza del pg sull’attività dei procuratori.
Riguardo poi alla richiesta della commissione di una chiara regolamentazione della procedura di redazione dei preavvisi del Cdm, il governo, come scritto, intende promuovere con il coinvolgimento del Gran Consiglio e del potere giudiziario “una più ampia riflessione che tenga conto delle problematicità emerse in questi mesi sulle modalità operative del Consiglio della magistratura”.

Gobbi: necessario un lavoro di squadra per uscire dalle difficoltà
Il governo, insomma, non intende restare alla finestra. «Solo con un lavoro di squadra nell’interesse delle istituzioni, si può uscire dalle difficoltà, individuando gli opportuni rimedi sia in ambito organizzativo sia in quello normativo – dice alla ‘Regione’ il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, capo del Dipartimento istituzioni –. Il potere giudiziario deve godere della massima credibilità e autorevolezza. Solo così può avere l’indispensabile fiducia delle cittadine e dei cittadini».

****

Servizio all’interno dell’edizione di giovedì 3 dicembre 2020 de Il Quotidiano
Magistrati, la lettera del Governo
https://rsi.ch/play/tv/redirect/detail/13650715