Accolta dal Parlamento federale la prassi ticinese: estratto obbligatorio per i permessi B
Ci sono battaglie politiche che richiedono anni di perseveranza. Quella sul controllo dei precedenti penali degli stranieri che chiedono un permesso di dimora, appartiene senza dubbio a questa categoria. Dopo il sì del Consiglio nazionale è arrivata la luce verde anche dagli Stati alla mozione Chiesa: nel giro di una settimana, una richiesta che il Ticino porta avanti da oltre un decennio ha compiuto un passo decisivo. Si tratta di una pratica che il nostro Cantone applica dal 2015. “ Abbiamo introdotto questa misura undici anni fa a tutela del nostro territorio e della sicurezza dei cittadini – commenta il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – Fin dall’inizio c’era chi sosteneva che fosse eccessiva; ricordo numerose interviste in cui dovevo replicare a chi ci dava dei “fuorilegge”. Oggi finalmente il Parlamento federale riconosce la bontà della misura”.
Da iniziativa ticinese a modello nazionale
Nel 2015, su proposta del Dipartimento delle istituzioni, il Consiglio di Stato ticinese aveva deciso di richiedere sistematicamente l’estratto del casellario giudiziale ai cittadini UE/AELS che chiedevano un permesso di dimora o di lavoro. Parallelamente aveva promosso due iniziative cantonali a Berna per colmare una lacuna normativa che impediva alle autorità di disporre di informazioni complete sui precedenti penali commessi all’estero. Undici anni dopo, quella che allora appariva come una posizione isolata è diventata un tema condiviso a livello nazionale. “ Il risultato odierno prosegue Gobbi – è anche il frutto di un importante lavoro di squadra della deputazione ticinese alle Camere federali, che ha saputo portare all’attenzione federale un problema che noi conoscevamo già molto bene per la nostra posizione di frontiera”.
La realtà ha cambiato la percezione del problema
Per molto tempo il tema delle infiltrazioni della criminalità organizzata è stato percepito come un problema marginale o circoscritto alle regioni di confine. Negli ultimi anni, però, alcuni episodi hanno dimostrato che la minaccia riguarda l’intera Svizzera. Emblematico il recente caso di Roveredo, in Mesolcina. Un cittadino italiano sospettato di riciclare denaro per conto della ‘ndrangheta e della camorra aveva tentato di stabilirsi in Ticino. Le autorità cantonali ticinesi gli avevano negato il permesso grazie ai controlli effettuati sul suo passato giudiziario. Successivamente l’uomo aveva ottenuto un permesso nei Grigioni, dove è poi stato arrestato nell’ambito di una vasta operazione internazionale antidroga. Per il Consigliere di Stato è finalmente maturata una maggiore consapevolezza a livello nazionale. “ Oggi si fa un passo decisivo nella lotta alla criminalità organizzata. Se la misura sarà applicata a livello nazionale queste persone non troveranno più nessun espediente per stabilirsi in Svizzera ».
Un segnale politico chiaro
L’approvazione della mozione Chiesa è il riconoscimento che il Ticino aveva individuato con anticipo un problema reale e aveva avuto il coraggio di adottare misure concrete per affrontarlo. Non è ancora il traguardo finale. Resta infatti aperta la questione dell’accesso alle informazioni sui precedenti penali a livello europeo e dell’adesione della Svizzera ai sistemi di scambio dei dati. Tuttavia, il messaggio politico arrivato dalle Camere federali è inequivocabile. “ Undici anni fa il Ticino ha scelto di non aspettare che il problema si manifestasse in tutta la sua portata – conclude Gobbi – Oggi quella scelta viene riconosciuta come un modello. È la dimostrazione che, in materia di sicurezza, prevenire è molto meglio che rincorrere le conseguenze”.
Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 21 giugno 2026 de Il Mattino della domenica