“Un sì per correggere gli abusi  e garantire la sicurezza del Paese”

“Un sì per correggere gli abusi e garantire la sicurezza del Paese”

Servizio civile, sei misure per evitare che diventi una soluzione di comodo

«Chi vive un autentico conflitto di coscienza deve continuare ad avere accesso al servizio civile. Ma non possiamo accettare che diventi una semplice scorciatoia per evitare il servizio militare». Questo per il Consigliere di Stato Norman Gobbi è uno dei punti centrali della votazione del 14 giugno sulla revisione della Legge federale sul servizio civile. Una riforma che punta a correggere alcune tendenze emerse negli ultimi anni e riportare il sistema allo spirito originario previsto dalla Costituzione. «Nessuno vuole abolire il servizio civile», sottolinea Gobbi. «Con la revisione di Legge si vuole evitare che diventi l’alternativa di comodo al servizio militare». Negli ultimi anni il numero di passaggi dall’esercito al servizio civile è cresciuto costantemente. Dal 2009, anno dell’abolizione dell’esame di coscienza, le ammissioni sono aumentate sensibilmente fino a raggiungere un nuovo record nel 2025. Per il Consiglio federale e il Parlamento questa evoluzione mette a rischio gli effettivi necessari per garantire la capacità operativa dell’esercito e, con essa, la sicurezza stessa del Paese.

Sei misure mirate per evitare abusi
La revisione della Legge introduce sei misure mirate. La prima prevede che chi passa al servizio civile debba svolgere almeno 150 giorni di servizio, indipendentemente dai giorni di servizio militare ancora da prestare. I civilisti saranno inoltre tenuti a svolgere servizio ogni anno, perdendo parte della flessibilità di cui beneficiano oggi. Per gli studenti di medicina, odontoiatria e veterinaria non sarà più possibile svolgere impieghi direttamente collegati alla propria formazione professionale, così da preservare personale sanitario prezioso per l’esercito. Anche per sottufficiali e ufficiali il numero di giorni da prestare sarà calcolato applicando il fattore correttivo di 1,5. Non sarà inoltre più consentito passare al servizio civile dopo aver concluso tutti gli obblighi militari, fase in cui resta soltanto il tiro obbligatorio. Infine, chi presenterà domanda durante la scuola reclute dovrà effettuare un impiego di lunga durata di 180 giorni entro l’anno successivo all’ammissione.

No alle scorciatoie, sì ad un Paese più sicuro
«Si tratta di misure di buon senso», osserva Gobbi. «Non colpiscono chi ha reali motivi di coscienza, ma rendono meno attrattivo il passaggio per chi vede nel servizio civile una scorciatoia. Il principio deve tornare a essere chiaro: il servizio militare è la regola, il servizio civile l’eccezione». La revisione si inserisce inoltre in un contesto internazionale profondamente cambiato. Lo studio “Sicurezza 2026” del Politecnico federale di Zurigo mostra come la percezione di sicurezza della popolazione svizzera abbia raggiunto il livello più basso degli ultimi vent’anni. «Per troppo tempo abbiamo considerato la sicurezza come qualcosa di acquisito», afferma Gobbi. «Oggi sappiamo che non è così. Le tensioni internazionali, le guerre alle porte dell’Europa e le nuove minacce ci ricordano che la sicurezza richiede preparazione, personale e capacità operative».

Un voto anche per le future generazioni
Secondo il direttore del Dipartimento delle istituzioni, il voto del 14 giugno rappresenta quindi una scelta che va oltre il semplice funzionamento del servizio civile. «Un Paese libero deve essere anche in grado di difendersi», conclude Gobbi. «Questa riforma non penalizza chi agisce per convinzione, ma corregge gli sviluppi negativi degli ultimi anni e contribuisce a garantire all’esercito le risorse umane necessarie per adempiere ai propri compiti. È una scelta di responsabilità verso la Svizzera e verso le future generazioni».

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 7 giugno 2026 de Il Mattino della domenica