«Il fenomeno esiste ancora. Noi abbiamo scelto una linea drastica»
Quindici anni fa il Ticino decise di cambiare radicalmente approccio nella gestione delle carovane rom straniere. Qualcuno ricorderà ancora le polemiche che accompagnavano il loro arrivo, tra occupazioni non autorizzate e tensioni sul territorio. Nel 2011 la svolta: il Cantone decise di non mettere più a loro disposizione aree pubbliche di sosta o di transito. « Ci trovavamo periodicamente a rincorrere situazioni d’emergenza », ricorda Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni. « Abbiamo quindi scelto una linea chiara: non creare aree dedicate alle carovane straniere, per le quali il Cantone non aveva – e non ha – alcun obbligo di garantire spazi di sosta ». La decisione rispondeva in maniera molto concreta alla volontà di non attirare carovane di nomadi stranieri in Ticino, come invece avveniva in passato.
Nessun obbligo di creare aree
Alla base c’è anche un principio giuridico che il Governo ticinese ha continuato a rivendicare negli anni: per le carovane straniere non esiste un obbligo analogo a quello previsto per le minoranze nazionali svizzere. Una distinzione sostanziale, che il Ticino ha difeso anche di fronte alla Confederazione. Nel 2024, quando l’Ufficio federale della cultura ha posto in consultazione la Concezione nazionale sulle aree di transito, il Consiglio di Stato ha respinto l’ipotesi di creare in Ticino uno spazio destinato alle grandi carovane straniere. « La linea scelta nel 2011 – sottolinea Gobbi – ha prodotto i risultati che auspicavamo. Non avrebbe avuto senso cambiare strada proprio quando l’esperienza dimostrava che quella impostazione funzionava ».
Un problema attuale in Svizzera
Nel frattempo, in Svizzera il fenomeno non ha accennato a diminuire. Le stime disponibili presso altri Cantoni parlano di decine di carovane straniere, spesso composte da numerose roulotte, la cui gestione comporta costi importanti e problemi di ordine pubblico. Nell’aprile 2025, in Vallese, una carovana di circa 50 roulotte proveniente dalla Francia e diretta verso Gampel venne bloccata sull’A9 a Saint-Maurice. Per gestire la situazione furono mobilitati circa 200 agenti e il confronto sull’autostrada si protrasse per diverse ore. Nel Canton Vaud, nel 2024, quasi 30 roulotte si installarono senza autorizzazione a Morrens. L’intervento coinvolse circa 50 agenti di Polizia. Complessivamente, la gestione dei convogli richiese oltre 635 ore di impiego delle forze dell’ordine.
Episodi che mostrano come l’arrivo delle grandi carovane straniere continui a rappresentare una sfida per altri Cantoni.
Nomadi svizzeri, un’altra realtà
C’è infine una distinzione che Gobbi tiene a sottolineare. La linea adottata nei confronti delle carovane straniere è volta a tutelare le minoranze nazionali Jenisch, Manuš e Sinti svizzeri, riconosciute dalla Confederazione. Nei loro confronti il Ticino ha infatti seguito un approccio diverso, costruendo negli anni un rapporto stabile e mettendo a disposizione l’area del Seghezzone di Giubiasco. « È sbagliato mettere tutti nello stesso calderone. I nomadi svizzeri sono nostri concittadini e appartengono a una minoranza riconosciuta. Con loro abbiamo costruito un rapporto di collaborazione, cercando soluzioni concrete » conclude Gobbi. Al Seghezzone, nel frattempo, sono proseguiti gli interventi per migliorare le condizioni dell’area e, nell’ambito della gestione dei rapporti con la comunità, e da anni è stata introdotta anche la figura di una mediatrice culturale. Una distinzione che riassume la linea seguita dal Ticino in questi quindici anni: fermezza nella gestione delle carovane straniere, dialogo e soluzioni concrete per la comunità nomade svizzera.
Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 4 ottobre 2026 de Il Mattino della domenica