97esima Conferenza nazionale del settore esecutivo e fallimentare in Ticino  

97esima Conferenza nazionale del settore esecutivo e fallimentare in Ticino  

Comunicato stampa

La Divisione della giustizia comunica che venerdì 9 e sabato 10 settembre 2022 si svolgerà a Locarno la 97esima edizione dell’Assemblea generale della Conferenza degli ufficiali di esecuzione e fallimenti della Svizzera.

Dopo vent’anni, l’Assemblea annuale della Conferenza svizzera del settore esecutivo e fallimentare  torna in Ticino per la sua 97esima edizione. A fare da padrona di casa sarà la soleggiata Locarno, città da sempre sinonimo di cultura e turismo, che accoglierà oltre 300 ospiti tra giudici del Tribunale federale e del Tribunale di appello, Autorità di vigilanza cantonali, rappresentanti dell’Ufficio federale di giustizia, referenti politici cantonali e collaboratrici e collaboratori del settore esecuzione e fallimentare di tutta la Svizzera.  
Questo evento nazionale di rilievo – per il quale la Consigliera federale Karin Keller-Sutter porterà il suo saluto in videoconferenza – sarà l’occasione per evidenziare l’importante attività garantita dal settore esecutivo e fallimentare per il buon funzionamento della nostra economia. Un lavoro difficile, quello svolto dalle collaboratrici e dai collaboratori degli uffici in tutta la Svizzera, in un contesto delicato, che richiede conoscenza della materia, ma anche spiccate attitudini relazionali nei contatti con le persone. In conclusione dei lavori assembleari è previsto un intervento da parte del Presidente del Festival del film di Locarno, Signor Marco Solari, che sarà intervistato dai Signori Michele Fazioli e Peter Jankovsky.  
L’Assemblea annuale costituirà una piattaforma di scambio privilegiata per rafforzare la rete di conoscenze tra colleghi e rappresentanti delle autorità di vigilanza, dei tribunali e della politica. Sarà altresì l’occasione per il Canton Ticino di mostrare le bellezze del nostro territorio ai numerosi partecipanti così come lo spirito di ospitalità che contraddistingue la nostra regione.  
Durante la due giorni in Ticino, sono previsti gli interventi del Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, del Sindaco di Locarno Alain Scherrer e del Sindaco di Ascona Luca Pissoglio.
Maggiori informazioni sono disponibili all’indirizzo www.ti.ch/assembleauef.
Il Comitato di organizzazione è disponibile per raccogliere le esigenze da parte dei media.   

Polizia unica, prossimità, rapporti con le Comunali… Parla Luca Filippini

Polizia unica, prossimità, rapporti con le Comunali… Parla Luca Filippini

Il segretario generale del DI: “Non è l’assetto organizzativo, ma le forze e l’impegno dedicati a questa importante tematica a concretizzare la vicinanza al cittadino”

Il nuovo disegno di legge sulla Polizia presentato nelle scorse settimane dal Dipartimento e dal Comando non ha affrontato, come ci si poteva attendere, il tema controverso della “polizia unica”, che è tornato recentemente al centro del dibattito politico. La domanda che molti si sono posti è se non sarebbe stata l’occasione per farlo. Un’opportunità persa, dunque? Tempi ancora non maturi? Oppure la polizia unica è un sogno, qualcosa che appartiene alla retorica politica ma che in Ticino non si potrà mai realizzare?
Lo abbiamo chiesto a Luca Filippini, segretario generale del Dipartimento delle istituzioni, che in questa intervista spiega la strategia che guiderà le scelte dei prossimi anni sul fronte della sicurezza.

Partiamo dalla polizia unica. Perché non se n’è parlato?
Il nuovo disegno di legge ridefinisce le competenze di polizia, non i compiti delle polizie comunali. La possibilità di inserire il tema è stata valutata in relazione all’opportunità o meno d’integrare nel testo di legge proposto l’attuale legge sulla collaborazione fra polizia cantonale e polizie comunali del 16 marzo 2011. Considerato lo stato di avanzamento dei lavori dello specifico gruppo di lavoro “polizia ticinese”, si è ritenuto poco appropriato fondere la legge sulla polizia e la legge sulla collaborazione in un unico documento. È importante evidenziare che l’attuale disegno di legge sulla polizia potrà essere applicato a ogni assetto organizzativo futuro, dalla polizia unica all’attuale status quo.

Durante la presentazione della revisione legislativa è stato spiegato che l’assetto della Polizia ticinese rimane immutato, ma flessibile e adattabile alle circostanze che il futuro presenterà, senza necessità di ricorrere a nuove ulteriori revisioni. In concreto cosa significa? È una porta aperta verso una radicale riorganizzazione con l’obiettivo di fare il grande passo verso una polizia unica?
Significa che il testo messo ora in consultazione ha una formulazione che distingue fra le competenze di “tutte” le polizie ticinesi e quelle esclusive della Polizia cantonale. Qualora in futuro si mantenga lo status quo o una soluzione nella quale continuino a esistere una o più polizie comunali, la legge non necessiterà di alcuna modifica. Se invece il Gran Consiglio dovesse optare per una “polizia unica” sarà sufficiente stralciare dal testo il riferimento “cantonale” dopo il termine “Polizia”.

Restando sul tema, è chiaro a tutti che l’attuale organizzazione, con 15 Corpi di polizia polo o strutturata, comporta ingenti sprechi di risorse umane e finanziarie. E crea anche problemi di coordinamento negli interventi e nei picchetti sulle 24 ore. È una situazione che si intende correggere a breve, anche alla luce dell’atto parlamentare presentato due anni fa dal deputato Raoul Ghisletta e firmato da una quindicina di esponenti di diversi partiti? O in un Ticino dominato dal campanilismo è un’idea che rimarrà sulla carta per i prossimi anni?
Premesso che la decisione sull’assetto della “polizia ticinese” rimane di esclusiva competenza delle autorità politiche e in particolare del Gran Consiglio, per rispondere si può richiamare quanto affermato dal Consiglio di Stato in occasione della recente risposta data al Parlamento: “Un assetto definito sul modello di polizia unica permetterebbe certamente di ridurre ridondanze e dunque una riduzione di costi. Se a questo modello si accompagnasse pure una ridefinizione e conseguente suddivisione dei compiti tra agenti di polizia e assistenti, alla stregua di quanto si sta testando nella Regione VIII delle Tre Valli, i benefici potrebbero, dal profilo finanziario, essere verosimilmente ancora più marcati. In effetti, grazie a un corpo di polizia unica supportato da assistenti di polizia (ndr: non ausiliari), che potrebbero essere assunti e controllati da parte dei Comuni o dal Cantone a seconda delle necessità, sarebbe certamente possibile ottimizzare i processi e la qualità dei servizi erogati e, di conseguenza, ridurre i costi, senza che il ruolo dell’assistente vada a sostituirsi a quello dell’agente di polizia. Ciò avverrebbe, in particolare, grazie a un uso più oculato delle risorse, siano esse di personale, logistiche, strutturali o formative, andando a ridurre quegli inevitabili doppioni che esistono attualmente. Un’unica linea di condotta permetterebbe in particolare di impiegare in maniera più mirata e funzionale il personale, razionalizzando gli sforzi e orientando le azioni a seconda delle necessità e dei bisogni, siano essi comunali, regionali o cantonali. I risultati raggiunti dagli altri cantoni che già hanno fatto questo passo dimostrano che l’operazione è possibile e che non comporterebbe la perdita di competenze e vicinanza alla popolazione”.

Insomma, il messaggio del Governo sembra chiaro. E tocca anche il delicato tema della prossimità, invocato come argomento fondamentale anche nei recenti dibattiti pubblici, da chi è contrario alla polizia unica. Non è un valore e un compito che nei piccoli comuni si andrebbe a perdere creando un corpo unico?
Riprendo la risposta del Governo: “L’attività della polizia di prossimità continua ad essere garantita anche nei cantoni in cui (da anni) si conosce la polizia unica, a prescindere dal fatto che essa esistesse da sempre o sia stata creata successivamente attraverso una fusione dei corpi”. L’Esecutivo ritiene, dunque, che la prossimità sia realizzabile a prescindere dall’assetto scelto, prova ne è che vi sono realtà come la nostra attuale, ma pure numerosi Cantoni che hanno solo una polizia unica e garantiscono comunque la prossimità. Non è l’assetto organizzativo a determinare se sia fattibile svolgere la “prossimità”, ma le forze e l’impegno dedicati a questa importante tematica a concretizzare la vicinanza al cittadino. La “prossimità” è un compito di polizia e quindi verrà e dovrà essere svolto a prescindere dalla struttura di cui il Canton Ticino vorrà dotarsi in ambito di polizia.

Lei ha citato la risposta che il Governo ha dato a inizio giugno a uno dei quesiti posti dal gruppo parlamentare socialista sul consuntivo dello scorso anno. In quella risposta si distingue tra efficienza ed efficacia, cioè tra costi e potenziamento dell’attività operativa delle forze dell’ordine…
Esatto, dopo aver ricordato che è attualmente attivo un gruppo di lavoro sulla “polizia ticinese” che ha il compito di indicare alle autorità politiche i possibili assetti della polizia per il prossimo futuro, il Governo afferma che “si tratta di definire se l’obiettivo di un progetto di polizia unica dovrà essere posto sul risparmio – ponendo l’accento sull’efficienza – oppure sulla maggiore efficacia, oppure su una “formula mista” ottimizzando efficienza ed efficacia”. Secondo il Consiglio di Stato, “si tratta di tre indirizzi ragionevolmente ipotizzabili. Sarà quindi essenzialmente compito delle scelte politiche che verranno prese, definire cosa si vorrà ottenere e garantire per il nostro Cantone: ci si vorrà limitare “unicamente” alla riduzione dei costi o si vorrà tentare di incrementare pure l’efficacia?”

Raoul Ghisletta propone di mantenere a livello comunale agenti non armati con compiti di sicurezza locali. Ma i comuni più importanti, in primis Lugano, non sono disposti a rinunciare a una propria polizia cittadina…
Il tema degli assistenti di polizia, categoria professionale che oggi gode pure di uno statuto riconosciuto a livello federale rilasciato al termine di un iter formativo di più mesi, risulta di interesse da parte degli Enti locali. Ciò è da ricondursi al fatto che buona parte dei compiti locali possono essere svolti da questa figura professionale, la quale può essere formata e impiegata in maniera più rapida, economica e mirata ai bisogni specifici dei Comuni.

Un altro tema sollevato dagli scettici è il fatto che alcune zone discoste del cantone non sarebbero più presidiate da agenti che operano a stretto contatto con le autorità amministrative locali, che conoscono i problemi legati al loro territorio…
Anche in questo caso la preoccupazione non può né essere condivisa né accettata, infatti i cantoni che già oggi conoscono una polizia unica – a prescindere dal fatto che l’avessero da sempre o l’abbiano istituita tramite la fusione – garantiscono la prossimità in luoghi anche più discosti delle realtà ticinesi. Giova anche ricordare che diverse regioni discoste ticinesi già oggi sono principalmente monitorate e presidiate da forze cantonali e, nelle Tre Valli, su richiesta delle autorità comunali è attivo un “progetto pilota” che finora ha dato risultati soddisfacenti e la cui durata è prevista fino al termine del 2023.

Da www.liberatv.ch

Una crisi globale risolta con una doccia fredda

Una crisi globale risolta con una doccia fredda

Sarà per giochi di potere; sarà per l’incapacità di mettersi d’accordo; sarà per l’incomprensibile sudditanza verso gli alti funzionari: comunque la decisione del Consiglio federale di non creare un team interdipartimentale permanente che si occupi della gestione delle crisi attuali e di quelle future appare del tutto incomprensibile. Uno Stato maggiore di crisi del Consiglio federale, sulla scorta di quanto già fanno regolarmente i Cantoni: un organismo snello e riconosciuto in caso di crisi, che sia in grado di mettere assieme tutti i fili e di gestire le difficoltà dal punto di vista organizzativo. Questo a maggior ragione proprio durante la fase preventiva.
La crisi legata al coronavirus sembra non aver insegnato molto nella Berna federale. Le varie Conferenze cantonali – in primis la Conferenza dei Governi cantonali e quelle settoriali della sicurezza – hanno richiesto a gran voce questo tipo di «comitato strategico pluridisciplinare». Invece la risposta finora è stata la costituzione di più gruppi di lavoro, come abbiamo visto nelle comunicazioni di ieri del Consiglio federale, che affrontano in modo settoriale una crisi che si profila globale, in particolare per la capillarità con cui colpirà la comunità.
Se quanto ventilato si avvererà, questa crisi energetica, assieme agli altri fronti di crisi aperti (crisi ucraina, crisi migratoria ormai non più solo annunciata, la coda o lo sviluppo di una nuova crisi legata al coronavirus) andranno a impattare su tutta la società, non su un singolo settore: maggiori costi di produzione, aumento del costo della vita, richiesta di modificare comportamenti personali per far quadrare bilanci familiari che cadranno per molti nelle cifre rosse.
La Conferenza dei Governi cantonali aveva domandato a tutti i Cantoni di aderire alla richiesta di formalizzare, da parte del Consiglio federale, uno Stato maggiore di crisi del Consiglio federale. Personalmente, a nome del Consiglio di Stato del Canton Ticino, ho subito sostenuto tale soluzione.
Per ora però la risposta di Berna è decisamente deludente. Ancora di più se si pensa che lo stesso Consiglio federale vuole che i Cantoni creino al loro interno uno Stato maggiore cantonale di condotta dedicato alla crisi energetica, senza però loro stessi dotarsi di un unico organo di condotta strategica interdisciplinare.
I Cantoni sono pronti a fare la loro parte in modo serio e coordinato; il Canton Ticino da luglio ha già attivato un organo di monitoraggio con il compito di seguire l’evoluzione e ipotizzare scenari e misure cantonali, e – solo in caso di necessità – siamo pronti ad attivare lo Stato maggiore cantonale di condotta. La Confederazione? Speriamo che non si limiti a chiedere ai cittadini misure palliative, come fare la doccia fredda anche in inverno…

Opinione pubblicata nell’edizione di giovedì 1 settembre 2022 del Corriere del Ticino

Iniziativa popolare leghista: ‘Raddoppiare le deduzioni’

Iniziativa popolare leghista: ‘Raddoppiare le deduzioni’

Presentata l’iniziativa popolare che chiede di aumentare da 5’200 a 9mila franchi la soglia per i single, da 10mila a 18mila per i coniugati: ‘Un atto dovuto’
Via alla raccolta firme per la proposta di aumentare da 5’200 a 9mila franchi la soglia per i single, da 10mila a 18mila per i coniugati. Sabrina Aldi: ‘Un adeguamento dovuto’.

«Un atto dovuto, un adeguamento dovuto». Perché «bisogna smettere di spennare i cittadini, e i premi di cassa malati stanno diventando insostenibili». È una Lega di lotta (molto) e di governo (pochissimo) quella che ieri a Lugano ha presentato alla stampa l’iniziativa popolare legislativa elaborata che mira a raddoppiare – e rendere di conseguenza integrale o quasi – la deducibilità dei premi di cassa malati dall’imposizione fiscale. Agendo come? In «maniera semplicissima e immediata», assicura la deputata e portavoce del movimento Sabrina Aldi: «Andando a modificare l’articolo 32 lettera G della Legge tributaria cantonale, che ferma la soglia massima deducibile a 5’200 franchi per le persone sole e 10mila franchi per le coppie coniugate». Raddoppiando, circa, si diceva, questa soglia: «La proposta è innalzare la deduzione massima a 9mila franchi per le persone sole e 18mila franchi per i coniugati».

‘Basta spennare il ceto medio’
La base di partenza per Aldi è chiara: «È indubbio che ci troviamo, in questo momento particolare, confrontati con una lunga serie di problemi che avranno un forte impatto economico sul potere d’acquisto dei cittadini: prima il Covid, poi la guerra, senza dimenticare i frontalieri in costante aumento soprattutto nel terziario e l’aumento vertiginoso del prezzo della benzina». A essere chiamato maggiormente alla cassa «rischia di essere il ceto medio, che non arriva a percepire aiuti ma che si vedrà ridotto in maniera importante il potere d’acquisto e a fine mese avrà sempre meno soldi in tasca».
A tutto ciò, come se non bastasse, «c’è il prospettato aumento dei premi di cassa malati, che per il nostro cantone sarà molto importante. A livello cantonale – sottolinea Aldi – contro questo aumento non si può fare granché, essendo materia federale». E per «minimizzare le conseguenze di questi incrementi», la ricetta leghista è «aumentare la deduzione a livello fiscale dei premi». Con un’iniziativa popolare «semplice» e che «dopo vent’anni che non viene fatto va a toccare le soglie della Legge tributaria, e questo è il momento perché – rileva ancora la portavoce della Lega – significa che da vent’anni l’importo che può essere dedotto è sempre lo stesso, ma gli aumenti dei premi sono annui e costanti. Ripeto: è un atto dovuto».

‘I premi esplodono? Le soglie aumentino’
A spiegare nel dettaglio l’iniziativa è Alessandro Mazzoleni, che torna indietro al 2001: «Quando questo articolo della Legge tributaria è stato modificato, sia il messaggio governativo sia il parlamento col suo voto sono stati chiari concordando nell’affermare che quell’aumento degli importi deducibili dovesse permettere ai contribuenti interessati di coprire integralmente sia i premi di cassa malati, comprese eventuali complementari, sia quelli dell’assicurazione obbligatoria per gli infortuni oltreché evitare l’imposizione su eventuali interessi su capitali a risparmio». Ebbene, «nel 2001 era chiaro che bisognava far qualcosa». Nel mentre, continua Mazzoleni, «se il beneficiario di un sussidio di cassa malati ogni anno ha avuto diritto all’adeguamento del contributo che riceve, la Lega ritiene che è ora di interrompere lo spennamento del contribuente e di concedere un ulteriore adeguamento». E perché del doppio? Come è stato deciso questo aumento? «Se il premio medio nel 2001 era di 250 franchi, su base annua si traduceva in 2’500/3mila franchi: quindi, il 50% della deduzione concessa. E se la metà è dedicata ai premi di cassa malati, l’altra metà deve essere dedicata come dicevamo al resto. In considerazione dei premi quasi raddoppiati, oggi quello medio è 450 franchi in Ticino, ecco spiegato il nostro calcolo». Per Mazzoleni è semplice anche spiegare perché in Ticino «ci si muova di più e prima di altri cantoni per contrastare questa emergenza: perché da noi i costi della cassa malati impattano in maniera molto più incisiva sulle finanze delle famiglie, in tutte le fasce d’età. Non lo diciamo noi della Lega, lo dicono le statistiche federali».

‘Pareggio di bilancio certo, ma non a danni del cittadino’
Tutto molto bello, ma come potrebbe chiedere la stessa Lega: chi paga? «Siamo coscienti che questa iniziativa, e quindi con i sussidi che aumenteranno, avrà una pressione che andrà a carico dello Stato» concede Mazzoleni. E a oggi, con un’entrata in vigore – se approvata dal popolo – prevista per la tassazione del 2024 e quindi nel 2025, «non sappiamo quantificare esattamente i costi in più, perché al di là di questo sgravio andrebbe aggiunto anche l’aumento del sussidio a chi oggi già lo riceve». Però, assieme oltre a questo, «come Lega siamo anche ben coscienti che è compito dello Stato verificare i costi della salute e la correttezza dei premi di cassa malati. Se lo Stato interviene sui costi, riducendosi i premi si riduce lo sgravo e si riducono i sussidi». Insomma, «la palla è nel campo del Cantone e della Confederazione».
Anche perché, riprende Aldi, «il pareggio di bilancio per noi non deve essere raggiunto penalizzando e caricando di costi il cittadino che lavora». Un ritorno dell’anima sociale leghista, per alcuni ultimamente un po’ dimessa?, chiediamo. Pronta la risposta di Aldi: «Tutte le richieste di tenere sotto controllo i conti del Cantone le abbiamo fatte in una fase storica delicata come quella della pandemia e l’uscita dalla stessa. Adesso mica si tratta di scialacquare, ma dove ci sono delle emergenze occorre intervenire: e noi siamo al fianco dei ticinesi, che con i costi della salute sono tra i più penalizzati in Svizzera».
La raccolta firme per l’iniziativa, che vede come primo proponente il deputato Andrea Censi, comincia oggi 1° settembre.

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 1 settembre 2022 de La Regione

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«Premi di cassa malati, raddoppiare le deduzioni»
La Lega dei ticinesi lancia un’iniziativa popolare per far sì che gli oneri assicurativi pagati dai cittadini possano essere interamente dedotti nella dichiarazione delle imposte Sabrina Aldi: «In questo periodo storico è un atto dovuto nei confronti della popolazione»
«Basta spennare il cittadino». È con questo slogan che ieri mattina la Lega dei ticinesi ha presentato la sua ricetta per fronteggiare il costante aumento dei premi di cassa malati. Un aumento che, è stato ripetuto più volte durante la conferenza stampa, a questo giro potrebbe addirittura toccare il 10%. Motivo per cui, secondo il Movimento di via Monte Boglia, occorre agire per «lasciare un po’ di soldi in più nelle tasche dei ticinesi». E occorre agire tramite un’iniziativa popolare. Ecco perché, a partire da oggi la Lega inizierà una raccolta firme – ne dovrà consegnare almeno 7.000 entro il 12 dicembre 2022 – per fare essenzialmente una cosa: rendere i premi di cassa malati integralmente deducibili nella dichiarazione delle imposte.

La proposta
Concretamente, l’iniziativa popolare (primo firmatario il deputato in Gran Consiglio Andrea Censi) chiamata «basta spennare il cittadino, cassa malati deducibile integralmente » vuole intervenire sulla legge tributaria cantonale, aumentando le soglie fino a cui è possibile dedurre i premi dalle imposte.
Oggi, una persona single può dedurre dalle imposte al massimo 5.200 franchi all’anno, mentre una famiglia 10.500 franchi. Ora, appunto, la Lega vuole (quasi) raddoppiare queste soglie. Secondo la proposta del Movimento, infatti, andrebbero portate a 9.000 franchi per i single e a 18.000 per le famiglie.

Vent’anni di differenza
«È una misura semplice, immediata e di facile attuazione », ha evidenziato la vice-capogruppo e portavoce del Movimento Sabrina Aldi. «Siamo confrontati con molteplici problemi», ha poi rimarcato: «Prima il COVID, poi la guerra, l’inflazione, l’aumento vertiginoso del prezzo della benzina, i frontalieri in costante aumento, soprattutto nel settore terziario. E ora, a tutti questi problemi si aggiunge pure il prospettato aumento dei premi di cassa malati». Ecco perché, secondo la vice-capogruppo, in questo momento storico l’iniziativa targata Lega «è un atto dovuto» nei confronti dei cittadini. Anche perché, ha poi spiegato, non va dimenticato che «la legge tributaria, per quanto riguarda le deduzioni per i premi di cassa malati, non viene modificata da vent’anni». E proprio in questi vent’anni, ha poi spiegato Alessandro Mazzoleni (membro del Consiglio esecutivo della Lega), «i premi di cassa malati sono essenzialmente raddoppiati ». Tutto ciò, a fronte del fatto che « in Ticino, rispetto al resto della Svizzera, i costi della cassa malati impattano in maniera più incisiva sulle finanze dei cittadini».
L’iniziativa, è poi stato evidenziato a più riprese, è dedicata essenzialmente al ceto medio. Ossia, ha rimarcato Aldi, « a coloro che stanno pagando il prezzo maggiore delle crisi che stiamo vivendo, e che spesso non arrivano a percepire gli aiuti statali». Come spiegato dal primo firmatario dell’iniziativa Andrea Censi, vista la complessità del sistema, sull’impatto della proposta al momento non è possibile fare stime. Tuttavia, è stato spiegato che allo stato attuale (e con le soglie attuali) le deduzioni ‘costano’ alle casse dello Stato circa 110 milioni. O come ribadito da Censi: «Lasciano nelle tasche dei cittadini 110 milioni ».
E pure sul pareggio di bilancio, i promotori dell’iniziativa sono stati chiari: il risanamento delle finanze non va fatto sulle spalle dei cittadini. «Se la risposta per riequilibrare i conti del Cantone è tassare maggiormente i cittadini (o sgravarli di meno), allora non sono d’accordo», ha affermato Mazzoleni.

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 1 settembre 2022 del Corriere del Ticino

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Cassa malati, raddoppiare le deduzioni
È quanto propone la Lega dei Ticinesi attraverso un’iniziativa popolare, che riguarda soprattutto il ceto medio
Le persone non sposate possono dedurre fiscalmente 5’200 franchi per i premi di cassa malati; quelle sposate 10’500. La Lega dei Ticinesi, attraverso un’iniziativa popolare, propone di alzare queste deduzioni rispettivamente a 9’000 e 18’000 franchi.
Negli ultimi 20 anni, i premi sono raddoppiati, ma la deduzione è rimasta invariata. Per la Lega questo è il solo modo che il cantone ha per compensare in qualche modo il crescente aumento dei premi, che è di competenza federale. L’iniziativa guarda soprattutto al ceto medio che si trova in prima linea di fronte all’inflazione e agli aumenti dei premi ma che non può beneficiare dei sussidi. Se accolta, potrebbe entrare in vigore per il 2025.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Cassa-malati-raddoppiare-le-deduzioni-15594169.html

Da www.rsi.ch

 

Cinque giorni di “Porte aperte” per conoscere i nomadi svizzeri

Cinque giorni di “Porte aperte” per conoscere i nomadi svizzeri

Comunicato stampa

Per avvicinare la popolazione alla conoscenza dei nomadi svizzeri (jenisch, sinti e manouches), il Dipartimento delle istituzioni propone una settimana di “Porte aperte” prevista a inizio settembre 2022 al Seghezzone, Quartiere di Giubiasco dove i nomadi svizzeri sono soliti sostare da marzo a ottobre. Numerose le manifestazioni in programma con entrata libera.

Da diversi anni a Giubiasco alcuni concittadini nomadi svizzeri sostano in camper e roulotte in un’apposita area ubicata in zona Seghezzone. Si tratta di persone con modalità di vita semi-nomade da diversi secoli e che spesso suscitano curiosità proprio perché poco conosciute.
Poiché quest’area di sosta è provvisoria, l’obiettivo del Dipartimento delle istituzioni è di trovare una soluzione condivisa con il Comune di Bellinzona per crearne una permanente. Da qui l’importanza di sensibilizzare la popolazione  alla conoscenza dei nomadi svizzeri spesso confusi con altre popolazioni nomadi con nazionalità straniera e appartenenti al gruppo culturale dei rom. A differenza di questi ultimi, gli jenisch, sinti e manouches svizzeri sono riconosciuti quale minoranza nazionale, così come il loro idioma (lo jenisch), anche perché abitano nel territorio svizzero ancora prima che esistesse lo Stato elvetico.
Questo progetto è sostenuto e promosso dalla Città di Bellinzona, dalla Fondazione Assicurare un futuro ai nomadi svizzeri, dall’Ufficio federale della cultura e dall’associazione J.M.S. (Jenisch, Sinti e Manouches svizzeri).
Il programma prevede mercoledì 7 settembre l’apertura alle 13:00 con la mostra fotografica di Eric Roset e alle 15:30 lo Spettacolo teatrale della compagnia Sughi di Inchiostro: “Ma ke razza di treno”, per bimbi e adulti.
Giovedì 8 settembre alle 10:00 vi sarà l’apertura ufficiale con le autorità di riferimento: il Consigliere di Stato Norman Gobbi; il Sindaco di Bellinzona Mario Branda, la Signora Rosalita Giorgetti-Marzorati per l’Ufficio Federale della Cultura (UFC).
Venerdì 9 settembre alle 17:00 è prevista una presentazione sul tema “Nomadismo” da parte della professoressa Stefania Pontrandolfo (Università di Verona), seguita da una discussione aperta con la presenza del professore André Petitat (Università di Losanna) e della dott.ssa Nadia Bizzini, collaboratrice esterna del Dipartimento delle istituzioni sulla tematica “nomadi”. Alle 18:30 fino alle 22:00 è previsto un concerto del gruppo Ajeles Tracks.
Sabato 10 settembre apertura alle 09:00; alle 16:00 vi sarà la presentazione della comunità jenisch svizzera con la presenza di Eva Moser e Uschi Waser; in seguito serata musicale con gli Jeniche Mulhauser Trio seguiti dal gruppo Jazz Manouche, fino alle 22:00.
Domenica 11 settembre dalle 10:00 tavolo di discussione pubblica e presentazione dei nomadi svizzeri (professioni e cultura); alle 15:30 è previsto lo spettacolo teatrale della compagnia Sughi d’Inchiostro: “Note in viaggio”, animazione musicale clownesca. Chiusura ufficiale alle 20:00.
Sul posto si potranno consumare pietanze e bevande in un’atmosfera spontanea e conviviale. Entrata libera e possibilità di parcheggio in loco. L’invito a partecipare è rivolto a tutta la cittadinanza. 

Programma Porte aperte nomadi svizzeri

Sul San Gottardo due Musei “che sono la nostra storia”

Sul San Gottardo due Musei “che sono la nostra storia”

Norman Gobbi evidenzia l’importanza del massiccio per il Ticino e per la Svizzera

Il massiccio del San Gottardo ha vissuto nel corso di quest’estate importanti momenti che ne hanno esaltato la centralità in ambito storico, culturale e militare per tutta la Svizzera. “Il San Gottardo è il cuore della nostra Nazione. E in questo senso il Museo nazionale del San Gottardo e il Museo del Sasso San Gottardo sono due elementi centrali che ci ricordano chi siamo e da dove veniamo”, afferma il Consigliere di Stato Norman Gobbi.
Proprio i due musei sono stati protagonisti in questo 2022 e il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ne mette in risalto i meriti. “Il Museo nazionale che sorge sul passo completamente in territorio ticinese in quella che era la vecchia Sosta è stato completamente rinnovato. Grazie al lavoro della Fondazione oggi il visitatore può ancora meglio capire l’evoluzione storica della “via delle genti” e che cosa voleva dire valicare il passo quando ancora non c’era la ferrovia e tantomeno l’autostrada. Un percorso tortuoso che ha permesso però di collegare il nord con il sud delle Alpi e di “allacciare” il Ticino al resto della Svizzera, mantenendolo inserito politicamente ed economicamente nel contesto elvetico”.
A poca distanza, invece, il Museo Sasso San Gottardo mostra l’importanza militare che il massiccio ha assunto per tutta la Svizzera, soprattutto con lo sviluppo della dottrina militare del Ridotto nazionale. “Una settimana fa la Fondazione Sasso San Gottardo ha organizzato un evento in cui ha voluto ricordare i 60 anni della morte del General Guisan. Una manifestazione che avrebbe dovuto cadere nel 2020 (il generale è morto infatti nel 1960) ma che per i problemi legati alla pandemia è stata posticipata. L’evento ha permesso di ricordare una figura importante per la nostra storia e che nel corso della Seconda Guerra Mondiale permise al Paese di trovare unità di fronte al pericolo d’invasione dell’esercito tedesco. Il concetto di resistenza a oltranza chiesto da Guisan a tutte le cittadine e a tutti i cittadini svizzeri trovava proprio nel “Ridotto” del San Gottardo la sua centralità”, osserva il Consigliere di Stato Norman Gobbi.
Oggi viviamo momenti delicati per la crisi sviluppata dall’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina che non mancheranno di avere ripercussioni anche su di noi. Conoscere la nostra storia e quello che è stato fatto ci aiuta a leggere anche il presente e dovrebbe consigliarci come comportarci in queste situazioni delicate che richiedono resilienza, unità e chiarezza nelle scelte politiche, economiche e sociali. Non ho infatti mai nascosto che le scelte compiute in questo contesto dal Consiglio federale mi siano apparse affrettate oltre che pericolosamente in contrasto con il concetto elvetico di neutralità. Neutralità che ora è tornata al centro del dibattito politico e che va difesa con tutte le nostre forze, affinché la posizione internazionale della Svizzera possa essere rafforzata a beneficio di tutto il Paese e della sua popolazione”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

In Ticino gli ucraini trovano meno lavoro

In Ticino gli ucraini trovano meno lavoro

Solo 113 hanno ottenuto un’autorizzazione. «Colpa anche della lingua». Le cifre del Dipartimento delle istituzioni
Alberghi, ristoranti e aziende informatiche sono i principali datori di lavoro
Sarà il mercato del lavoro, più piccolo e meno florido che altrove. Sarà una questione linguistica. Fatto sta che in Ticino i rifugiati ucraini fanno più fatica a trovare impiego, rispetto al resto della Svizzera. Lo dicono i dati forniti a tio.ch/20minuti dal Dipartimento delle istituzioni (DI).
Su 2897 titolari di permesso S nel nostro cantone, a oggi, solo 113 hanno ottenuto un’autorizzazione lavorativa: meno del 4 per cento. A livello svizzero la quota è più del doppio, circa l’11 per cento, ha comunicato martedì il Dipartimento di giustizia e polizia.
Il gap rispetto a oltre Gottardo pesa ancora di più a stagione turistica ancora in corso: la maggior parte dei rifugiati ucraini lavorano nel settore alberghiero e della ristorazione (circa il 30 per cento). Seguono l’informatica e la consulenza, l’insegnamento, l’agricoltura.
Uno dei motivi della differenza con il resto della Svizzera, spiegano da Bellinzona, sta nel fatto che «in Ticino la lingua rappresenta un ostacolo maggiore rispetto ad altri cantoni». L’inglese apre molte più porte in Svizzera tedesca, mentre a sud delle Alpi «sono prioritarie le conoscenze di italiano e tedesco» sottolinea il DI.   

Da www.tio.ch

Treks: una passeggiata nella natura tra Arosio e Iseo

Treks: una passeggiata nella natura tra Arosio e Iseo

Nell’ambito del progetto di prevenzione “Montagne sicure”, domani sera – giovedì 25 agosto 2022 – andrà in onda una nuova puntata di Treks che toccherà, tra i vari temi, la problematica della sicurezza in montagna e l’attività dei patriziati sul territorio.

Appuntamento alle ore 19.00 su Teleticino.

http://teleticino.ch/programmi/treks/treks-malcantone-250822-BE5512146

Buona visione!

 

 

 

“Abusi dello statuto S, pochi casi”

“Abusi dello statuto S, pochi casi”

La segretaria di Stato della migrazione Christine Schraner Burgener sulle verifiche effettuate dopo alcune segnalazioni in Ticino

“Confermiamo che ci sono stati degli abusi, il cui numero è però limitato. Mi sembra siano stati esaminati sette casi, in alcuni dei quali abbiamo ritirato il permesso S. Queste persone hanno sfruttato le falle del sistema a cavallo del confine”. La segretaria di Stato della migrazione Christine Schraner Burgener- interpellata dalla RSI – si esprime sui casi di persone che pur non vivendo in Ucraina al momento dell’inizio della guerra, hanno fatto richiesta e ottenuto il permesso “S” in Ticino. Si tratta di persone che vivevano in Italia.
Questi casi sospetti erano stati segnalati dal consigliere di Stato ticinese Norman Gobbi in una lettera inviata alla responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia Karin Keller-Sutter.
Schraner Burgener sottolinea poi che abusi o tentativi di abuso si sono verificati anche in altre regioni di confine, dove cittadini di Stati terzi hanno tentato di registrarsi come ucraini, presentando patenti false. Il numero di casi – a confronto delle oltre 58’000 persone che hanno ricevuto lo statuto S – è ritenuto marginale.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Abusi-dello-statuto-S-pochi-casi-15574114.html

Da www.rsi.ch/news