Tutti sulla stessa barca: dal Lago Ceresio la serata TV per la festa Nazionale

Tutti sulla stessa barca: dal Lago Ceresio la serata TV per la festa Nazionale

Da Liberatv.ch
Sarà il Lago di Lugano a fare da cornice alla proposta televisiva di tutti i canali TV della SSR per la Festa Nazionale

Quest’anno sarà il Lago di Lugano a fare da cornice alla trasmissione televisiva proposta da tutti i canali TV SSR per la Festa Nazionale.
Una scelta che vuole ricordare e omaggiare quanto fatto dal Canton Ticino per affrontare il coronavirus. Ci imbarcheremo così sul battello “Lugano” con i quattro presentatori, Clarissa Tami, Corina Schmed, Sven Epiney e Jean-Marc Richard e i loro illustri compagni di viaggio, preceduti da un breve saluto del Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi: il consigliere federale Alain Berset, il regista e coreografo Daniele Finzi Pasca e due sportivi svizzeri tra i più vincenti: la velocista Mujinga Kambundji e l’otto volte campione del mondo di mountain bike Nino Schurter che, proprio in queste settimane, avrebbero dovuto rappresentare la Svizzera ai XXXII Giochi olimpici estivi di Tokyo, poi rinviati al prossimo anno.
Queste quattro personalità ci parleranno dei loro luoghi del cuore, dei paesaggi ai quali sono più legati, ma anche di come stanno vivendo questo momento così particolare anche per il nostro Paese. Nel corso della serata, con la regia di Lorenzo Duca e la produzione di Joanne Holder e Nicola Mottis, racconteremo le belle storie di persone che si sono particolarmente distinte durante la pandemia per piccoli o grandi gesti di solidarietà che riscaldano il cuore. La colonna sonora e l’intrattenimento musicale sono affidati a Chiara Dubey, Da Lombris, Adrian Stern e Gjon’s Tears. Quest’ultimo, cantante e compositore di origini albanesi e kosovare, avrebbe dovuto rappresentare il nostro Paese alla finale dell’Eurovision Song Contest 2020 di Rotterdam, anch’essa poi posticipata di un anno.
Sarà insomma un 1° Agosto particolare, che ci vedrà festeggiare insieme – mantenendo le distanze – nelle quattro lingue nazionali, all’insegna del motto, quanto mai attuale, Tutti sulla stessa barca.
I telespettatori potranno scegliere se seguire la serata nella loro lingua oppure, sul secondo canale audio, in versione originale quadrilingue, sabato 1° Agosto, su RSI LA 1, alle ore 20.40

Il Ticino chiede a Berna più controlli alle frontiere

Il Ticino chiede a Berna più controlli alle frontiere

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 21 luglio 2020 del Corriere del Ticino

Sinora sono 166 le persone finite in quarantena dopo essere rientrate da un Paese a rischio Quante quelle che non si sono autodenunciate? Norman Gobbi: «Lottiamo con armi spuntate e occhi bendati»

«Dal 6 luglio 2020 vige l’obbligo di quarantena per chi entra in Svizzera da determinate regioni. Le autorità cantonali effettuano controlli a campione del rispetto della quarantena». Questo quanto riportato all’interno del sito dell’UFSP. Si parla di obbligo in vigore – appunto dal 6 luglio – e di compiti ben definiti a carico delle autorità cantonali. Già, ma qualcosa in questo senso non funziona. Le stesse autorità cantonali si ritrovano oggi con le mani legate, impossibilitate a dare una concreta risposta a questo problema. Il controllo delle frontiere infatti non riguarda le autorità cantonali: è tema federale. Ecco perché la scorsa settimana il Governo ticinese ha fatto richiesta scritta a Berna: vuole controlli più scrupolosi e specifici proprio lì, alle frontiere. Norman Gobbi: «I compiti di controllo alle dogane sono di competenza federale, quindi da una parte la verifica, dall’altra la messa a disposizione delle liste. Altrimenti per i Cantoni è come cercare un ago in un pagliaio. Ne va della protezione della salute pubblica».

Manca un riferimento
Il numero fatto da Gobbi è uno soltanto: 166 persone si sono annunciate – gran parte da Serbia e Macedonia del Nord – e, di conseguenza, messe in quarantena. Manca però un altro numero, fondamentale, quello delle persone realmente rientrate da un Paese considerato a rischio. Manca un riferimento chiaro. «Il problema è proprio questo: sapere quante persone si sono recate nei Paesi inseriti nella lista rossa tracciata dalla Confederazione. È quella la difficoltà che abbiamo. E ci troviamo a lottare con armi spuntate e occhi bendati, proprio perché non abbiamo l’effettivo controllo delle frontiere né la disponibilità delle liste di volo di chi rientra. Possiamo averle di chi rientra a Zurigo, ma non di chi rientra su Malpensa». Chiediamo al presidente del Consiglio di Stato se per caso non ritiene che Berna stia sottovalutando il problema, o quantomeno le difficoltà dei singoli Cantoni. «Non posso dire se Berna stia o meno sottovalutando tutto ciò, però non tiene conto di quelle che sono le nostre necessità nel poter fare dei controlli davvero efficaci. Di queste 166 persone, alcune si sono autocertificate, altre ci sono state segnalate, a volte anche da vicini di casa o colleghi, ma è chiaro che rintracciare chi non si autodenuncia è un compito difficilissimo. E poi anche a fronte delle segnalazioni che ci vengono fatte, non possiamo pensare di muovere la polizia, non sarebbe proporzionato. Tutto passa dal contact tracing». Insomma, mani legate.

I dati sono preoccupanti
Dall’Amministrazione federale delle dogane ci era stato spiegato di come fosse impossibile, in questo momento, aumentare i controlli alle frontiere. Il traffico è tornato quello «normale», pre-coronavirus, per cui rendere i controlli più scrupolosi significherebbe – al di là di un maggiore carico sui funzionari – un’ulteriore crescita del traffico, con potenziali ingorghi. Ora quindi il Cantone che tipo di risposta si aspetta? Gobbi spiega: «Eravamo stati i primi a chiedere maggiori controlli in dogana durante la prima ondata di COVID-19, ora ci ritroviamo, sempre noi, a sollevare questo problema. D’altronde sappiamo che il movimento internazionale è un grande diffusore del virus. E certi dati di quest’ultimo periodo, di chi rientra, equivalgono a un segnale di forte preoccupazione per noi». Metà dei nuovi casi positivi sono infatti legati a rientri da vacanze all’estero. Pochi gli strumenti a disposizione, al di là di questa richiesta alla Confederazione. Sensibilizzare? «Il problema è che molti non si autodenunciano per non rinunciare a dei giorni di vacanza. Chi in questo momento si reca in zone a rischio, si rende conto di comportarsi in maniera negligente. E allora ecco che l’unico invito che possiamo fare è di non recarsi in queste zone. Anche perché in molti casi chi rientra si scopre positivo». La minaccia della multa non è per ora un deterrente. «È vero che alla prima sanzione, che sarà pesante, si potrà avere anche un effetto educativo».

Ticino: 166 in quarantena

Ticino: 166 in quarantena

Da www.rsi.ch/news

La maggior parte di chi si è isolato proveniva da Serbia e Macedonia. Ma per il Governo cantonale in troppi non si annuncerebbero

Dal 6 luglio, da quando Berna ha imposto l’obbligo di quarantena per chi rientra da paesi a rischio, in Ticino si sono annunciate 166 persone. La maggior parte proveniva da Serbia e Macedonia. Ancora troppo poche per il Governo cantonale convinto che in molti, troppi, non si annuncino all’apposita hotline per paura delle conseguenze sul proprio lavoro.
Il Consiglio di Stato chiede dunque a Berna misure di controllo più incisive alle frontiere. “Competente per i controlli alla frontiera, anche quella terrestre, è la Confederazione. E dovrebbe essere maggiormente attiva nei controlli”, commenta Norman Gobbi.
Come? “Chiedendo a chi rientra – aggiunge il presidente del Consiglio di Stato ticinese – di dire da quale paese sta rientrando, in modo da poterlo tracciare. Questo oggi non viene fatto. Ed è uno dei punti che abbiamo sollevato all’autorità federale”. “Questo perché, per l’autorità cantonale, che è competente per tutte le misure di controllo della quarantena, se non sappiamo chi è rientrato e nemmeno da dove, diventa difficoltoso poterlo fare”, conclude Gobbi.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Ticino-166-in-quarantena-13243392.html

“Il 1. Agosto 2020 può essere decisivo”

“Il 1. Agosto 2020 può essere decisivo”

Riflessioni in vista della Festa della Patria

Vogliamo approfittare di questo ultimo numero del Mattino prima della – per noi – meritata vacanza per parlare con il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi dell’ormai imminente 1. Agosto.
“La nostra festa nazionale quest’anno cade in un momento particolare, in mezzo a due avvenimenti molto significativi per la nostra storia. Da una parte la pandemia legata al Covid-19, un virus che ha tentato e tenta di metterci in ginocchio. Dall’altra la votazione del 27 settembre, quando il popolo sarà chiamato a esprimersi sull’iniziativa “Per un’immigrazione moderata (Iniziativa per la limitazione)”, con la quale si chiede che la Svizzera possa disciplinare autonomamente l’immigrazione degli stranieri e che non possono essere conclusi nuovi trattati internazionali o assunti altri nuovi obblighi internazionali che accordino una libera circolazione delle persone a cittadini stranieri”.

Quali sono quindi le sue riflessioni? “La lettura di tutta la crisi del coronavirus – sottolinea il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – deve spingerci a considerare nuove modalità e nuovi modelli che toccano sia il comportamento personale, sia il nostro futuro sviluppo. Il 1. Agosto è il giorno che abbiamo scelto per sottolineare lo spirito della Svizzera. Per ricordare da dove veniamo e quali sono i valori fondanti della nostra Patria. Sono valori che toccano il mutuo soccorso tra le persone, cioè quella volontà di sostenersi con spirito solidale. Sono valori che ci hanno portato a costruire uno Stato federalista per una Nazione libera dalle dominazioni straniere, in cui ognuno con responsabilità costruisce il proprio benessere condividendolo quando possibile con gli altri. Portando prosperità a tutta la collettività in uno Stato che nutre la massima fiducia nei suoi cittadini. Uno Stato non invadente ma sussidiario all’attività degli individui, veri protagonisti della crescita sociale ed economica. Cerchiamo di leggere quindi quello che stiamo vivendo nella lotta al virus e il tema della votazione del 27 settembre attraverso – diciamo così – la lente del 1. Agosto”.

Ci sembra di poter dire che sinora in Ticino e più in generale in Svizzera le modalità scelte per lottare contro il Covid-19 rappresentino bene lo spirito della nostra Nazione. “Esatto. Si punta molto sulla responsabilità individuale – valore essenziale come detto per noi svizzeri – perché il buon risultato del singolo porta al successo di tutta la collettività in uno spirito di solidarietà e mutuo sostegno. Nello stesso tempo quanto vissuto durante le fasi di chiusura delle attività economiche ci permette di meglio orientare alcune scelte. Una di queste è proprio legata all’iniziativa per la limitazione dell’immigrazione in votazione il 27 settembre. Sul mercato del lavoro la Svizzera deve essere maggiormente in grado di “autodeterminarsi”, ossia di avere la possibilità di decidere a priori chi e quanti lavoratori stranieri fanno bene alla nostra economia, senza entrare in conflitto con i lavoratori residenti. Ciò significa porre un limite alla libera circolazione delle persone. Ciò significa sostenere l’iniziativa “Per un’immigrazione moderata”. Che non vuol dire erigere un muro al confine, ma almeno – mi si passi l’espressione – guardare negli occhi chi entra. E non vuole nemmeno dire buttar via lo spirito di accoglienza che ha storicamente caratterizzato la Svizzera, non venendo in alcun modo toccata la nostra politica d’asilo. Spero che alcuni di questi pensieri ci possano accompagnare nel giorno del 1. Agosto”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

“Berna ci dica come controllare”

“Berna ci dica come controllare”

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 18 luglio 2020 de La Regione
 
Il Governo all’autorità federale: “Come troviamo chi rientra in auto da zone rosse?”
Il presidente Gobbi aspetta una risposta da Berna
 
Il trend dei contagi in Svizzera tende verso l’alto, con circa 600 nuovi casi negli ultimi 7 giorni, ha detto ieri a Berna Patrick Mathys: “Abbiamo tutto sotto controllo, ma la situazione non deve peggiorare”. In tempo di vacanze, un buon 10% dei nuovi casi di Covid sono importati, “contiamo sulla responsabilità individuale”, ma si rafforzano i controlli (a campione) sul rispetto delle quarantene (introdotte due settime fa) per chi rientra da un Paese a rischio. La lista delle destinazioni viene aggiornata dalle autorità federali: l’ultima novità è la quarantena obbligatoria per chi rientra dal Lussemburgo, ha anticipato il responsabile della gestione della crisi dell’Ufficio federale della sanità pubblica.Ma come controllare chi rientra in auto, treno, bus o aereo da Paesi ‘rossi’ rischiando di portarsi pure il virus e contagiare parenti, amici, colleghi di lavoro, vicini di casa? L’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp) farà controlli a campione ogni settimana spulciando le liste dei passeggeri di 20-30 voli in arrivo in Svizzera. Inoltre da lunedì partiranno verifiche anche sugli autobus che fanno trasporti internazionali. I dati raccolti saranno trasmessi ai Cantoni interessati, che dovranno, a loro volta, fare controlli a campione per verificare se questi viaggiatori si sono effettivamente registrati alle autorità cantonali e se sono in quarantena. Le sanzioni per chi non rispetta le regole possono variare da 5mila franchi (in caso di negligenza) fino a 10mila franchi (per violazione volontaria).

Gobbi sui rientri: “In Ticino mancano all’appello delle quarantene”

Berna vuole evitare un controllo completo e farà un ‘triage’, ma di fatto toccherà soprattutto ai Cantoni vigilare. Un compito non facile. “È come cercare un ago nel pagliaio”, dice alla ‘Regione’ il presidente del governo ticinese Norman Gobbi. “Il Consiglio di Stato ha appena scritto una lettera a Berna, rimarcando che i controlli alle frontiere sono soprattutto di competenza federale. Ci siamo subito attivati per avere le liste dei passeggeri, che ci riguardano, in arrivo agli aeroporti. Devono però spiegarci come facciamo a controllare chi rientra, ad esempio, in auto da zone ‘rosse’ come i Balcani. Su 9mila rientri in Svizzera da Paesi a rischio, fatte le debite proporzioni, in Ticino mancano all’appello persone in quarantena”, precisa il consigliere di Stato. Mentre il Ticino aspetta indicazioni da Berna, si è attivato una sorta di tam tam di quartiere: “Arrivano segnalazioni alla polizia di chi vede il vicino rientrare dalle ferie e l’autorità fa controlli telefonici, ma anche qui dobbiamo basarci soprattutto sul senso di responsabilità di ciascuno”, chiarisce il presidente del governo.
 
Anche Lussemburgo sulla lista
Mathys ha inoltre annunciato che l’obbligo di quarantena sarà introdotto anche per chi rientra in Svizzera dal Lussemburgo. La lista, che attualmente conta 29 Paesi (ufsp.admin.ch), sarà aggiornata con un’altra dozzina di Stati. Oltre al Lussemburgo, l’unico altro paese Ue considerato a rischio è la Svezia. La nuova versione dell’ordinanza Covid, con l’elenco dei Paesi per cui vige l’obbligo di quarantena, entrerà in vigore mercoledì prossimo, ha aggiunto Mathys.Donne incinte da proteggereEntro fine luglio, l’Ufsp deciderà se inserire le donne incinte nelle categorie di persone considerate vulnerabili e per le quali dovrà essere garantita una protezione speciale. Mathys ha ammesso che ci sono stati problemi con le donne incinte che hanno contratto il Covid-19. Infatti hanno un rischio maggiorato di sviluppare complicazioni. Problemi ben documentati dalla Società svizzera di ginecologia e ostetricia.
 
Le mascherine contaminate
Infine ecco le mascherine distribuite dalla Confederazione a enti e cantoni e poi risultate contaminate (in tracce) da un fungo (l’Aspergillus fumigatus) e per questo richiamate. Lo stock, 13,5 milioni di pezzi, era stato acquistato da Berna nel 2007 in preparazione per eventuali pandemie ed era stato distribuito durante l’emergenza coronavirus a molte autorità che avevano, in parte, provveduto a ulteriormente ridistribuirle a chi ne faceva richiesta.In Ticino ne erano giunte circa 1,4 milioni, di cui 308mila erano state distribuite gratuitamente a operatori e strutture sociosanitarie a inizio pandemia. Nell’impossibilità di testarle tutte, di fronte a segnali di contaminazione, la Confederazione ha disposto il loro ritiro, garantendo la loro sostituzione gratuita a coloro che le avevano ricevute. Nelle scorse settimane il farmacista cantonale Giovan Maria Zanini ha quindi informato gli interessati chiedendo di eliminarle. La Confederazione “non ha chiesto ai Cantoni di ritirare completamente il prodotto dalla circolazione, procedendo cioè a un richiamo fino a livello degli utilizzatori finali – scrive Zanini –. Tuttavia, considerando che allo stato attuale non vi sono più problemi di approvvigionamento, come misura di precauzione vi invitiamo a verificare i vostri stock”. In Ticino, specifica ancora il farmacista cantonale, “il ritiro concerne esclusivamente le mascherine igieniche blu con elastico, confezione da 50 pezzi, (…) recanti sul fondo della confezione il numero di lotto 0912/2007-WH-365/1-13”.
«Bern war oft zu spät»

«Bern war oft zu spät»

Während der Corona-Krise fühlte sich das Tessin vom Bund im Stich gelassen. «Es war schwierig mit Bern», sagt Regierungspräsident Norman Gobbi im BLICK-Interview. Ein Vorwurf: Der Bundesrat habe nicht immer richtig kommuniziert.
Das Tessin, eine Corona-Risiko-Region? Das liess Norman Gobbi (43) nicht auf sich sitzen. Auf Druck des Tessiner Regierungspräsidenten schickte das Aussendepartement am Donnerstag eine Protestnote nach Belgien. Der Benelux-Staat hatte den Südkanton – als einzige Region in der Schweiz – auf eine Liste von Gebieten gesetzt, bei denen eine Quarantänepflicht für Rückkehrer gilt. Völlig ungerechtfertigt, fand Gobbi. Der Protest zeigte Wirkung. Belgien liess von der Quarantänepflicht für Tessin-Reisende ab. Nicht der einzige Aufreger, den der Lega-Politiker zu verkraften hatte in letzter Zeit. Gleichwohl ist Gobbi gut gelaunt, als er die BLICK-Journalisten bei schönstem Ferienwetter am Tessiner Regierungssitz in Bellinzona empfängt. Doch: Eine schwierige Zeit für die Bewohner seines Kantons ist zwar vorüber, aber längst nicht vergessen. Zu stark war das Tessin von der ersten Welle der Pandemie betroffen.

Herr Gobbi, wie war das, als Bundesbern die Hilferufe aus dem Tessin in den Wind schlug und Ihnen verbieten wollte, strengere Massnahmen zu ergreifen als der Bund?
Wir Tessiner sind es gewohnt, von Bern nicht immer verstanden zu werden. Wenn wir etwas anders machen, sind wir gleich die Exoten. Bei Corona aber waren wir Vorreiter, schweizweit hat der Bundesrat viele unserer Massnahmen nachvollzogen. So hat die Schweiz die erste Welle besser überstanden als befürchtet.

Bern rügte – und kopierte Sie dann. Was bleibt da für ein Eindruck vom Bundesrat?
Bern war oft zu spät. Während aber in unserer direkten Nachbarschaft die Lombardei mit hohen Fallzahlen und vielen Verstorbenen zu kämpfen hatte, standen die Romandie und die Deutschschweiz unter dem Einfluss von Frankreich und Deutschland, die anfangs kaum Fälle hatten. Der Bundesrat muss die ganze Schweiz im Blick haben. Der Druck war nicht nur aus Bellinzona gross, sondern auch aus Rom, Berlin und Paris.

Mit Ignazio Cassis gibt es einen Tessiner im Bundesrat. Fühlten Sie sich von ihm zu wenig vertreten?
Cassis ist sogar Mediziner und unser ehemaliger Kantonsarzt! Ich weiss nicht, was für Diskussionen im Bundesrat geführt wurden. Ich kann nur sagen: Es war zu Beginn schwierig mit Bern. Am Schluss fanden wir aber Gehör. Und die Landesregierung hat dann viel für den Schutz der Arbeitnehmer und Arbeitgeber getan. Dank der Krisenfenster konnten wir zudem weitergehende Massnahmen ergreifen.

Die Krisenfenster hat der Bundesrat doch nur eingeführt, um sein Gesicht zu wahren. Das Tessin hatte längst eigenmächtig gehandelt.
Das war die Anerkennung der Tessiner Besonderheit in der ausserordentlichen Lage.

Sie wollen das nicht ausführen?
Ich möchte nur sagen, dass die Erfahrungen aus der Krise für mich zeigen, dass das Epidemiengesetz nicht immer flächendeckend umgesetzt werden sollte. Naturkatastrophen und technische Unglücke sind selten ein landesweites Problem. Sie verursachen begrenzte Schwierigkeiten, die regional angegangen werden müssen. Das gehört zu den Lehren aus der Krise.

Was hat Sie die Krise noch gelehrt?
Dass wir alle zu wenig gut vorbereitet waren. Nicht nur der Bund und die Kantone hatten in ihrer Planung nicht genügend Schutzmaterial sichergestellt für sich selbst sowie die Spitäler, Altersheime und andere Einrichtungen. Wir alle hatten nicht die 50 Schutzmasken zu Hause, die wir laut Notfall-Vorsorgeplanung auf Lager haben sollten.

Sie auch nicht?
Nein, aber jetzt schon. Dafür hat meine Frau gesorgt.

Die Corona-Krise ist noch nicht ausgestanden. Hat der Bund die Massnahmen zu schnell gelockert? Selbst die Clubs waren ja völlig überrascht vom Tempo des Bundesrats.
Alle waren überrascht. Ja, die Öffnung der Clubs kam zu früh. Viele Kantone mussten den Entscheid korrigieren.

Sollte der Bund die Clubs wieder schliessen?
Wir haben ja geahnt, dass es schwierig wird. Die kantonalen Gesundheitsdirektoren haben darum rasch eingegriffen. Auch wegen der Superspreader-Fälle natürlich. Wir können das jetzt aber situativ machen. In Appenzell muss man nicht gleich dieselben Massnahmen ergreifen wie in Zürich.

Der Bundesrat lockert – die Konsequenzen müssen die Kantone tragen. Nervt Sie das?
Nein, das war schliesslich schon immer so. Der Bundesrat erlässt die Regeln, die Kantone setzen diese um und tragen die Folgen. In der Krise kam allerdings erschwerend hinzu, dass der Bundesrat nicht immer unverzüglich kommuniziert hat.

Was meinen Sie damit?
Lassen Sie es mich so sagen: Es gab Beschlüsse, von denen wir erst kurz vor der Medienkonferenz erfuhren. Einige Bundesräte teilten den Journalisten Informationen mit, die nicht immer mit den erläuternden Berichten übereinstimmten. Nach der Medienkonferenz läuteten bei uns die Telefone Sturm.

Hunderttausende haben auf dem Höhepunkt der ersten Corona-Welle jede Medienkonferenz des Bundesrats verfolgt. Sie auch?
Ja, auch für uns waren diese wichtig. Ich glaube, diese Konferenzen und die Krise überhaupt führen dazu, dass wir den Wert des Staats wieder zu schätzen wissen. Die Behörden wurden plötzlich ganz anders wahrgenommen. Aber auch die Medien. So wie sie die Probleme benannten und Massnahmen hinterfragten, haben sie ihre Rolle gut wahrgenommen.

Für Schlagzeilen hat auch gesorgt, als das Tessin ein Einkaufsverbot für Senioren erlassen hat. Wegen der heftigen Kritik krebsten Sie dann etwas zurück. War es ein Fehler?
Nein. Die Absicht war, die über 65-Jährigen zu schützen! Die Regelung kam zwar bei der Bevölkerung zu Beginn sehr schlecht an. Aber später hat sich gezeigt, dass es in dieser Zeit tatsächlich zu weniger Corona-Fällen kam. Ich stehe deshalb weiterhin hinter dem Entscheid. Bestimmte Massnahmen für Risikogruppen sind sinnvoll. Ein zweiter Lockdown wäre für uns untragbar. Menschlich, wirtschaftlich und sozial.

Was tun Sie, um das zu verhindern?
Jetzt ist es wichtig, dass regional und lokal die jeweils angemessenen Massnahmen getroffen werden. Wir haben in Lugano beispielsweise das Problem, dass viele Partygänger aus der Lombardei zu uns kommen, weil es bei uns in den Clubs keine Maskenpflicht gibt. Das beobachten wir aufmerksam und auch mit Sorge.

Ihre Grossmutter wie auch Ihr Grossvater feierten im Frühling ihren 90. Geburtstag. Hatten Sie Angst um sie?
Angst hatte ich nie. Meine Grossmama lebt in einem Altersheim in Lugano. Sie hat uns an ihrem Geburtstag hinter dem Fenster gegrüsst und ein Stück Torte gegessen. Mein Grossvater wollte aber immer noch selbst einkaufen gehen. Da musste ich sagen: Basta, du bleibst jetzt zu Hause!

Sie sind Ambrì-Piotta-Fan. Es gab im Tessin schon früh keine Eishockey-Matches mit Zuschauern mehr: Da muss Ihr Herz geblutet haben.
Ambrì-Piotta hat bei den Geisterspielen zwei Matches gewonnen, darunter ein Derby gegen Lugano. Von dem her war es nicht so schlimm! (Lacht.) Aber klar, es fehlte mir, ins Stadion gehen zu können. Wir haben als erster Kanton beschlossen, dass die Spiele ohne Publikum stattfinden müssen. Das war erneut ein schwieriger Vorreiterentscheid.

In der Krise mussten Sie umsetzen, was der Bundesrat anordnete. Haben Sie es in diesen Momenten besonders bereut, 2015 nicht Bundesrat geworden zu sein?
Nein, das war für mich nie ein Gedanke. Ich war hier an der Front voll in Action. Ich sah meine Rolle als Stimme des Tessins in Bern. Und vor allem hatte ich auch meine Rolle als Präsident der Regierungskonferenz für Militär, Zivilschutz und Feuerwehr wahrzunehmen.

Vielleicht ergibt sich ja noch einmal die Möglichkeit für den Sprung in die Regierung. Eine Option?
Es ist wie ein Zug, der vielleicht zwei Mal im Leben an einem vorbeifährt. Einmal ist er schon vorbeigefahren. Ob er es ein zweites Mal tut? Ich weiss es nicht. Ich konzentriere mich auf das Hier und Jetzt. Aber ich schliesse nichts aus.

 

Der Fast-Bundesrat

Lega-Politiker Norman Gobbi (43) präsidiert seit Mai die Tessiner Regierung. Der Vorsteher des Departements für Inneres, Justiz und Polizei stieg mit 19 Jahren in die Politik ein. 2010 wurde er in den Nationalrat gewählt, verabschiedete sich aber wegen seiner Wahl in den Staatsrat bereits nach einem Jahr wieder aus Bern. 2015 nominierte ihn die SVP neben Thomas Aeschi (41) und Guy Parmelin (60) auf ihrem Dreierticket für die Bundesratswahlen. «Göb», wie Gobbi im Tessiner Dialekt genannt wird, unterlag bekanntlich gegen Parmelin. Der studierte Kommunikationswissenschaftler und Marketingspezialist Gobbi war bis zu seiner Wahl in die Kantonsregierung Verwaltungsrat des Eishockeyklubs HC Ambrì-Piotta. Er lebt mit seiner Frau Elena und den Kindern Gaia (9) und William (8) in Nante bei Airolo TI.
Puntata odierna di “Vacanze a Km0” / RSI

Puntata odierna di “Vacanze a Km0” / RSI

 

Da www.rsi.ch

In un’estate diversa dal solito, in cui la libertà di movimento sarà ridotta e molti Svizzeri italiani resteranno in Patria o a casa, la RSI ha allestito – tanto in Televisione che in Radio che online – un’offerta molto incentrata sul nostro territorio. Parole d’ordine: scoperta, sorpresa e avventura.
Tra questi programmi anche Vacanze a Km 0, che ci presenterà, in compagnia di Rosy Nervi e Stefano Ferrando, luoghi vicini in cui trascorrere una giornata alla scoperta di itinerari, tradizioni, storie e prodotti della nostra regione. Quattordici puntate, da lunedì a domenica, con due numeri dedicati al week end: alla scoperta di luoghi d’incanto, percorsi per escursioni, proposte sportive, di svago e degustazione di prodotti locali.

Questa sera alle ore 19.00 nuova puntata con la presenza di Norman Gobbi.

La puntata: https://www.rsi.ch/play/tv/programma/vacanze-a-km-0?id=13117311

Nuova sede per l’Ufficio di esecuzione e l’Ufficio del registro fondiario a Biasca

Nuova sede per l’Ufficio di esecuzione e l’Ufficio del registro fondiario a Biasca

Comunicato stampa

A partire dal 20 luglio 2020 l’Ufficio di esecuzione e l’Ufficio del registro fondiario a Biasca si trasferiranno negli spazi del Palazzo del Patriziato di Biasca. I servizi continueranno a essere accessibili con le medesime modalità.

Il Dipartimento delle istituzioni tramite la Divisione della giustizia comunica il cambiamento di sede per l’Ufficio di esecuzione e l’Ufficio del registro fondiario del Distretto di Riviera presenti a Biasca.
Da lunedì 20 luglio 2020 gli uffici saranno trasferiti dallo stabile del Pretorio in via Lucomagno 19 allo stabile del Patriziato di Biasca in via Tognola 1.  
Gli uffici continueranno ad essere accessibili negli usuali orari d’apertura. Tutte le informazioni pratiche quali indirizzi mail, numeri di telefono e orari d’apertura possono essere consultate sul sito del Dipartimento delle istituzioni nelle pagine della Divisione della giustizia.  
Il Dipartimento delle istituzioni ringrazia gli utenti per la comprensione e si scusa già sin d’ora per eventuali momentanei disagi che potrebbero sorgere.  

Ufficio di esecuzione

Ufficio del registro fondiario

‘Non escludiamo un obbligo’ anche per i negozi

‘Non escludiamo un obbligo’ anche per i negozi

Da www.laregione.ch

Accolto l’obbligo introdotto dal Cantone, ma il presidente chiede coerenza negli altri commerci. Gobbi: “Non escludiamo un obbligo’ anche per i negozi”

«Lascia parecchio amaro in bocca sentirsi discriminati rispetto ad altri settori economici dove comunque si lavora a stretto contatto con la clientela, come negozi e commerci: per loro la mascherina non è obbligatoria, per il personale dei ristoranti invece sì». Il presidente di Gastroticino Massimo Suter accetta di buon animo l’imposizione della mascherina per chi lavora nella ristorazione, che in Ticino scatterà già lunedì, e promette un adeguamento immediato. Ma mette in guardia contro il rischio di utilizzare due pesi e due misure: «Il mio non vuole essere un monito, ma piuttosto un invito al mondo politico a voler prendere in considerazione l’obbligo di mascherina in modo più coerente ed organico».

Ieri il Consiglio di Stato ha annunciato il prolungamento delle disposizioni cantonali in materia di coronavirus fino al 9 agosto, introducendo in più il nuovo obbligo di mascherina per gli “addetti alla clientela del settore della ristorazione”. Una decisione seguita a un caso di contagio nei Grigioni, che aveva spinto il medico cantonale retico e quello ticinese a sottolineare come neppure le visiere di plexiglas costituiscano una protezione adeguata. Ecco allora lo sfogo di Suter: «Non vorrei che i ristoratori venissero trattati come untori, e devo ammettere che anche a livello federale le indicazioni non ci paiono molto coerenti. Noi confermiamo la nostra piena collaborazione e anche la disponibilità a fare certi sacrifici, ma non si vede perché questo non debba essere richiesto anche ad altri».

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha subito risposto alle critiche dei ristoratori: «Da una parte c’è da considerare che nella ristorazione vengono erogate bevande e vivande che in assenza di protezioni rischiano di diventare a loro volta un vettore di trasmissione. Le nuove misure mirano ad aumentare ulteriormente la qualità del servizio. Dall’altra non ci siamo dimenticati delle altre attività commerciali, tant’è vero che abbiamo scritto alle varie associazioni di settore sollecitando il pieno rispetto dei piani di protezione. Piani che prevedono anche la raccomandazione dell’uso della mascherina, qualora le condizioni di servizio la rendano necessaria per tutelare la propria salute, quella dei propri collaboratori e della clientela. Per ora si tratta di un avvertimento, ma in caso se ne riscontrasse la necessità, in futuro non escludiamo l’introduzione di un eventuale obbligo”.

In un comunicato Gastroticino – l’associazione di categoria dei ristoratori ticinesi – giudica le misure “sicuramente incisive ma ponderate” e “condivide in pieno spirito solidale” la loro adozione. Anche se, nota Suter, «con 30 gradi all’ombra e umidità al 90% non sarà sicuramente facile indossare la mascherina». In ogni caso «conosciamo la situazione epidemiologica, sappiamo che non è delle migliori e siamo disposti a fare di tutto pur di evitare un secondo lockdown. E se la mascherina è giudicata una condizione essenziale per garantire la sicurezza dei clienti e invogliarli a venire a ristorante, va bene così»

Quanto alla visiera, «la scelta mirava a permettere una maggiore leggibilità dei propri volti da parte del cliente, in modo da garantire un servizio più cordiale e confortevole. Non poter vedere il viso del cameriere rischia di infastidire il cliente. Ma ora che i medici cantonali sottolineano come la visiera non sia una protezione sufficiente, provvederemo senz’altro ad adeguarci».