Il piano nazionale anti estremismo è sulla buona strada

Il piano nazionale anti estremismo è sulla buona strada

La maggior parte delle 26 misure preconizzate sono in corso di attuazione o di elaborazione da parte di Cantoni e Comuni

Un anno dopo essere stato presentato, il “Piano d’azione nazionale per prevenire e combattere la radicalizzazione e l’estremismo violento” (PAN) sembra essere sulla buona strada.
La maggior parte delle 26 misure preconizzate sono in corso di attuazione o di elaborazione da parte di Cantoni e Comuni, stando a un primo bilancio stilato nel corso di un convegno organizzato oggi a Berna, cui hanno partecipato circa 200 addetti ai lavori, tra cui operatori sociali, insegnanti e poliziotti.

Il Piano d’azione era stato presentato al pubblico il 4 dicembre 2017 dalla consigliera federale Simonetta Sommaruga, ministra di giustizia e polizia, e da rappresentanti dei governi cantonali e degli esecutivi di Comuni e Città. Il Consiglio federale aveva manifestato l’intenzione di promuovere la sua attuazione con un programma d’incentivazione quinquennale da 5 milioni di franchi.

Le varie misure sono attuate in via prioritaria a livello locale. Ad esempio, ogni Cantone ha nominato una persona di contatto a cui la popolazione e gli specialisti possono rivolgersi e i cui recapiti sono disponibili sui siti web ch.ch e della Rete integrata Svizzera per sicurezza (RSS), che dipende dal Dipartimento federale della difesa (DDPS) e che ha organizzato il convegno, insieme al servizio intercantonale Prevenzione Svizzera della Criminalità (PSC).

Anche le organizzazioni della società civile stanno lavorando sul tema della radicalizzazione e dell’estremismo violento. Diversi progetti e iniziative sono in fase di sviluppo per prevenirne insorgere. Un gruppo di 15 esperti sta inoltre sviluppando un catalogo di misure per il reinserimento delle persone radicalizzate nella società.

Strategia su tre pilastri – Oltre al PAN il Consiglio federale ha previsto altre due vie d’azione nella sua strategia di lotta al terrorismo. L’esecutivo vuole completare l’articolo 260ter del Codice penale sull’organizzazione criminale, vietando il reclutamento, l’addestramento e i viaggi per atti terroristici, incluse le relative operazioni di finanziamento. Saranno perseguiti gli appelli al crimine e l’apologia del terrorismo.

La vigente legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaida” e “Stato islamico” nonché le organizzazioni associate, ottiene così una base legale permanente e le disposizioni in merito sono formulate in modo più chiaro, ritiene il governo, che ha trasmesso il suo messaggio al parlamento lo scorso 14 settembre.

La terza componente d’intervento riguarda l’azione della polizia. L’obiettivo è fornirle mezzi supplementari per intervenire al di fuori dei procedimenti penali contro persone potenzialmente pericolose. L’obbligo di presentarsi regolarmente a un posto di polizia, il divieto di lasciare il territorio e l’assegnazione ad un luogo specifico sono alcune delle possibilità previste. I risultati della consultazione avviata l’8 dicembre 2017 e conclusasi a fine marzo sul relativo disegno preliminare di legge sono in corso di valutazione.

Polizia ticinese: esito della consultazione e prossimi passi

Polizia ticinese: esito della consultazione e prossimi passi

Comunicato stampa

Una nuova suddivisione dei compiti tra la Polizia cantonale e le comunali sarà definita nei prossimi mesi tenendo in considerazione i principi stabiliti dal progetto Ticino 2020. Inoltre, il numero minimo di agenti per le polizie strutturate dovrebbe aumentare gradualmente da 5 a 20 (più il Comandante del corpo).
È questo l’assetto della Polizia ticinese presentato questa mattina in conferenza stampa a Bellinzona.

Nella Sala stampa di Palazzo delle Orsoline erano presenti il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il Segretario generale Luca Filippini, il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi e il Comandante della Polizia comunale della Città di Lugano Roberto Torrente.

Per dare seguito alla proposta di riorganizzare la Polizia in Ticino, a fine 2016 il Consiglio di Stato istituì un gruppo composto da addetti ai lavori in ambito della sicurezza cantonale e comunale con l’obiettivo di definire i contorni della Polizia ticinese. Per volontà del Consigliere di Stato Norman Gobbi bisognava gettare le basi per la costruzione di “una polizia al servizio di tutti i cittadini, che tenesse conto del lavoro impostato attraverso l’attuazione della collaborazione tra la polizia cantonale e le comunali, recependo quei cambiamenti indispensabili per garantire al massimo la sicurezza interna a dei costi sopportabili per i cittadini”.

Ad aprile del 2018, dopo che il Consiglio di Stato ha preso atto del lavoro del gruppo denominato “Polizia ticinese”, il Dipartimento delle istituzioni ha sottoposto il progetto a una consultazione alla quale hanno preso parte 6 Comuni polo, 52 Comuni, 2 Associazioni e il Ministero pubblico. Dopo aver raccolto le considerazioni emerse, il Dipartimento delle istituzioni ha pertanto deciso di procedere nei prossimi mesi alla definizione di nuovi compiti per le Polizie comunali secondo quanto previsto anche dal progetto TICINO 2020. Tra queste nuove competenze figurano ad esempio i controlli in materia di violazione della legge sugli stranieri (dimore fittizie), gli incidenti stradali e il commercio ambulante. Per rispondere ad una migliore e più efficace organizzazione dei corpi comunali, il numero minimo di agenti per le polizie strutturate dovrebbero aumentare gradualmente da 5 a 20 (più il Comandante del corpo). Inoltre, si dovrebbe procedere con l’attuazione di una serie di misure per migliorare il coordinamento all’interno delle regioni di polizia, concretizzare la centralizzazione degli acquisti per le necessità informatiche e logistiche e definire una struttura organizzativa «standard» per le polizie dei Comuni Polo. In fine, dopo una fase di assestamento della nuova organizzazione della “Polizia ticinese”, le regioni di polizia comunale del Cantone dovrebbero passare da 7 a 5.

Le modifiche legislative saranno poste nuovamente in consultazione entro la primavera del prossimo anno in modo che il Governo possa decidere formalmente sul progetto entro l’estate del 2019.

Ex primi cittadini a pranzo

Ex primi cittadini a pranzo

Servizio all’interno dell’edizione di martedì 13 novembre 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Ex-primi-cittadini-a-pranzo-11093064.html

Numerosi ex presidenti del Gran Consiglio si sono ritrovati a Castelgrande per un incontro ormai diventato una tradizione
Si è tenuto martedì al ristorante Castelgrande di Bellinzona il tradizionale pranzo in comune degli ex presidenti del Gran Consiglio ticinese.
Si tratta di un incontro che rientra in una tradizione ormai consolidata, che consente di mantenere i contatti tra chi ha presieduto il Parlamento cantonale.

All’evento erano presenti in totale oltre una ventina di ex presidenti del Legislativo, oltre a Pelin Kandemir Bordoli, che lo presiede attualmente, unitamente ai consiglieri di Stato Paolo Beltraminelli, Manuele Bertoli, Norman Gobbi e Christian Vitta, il cancelliere Arnoldo Coduri e svariate altre personalità politiche (in attività e non) ticinesi.

 

 

Autodeterminazione: Il diritto interno svizzero deve tornare a prevalere

Autodeterminazione: Il diritto interno svizzero deve tornare a prevalere

Opinione pubblicata nell’edizione di martedì 13 novembre 2018 del Corriere del Ticino

Il prossimo 25 novembre le cittadine e i cittadini svizzeri saranno chiamati a esprimersi sull’iniziativa per l’autodeterminazione, un tema molto dibattuto e di grande importanza per il futuro della Svizzera.

Grazie alla democrazia diretta, popolo e Cantoni nel nostro Paese hanno sempre potuto decidere le regole che vogliono attuare. Alcune sentenze del Tribunale federale (del 2012 e 2015) hanno però sancito che la Costituzione federale non è più il nostro riferimento giuridico supremo. Prima di allora, nessuno aveva mai messo in dubbio il rango superiore del nostro diritto interno quando la Costituzione e il diritto internazionale si contraddicono. Il nostro diritto interno è stato declassato a vantaggio di quello internazionale. Si tratta di una chiara e intollerabile limitazione della nostra democrazia diretta, che da sempre è all’origine della prosperità e della qualità di vita che ci contraddistingue.

Un valore che ci è invidiato e che va assolutamente conservato. Con il voto popolare dobbiamo decidere se vogliamo mantenere o cedere alcuni nostri diritti fondamentali: l’iniziativa mira infatti a garantire che il diritto di partecipazione dei cittadini (iniziative, referendum) rimanga un punto fermo del modello svizzero. In futuro devono essere ancora le cittadine e i cittadini a prendere le decisioni e non subire quelle di tribunali e organizzazioni internazionali. Il popolo sovrano deve avere la possibilità di dire l’ultima parola. È dunque necessario che venga mantenuta la superiorità del diritto svizzero e della Costituzione federale. Non dimentichiamoci, inoltre, che la nostra Costituzione è l’ultimo baluardo contro l’insidiosa adesione all’Unione europea.

Per illustrare meglio il mio punto di vista, faccio due esempi concreti che si sono verificati in presenza di conflitti tra i due diritti di riferimento. Richiamando dapprima il tema della libera circolazione delle persone, in passato sono stati presi degli accordi che come tali vanno rispettati. Se però le condizioni di partenza si modificano, dobbiamo avere la possibilità di ridiscuterli. Originariamente si parlava di 8.000 persone che avrebbero potuto raggiungere il nostro Paese per anno, ma il loro numero è poi cresciuto fino a 80.000, ben dieci volte di più! Più della metà dei lavoratori transfrontalieri d’Europa sono occupati in Svizzera, prevalentemente il Ticino e in Romandia. Se i tribunali europei dovessero decidere di concedere a queste persone le indennità di disoccupazione, noi non potremmo fare altro che accettare la decisione, indipendentemente dalla nostra volontà.

A volte, poi, è praticamente impossibile espellere qualcuno dal nostro Paese, anche se si tratta di persone che rappresentano una chiara minaccia alla sicurezza cantonale e che sono totalmente a carico dei servizi sociali finanziati da Comuni e Cantoni. Troppo spesso è sufficiente fare riferimento alla giurisprudenza internazionale per bloccare la pratica in atto e il rimpatrio. Così facendo, non si rispettano più né la legge cantonale né quella federale votate dal popolo.

Sono due semplici esempi che dimostrano come troppo spesso ci sia la tendenza a non rispettare la volontà popolare, applicando parzialmente o non applicando del tutto delle decisioni che appartengono al popolo.
Senza dimenticare che alcune iniziative non vengono nemmeno considerate.

Appoggiando l’iniziativa, in caso di contrasto tra la Costituzione e gli accordi internazionali, potremo adeguare gli accordi o rescinderli quando non sia più possibile trovare una soluzione. Auspico pertanto che i cittadini ticinesi approvino con convinzione questa iniziativa, per consentire la modifica della Costituzione federale e garantire così anche alle future generazioni un Paese libero e indipendente, nel quale a tutti sia data la facoltà di esprimersi. Il 25 novembre votiamo sì all’iniziativa per l’autodeterminazione per ridare preminenza al diritto svizzero, perché noi crediamo nelle decisioni del popolo sovrano!

 

Dibattito Asilo, è duello tra destra e sinistra

Dibattito Asilo, è duello tra destra e sinistra

Da www.teleticino.ch
http://teleticino.ch/home/la-domenica-del-corriere-11-11-18-il-duello-destra-sinistra-XF447110


Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 12 novembre 2018 del Corriere del Ticino

Confronto a La domenica del Corriere tra Norman Gobbi e Franco Cavalli in un faccia a faccia su elezioni e migranti
Il socialista: “Se il PS perderà un seggio sarà perché se l’è cercata” – Il leghista: “I centri per rifugiati non sono prigioni”

La corsa verso le elezioni cantonali è lanciata e se in questi mesi i partiti stanno affinando le strategie e individuando gli avversari in vista dell’appuntamento del 7 aprile, a sinistra tira aria di tempesta: “Se a queste elezioni il partito socialista dovesse perdere il seggio direi che se l’è cercata”. Parole di Franco Cavalli, tra i fondatori del Forum Alternativo e già consigliere nazionale socialista, che ospite di Gianni Righinetti a La domenica del Corriere sul TeleTicino assieme al direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi è stato diretto: “Basta pensare a quanto successo con la Riforma fiscale e sociale che ha visto il consigliere di Stato Manuele Bertoli – che nella struttura del partito è sempre stato una figura determinante – schierarsi a favore del pacchetto, in contrasto con la posizione della base del PS”. Una rottura che per Cavalli “ha sicuramente indebolito il Partito socialista. Ma d’altronde lo diceva già il Nano: l’unico pericolo per la Lega sarebbe se in Ticino ci fosse un PS come si deve. Io, ad unire le forze di sinistra per dare vita a un partito forte, ci ho provato per vent’anni”. Ma a vivere una situazione un po’ complicata non è solo la sinistra. Sollecitato da Righinetti sulla fumata nera scaturita dalle trattative per una lista unica tra Lega e UDC e sul timore di perdere il proprio seggio in Governo, Gobbi ha precisato: “In un sistema proporzionale si deve fare uno score di squadra e uno personale. È dunque importante lavorare per il risultato di squadra. Detto questo, credo che già oggi l’UDC svizzera abbia un consigliere di Stato visto che, dopo la mia candidatura per il Consiglio federale nel 2015, figuro sul sito nazionale come consigliere di Stato ticinese. Questo non è un appello al voto utile, ma una costatazione: ricordo infatti che partecipo regolarmente alle attività dell’UDC svizzera e che intrattengo degli stretti contatti con i colleghi democentristi presenti negli Esecutivi cantonali con i quali, due volte all’anno, ci troviamo e ci confrontiamo con la direzione del partito”. Per poi rimarcare: “Inoltre, nel mio ruolo sono spesso e volentieri oltre Gottardo. Un impegno questo che mi viene riconosciuto”. Detto delle cantonali, il 2019 sarà però anche l’anno delle federali. E in vista del rinnovo dei poteri sotto il Cupolone, il Forum Alternativo si è già attivato. “Stiamo cercando di avere una lista comune di tutta la sinistra, scusatemi il gioco di parole, a sinistra del PS – ha spiegato Cavalli – compresi anche i Verdi. E sicuramente questa unione non si chiamerà Forum alternativo”. Pungolato da Righinetti, l’ex consigliere nazionale ha dichiarato che “le discussioni per il nome sono in corso, ma ammetto che mi piacerebbe qualcosa come Ticino Alternativo. Potrebbe essere una soluzione”.

In attesa di conoscere il verdetto dei cittadini sul piano cantonale e federale, c’è un altro tema che vede destra e sinistra duellare da anni senza esclusione di colpi: l’immigrazione. Un dossier questo caldo in Ticino non da ultimo in seguito ai disordini emersi nella serata di presentazione del nuovo centro federale per richiedenti l’asilo in zona Pasture e per la gestione dei migranti a Camorino. “La realtà è che al centro di Camorino la situazione è disumana. Non solo dal punto di vista igienico ma anche psicologico – ha dichiarato Cavalli – si vedono persone costrette a vivere sotto terra in condizioni pessime. Persone che arrivano da paesi dove, sottoterra, ci stanno solo i morti. È inaccettabile e occorre agire al più presto”. Pronta la replica del direttore delle Istituzioni che ha messo i puntini sulle i: “Nessuno costringe i rifugiati a restare tutto il giorno al chiuso nel Centro della Protezione civile. Se lo fanno, è per una loro decisione: un centro per rifugiati non è una prigione e vorrei ricordare che i richiedenti l’asilo hanno comunque la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità e di uscire. Evidentemente non è una soluzione ottimale ma permette di rispondere a un bisogno del cantone che, in questa fase, mira a conformare il richiedente a un modo di vivere”. Per poi precisare: “Quando i migranti venivano sistemati nelle pensioni o negli appartamenti emergevano problematiche di spaccio o incendi delle abitazioni. Fatti che hanno contribuito a creare un certo malumore tra la popolazione e quindi il Cantone ad agire. Camorino rappresenta quindi una fase di transizione prima di poter indirizzare i richiedenti verso gli appartamenti”. Una spiegazione che non ha convinto Cavalli: “C’è gente che è a Camorino da mesi ed è chiaro che sono spaesati. Non è facile integrarsi in un simile contesto”. Infine, ampliando lo sguardo alle dinamiche internazionali Gobbi ha rilevato come “se grazie alle politiche di Matteo Salvini in Italia l’afflusso di migranti è nettamente diminuito, d’altra parte nei centri federali vediamo che arrivano molti rifugiati a seguito di pratiche che non condivido. Penso ad esempio ai ricongiungimenti familiari non sempre valutati correttamente”. E riconoscendo come il tema della frontiera sia divenuto sempre più delicato, il direttore delle Istituzioni ha rimarcato come “quando si parla di migrazione serve pragmatismo: si deve comunque applicare le leggi e prendere decisioni che possono non essere condivise o comprese. Ma l’obbligo dell’autorità è quello di far rispettare le leggi. E ammetto che se il Ticino non dovesse sottostare alle disposizioni federali, in campo migratorio su certi aspetti sarei sicuramente più risoluto”.

Rimuovi il ghiaccio, equipaggiati e viaggia… e senza brividi

Rimuovi il ghiaccio, equipaggiati e viaggia… e senza brividi

Comunicato stampa

Con la stagione invernale ormai alle porte, il programma di prevenzione «Strade sicure» invita anche quest’anno gli automobilisti a equipaggiare i propri veicoli con le gomme termiche e a circolare sempre con il parabrezza libero dal ghiaccio. Tutti i suggerimenti per viaggiare sicuri nella stagione fredda saranno contenuti in un opuscolo informativo, accompagnato da un «raschia ghiaccio» sponsorizzato dalla campagna «Rifletti».
Il programma «Strade sicure» – gestito dal Dipartimento delle istituzioni, insieme a Polizia cantonale e corpi comunali – dà oggi avvio a una campagna di sensibilizzazione invernale intitolata «Rimuovi il ghiaccio e viaggia sicuro». Un opuscolo con i principali suggerimenti sarà distribuito in tutti gli sportelli accessibili al pubblico dei posti di polizia, e da alcuni gommisti.
Le principali raccomandazioni ai conducenti del nostro Cantone riguardano l’esigenza di equipaggiare i veicoli con le gomme termiche e l’obbligo di mettersi in moto solo dopo avere completamente liberato il parabrezza da neve o ghiaccio. Comportarsi correttamente garantisce un controllo ottimale del proprio veicolo e riduce il rischio di incidenti; è una scelta che mostra attenzione per la sicurezza propria e di tutti gli utenti della strada.
Il Dipartimento delle istituzioni e le polizie colgono l’occasione per ricordare che le gomme invernali migliorano in modo indiscutibile le prestazioni dell’automobile, accrescendo l’aderenza e, di conseguenza, il controllo del veicolo. Ciò si traduce, ad esempio, in una riduzione sensibile dello spazio di frenata: a una velocità di 40 km/h, su una strada innevata, un’auto dotata di pneumatici invernali si ferma completamente in uno spazio di 29 metri, contro i 61 che servono a un veicolo che monta pneumatici estivi. Le autorità cantonali ricordano a questo proposito che – sebbene in Svizzera non esista l’obbligo di dotare la propria automobile di gomme invernali – chi crea problemi alla circolazione a causa di un equipaggiamento inadeguato può inoltre essere sanzionato.
Ulteriori informazioni sono disponili sull’opuscolo informativo allegato nella cartella stampa elettronica.

Prima Guerra mondiale, Bellinzona commemora l’armistizio

Prima Guerra mondiale, Bellinzona commemora l’armistizio

Servizio all’interno dell’edizione di domenica 11 novembre 2018 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/11087256

Da www.ticinonews.ch

A 100 anni dalla fine del conflitto, le autorità rendono omaggio ai caduti. Presenti Gobbi e Gianini.

L’11 novembre 1918 terminò la Prima Guerra Mondiale, uno degli eventi che segnarono maggiormente la storia mondiale del secolo scorso.
Per commemorare il centesimo anniversario della fine di questo avvenimento il Dipartimento delle istituzioni e la Città di Bellinzona hanno organizzato un evento commemorativo questa mattina, alle ore 09.30, di fronte al Monumento dedicato ai caduti, in via Dogana. Presenti all’evento il Direttore del DI Norman Gobbi e il municipale di Bellinzona Simone Gianini.

“Commemorare la fine della Prima guerra mondiale in Ticino e in Svizzera non significa esaltare una vittoria o prodezze militari, bensì ricordare solennemente tutti quei cittadini- soldato che prestarono i loro 500 giorni di servizio a favore della neutralità armata del nostro Paese e della protezione delle nostre frontiere” ha sottolineato il Consigliere di Stato. “Il loro impegno alla protezione delle frontiere svizzere, vide sicuramente momenti di grande tensione lungo il confine franco-tedesco, in quanto le due armate a nord si duellavano alla conquista di pochi metri lungo le linee di difesa rispettivamente di attacco e, come fu per lo Stato neutrale del Belgio, un attacco attraverso la Svizzera per aggirare le linee fortificate era possibile. Anche lungo il confine italo-austriaco si verificarono episodi, in cui i soldati svizzeri difesero il territorio svizzero in Val Monastero dai tentativi di aggiramento degli Alpini o dei Kaiserjäger che combattevano sui pendii dello Stelvio”.

Gobbi ha anche ricordato l’importante ruolo delle donne rimaste a casa: “Siamo qui oggi ad onorare l’impegno militare degli uomini, ma pure delle donne e delle famiglie che subirono l’assenza per quasi un anno e mezzo dei loro mariti e padri, senza che fosse prevista un’indennità di perdita di guadagno. La Prima guerra mondiale dimostrò, qualora ce ne fosse bisogno, il ruolo centrale della donna nella comunità”.

Durante la cerimonia i picchetti d’onore dell’Esercito svizzero e della Polizia cantonale hanno posato alcune corone di fiori in omaggio ai militi caduti.

Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia commemorativa per la fine della I Guerra Mondiale

Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia commemorativa per la fine della I Guerra Mondiale

Bellinzona, 11 novembre 2018

– Fa stato il discorso orale –

Egregi signori,
Gentili signore,

commemorare la fine della Prima guerra mondiale in Ticino e in Svizzera non significa esaltare una vittoria o prodezze militari, bensì ricordare solennemente tutti quei cittadini-soldato che prestarono i loro 500 giorni di servizio a favore della neutralità armata del nostro Paese e della protezione delle nostre frontiere.

I soldati svizzeri che siamo qui a onorare oggi, a giusto 100 anni dal termine della cosiddetta “Grande Guerra”, non vissero le dilanianti esperienze delle trincee, della guerra di logoramento, dell’uso dei gas e delle “bombe mostarda”, oppure degli ordini mortali imposti per guadagnare solo pochi metri di terreno. Niente di tutto questo, per fortuna nostra e dei nostri antenati cittadini-soldato. Solo la lontananza da casa fu il problema maggiore, visto dagli occhi del soldato che in quanto cittadino vedeva la sua mancanza quale indispensabile forza lavoro nelle attività, in buona parte ancora rurali e artigianali.

Il loro impegno alla protezione delle frontiere svizzere, vide sicuramente momenti di grande tensione lungo il confine franco-tedesco, in quanto le due armate a nord si duellavano alla conquista di pochi metri lungo le linee di difesa rispettivamente di attacco e, come fu per lo Stato neutrale del Belgio, un attacco attraverso la Svizzera per aggirare le linee fortificate era possibile. Anche lungo il confine italo-austriaco si verificarono episodi, in cui i soldati svizzeri difesero il territorio svizzero in Val Monastero dai tentativi di aggiramento degli Alpini o dei Kaiserjäger che combattevano sui pendii dello Stelvio.

Un impegno militare quindi giustificato quello degli uomini che siamo qui oggi ad onorare, ma pure delle donne e delle famiglie che – a casa – subirono l’assenza per quasi un anno e mezzo dei loro mariti e padri, senza che fosse prevista un’indennità di perdita di guadagno.

La Prima guerra mondiale dimostrò, qualora ce ne fosse bisogno, il ruolo centrale della donna nella comunità. L’assenza degli uomini in servizio militare accentuò la loro funzione sociale, soprattutto di conduzione della famiglia e delle aziende agricole; la guerra nelle campagne e in montagna aveva portato via non solo le braccia ma anche gli animali da soma. L’emancipazione completa era però ancora lontana, visto che dovettero passare quasi 50 anni per l’ottenimento del diritto di voto. Le famiglie patirono, a seguito della guerra economica tra le potenze belligeranti, di periodi di malnutrizione che poi fu il terreno fertile per la diffusione dell’epidemia influenzale (la mietitrice “spagnola” con oltre 25mila vittime), che dimostrò la debolezza fisica della nostra popolazione, soprattutto nelle città.

La “Grande guerra” evidenziò la grande spaccatura sociale, tra ricchi e poveri, ma soprattutto tra città e campagna, dove nelle aree urbane le famiglie operaie patirono molto di più la malnutrizione e il rincaro delle derrate alimentari, rispetto alle famiglie agricole nelle campagne che disponevano di prodotti propri e poterono anche approfittare del rincaro interno. Questa spaccatura venne accentuata anche dai moti rivoluzionari durante la guerra, soprattutto da quella bolscevica in Russia che veniva vista con forte diffidenza dalla classe politica e dalle classi rurali.

Seguirono periodi di confronto sociale, che portò a scontri tra autorità e operai, con l’improprio utilizzo dei cittadini-soldato quale elemento di sicurezza interna. Ma furono momenti che indicarono chiaramente che si dovevano trovare soluzioni di carattere sociale e previdenziale, rispettivamente che oltre alla conduzione della difesa bellica nell’ambito della neutralità armata, andava prevista anche una difesa spirituale che tenesse unito un Paese diviso in lingue, culture e ceti.

Attorno alla Svizzera con la fine della Prima guerra mondiale si dissolsero i Grandi imperi centrali di Germania e Austria-Ungheria, dando forza e vita all’autodeterminazione che portò alla nascita di numerosi nuovi Stati nazionali e – al nostro confine orientale, l’integrazione del Sud Tirolo e del Trentino nel Regno d’Italia. Quella che fu vista come la fine di un conflitto bellico lungo e logorante, non fu altro che il prologo di quello che seguirà 20 anni più tardi e che fu ancora più globale e devastante.

Torniamo a noi. Le Autorità militari e politiche cantonali rendono oggi onore ai cittadini-soldato che durante la Prima guerra mondiale perirono durante il servizio attivo, rispettivamente agli uomini e soprattutto alle donne che si impegnarono per tenere forte e unita la nostra comunità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Autodeterminazione: sì alla democrazia diretta e supremazia del nostro diritto

Autodeterminazione: sì alla democrazia diretta e supremazia del nostro diritto

Ci stiamo velocemente avvicinando alla scadenza elettorale del prossimo 25 novembre, giorno in cui la popolazione svizzera sarà chiamata alle urne per esprimersi sull’iniziativa per l’autodeterminazione.
Il tema è particolarmente sentito e dibattuto in questo momento per l’importante posta in gioco: occorre infatti essere ben consapevoli che ne va della Svizzera e del nostro essere Cittadini elvetici.
Dobbiamo quindi attivarci per dire in modo inequivocabile che in quanto cittadini svizzeri vogliamo continuare ad essere noi a dettare le regole più importanti del nostro Paese. Popolo e Cantoni hanno sempre avuto l’opportunità di dire l’ultima parola attraverso il meccanismo della democrazia diretta, esercitata attraverso referendum e iniziative. Si tratta di un valore a nostro modo di vedere inalienabile, perno fondamentale del nostro modello di successo che ci garantisce prosperità e qualità di vita e che numerose nazioni ci invidiano.
Il nostro impegno deve dunque essere massimo per mantenere anche in futuro la supremazia del diritto interno e della Costituzione svizzera sui tribunali e le organizzazioni internazionali.
Il Tribunale federale ha però minato questa nostra importante certezza. I giudici di Losanna, in alcune sentenze del 2012 e del 2015, hanno infatti sancito la possibilità di anteporre il diritto internazionale alla Costituzione svizzera.
Il diritto interno elvetico è stato gerarchicamente sovrastato dal diritto dei giudici stranieri e nel caso di un contrasto tra le parti la Svizzera soccomberebbe e non potrebbe fare altro che subire le decisioni prese da altri. Non ci pare accettabile.
In passato, nessuno aveva mai dubitato della superiorità del nostro diritto, che oltretutto altro non è che l’ultimo baluardo a difesa della non adesione all’Unione europea. La superiorità del diritto svizzero e della Costituzione federale va assolutamente garantita. Il pericolo che la volontà popolare non venga più considerata è concreto e già abbiamo avuto casi esemplari: abbiamo purtroppo visto che in alcuni casi i nostri tribunali hanno applicato le decisioni parzialmente o non del tutto e che diverse iniziative nemmeno sono state considerate. Troppo spesso il Consiglio federale ha dimostrato di non volersi attenere alle decisioni popolari, inchinandosi, al contrario, al cospetto degli impegni internazionali. Un esempio in questo senso è la recente decisione del Dipartimento federale degli affari esteri di voler sottoscrivere il Patto sulla migrazione delle Nazioni Unite. A Berna lo hanno definito un atto non vincolante; ma allora perché è necessaria una sottoscrizione se gli accordi possono essere interpretati a piacimento dalle parti? Ma soprattutto perché queste decisioni vengono prese senza che il Popolo svizzero possa dire la sua?
Con un deciso sì all’iniziativa, potremo adeguare o rescindere gli accordi internazionali nel caso in cui non fosse più possibile trovare una soluzione ai contrasti, ma soprattutto la Costituzione federale sarà di nuovo la fonte giuridica suprema in Svizzera.
Auspichiamo che anche in futuro si possa godere dei privilegi di un Paese libero e indipendente, nel quale tutti hanno la possibilità di esprimere la loro opinione.
Per tutte queste ragioni, il prossimo 25 novembre votiamo sì all’iniziativa per l’autodeterminazione. Noi crediamo nelle decisioni prese dal popolo e dobbiamo confermare in modo definitivo il primato diritto costituzionale svizzero sul diritto internazionale.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Claudio Zali
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento del territorio