Sinergie contro i crac pilotati

Sinergie contro i crac pilotati

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 6 ottobre 2018 de La Regione

Fallimenti e riorganizzazioni del settore, la settimana prossima la Gestione sentirà Gobbi.
Il consigliere di Stato: la proposta di Bourgeois va nella direzione auspicata dal Dipartimento istituzioni.

La recente nomina dell’Ufficiale dei fallimenti del Sopraceneri (Silvio Bottegal) è il primo. Il secondo, non ancora compiuto, è la designazione del Perito contabile che “fungerà da trait d’union tra l’Ufficio dei fallimenti della Divisione della giustizia e il Ministero pubblico”, come spiegava il Consiglio di Stato esprimendosi in luglio su un atto parlamentare di Matteo Pronzini (Mps).

Due passi con cui il Dipartimento istituzioni intende rispondere “in maniera concreta alle necessità operative e organizzative” del Cantone “dovute all’evoluzione registrata negli ultimi anni”, contrassegnati da “un aumento costante dei fallimenti”. Ma anche rafforzare l’azione di contrasto ai dissesti fraudolenti e ai crac ‘programmati’ da sedicenti imprenditori.
«Il tema della lotta ai fallimenti fraudolenti e a quelli pilotati è complesso e va gestito di concerto con varie autorità, non solo del Dipartimento istituzioni – annota il suo direttore Norman Gobbi –. Importante è accrescere la collaborazione tra gli Uffici e le autorità interessati, nell’ottica di procedure coordinate che perseguano l’obiettivo comune di migliorare la lotta contro questo tipo di fallimenti, che, ricordo, rappresentano comunque una minoranza dei casi». In grado però di provocare danni anche importanti all’economia e alla collettività. Sinergie dunque indispensabili.
Nel quadro di questa collaborazione accresciuta si inserisce – indica ancora Gobbi – una prima misura, quella della nuova funzione di Perito contabile all’interno dell’Ufficio dei fallimenti».
La designazione del perito? «Siamo nella seconda fase di selezione a seguito dei primi colloqui». Una volta operativo, il Perito contabile «si occuperà dell’analisi contabile e finanziaria relativa agli incarti dell’ufficio, predisponendo le eventuali segnalazioni al Ministero pubblico, agevolandone così l’attività inquirente». Ma non basta. Perché «occorrerà anche una trattazione efficace dei dossier e al riguardo sensibilizzeremo il nuovo procuratore generale Andrea Pagani». Sul piano legislativo? «La materia è di competenza federale – rammenta il capo del Dipartimento istituzioni –. Ovviamente il Canton Ticino sostiene in generale le modifiche volte a intensificare la lotta contro questo genere di abusi, che hanno un impatto nefasto sul nostro sistema socio-economico».

Proprio un paio di settimane fa il Consiglio nazionale ha aderito in maniera convinta alla mozione del deputato friburghese del Plr Daniel Bourgeois: mozione, riferiva l’Ats, che chiede di negare per un determinato periodo di tempo alle persone condannate per cattiva gestione o mancato versamento degli oneri sociali l’iscrizione nel registro di commercio nel caso in cui decidano di avviare una nuova attività commerciale. Questa proposta, rileva Gobbi, «va nella direzione auspicata dal Dipartimento, quella cioè di aumentare i controlli nei confronti delle società, una direzione simile a quella richiesta dal recente atto parlamentare del consigliere nazionale Giovanni Merlini. Auspichiamo che il Consiglio federale tenga in debito conto queste pertinenti modifiche legislative nell’adottare il messaggio concernente la modifica della Legge federale sull’esecuzione e sul fallimento, atteso per la fine dell’anno».

Torniamo in Ticino, dove martedì prossimo la Commissione della gestione del Gran Consiglio sentirà Gobbi e la responsabile della Divisione giustizia Frida Andreotti. Un’audizione, dice il liberale radicale Giacomo Garzoli, coordinatore della sottocommissione sotto la cui lente c’è la riorganizzazione del settore esecutivo e fallimentare cantonale tratteggiata nel 2017 dal Consiglio di Stato, «che dovrebbe permetterci di capire, come spero, se il messaggio che stiamo esaminando sia ancora attuale o vada rivisto dal governo. E questo alla luce da una parte della nomina del nuovo Ufficiale dei fallimenti del Sopraceneri, dopo la decisione del Dipartimento di ripristinare questa figura, e dall’altra dell’introduzione del Perito contabile».

No al diktat dell’UE che ci disarma!

No al diktat dell’UE che ci disarma!

Comunicato stampa – https://eu-diktat-nein.ch/

La Comunità di interessi del tiro svizzero (CIT) – che rappresenta 14 differenti associazioni con un totale di quasi 200’000 soci– indice il referendum contro il recepimento della Direttiva UE sulle armi. La modifica della legge vigente, decisa dal Consiglio federale e dalla maggioranza del Parlamento, significa per la Svizzera la fine del tiro come sport di massa. Per la CIT questo è inaccettabile.

Il recepimento della Direttiva UE sulle armi non comporta nessun vantaggio in termini di sicurezza e in compenso a medio termine significa per la Svizzera la fine del tiro come sport di massa. Nel 2005 il Consiglio federale aveva promesso che Schengen non avrebbe comportato alcun inasprimento incisivo della legislazione svizzera sulle armi. Con la modifica di legge recentemente decisa questa promessa viene infranta.

Inasprimenti incisivi della legge
Per non rischiare un conflitto con Bruxelles, il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento sono disposti a sacrificare i diritti dei cittadini svizzeri. Werner Salzmann, Consigliere nazionale UDC e presidente dell’Associazione sportiva di tiro del Canton Berna: «Questo diktat che ci impone di disarmarci è ingiusto, liberticida, inutile, pericoloso e antisvizzero – non ci resta altro da fare che ricorrere al referendum. Il popolo ha il diritto di decidere se voglia lasciarsi imporre leggi insensate e inutili, che vengono promulgate solo a motivo della pressione dall’estero». Assolutamente inaccettabile è poi il fatto che la nuova legge prevede obblighi, come quello della registrazione a posteriori, che alle urne sono già stati respinti esplicitamente: un tale disprezzo della volontà popolare è indegno della nostra democrazia.
Anche se lo ripetono in continuazione: l’applicazione prevista per la Direttiva UE non è pragmatica. Piuttosto si intende creare un mostro burocratico. Infatti con la revisione della legge vengono proibiti l’acquisto e il possesso delle armi semiautomatiche normalmente reperibili in commercio. Chi in futuro volesse tenere queste armi – che verrebbero proibite – dovrebbe fornire subito la prova di averne bisogno. E non si tratta solo di indicare il motivo per cui si vuole acquistare o possedere un’arma: il proprietario dovrebbe eseguire periodicamente esercizi di tiro. Questa è una restrizione massiccia rispetto alla legislazione vigente!
Inoltre la revisione della legge lascia il compito di definire aspetti importanti* a un’ordinanza di esecuzione, che dovrebbe essere elaborata dal Consiglio federale e dall’Amministrazione. A questo riguardo né il Parlamento né il popolo potrebbero obiettare nulla.

L’appartenenza a Schengen non è in pericolo
Il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento sostengono che un rifiuto della modifica di legge metterebbe in pericolo l’appartenenza della Svizzera a Schengen. Ma è soltanto la Svizzera a dover decidere se recepire o meno la Direttiva UE sulle armi. La Svizzera può limitarsi semplicemente a constatare che la legislazione vigente soddisfa tutti gli aspetti della Direttiva UE sulle armi e che quindi non occorrono altri adeguamenti.
* Come la differenza fondamentale fra armi leggere e armi corte, come pure le modalità concernenti gli esercizi di tiro obbligatori, la prassi per la confisca e la registrazione a posteriori.


Da www.rsi.ch/news
https://www.rsi.ch/news/svizzera/Armi-no-ai-diktat-dellUE-10951091.html

Da www.tio.ch

La Legge sulle armi è “antisvizzera”, lanciato un referendum

La Comunità di interessi del tiro svizzero (CIT) ha indetto oggi a Berna un referendum contro il recepimento della Direttiva dell’Unione europea (Ue) sulle armi.
La modifica della legge vigente significherebbe la fine del tiro come sport di massa in Svizzera.
Gli oppositori hanno cercato di far valere le loro ragioni nella maniera più chiara possibile dinanzi ai media: la nuova norma approvata dalle Camere federali è ingiusta, liberticida, inutile, pericolosa e “antisvizzera”.
«Il popolo ha il diritto di decidere se voglia lasciarsi imporre leggi che vengono promulgate solo per pressione dall’estero», ha detto il ticinese Luca Filippini, presidente della CIT. «La CIT rappresenta 14 differenti associazioni. Con quasi 200’000 soci siamo in grado di raccogliere le 50’000 firme necessarie. Siamo preparati e gli argomenti sono a nostro favore», ha aggiunto.
Secondo gli oppositori il recepimento della direttiva europea non comporta nessun vantaggio in termini di sicurezza. Nel 2005 – è stato ricordato – il Consiglio federale aveva promesso che Schengen non avrebbe comportato inasprimenti nella legge sulle armi, ma con le modifiche previste la promessa viene infranta.
Preoccupazioni vengono espresse anche in ottica futura. Il consigliere nazionale Jean-François Rime (UDC/FR), di hobby cacciatore, ha ammesso che ad oggi le nuove norme non sembrano influire sull’attività venatoria. «Sappiamo però che le leggi europee possono improvvisamente cambiare e a quel punto saremmo disposti a seguirle. I cacciatori sono formati e devono passare degli esami, conoscono molto bene le loro armi» e non meritano quindi restrizioni eccessive.
«Se Schengen viene usato come mezzo di pressione per far accettare delle leggi, perde completamente il suo significato», ha detto ancora il deputato friburghese.
L’applicazione della norma – sempre secondo gli oppositori – non è poi affatto pragmatica. Piuttosto, rischia di creare un vero e proprio mostro burocratico, fatto che andrebbe a scapito del lavoro di polizia vero e proprio, con agenti obbligati a un maggior lavoro d’ufficio.
Tutto questo apparato burocratico, che risulterebbe anche costoso, sarebbe oltretutto inutile: la direttiva si prefigge di combattere il terrorismo, ma da quando gli attacchi sono cominciati negli ultimi anni, non ne è mai stato commesso uno con un’arma acquistata legalmente.
Il presidente dell’Associazione sportiva di tiro del Canton Berna e consigliere nazionale Werner Salzmann (UDC/BE) ha dal canto suo sottolineato che la nuova legge prevede obblighi che alle urne sono già stati respinti esplicitamente, come la registrazione a posteriori. A suo dire un tale disprezzo della volontà popolare è indegno della democrazia elvetica.
Gli oppositori ci tengono poi a sottolineare che respingendo la direttiva sulle armi l’appartenenza a Schengen non è in pericolo. La Svizzera può infatti limitarsi a constatare che la legislazione vigente soddisfa tutti gli aspetti della direttiva Ue e che quindi non occorrono adeguamenti. Inoltre, è altamente improbabile che l’accordo venga rescisso per un tema che nel contesto di Schengen non è prioritario.

Protezione della popolazione – Due giorni di formazione

Protezione della popolazione – Due giorni di formazione

Comunicato stampa

Il Bellinzonese ha ospitato mercoledì 3 e giovedì 4 ottobre 2018 due edizioni del corso «SMEPI 18».
Si è trattato di una formazione pratica destinata ai responsabili delle operazioni nelle organizzazioni ticinesi di primo intervento: polizia, pompieri e servizi d’autoambulanza. Le attività si sono alternate tra Monte Carasso, Castione, Camorino e Sant’Antonino.
Da alcuni anni la Commissione tecnica per la formazione nella protezione della popolazione propone moduli di formazione per esercitare le capacità di gestione, coordinamento e risoluzione delle situazioni che vedono entrare in azione lo Stato maggiore degli enti di primo intervento (SMEPI).
L’edizione 2018 prevedeva due giornate di esercitazioni, durante le quali una trentina di operatori hanno avuto la possibilità di consolidare le loro conoscenze grazie ad una serie di applicazioni pratiche.
Per l’occasione sono state preparate quattro simulazioni: un incendio in una fattoria, un’evacuazione di persone nel settore di Monte Carasso-Mornera (compresa la funivia), un problema di ordine pubblico presso un centro commerciale e un cedimento strutturale all’interno di alcuni magazzini di stoccaggio.
I partecipanti hanno avuto così la possibilità di esercitare in modo pratico l’attivazione e il coordinamento di un dispositivo d’urgenza, l’applicazione dei protocolli di condotta unitamente all’assunzione del ruolo di capo dello Stato Maggiore e di responsabili dei servizi chiamati a intervenire sul posto.
Gli aspetti logistici del programma sono stati gestiti dal Corpo civici pompieri di Bellinzona, con la supervisione della Commissione tecnica per la formazione nella protezione della popolazione. Nelle singole piazze di lavoro ci si è pure avvalsi delle competenze dei partner specializzati per le singole simulazioni (proprietari delle infrastrutture, protezione civile, soccorso alpino,…).

 

Colpo gobbo a Gobbi

Colpo gobbo a Gobbi

Opinione di Alessandra Noseda* pubblicata nell’edizione di venerdì 5 ottobre 2018 del Corriere del Ticino

Di fronte alla genialità ci si inchina, evidenziarla è d’obbligo. In questi tempi di precorsa elettorale, di coltelli che si affilano nell’ombra, la preoccupazione dei partiti in corsa è come potersi ben piazzare in Governo, possibilmente facendo fuori il consigliere di Stato degli altri. I dozzinali si servono di attacchi diretti, sferrati in dibattiti pubblici dove la frase «io sarei più bravo/a» si spreca annoiando un pubblico sempre più convinto di rifare le scelte passate. Il genio invece, ed è il recente caso che ha acceso la mia ammirazione, utilizza attacchi subdoli, trasversali, che inducono la vittima a imbozzolarsi da sola scadendo agli occhi dei sostenitori a causa di colpe tanto gravi quanto immaginarie. Il genio prepara l’attacco da lontano, mesi prima, lanciando il sasso e nascondendo la mano talmente bene da far sembrare che il sasso sia sempre stato lì. Vengo ai fatti. Dopo il massacro a Charlie Hebdo, gennaio 2015, quello al negozio kosher ancora gennaio 2015, l’orrore del Bataclan, novembre 2015, la strage di Nizza, luglio 2016, per citarne solo alcuni, un poliziotto ticinese dal suo profilo privato facebook pubblica le foto di Hitler e Mussolini sbottando, in sintesi, che se ci fossero stati «loro», certi assassini terroristi, i maiali, non circolerebbero. Punto. Post di gusto perfido, mai sfiorare il nazifascismo anche se non si comprende come seguaci di regimi storicamente sanguinari e aggravati dalla longevità possano sedere nei governi pontificando di socialità. Il poliziotto per la sua opinione espressa da privato viene condannato e sconta la pena. Pagato il «debito», essendo comunque un bravo poliziotto ottiene una promozione … e qui il genio della nostra storia, che attendeva paziente come un serpente una ghiotta occasione, guizza e morde. Non si sa come, sibila alla comunità israelita che in Ticino si fanno avanzare agenti con simpatie nazifasciste e il passo a fantasticare sulla promozione di un agente che inneggia alle camere a gas è breve e subito fatto: perfino Brunschwig-Graf e la sua Commissione federale contro il razzismo si inalberano, il consigliere di Stato Norman Gobbi viene chiamato alla cassa, deve scusarsi pubblicamente per qualcosa che non è mai esistito, giustificare il suo operato per finire etichettato come «fascista» nell’immaginario collettivo. Felici i media che possono montare uno scandalo. Se questa non è genialità.

* consigliere comunale UDC a Monteceneri

Stranieri in assistenza, in due anni revocati in Ticino 88 permessi di soggiorno e dimora

Da www.ticinonews.ch

La notizia che la Germania sta procedendo all’espulsione di un certo numero di cittadini dell’Unione Europea che hanno perso il lavoro e sono a carico dell’assistenza sociale (leggi qui) ha trovato eco anche in Ticino. Il consigliere nazionale Lorenzo Quadri ha infatti inoltrato una mozione al Consiglio Federale chiedendo di “presentare una proposta di legge che preveda che, al più tardi dopo sei mesi trascorsi a carico dell’assistenza sociale, i cittadini UE immigrati in Svizzera da meno di cinque anni siano tenuti a lasciare il paese e non abbiano comunque diritto ad altri aiuti sociali”.
Ma quanti sono stati negli ultimi anni in Ticino i casi di decisioni negative e revoche di permessi di soggiorno per prestazioni assistenziali? Lo abbiamo chiesto al Dipartimento delle istituzioni.
Tecnicamente, spiega il Dipartimento, le decisioni sono da intendere quali decisioni negative emesse sotto forma di revoca, non rinnovo o non rilascio di un permesso, le quali si concretizzano con la fissazione di un termine di partenza.
Veniamo ora ai dati: nel 2017 sono stati revocati 31 permessi B (dimora) e 37 permessi C (domicilio), quindi 60 in totale, mentre quest’anno, fino ad agosto, le revoche sono state rispettivamente 13 e 15 (28 in totale).

Criteri per l’emissione di una decisione negativa (revoca, non rinnovo o non rilascio di un permesso)
Innanzitutto, fanno sapere dal Dipartimento, “è importante distinguere tra permessi rilasciati nell’ambito dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC) e quelli nell’ambito della Legge federale sugli stranieri (LStr). Secondariamente, ogni caso va esaminato singolarmente e alla luce del principio di proporzionalità”.
Nel contesto dell’Accordo sulla libera circolazione è necessario considerare lo scopo principale del soggiorno in Svizzera da parte del titolare del permesso di soggiorno e le condizioni a cui esso è subordinato. Se una persona straniera perde la qualità di “lavoratore” (dipendente o indipendente), poiché non svolge più alcuna attività lucrativa e percepisce prestazioni assistenziali, a quel punto l’Ufficio della migrazione può procedere a revocare il permesso di dimora UE/AELS (Associazione europea di libero scambio) a suo tempo rilasciato.

Permessi B (dimora)
I permessi di dimora UE/AELS rilasciati a stranieri che non esercitano un’attività lucrativa in Svizzera sono invece condizionati alla disponibilità dei mezzi finanziari sufficienti al sostentamento autonomo nel nostro Paese da parte del titolare. In questo caso l’eventuale revoca del permesso può avvenire già al momento della sola richiesta di prestazioni assistenziali, nella misura in cui ciò comprova che il requisito principale per cui il permesso è stato accordato (la disponibilità finanziaria necessaria al sostentamento autonomo) è venuto meno.
Sempre nell’ambito dell’ALC va ricordato che i cittadini UE/AELS che non esercitano un’attività lucrativa in Svizzera, possono modificare lo scopo del loro soggiorno e iniziare un’attività lucrativa durante la validità del permesso. Viceversa, per i cittadini sottostanti all’ALC che svolgono un’attività lucrativa, qualora dispongono di sufficienti mezzi finanziari atti al proprio mantenimento, hanno pure la possibilità di cessare il proprio lavoro e continuare a soggiornare senza attività.
Per i cittadini stranieri titolari di un permesso B rilasciato nel contesto della LStr, un’eventuale decisione negativa a seguito di aiuti sociali, dipende dallo scopo per il quale è stato originariamente rilasciato il permesso (per esempio ricongiungimento familiare, caso umanitario, a scopo di lavoro, di studio, ecc.), ritenuto come anche in tale contesto la capacità di mantenersi in modo autonomo gioca un ruolo preponderante.
A differenza di quanto avviene per i cittadini stranieri che sottostanno all’ALC, queste persone straniere di principio non hanno diritto al rilascio e al mantenimento del proprio permesso di soggiorno. Pertanto, la modifica dello scopo del soggiorno può avere per conseguenza la revoca dell’autorizzazione.

Permessi C (domicilio)
Inoltre, per quanto attiene i permessi di domicilio, i quali sono rilasciati nel contesto della LStr indipendentemente dalla nazionalità del titolare, possono essere rimessi in discussione nella misura in cui la persona straniera interessata sia a carico della pubblica assistenza in maniera durevole e considerevole.
Infine, per quanto attiene lo scambio di informazioni tra Autorità della migrazione e l’Ufficio del sostegno sociale e dell’inserimento, quest’ultimo segnala sistematicamente e autonomamente la percezione di aiuti assistenziali da parte di cittadini stranieri.

“Gargamella mangiava i puffi, io preferisco la sella”

“Gargamella mangiava i puffi, io preferisco la sella”

Norman Gobbi risponde con il sorriso allo striscione apparso in curva Nord in occasione del primo derby stagionale

Il consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni, sulla pagina Facebook e pure su Instagram, sfodera l’ironia e getta acqua sul fuoco dopo le polemiche generate dal giro di vite sulla sicurezza negli stadi ticinesi. “Se non ricordo male Gargamella voleva mangiare i puffi. Io preferisco la sella di capriolo, ma soprattutto voglio che tutti i tifosi (grandi e piccini) vivano lo sport in sicurezza. E poi dai, i puffi sono biancoblù”, scrive Gobbi, facendosi fotografare con un puffo tra le mani.

Da www.ticinonews.ch
https://www.ticinonews.ch/ticino/472301/gargamella-mangiava-i-puffi-io-preferisco-la-sella

 

DI: nominato il nuovo Ufficiale dei fallimenti del Sopraceneri

DI: nominato il nuovo Ufficiale dei fallimenti del Sopraceneri

Comunicato stampa

Nella seduta odierna, il Signor Silvio Bottegal è stato nominato dal Governo quale nuovo Ufficiale dei fallimenti del Sopraceneri, responsabile della direzione degli Uffici dei fallimenti di Bellinzona e Locarno. Una misura voluta dal Dipartimento delle istituzioni e tesa a rafforzare l’operatività dell’Ufficio dei fallimenti, confrontato con un’importante evoluzione della propria attività.
Classe 1971, domiciliato nel Comune di Agno e di formazione giurista, il Signor Bottegal vanta una solida quanto comprovata esperienza all’interno del settore fallimentare, dove ha assunto le funzioni dapprima di giurista e successivamente di Supplente ufficiale del Sottoceneri. Dal mese di febbraio 2018 è pure responsabile ad interim degli Uffici dei fallimenti del Sopraceneri, a seguito della partenza del precedente Ufficiale, garantendo la direzione degli Uffici di Bellinzona e Locarno e quindi l’espletamento delle procedure previste dalla Legge federale sulla esecuzione e sul fallimento, compiti che assumerà formalmente nella nuova funzione di Ufficiale titolare dei fallimenti del Sopraceneri.
La nomina del nuovo Ufficiale dei fallimenti del Sopraceneri s’inserisce nella politica di rafforzamento del settore fallimentare intrapresa negli ultimi mesi dal Dipartimento delle istituzioni, e per esso dalla Divisione della giustizia, che persegue l’obiettivo principale di rispondere in maniera concreta alle necessità operative e organizzative dovute all’evoluzione registrata negli ultimi anni, con un aumento costante dei fallimenti.
Il Consiglio di Stato formula al Signor Bottegal i migliori auguri per questa nuova sfida professionale all’interno dell’Amministrazione cantonale.

 

Guardando alla periferia

Guardando alla periferia

Servizio all’interno dell’edizione di martedì 2 ottobre 2018 de Il Quotidiano

https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/10941353

 

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 3 ottobre 2018 de La Regione

Una strategia per andare in periferia
Riaffiora la richiesta delle regioni discoste di ottenere alcuni uffici pubblici: “Serve una strategia”

Gobbi sentito dalla Gestione: tra le strutture che potrebbero essere trasferite c’è anche il carcere.
Intanto a Biasca e Faido i ‘traslochi’ del Di sembrano aver portato frutto.
Il prossimo carcere cantonale in zona periferica? L’ipotesi è riemersa ieri durante l’incontro tra la Commissione parlamentare della Gestione e il direttore del Dipartimento delle istituzioni (Di) Norman Gobbi. Durante una discussione più generale sulla strategia cantonale (o, per dirla come il presidente commissionale Raffaele De Rosa, la mancata strategia) di delocalizzazione di alcuni servizi, Gobbi ha ribadito che lo spostamento della struttura carceraria fuori dai centri sarebbe attualmente sotto la lente del dipartimento, attraverso «un’analisi di alcuni comparti territoriali». Comparti che potrebbero accogliere la struttura entro il 2030-40, spiega Gobbi.
L’obiettivo, come per altre delocalizzazioni, sarebbe quello di portare posti di lavoro e indotto in periferia, come sembra essere avvenuto per i primi due “esperimenti” di spostamento di uffici in Valle portati avanti proprio dal Di: nel 2013 il trasloco a Biasca dell’Ufficio del Registro di commercio e la creazione, nel ottobre del 2016 a Faido, del ‘Contact Center’ unico per gli uffici di esecuzione.
A Biasca, spiega Gobbi, dopo la rotazione del personale, la quasi totalità della decina di collaboratori risiede nella regione. A favorire i locali una clausola nei concorsi di lavoro. Allo stesso modo, a Faido si sarebbero già registrate le prime due assunzioni di personale residente nella regione, rileva il sindaco del capoluogo leventinese Roland David, secondo cui «ogni posto di lavoro è sicuramente importante per la Valle». Aggiunge però di attendersi dal Cantone la delocalizzazione anche di servizi capaci di portare in dote impieghi di un «certo peso», come «poteva essere il museo di storia naturale», assegnato nel frattempo a Locarno. Anche perché, fa notare dal canto suo il sindaco di Biasca Loris Galbusera, non servirebbe a nulla spostare impieghi da una regione discosta all’altra: «Alcuni uffici sono andati a Faido. Fa piacere che sia rimasto nella regione, ma è un trasloco ‘tra poveri’. Serve altro: abbiamo sempre chiesto, senza rivendicare e piangere, la possibilità di avere degli uffici cantonali sul nostro territorio». Non qualsiasi ufficio, però: «Le delocalizzazioni devono essere logiche: spostare da noi un servizio la cui attività principale è, per esempio, a Chiasso, è un problema per il cittadino prima ancora che un guadagno per Biasca». Un concetto su cui insiste anche Gobbi: «Non è sempre opportuno delocalizzare tutto. In primo luogo viene il servizio ai cittadini e solo in seconda battuta l’obiettivo di favorire le regioni discoste». E proprio di cosa, come e quando spostare in periferia degli impieghi dovrebbe farsi carico un piano di delocalizzazione cantonale, che attualmente non esiste e che la trentina di deputati del Gran Consiglio, che fa parte dell’intergruppo ‘Regioni rurali, periferiche e di montagna’, vogliono chiedere di istituire. A breve dovrebbe essere presentato un atto parlamentare in questo senso.