Lega di Lugano, campagna lanciata

Lega di Lugano, campagna lanciata

Il movimento ha presentato i suoi candidati sulla lista unica con l’UDC: I due uscenti Michele Foletti e Lorenzo Quadri, Andrea Censi e Andrea Sanvido: «Siamo l’ultimo baluardo contro la deriva green e woke»

«Abbiamo pensato a un concept che risvegliasse l’orgoglio del cittadino luganese ma che fosse anche nel provocatorio stile della Lega». È con queste parole che Lukas Bernasconi ha lanciato ieri all’ex asilo Ciani di Lugano la campagna elettorale del movimento, che è racchiusa nello slogan «Lugano è la capitale». Capitale, s’intende, sportiva, della movida, sociale, tecnologia ed economica («ma non una vacca da mungere»), come si vedrà sui cartelloni pubblicitari che appariranno in questi giorni in città. «Ma dato il tema ne abbiamo messo uno anche davanti alla sede del governo a Bellinzona».

I quattro nomi
La serata è stata anche l’occasione per presentare i candidati d’area sulla lista unica per il Municipio con l’UDC e per quella «solitaria» per il Consiglio comunale, composta da 32 nomi. Per l’Esecutivo ci saranno come noto il sindaco uscente Michele Foletti, il municipale uscente Lorenzo Quadri, e i granconsiglieri Andrea Censi e Andrea Sanvido. Censi è peraltro l’unico candidato in lizza per l’Esecutivo cittadino con il casellario non immacolato: figurano due condanne a pene pecuniarie per guida in stato di ebrietà nel 2019 in Ticino e nel 2021 nei Grigioni.

Le parole di Foletti e Quadri
Alla serata – in parte complicata dal fatto che i due granconsiglieri e il coordinatore Norman Gobbi hanno tardato ad arrivare perché impegnati fino a tardi in Gran Consiglio – ha partecipato all’incirca un centinaio fra simpatizzanti, candidati e ospiti. Come il compagno di lista Marco Chiesa (gli altri due candidati UDC sono Tiziano Galeazzi e Raide Bassi), che ha pure brevemente preso la parola per un saluto.

A parlare sono però stati soprattutto Foletti e Quadri. Il primo ha rivendicato il lavoro fatto dacché è diventato sindaco: «Dopo l’improvvisa e triste morte di Marco Borradori non abbiamo subito scoramento e siamo stati capaci di reagire, e oggi Lugano è una città invidiata in tutta la Svizzera, ben reputata in ambito tecnologico e innovativo e che non lascia indietro nessuno: siamo tornati a essere attrattivi ». Quadri ha invece definito la lista come «l’ultimo baluardo contro la deriva green e woke» e, riferendosi alla sola Lega, ha parlato di «battaglia decisiva per invertire la tendenza », cioè la perdita di consensi del movimento alle ultime tornate elettorali. 

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 8 febbraio 2024 del Corriere del Ticino

C’è l’ok all’acquisto Ma sullo stabile EFG si andrà alle urne

C’è l’ok all’acquisto Ma sullo stabile EFG si andrà alle urne

Al termine di un acceso dibattito il Parlamento ha approvato il credito per comperare l’edificio della banca ma ha anche avallato lo strumento del referendum finanziario

«Due funzionari hanno negoziato il prezzo? Ma per chi ci prendete?». Basterebbe questa piccata risposta di Christian Vitta per inquadrare perfettamente la temperatura dell’aula durante la discussione sull’acquisto dello stabile EFG per insediarvi la cittadella della Giustizia. Una frase detta in risposta a una dichiarazione di Tiziano Galeazzi (UDC), il quale sosteneva che la negoziazione fra Stato e banca sarebbe stata portata avanti, appunto, da «due funzionari della logistica». Insomma, lo avrete capito: fra accuse, risposte e momenti di grande (se non totale) confusione, la discussione sul dossier del progetto di riammodernamento di tutto il settore della Giustizia ticinese ha vissuto momenti complicati. Anche perché il credito di 76 milioni di franchi (circa 82 in totale compresa la progettazione per adeguare lo stabile) si è mischiato inevitabilmente con le oltre 20 ore del dibattito precedente sul Preventivo. Ma tant’è. Il succo, alla fine di un lungo pomeriggio, è questo: il Parlamento ha sì approvato con 54 voti favorevoli, 26 contrari e un astenuto l’acquisto dello stabile EFG. Ma, subito dopo, ha anche scelto di abbracciare per la seconda volta nella storia del Cantone (la prima riguardava le misure di compensazione per gli affiliati alla Cassa pensioni dello Stato) lo strumento del referendum finanziario obbligatorio. Uno strumento che porta direttamente il popolo al voto. A favore di questa soluzione (servivano 25 deputati favorevoli) hanno votato l’UDC, i Verdi, Avanti con Ticino & Lavoro, nonché alcuni deputati di Centro, PS e PLR. La Lega, invece, si è astenuta.

Niente delusione
Per Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni, si tratta quindi di una vittoria a metà. Il credito è stato approvato, ma il progetto resta appeso all’esame popolare. Deluso? «Io non sono mai deluso se devono essere i cittadini a doversi esprimere», taglia corto il consigliere di Stato. «Soprattutto quando si parla di un investimento a favore della Giustizia, un servizio essenziale alla collettività. Dare una casa alla Giustizia ticinese, in particolar modo a quella cantonale che non andrà a sottrarre la presenza territoriale garantita dalle Preture e dalle future Preture di protezione cantonali, significa dare una dignità alla magistratura ticinese ma anche ai cittadini e alle aziende del cantone ». A questo punto, si apre però la campagna per il voto. «In aula ho ricordato la storia che ha portato all’edificazione dell’attuale Palazzo di giustizia di Lugano», commenta ancora Gobbi. «Abbiamo dovuto attendere 41 anni e cinque messaggi governativi per arrivare a tetto. Auspico quindi che non si debba attendere così tanto, perché viste le contingenze non possiamo più stare nell’attuale sede a causa dello stato dell’infrastruttura ». Altre soluzioni? «L’affitto. Ma significa spendere soldi senza entrare in proprietà».

Una questione di soldi
C’è da scommetterci che gli avversari, invece, faranno leva anche sui «costi eccessivi» dell’acquisto. Come l’UDC, pronta – se non fosse passato in aula il referendum finanziario obbligatorio – a raccogliere le firme per andare comunque al voto. Non a caso, il capogruppo democentrista Sergio Morisoli ha ricordato in Parlamento il «costo esorbitante » dello stabile EFG. Una spesa del genere, poi, stonerebbe «in un momento di crisi finanziaria in cui si chiedono sacrifici ai cittadini». Per questo, durante il dibattito, l’UDC ha proposto degli emendamenti (poi bocciati) per abbassare il prezzo di acquisto e di progettazione di oltre 11 milioni. «Daremmo una base solida e concreta al Governo per riaprire la negoziazione con la certezza di avere le spalle coperte dal Gran Consiglio », ha spiegato Morisoli. Inoltre, «il venditore saprebbe chiaramente qual è la soglia massima ‘‘di dolore’’». A «tirare » sul prezzo ci ha pensato anche Samantha Bourgoin dei Verdi, con un emendamento (pure questo stralciato dall’aula) che prevedeva un abbassamento del prezzo addirittura di 30 milioni.

L’unica soluzione
Proposte criticate da più parti, in particolare dal PLR. I liberali radicali, come noto, avevano firmato il rapporto di maggioranza del relatore Matteo Quadranti assieme alla Lega. Proprio Quadranti ha evidenziato, dopo aver ripercorso l’iter commissionale, la necessità di acquistare lo stabile per la Giustizia. Una necessità giunta «dopo 15 anni di valutazioni ». Appoggio anche da Natalia Ferrara, che ha spiegato: «L’acquisto è l’unica soluzione possibile. Volete davvero picconare anche la Giustizia? ». Contrari come visto i Verdi, con Bourgoin a parlare di «gigantismo». La maggioranza del PS era invece favorevole: Fabrizio Sirica, pur non risparmiando alcune critiche, ha ricordato la situazione indecorosa in cui versa l’attuale palazzo. Spaccato anche il Centro. Fiorenzo Dadò ha subito attaccato sia sulla centralizzazione, sia sul costo. «Come si può pensare di tagliare dappertutto, di ridurre le tasse ai ricchi e spendere 250 milioni per delle mura?». I suoi colleghi di partito Gianluca Padlina e Michel Tricarico, sottolineando lo stato dell’attuale stabile, si sono però esposti a favore.

Al termine dell’accesa discussione, come visto, il rapporto ha tenuto. Ma sarà il popolo, ancora, ad avere l’ultima parola.

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 8 febbraio 2024 del Corriere del Ticino

‘Risparmiare sulla formazione avrebbe conseguenze pesanti’

‘Risparmiare sulla formazione avrebbe conseguenze pesanti’

Futuri agenti, il capitano della Cantonale Cerinotti avverte: per poter sostituire i partenti bisogna continuare ad avere ogni anno una Scuola di polizia

Il Gran Consiglio si appresta a votare l’indigesto Preventivo 2024, pensando anche alla manovra di tagli bis per il 2025 già annunciata dal governo e che si teme ancor più dolorosa di quella che da ieri è sotto la lente dei deputati. E allora è opportuno parlare chiaro quando la politica dei risparmi rischia di incidere negativamente (anche) sulla sicurezza pubblica. «Interrompere il ritmo annuale della Scuola di polizia avrebbe conseguenze pesantissime per la Cantonale e pure per le Polizie comunali», sottolinea il capitano Christophe Cerinotti . Classe 1964, per vent’anni coordinatore svizzero a Chiasso del Centro di cooperazione di polizia, dove operano fianco a fianco forze dell’ordine elvetiche e italiane, impegnate nell’azione di contrasto alla criminalità transfrontaliera, Cerinotti è capo della Sezione della formazione in seno alla Polizia cantonale. E nella Cantonale ha maturato una vasta esperienza che lo ha visto anche ufficiale responsabile della Scientifica, della Sezione ricerche e controlli e del servizio di intelligence. ‘laRegione’ lo ha intervistato.

Ha appena parlato di conseguenze pesantissime. Si spieghi meglio capitano.
Non riusciremmo a sostituire collaboratori e collaboratrici che lasciano la polizia tra pensionamenti e dimissioni. Come ha anche ricordato in occasione del recente Rapporto annuale della Polcantonale il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi, in Ticino l’odierno numero di agenti è adeguato per poter svolgere i compiti assegnati dalla legge alla stessa Polizia cantonale e alle Polizie comunali. Compiti non solo di mantenimento dell’ordine pubblico e di gestione del traffico stradale, legati quindi all’interventistica in generale, ma compiti anche investigativi e di intelligence nella lotta alla piccola e alla grande criminalità in un Cantone di frontiera, sede della terza piazza finanziaria elvetica. Bisogna quindi cercare di confermare questo dispositivo, per la sicurezza di cittadini e imprese. Insomma, dobbiamo fare il possibile per continuare ad avere ogni anno una Scuola di polizia, che da un ventennio forma sotto lo stesso tetto aspiranti gendarmi di Polizia cantonale e futuri agenti di Polizia comunale. E questo per evitare di avere, come è già accaduto in passato quando è stato saltato un anno, una scuola con sessanta e passa allievi: un numero troppo elevato, che diventa difficile da gestire.

Intanto nelle scorse settimane è stato pubblicato il concorso per partecipare alla Scuola di polizia 2025, che ha sede nel Centro di formazione a Giubiasco. Il termine per l’inoltro delle candidature scadrà tra pochi giorni il 9 febbraio. Selezione delle candidature e poi la formazione, che inizierà nel marzo del prossimo anno. Lo scorso mese c’è stata una serata informativa: come è andata?
Direi piuttosto bene. L’abbiamo organizzata a Bellinzona nell’auditorium della Scuola cantonale di commercio e c’erano circa centoventi persone. Molte le ragazze. La Scuola di polizia edizione 2025 è aperta a candidati e candidate nati/e tra il 1990 e il 2004 compresi. Con un filmato abbiamo passato in rassegna alcune attività della Polizia cantonale, delle Polizie comunali e della Polizia dei trasporti. Ho notato grande interesse. A queste serate partecipano soprattutto gli indecisi, quelli che ancora non sanno se concorrere come aspirante agente di polizia. Necessitano di ulteriori informazioni e quindi prendono parte agli incontri. Ci sono però non pochi giovani che hanno già le idee in chiaro e così come esce il concorso inoltrano praticamente subito la candidatura. Va comunque detto che in Ticino non abbiamo al momento un problema di reclutamento, che altri Cantoni invece conoscono.

E come lo hanno risolto?
Basilea Città, per esempio, ha deciso di assumere anche cittadini stranieri con permesso C, quindi domiciliati, proprio per ovviare allo scarso numero di candidati di nazionalità svizzera e coprire in tal modo il fabbisogno di agenti di polizia. Ci sono Cantoni che reclutano anche stranieri domiciliati purché quando diventano operativi, terminata la formazione, abbiano già presentato l’istanza di naturalizzazione.

Lei che ne pensa?
Penso che il possesso della nazionalità svizzera debba essere uno dei principali requisiti per candidarsi. Chi è chiamato a tutelare, quotidianamente, le istituzioni di uno Stato e garantire il rispetto della legge per una civile convivenza, deve identificarsi in quello Stato. Esprimendomi sempre a titolo personale, ritengo che il fatto di avere la doppia cittadinanza non ponga invece problemi. In anni recenti abbiamo avuto il caso di una persona con la doppia nazionalità, svizzera e italiana, che ha lavorato come carabiniere in Italia prima di tornare a vivere in Ticino, dove ha frequentato con successo la Scuola cantonale di polizia. Ripeto: considero uno dei requisiti fondamentali il possesso del passaporto rossocrociato al momento della candidatura. Peraltro, e lo dico essendo stato per anni nella commissione del mio Comune che tratta delle naturalizzazioni, la procedura per ottenere la cittadinanza è alquanto impegnativa. I corsi organizzati dal Cantone permettono di acquisire un bagaglio notevole di nozioni di civica e culturali. Per ora, ribadisco, non registriamo problemi di reclutamento. C’è però l’altra faccia della medaglia.

Cioè?
Una volta si entrava nella Polizia cantonale per restarci fino alla pensione. Oggi abbiamo invece giovani che dopo pochi anni decidono di cambiare. C’è allora chi opta per il privato, chi va a lavorare in qualche Polizia comunale, chi nella Polizia federale oppure in quella dei Trasporti. Nella scelta possono giocare più fattori, oltre a quello salariale. Per esempio il numero di ore di lavoro nella Cantonale è maggiore di quello delle Polizie comunali: in altri contesti professionali la persona che ha lasciato il nostro Corpo lo ha fatto anche per conciliare meglio il lavoro con la famiglia. La Polizia cantonale offre in ogni caso molteplici opportunità di impiego. Dopo tot anni in Gendarmeria si può andare, previo concorso e una scuola ad hoc, nella Giudiziaria, di cui fanno parte per esempio la Scientifica, i commissariati, l’Antidroga e altre sezioni specialistiche che si occupano di indagare sui reati contro la persona, contro il patrimonio oppure di contrastare la criminalità informatica. Così come si può andare in altri settori del Corpo in veste di specialisti: nel Gruppo interventi speciali, nella Lacuale, nella Cinofila. Insomma tante professioni, come evidenzia il motto di promozione del concorso per la Scuola di polizia. Ossia: ‘Una missione tante opportunità’. La Polizia cantonale è oggi un centro di competenze.

Dal 2020 la formazione, tra teoria e pratica, è biennale. Con quali risultati?
Sin qui il nuovo modello funziona egregiamente. Al termine della scuola, superati i vari esami, si consegue l’attestato federale di agente di polizia. Ciò che dà accesso a tutti i Corpi della Svizzera, senza dover fare una formazione complementare: il diploma che viene conseguito alla Scuola di polizia del V Circondario, che si svolge al Centro di formazione a Giubiasco e che forma anche aspiranti agenti italofoni della Polizia grigionese, della Polizia militare e della Polizia dei trasporti, viene riconosciuto dal resto della Confederazione. Stesso discorso per le Scuole di polizia presenti in altri cantoni. L’avvio della formazione di base è ovviamente preceduto dalla selezione dei candidati attraverso test fisici da effettuare preliminarmente e test attitudinali di vario tipo, compresi quelli psicologici. La parte teorica della scuola si tiene nel Centro e dura alcuni mesi: lezioni di diritto, corsi di lingue e tante ore di psicologia per gestire un domani anche situazioni delicate e complicate, per esempio una lite famigliare, per risolvere la quale si rende necessario l’intervento delle forze dell’ordine. La società è sempre più complessa e di questo dobbiamo tenerne conto anche noi: ecco perché durante la formazione si pone l’accento pure sulla psicologia. Abbiamo poi la parte pratica con stage nei corpi di polizia ai quali gli allievi sono attribuiti: gli aspiranti agenti della Cantonale fanno lo stage in Gendarmeria, gli altri nei rispettivi corpi di appartenenza. Concluso il biennio di formazione, gli aspiranti si ritrovano a Giubiasco per gli esami finali.

A breve, il 1° marzo, prenderà il via la Scuola di polizia edizione 2024. I numeri?
Inizieranno la loro formazione professionale trentotto aspiranti poliziotti, di cui otto donne. Ventuno per la Cantonale, autorizzati dal Consiglio di Stato, oltre a nove per le Polizie comunali, uno per la Polizia militare e sette per la Polizia del Canton Grigioni. Per la Scuola del 2025 il governo deciderà prossimamente, a dipendenza anche delle disponibilità finanziarie.

Articolo pubblicato nell’edizione di martedì 6 febbraio 2024 de La Regione

Carceri piene, spunta l’ipotesi dei container

Carceri piene, spunta l’ipotesi dei container

Alla Stampa e alla Farera i detenuti sono in aumento e il sovraffollamento è costante.
L’emergenza spinge la Divisione della giustizia a presentare alcune misure per correre ai ripari: braccialetto elettronico e rientro in servizio degli agenti in pensione, in attesa di una nuova struttura.

«Ogni giorno è un po’ come giocare a Tetris». Una partita infinita, che per il direttore delle strutture carcerarie ticinesi si protrae da oltre un anno, nel tentativo di trovare nuovi spazi per collocare i detenuti. «Un anno di passione», lo definisce in effetti Laffranchini, con una situazione da «tutto esaurito» che è ulteriormente peggiorata negli ultimi due mesi. E per arginare la quale il Dipartimento delle istituzioni si è attivato con una serie di misure.

Ma andiamo con ordine. Attualmente, ci viene spiegato, nel carcere penale della Stampa sono rinchiuse 150 persone, in quello giudiziario della Farera ce ne sono 86 (con appena due posti liberi), mentre allo Stampino, nella sezione aperta, i detenuti sono 34. Numeri elevati, che raccontano di un sovraffollamento delle strutture carcerarie divenuto ormai una costante per il Ticino. «Non può più essere definita una situazione temporanea ed è difficile intravedere un’inversione di tendenza. Ci sono state un paio di inchieste concomitanti, che hanno portato dietro le sbarre un numero maggiore di persone, ma non è solo questo». Già, perché a rendere unico il nostro cantone è soprattutto la posizione geografica. «Siamo un territorio di frontiera e, di conseguenza, dobbiamo fare i conti con una serie di problematiche peculiari, che negli ultimi tempi si sono acuite. Parliamo di furti a cavallo del confine, di traffico di stupefacenti e di tutti i problemi che derivano dalla migrazione ». In generale, osserva Laffranchini, «non c’è stato un aumento della criminalità, ma probabilmente di un certo tipo di reati, per cui si rende necessaria la carcerazione». Ad esempio, un detenuto su due alla Stampa è incarcerato per droga. «Il 40% delle persone è detenuta per aver commesso infrazioni alla Legge federale sugli stupefacenti, un altro 10% per reati indirettamente collegati agli stupefacenti», sottolinea Laffranchini. In questo ambito rientrano ad esempio i furti alle stazioni di benzina, che spesso sono commessi da chi è in cerca di soldi per poter comprare le sostanze, oppure le aggressioni per il controllo del territorio. «Questo non significa certo che siamo un cantone di drogati. Ancora una volta, piuttosto, è conseguenza della nostra posizione geografica, che ci colloca in uno snodo centrale per il traffico di stupefacenti ». Per la stessa ragione, la maggior parte dei detenuti è straniera, soprattutto al carcere giudiziario. «Siamo attorno al 70% alla Stampa, mentre alla Farera tocchiamo il 90%. Ma questo è dovuto anche al fatto che nel carcere giudiziario vengono incarcerate le persone sotto indagine per cui esiste un pericolo di fuga o di recidiva. Un rischio più marcato per chi non è domiciliato qui».

Alla ricerca di spazio
Tutto ciò, fa sì che la situazione nelle strutture carcerarie oggi sia molto complicata. «Ogni giorno – dice Laffranchini – mi confronto con i miei collaboratori e, sulla base di arrivi e partenze nelle nostre strutture, capiamo come agire ». Per far fronte all’emergenza, ci teniamo pronti a recuperare 7 ulteriori posti sfruttando le celle di Polizia per la gestione dei detenuti di Lugano e Mendrisio, riservate ad adulti maggiorenni e in buone condizioni di salute. «Ma chiaramente sarebbe solo una soluzione temporanea», evidenzia il direttore. Non dovesse bastare ancora, si procederebbe al trasferimento dei detenuti in una delle altre strutture detentive del Concordato latino. «Finora è accaduto solo in quattro occasioni, ma anche in questo caso è molto complicato: anche le carceri della Romandia sono al limite, dunque normalmente si procede con uno scambio di detenuti». Insomma, «è urgente trovare una soluzione». Una posizione condivisa anche dal Dipartimento delle istituzioni. Non a caso, il consigliere di Stato Norman Gobbi ha annunciato l’intenzione di portare il tema in Governo. «Prima di tutto quale capo Dipartimento – premette Gobbi – ci tengo a ringraziare tutto il personale e la direzione delle strutture carcerarie cantonali per il grande impegno e il senso di responsabilità che stanno dimostrando in questa situazione che si sta protraendo da mesi». Una situazione «che tocca tutto il settore esecuzione pene, nonché la Magistratura e la Polizia». Nelle prossime settimane, prosegue, «porterò all’attenzione del Governo la situazione e presenterò una serie di misure per farvi fronte».

La Divisione si muove
Una serie di misure che, come ci spiega la direttrice della Divisione della giustizia, Frida Andreotti, si snodano su tre tempi: corto, medio e lungo termine. «In prima battuta abbiamo deciso di coinvolgere tutte le autorità giudiziarie e la Polizia, nell’ottica di alleviare la pressione sulle strutture carcerarie ». In pratica, per il Ministero pubblico si tratta, laddove possibile, di adottare misure sostitutive all’arresto. «Ad esempio, negli ultimi mesi, consci del problema del sovraffollamento, le autorità giudiziarie stanno sfruttando maggiormente l’utilizzo del braccialetto elettronico». Oltre allo spazio, però, c’è anche il problema delle risorse umane. «Tutto il personale è molto sotto pressione», rileva Laffranchini. Non a caso, al carcere giudiziario, dove in situazioni normali è previsto un agente di custodia ogni 15 detenuti, «oggi ci troviamo a gestirne il doppio: 30 detenuti per ciascun agente. E questo porta inevitabilmente a lavorare con maggiore pressione». Insomma, «il contingente attuale non è più sufficiente». Anche perché non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità. «Molti detenuti – spiega il direttore – sono aggressivi o mostrano comportamenti autolesionisti, e questo complica ulteriormente le cose per gli agenti». Per alleviare il carico di lavoro delle guardie carcerarie e, soprattutto, per cercare di reperire più personale, la Divisione della giustizia si è mossa su due fronti. «In primis, abbiamo pensato di reintegrare, tramite contratti a ore, gli agenti di custodia ancora in età non pensionabile che erano già in pensione. In seconda battuta, cercheremo di assumere personale già formato e proveniente da altri cantoni». In aggiunta, «per i compiti svolti dagli agenti di custodia per quanto riguarda i controlli di sicurezza all’esterno del carcere, che quindi nulla hanno a che vedere con la custodia dei detenuti (come ad esempio la ronda esterna del carcere oppure i controlli all’ingresso del palazzo di Giustizia), l’ipotesi è quella di affidare il mandato a società di sicurezza esterne o, in alternativa, agli ausiliari di Polizia». Un capitolo a parte, poi, riguarda la detenzione dei minori, soprattutto dei richiedenti l’asilo, che per legge devono stare in celle singole. «Per cercare di liberare posti, abbiamo rafforzato la collaborazione con il Centro federale d’asilo di Chiasso. In questo modo, non appena ci viene comunicato l’esito dell’esame che viene effettuato per accertarne l’età, se i richiedenti asilo sono maggiorenni possiamo procedere velocemente e gestire meglio gli spazi».

E il nuovo carcere?
A far discutere, però, potrebbe essere un’altra misura, che dovrebbe essere concretizzata di qui a qualche mese. «Per ovviare al problema del sovraffollamento, abbiamo assoluta necessità di creare nuovi spazi. Di conseguenza, sulla scorta di quanto avviene in alcune strutture della Svizzera interna, stiamo valutando di utilizzare alcuni container detentivi». Per contro, sembra tramontata l’ipotesi di trasferire una parte dei detenuti nel carcere Naravazz di Torricella-Taverne, chiuso dal 2013 e oggi utilizzato per alcune esercitazioni di Polizia. «Non è una soluzione percorribile a causa degli ingenti lavori di ristrutturazione che sarebbero necessari», dice Andreotti. A lungo termine, infine, resta il grande tema del nuovo carcere. «La Stampa, lo abbiamo chiarito più volte, è ormai giunta al termine del suo ciclo di vita. Occorre quindi progettare una nuova struttura ». Per il nuovo carcere serviranno tra i 100 e i 150 milioni, «anche se un terzo dei soldi ci verrebbe poi restituito dalla Confederazione», precisa la capo divisione. «Dopo lunghe discussioni, nelle prossime settimane chiederemo al Consiglio di Stato il via libera per riattivare la pianificazione del nuovo carcere di esecuzione pena». In prima battuta, si tratterà di capire dove potrà sorgere: «Sul tavolo ci sono una decina di terreni che avrebbero la metratura necessaria, poi toccherà al Governo decidere. È chiaro, però, che per tutta una serie di ragioni organizzative, il fondo a Cadro, proprio accanto alla Stampa, sarebbe la soluzione più adeguata».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 5 febbraio 2024 del Corriere del Ticino

Prova delle sirene di mercoledì 07 febbraio 2024

Prova delle sirene di mercoledì 07 febbraio 2024

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni, in base alle istruzioni dell’Ufficio federale della protezione della popolazione, informa che mercoledì 07 febbraio 2024 è prevista in Ticino la prova annuale di verifica dei dispositivi di allarme alla popolazione. Saranno coinvolte nel test tutte le sirene della Protezione civile installate sul territorio cantonale, che diffonderanno l’Allarme generale e l’Allarme acqua.

Il programma della prova prevede dapprima l’attivazione delle sirene per l’Allarme generale (414 dispositivi); alle 13.30, 13.45 e 13.55 sarà diffuso un suono continuo e modulato, dalla durata di 1 minuto. Ricordiamo che – nell’eventualità di un vero Allarme generale, – la popolazione deve ascoltare la radio, seguire le istruzioni delle autorità e informare i vicini.  

Alle ore 14.20 ed alle ore 15.10, nelle zone a valle degli impianti di accumulazione (dighe), saranno in seguito attivate le sirene per l’Allarme acqua (128 dispositivi). In questo caso saranno diffusi 12 suoni continui e gravi (più cupi rispetto a quelli dell’Allarme generale), in sequenze di 20 secondi a intervalli di 10 secondi, per un totale di 6 minuti. In caso di vero Allarme acqua, la popolazione deve abbandonare immediatamente la zona a rischio e attenersi alle istruzioni delle autorità. Trattandosi di prove di funzionamento del sistema, come di consueto non occorrerà intraprendere misure reali: il test serve a controllare lo stato delle installazioni, esercitare il personale ed informare la popolazione sui comportamenti corretti.  

Il Dipartimento si scusa per eventuali disagi e conta sulla comprensione di tutta la popolazione.  

Con Alertswiss, le informazioni relative alla prova annuale come pure tutte le informazioni e le raccomandazioni in caso di evento sono ora anche disponibili sul sito www.alertswiss.ch o, scaricando gratuitamente la relativa applicazione, le stesse si potranno ricevere sul proprio telefono mobile.  

Allarme acqua – Informiamo che accedendo al sito www.ti.ch/allarmi è possibile consultare i prospetti informativi “Allarme acqua – cosa fare, come reagire”, anche nelle versioni tradotte, come pure creare un affisso personalizzato, dove vengono riportati i punti di raccolta in caso di evento.  

Sottolineiamo inoltre l’importanza di informare dell’evento le categorie più sensibili o che non hanno accesso autonomamente ai canali di informazione. Le informazioni concernenti la prova annuale vengono pubblicate anche sulla pagina web cantonale (www.ti.ch/ucraina) e sul canale Telegram (@ucrainaTi) dedicato alle cittadine e ai cittadini ucraini presenti sul territorio cantonale.   Ulteriori informazioni possono essere consultate sui siti internet www.protpop.ch oppure richieste all’indirizzo di-protpop@ti.ch.

«Acquistare lo stabile è un atto coraggioso»

«Acquistare lo stabile è un atto coraggioso»

Gran Consiglio: in vista della discussione in aula, l’Ordine degli Avvocati prende posizione sulla «cittadella della Giustizia»: «È un’occasione preziosa e molto probabilmente irripetibile» Il presidente Andrea Lenzin: «Non investire avrebbe ripercussioni sulla piazza economica ticinese»

«Gli stabili in cui oggi viene amministrata la Giustizia sono attualmente e da ormai troppo tempo incompatibili con la funziona cui dovrebbero adempiere». In una presa di posizione a pochi giorni dalla discussione in Gran Consiglio, prevista settimana prossima, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati conferma il proprio appoggio all’acquisto dello stabile EFG da parte del Cantone. Sul piatto, come noto, l’Ente pubblico ha messo 76 milioni di franchi per insediare nell’edificio in viale Stefano Franscini la «cittadella della Giustizia». L’attuale sede, secondo l’Ordine, non risponde più alle esigenze professionali del settore. «Dimensioni, struttura logistica e isolamento acustico delle aule di giustizia non garantiscono la tutela della sfera privata degli utenti, né tantomeno quella del segreto professionale cui gli avvocati sono astretti», chiarisce la nota. Inoltre, c’è un altro argomeno critico già emerso più volte durante il dibattito politico: l’arrivo, nel 2026-2027, della riforma «Justitia 4.0». «L’infrastruttura tecnica», prosegue lo scritto, «non è compatibile con l’imminente implementazione, a livello federale, del progetto di digitalizzazione della Giustizia, per non parlare delle situazioni di puro e semplice degrado che rendono a tratti imbarazzante l’immagine dell’apparato giudiziario del nostro Cantone».

«Elemento di attrattività»
La posizione dell’Ordine è netta. E, grazie all’acquisto dello stabile EFG, ne beneficerebbe l’intero cantone. «Un’amministrazione della Giustizia funzionale, efficiente e tecnologicamente aggiornata e dotata di infrastrutture logistiche adeguate, non è solo un elemento imprescinedibile dello stato di diritto: è anche una componente essenziale dell’attrattività del nostro Cantone per chi decide di insediarvi la propria attività o trasferirvi il proprio domicilio». A questo proposito, l’avvocato Andrea Lenzin, presidente dell’Ordine, aggiunge: «Un sistema giudiziario efficace e funzionante è un elemento di attrattività per un investitore. Non si va ad investire soldi in un territorio dove so che la Giustizia non funziona. Non è vero che investire in questo settore non serve a niente. Al contrario: non investire potrebbe avere ripercussioni anche sulla piazza economica ticinese». Per quantoriguarda la digitalizzazione, Lenzin rileva invece che «nei prossimi anni bisognerà comunque investire diversi milioni per approntare la struttura tecnica. Buttarli nell’infrastruttura attuale, è un po’ come spendere 5.000 franchi per far superare il collaudo a un’auto che ha 30 anni. È antieconomico ». Ecco perché, conclude la nota dell’Ordine, l’acquisto dello stabile EFG «è un’occasione preziosa e molto probabilmente irripetibile. Saperla cogliere è un atto di coraggioso, quanto doveroso rispetto per il nostro Cantone».

Lo scontro sarà acceso
La discussione in aula su questo dossier si preannuncia accesa. Basti pensare che solo alcuni parlamentari di PLR, Lega e PS hanno sottoscritto il rapporto di maggioranza senza riserve, mentre diversi granconsiglieri l’hanno firmato con riserva, e quindi porteranno in aula alcune critiche al progetto: come Maurizio Agustoni (Centro), Ivo Durisch (PS), Tiziano Galeazzi (UDC) e Nicola Pini (PLR). Altri, invece, non hanno semplicemente sottoscritto alcun rapporto, come Fiorenzo Dadò, Sabrina Gendotti, Marco Passalia (Centro) e Roberta Soldati (UDC). Senza dimenticare la possibilità non remota che il dossier finisca alle urne tramite il referendum finanziario oppure quello facoltativo.

Articolo pubblicato nell’edizione di sabato 3 febbraio 2024 del Corriere del Ticino

Acquisto EFG: dai… fiumi di parole ora è il momento di passare ai fatti

Acquisto EFG: dai… fiumi di parole ora è il momento di passare ai fatti

Considerazioni di Norman Gobbi alla vigilia del voto parlamentare

Dopo un po’più di quattro anni dalla presentazione da parte del Governo, questa settimana il Gran Consiglio discuterà l’acquisto dell’ex Banca del Gottardo. L’edificio bancario progettato da Mario Botta in centro a Lugano servirà per ospitare per i prossimi 50, 100 anni una parte rilevante (non tutta) degli uffici della Giustizia ticinese che già oggi ha sede per legge a Lugano. “È un investimento di 76 milioni di franchi che permetterà al nostro Cantone di dare finalmente una “casa” al terzo potere dello Stato, la Giustizia. Si sono dette e scritte sin troppe parole sul tema. Sono forse passati anche troppi anni. Ma questa settimana i nostri deputati avranno la possibilità di dire se vogliono permettere alla Giustizia ticinese di avere la soluzione logistica ideale e decorosa. Lo Stato investe per avere un suo importante stabile nel centro di Lugano, facendo in modo di mantenere nel centro della Città 700 posti di lavoro qualificati, occupati da cittadine e da cittadini svizzeri”, afferma il Consigliere di Stato, Norman Gobbi.

In un momento difficile per le finanze cantonali è opportuno spendere questi soldi? “È indispensabile. È dal 2008, ossia ancora prima che io arrivassi al Dipartimento delle istituzioni, che si parla di ristrutturare l’attuale Palazzo di giustizia. Si sono fatti gli approfondimenti del caso ed è stata vagliata ogni possibile soluzione a Lugano, che ha portato nel 2019 a proporre l’acquisto in pieno centro a Lugano di un edificio importante che rimarrà nel tempo a favore della Giustizia, che, lo ricordo, è il potere che permette a una società di crescere sana, nel rispetto delle regole, garantendo a ogni cittadina e a ogni cittadino di essere protetto nei propri diritti. In secondo luogo questo acquisto darà la possibilità di avviare una serie di altri lavori, ripeto, indispensabili per ristrutturare il Palazzo di Giustizia di via Pretorio, oggi in una situazione decadente e agli “sgoccioli” come tempo di vita edificatoria. Interventi che “faranno girare” l’economia, dando lavoro alle nostre aziende, ai nostri artigiani. Non da ultimo, il progetto complessivo – che permette il riuso sostenibile di tre stabili in centro a Lugano, facilmente raggiungibili dai cittadini utenti dei servizi legati alla giustizia – risolve e definisce in modo chiaro la situazione logistica della Giustizia a livello cantonale e permette l’entrata in vigore della giustizia digitale, come richiesto dalla Confederazione entro le tempistiche previste”.

Ma diversi partiti in questi ultimi anni hanno fatto… melina, rinviando le discussioni per anni. “È la politica, e ci dobbiamo quindi confrontare con tali aspetti. Sono però grato a chi negli ultimi mesi ha spinto per giungerne a una, come si dice in buon italiano… Penso ai relatori di maggioranza Matteo Quadranti e Michele Guerra. Ma anche alla maggioranza dei gruppi PLR, PPD, PS, oltre naturalmente alla Lega dei Ticinesi. Mi auguro per finire che la discussione in Parlamento sia improntata su un confronto costruttivo, per il bene dei cittadini e della Giustizia cantonale, con uno sguardo sul futuro, come dovrebbe sempre fare la politica, e non solo sull’immediato”, conclude il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi.

Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 4 febbraio 2024 de Il Mattino della domenica.

Esercito: mancano soldi per miopia politica

Esercito: mancano soldi per miopia politica

La notizia della mancanza di un miliardo all’Esercito non è passata inosservata. Ma le cause non sono da ricondurre a una cattiva gestione finanziaria dei vertici militari, bensì alla miopia politica della Berna federale. Infatti, la situazione a livello di politica di sicurezza sta peggiorando continuamente: i politici federali non garantiscono all’Esercito i fondi sufficienti per gli investimenti previsti nei prossimi anni per avere delle forze armate credibili. Gli appelli al Parlamento federale affinché rispetti il principio costituzionale della difesa nazionale sono rimasti inefficaci, ed è ormai chiaro che mancano circa 11,7 miliardi di franchi svizzeri per raggiungere la capacità di difesa attesa. L’obiettivo dichiarato dell’1% del prodotto interno lordo (PIL) da destinare a favore della difesa entro il 2030 deve essere rivisto e soprattutto applicato politicamente. È necessaria una politica finanziaria che consideri i bisogni di un Paese che deve rimanere libero e sicuro, nel rispetto dei due principi costituzionali – difesa nazionale e freno all’indebitamento.

Attorno a noi i Paesi esteri reagiscono prontamente ai cambiamenti geopolitici: gli Stati aderenti alla NATO hanno infatti l’obiettivo del 2% del PIL a favore della difesa. L’Austria (membro non NATO come la Svizzera) sta raddoppiando la spesa per arrivareall’1,5% del PIL entro il 2027 (attualmente registrano anche loro un 0,7% del PIL per le spese militari, come la Svizzera). Il Bundestag tedesco ha approvato un fondo speciale di 100 miliardi di euro per la Bundeswehr. E in Svizzera? L’Esercito ha dovuto accettare importanti tagli di bilancio in passato, le cui gravi lacune di capacità tecnico-militare stanno diventando evidenti. 24 sistemi principali raggiungeranno la fine della loro vita utile nei prossimi anni e dovranno essere sostituiti. Se la Svizzera esitasse, ci sarebbero lacune a livello di sistemi d’armamento, un aumento dei costi aggiuntivi per prolungare i sistemi ormai desueti, un’attesa prolungata per l’acquisto di nuovi sistemi e un gap di sicurezza preoccupante per il nostro Paese.

Sappiamo che la Confederazione deve riequilibrare le finanze. Ma come? Tenendo conto dei due principi costituzionali (difesa nazionale e freno al debito), il Parlamento e il Consiglio federale devono trovare un modo per recuperare risorse a favore dell’esercito nel bilancio finanziario. La sicurezza del Paese non deve essere messa in pericolo! È quindi tempo che la Confederazione stabilisca delle priorità.

Una delle priorità più importanti deve essere quella di garantire che l’Esercito sia nuovamente in grado di difendersi e di adempiere al suo mandato costituzionale di difesa nazionale. Ne va del nostro Paese, ne va della nostra libertà armata.

Norman Gobbi, Consigliere di Stato e vicepresidente Alleanza Sicurezza Svizzera

Opinione pubblicata nell’edizione di sabato 3 febbraio 2024 del Corriere del Ticino

La casa della Giustizia e i soldi dei cittadini

La casa della Giustizia e i soldi dei cittadini

L’acquisto dello stabile EFG e una soluzione che attende da troppo tempo

Dello stato di salute del Palazzo di Giustizia di Lugano si parla e si scrive da quasi vent’anni. Nelle scorse settimane alla questione abbiamo dedicato un reportage che ha permesso di mostrare e descrivere l’inadeguatezza della struttura, degli spazi e della tecnologia (termine in realtà improprio), con dettagli oltre il limite della decenza e ridicolmente risibili come l’orologio alla parete sprovvisto ormai delle lancette. Il tempo dietro le mura esterne, grigie e segnate dalle intemperie e dall’usura che fa soffrire ogni stabile datato e dimenticato da tutti, non è solo inesorabilmente trascorso. Si potrebbe dire che si è fermato, ostaggio di una classe politica che si è dimostrata incapace di guardare oltre la punta del proprio naso, troppo presa nel cavillare per frenare un investimento che andava fatto anni fa e per il quale oggi si è giunti al punto limite senza sul tavolo una vera scelta bensì una via obbligata: l’acquisto dello stabile EFG in centro a Lugano, storicamente la Banca del Gottardo in quel sontuoso puzzle di palazzi che il trascorrere del tempo non ha intaccato a livello di prestigio. In via Pretorio il decoro è da considerare «questo sconosciuto» e la descrizione di alcuni spazi da parte di un magistrato incrociato pochi giorni fa in città è impietoso: «Nel mio ufficio ormai da tempo funziona solo un riscaldamento su due e quello che scalda fa un rumore che nessuno è stato in grado di identificare e riparare. Delle due tapparelle, una è rotta. E la toilette ormai da anni ha i riscaldamenti guasti. Inoltre, quando erano in corso i lavori di ristrutturazione del grande magazzino in via Pretorio fungeva da toilette pubblica essendo facile entrare a Palazzo di giustizia». Si potrebbe ironizzare sul Palazzo di Giustizia come vespasiano per viandanti, ma soprassediamo. La questione è troppo seria, troppo calda e troppo attuale per lasciarsi trascinare in battutine da osteria.

La prossima settimana il Gran Consiglio sarà chiamato a determinarsi su un dossier che da troppi anni è sul tavolo e sarà sottoposto alla prova del fuoco. Il paradosso è che tutti riconoscono il degrado della sede attuale, tutti sono coscienti che così non si può proprio andare avanti, ma una parte considerevole di questi «tutti» si adopereranno per impedire la sola possibilità che oggi è sul tavolo. Il tergiversare per anni non ha prodotto alternative da paragonare e sulle quali poter decidere ponderando vantaggi e svantaggi, ma ha lasciato acceso un solo lumicino, quello dello stabile EFG, come l’ultimo appiglio per compiere un passo in avanti. La volontà di creare una cittadella della Giustizia per riunire diversi rami dell’apparato della Giustizia sotto lo stesso tetto e fare in modo che questa trovasse posto in centro a Lugano ha portato a focalizzare l’attenzione sul palazzo in questione. E veniamo al nodo che sta venendo al pettine, la pietra d’inciampo sulla quale i contrari (sempre coloro che ritengono inadeguata la sede attuale) faranno leva per fare in modo che si torni ai piedi della scala. Sì, perché opporsi oggi non permetterà di usare la bacchetta magica domani ed essere pronti dopodomani. Il prezzo dello stabile ammonta a 76 milioni di franchi, dopo che una precedente trattativa lo aveva fissato a 80, ma negli ultimi mesi è stato applicato uno «sconto».

È il prezzo giusto? Su questo non ci si può improvvisare periti, occorre fidarsi delle valutazioni fatte, come accade ogni volta che si acquista un immobile. Vale per lo Stato e vale per un privato. C’è poi il capitolo della ristrutturazione degli spazi che in futuro ospiteranno il terzo potere del nostro ordinamento democratico. A conti fatti la futura cittadella costerà un po’ più di 200 milioni spalmati su diversi anni. Solo un paio di settimane fa il Parlamento ha stanziato un credito quadriennale di 195 milioni per le nostre strade. Stentiamo a credere che ciò che è possibile per cordoli e asfalto fonoassobente risulti impossibile per la nostra Giustizia che attende almeno dal 2008, anno in cui si era iniziato a discutere del degrado di quello che è uno dei palazzi nello stato peggiore nel centro di Lugano. Ma su tutto quanto pende anche l’incertezza del voto popolare. In aula ci sarà chi tenterà la via del referendum finanziario e, in caso di insuccesso, resta possibile la raccolta delle firme. Oggi c’è la possibilità di fare un passo avanti dal profilo logistico, informatico e compiutamente da quello tecnologico. La Giustizia non può più attendere i capricci e le lotte intestine della politica, investire in quel comparto non significa sperperare i soldi dei cittadini.

Il Palazzo EFG è «troppo bello o sontuoso» per l’apparato giudiziario? Non lo crediamo. È certamente importante, rappresentativo e trasmette autorevolezza. È una vera casa che non farà acqua alla prima pioggerella, con strutture dignitose e veri sistemi di sicurezza. Sono soldi ben investiti per un valore certo in un comparto strategico di Lugano dopo troppi anni di paralisi.

Editoriale di Gianni Righinetti pubblicato nell’edizione di giovedì 1 febbraio 2024 del Corriere del Ticino