“Ottimo lavoro della Polizia nel 2019”

“Ottimo lavoro della Polizia nel 2019”

Nelle ultime settimane con i rigidi controlli alle frontiere la criminalità è scomparsa
Aumentare il grado di sicurezza per i cittadini ticinesi: è questo l’obiettivo che da quando ha preso in mano, nel 2011, il Dipartimento delle istituzioni si era prefissato il Consigliere di Stato Norman Gobbi.
I dati per il 2019 pubblicati all’inizio di questa settimana sono un’ulteriore conferma che l’obiettivo è stato centrato. “Se da un lato – afferma Gobbi – vi è stato un leggero aumento dei reati rispetto al ‘18, dall’altro l’incremento è ben lontano dalla situazione in cui il Cantone versava un decennio fa. Gli sforzi e i mezzi messi in campo hanno prodotto i loro frutti, favorendo il contrasto dei fenomeni criminali. La Polizia cantonale lo scorso anno ha registrato 19’877 reati (esclusi quelli alla Legge federale sulla circolazione stradale), ossia un aumento del 4.9% rispetto al 2018. Ma nei confronti del 2012 i furti con scasso sono scesi del 55%, le rapine del 62%, i reati alla Legge stradale del 58%. Con poche differenze, questo trend interessa tutti i distretti cantonali. Inoltre è notevole la percentuale in cui i casi sono stati risolti. Se parliamo di tutti i reati contemplati nel codice penale il dato si fissa al 45.8%, ma nel 2019 è anche maggiore per i casi più gravi come gli omicidi (100%) e le rapine (61.8%)”.
“Alcuni fatti di cronaca del 2019 – sottolinea il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi – hanno portato l’autorità politica e la società civile a interrogarsi sulle soluzioni da implementare per contrastare fenomeni non più abituali. Per impedire a bande che giungono in Ticino di effettuare furti in serie o di assalire portavalori e bancomat, occorre mettere in campo la professionalità di gendarmi e inquirenti che contraddistingue la Polizia cantonale. Caratteristica questa che negli anni ha permesso di assicurare alla giustizia numerosi rapinatori e ladri tanto da raggiungere tassi di risoluzione dei reati al di sopra della media Svizzera”.
“Il futuro sarà sempre più improntato nel contrasto della media e grande criminalità nonché dai tentativi d’infiltrazione della criminalità organizzata. Casistiche che ci porranno di fronte a problematiche impegnative da risolvere e che vedranno i servizi maggiormente interconnessi a livello nazionale e internazionale. In particolare per quanto riguarda i reati economici sempre più complessi e i reati informatici sempre più sofisticati. Intanto, la grave crisi generata dalla diffusione del virus Covid-19 con le relative misure adottate dal Consiglio di Stato e dalla Confederazione hanno sostanzialmente eliminato quasi tutti i reati sul nostro territorio, grazie anche al forte controllo esercitato alle frontiere. È una magra consolazione, certo, ma anche un dato di fatto”, conclude il consigliere di Stato Norman Gobbi.
Corona-Helden – gefeiert und ausgenutzt?

Corona-Helden – gefeiert und ausgenutzt?

Intervento nella puntata di venerdì 27 marzo 2020 della trasmissione Arena/SRF

https://www.srf.ch/sendungen/arena/corona-helden-gefeiert-und-ausgenutzt

(dal minuto 9.00)

Das Coronavirus hat die Schweizer Wirtschaft infiziert: Arbeitnehmer bangen um ihre Löhne, Unternehmen geraten in finanzielle Schwierigkeiten. Für sie hat der Bundesrat ein gigantisches Hilfspaket geschnürt. Aber was ist mit jenen, die nicht nur arbeiten können, sondern sogar müssen?

Während der Grossteil der Schweiz stillsteht, viele im Home-Office arbeiten oder von Kurzarbeit betroffen sind, laufen die stillen Heldinnen und Helden am Limit: Pflegepersonal, Kassiererinnen oder Lastwagenchauffeure. Sie haben nicht nur mit Ausfällen in den eigenen Reihen und steigender Arbeitslast zu kämpfen, sondern riskieren durch den häufigen Kontakt zu anderen Leuten tagtäglich ihre Gesundheit. Für manche Spitalabteilungen hat der Bundesrat sogar angeordnet, dass Arbeits- und Ruhezeiten nicht mehr eingehalten werden müssen. Wird den Menschen an der Front zu viel zugemutet? Oder ist es in solchen Krisenzeiten selbstverständlich, dass alle tun, was sie können, um Schlimmeres zu verhindern?

Gleichzeitig wird landauf, landab verkündet, man solle doch bitte zuhause bleiben – oder zumindest den geforderten Abstand einhalten. Das aber ist auf vielen Baustellen kaum möglich. Das Tessin hat deshalb einen Baustellen-Stopp angeordnet, wurde aber vom Bundesrat zurückgepfiffen. Sollen Baustellen nun in der ganzen Schweiz geschlossen werden? Oder wären die Folgen so gross, dass die Gesamtwirtschaft unverhältnismässigen Schaden nehmen würde?

Auch wenn der Bundesrat in Rekordtempo ein Hilfspaket für die gebeutelte Wirtschaft aufgegleist hat, stellt sich die Frage: Ist damit alles abgedeckt? Oder fallen noch Menschen durch die Maschen? Und: Bekommen die Schweizer Banken, die das Hilfsprogramm unterstützen, damit ein neues Image in der Bevölkerung?

Zu diesen Fragen begrüsst Sandro Brotz in der «Arena»:

  • Monika Rühl, Direktorin Economiesuisse
  • Vania Alleva, Präsidentin Gewerkschaft Unia
  • Thomas Matter, Nationalrat SVP/ZH und Bankunternehmer
  • Cédric Wermuth, Nationalrat SP/AG

Zugeschalten:

  • Norman Gobbi, Regierungsrat Lega/TI
  • Ursi Barandun Schäfer, Pflegeexpertin Intensivstation Universitätsspital Basel
  • Ueli Mäder, emer. Professor für Soziologie
L’aggregazione Val Mara prosegue senza Bissone

L’aggregazione Val Mara prosegue senza Bissone

Comunicato stampa

Dando seguito alla volontà dei comuni coinvolti, il Consiglio di Stato ha deciso l’esclusione del Comune di Bissone dal progetto di aggregazione con Arogno, Maroggia, Melano e Rovio. La procedura prosegue nel comprensorio dei quattro comuni e lo studio di aggregazione verrà adattato e aggiornato di conseguenza.

Il progetto aggregativo “Val Mara” è stato inizialmente avviato per volontà dei municipi di Arogno, Maroggia, Melano e Rovio, che nel novembre 2017 hanno presentato istanza di aggregazione, accolta dal Consiglio di Stato. Allora Bissone aveva deciso di non aderire allo studio, scelta rispettata dagli altri comuni e dal Governo.
In un secondo tempo il Municipio di Bissone ha cambiato orientamento, presentando istanza aggregativa con Arogno, Maroggia, Melano e Rovio, che il Consiglio di Stato, con l’accordo dei comuni, ha accolto il 22 agosto 2018.

L’apposita Commissione di studio ha allestito il proprio rapporto, presentato in fase di elaborazione ai rispettivi Consigli comunali e in cinque serate informative destinate alla popolazione.
Il rapporto finale è stato sottoscritto dalla Commissione il 9 dicembre 2019 e poi sottoposto ai Consigli comunali per il preavviso previsto dalla Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni (LAggr). Lo scorso 20 gennaio 2020 i cinque consigli comunali hanno discusso il rapporto e in seguito hanno preso posizione i rispettivi municipi. Il 14 febbraio 2020 l’intero incarto è stato trasmesso al Governo.
Da quest’ultimo risulta che il rapporto della Commissione di studio è stato preavvisato

  • favorevolmente dai consigli comunali di Arogno (18 sì, 1 no, 0 astenuti), Maroggia (16-4-0), Melano (20-1-0) e Rovio (12-6-1) e dai rispettivi Municipi,
  • negativamente dal Consiglio comunale di Bissone (4 sì, 13 no, 2 astenuti) e dal rispettivo Municipio.

Inoltre, il Consiglio comunale di Bissone, in aggiunta al preavviso a larga maggioranza contrario, ha adottato la seguente risoluzione politica:
Il Consiglio comunale, alla luce dello schiacciante risultato scaturito oggi dalla votazione, contrario all’aggregazione, chiede al Municipio di Bissone d’intraprendere i passi necessari nei confronti della Commissione di studio e del Consiglio di Stato, affinché il Comune di Bissone venga escluso dal progetto aggregativo e quindi dalle ulteriori fasi della relativa procedura, conformemente all’art. 6 cpv. 2 della Legge sulle aggregazioni e separazioni dei Comuni”.
Da parte loro, i municipi di Arogno, Maroggia, Melano e Rovio hanno chiesto al Consiglio di Stato di poter proseguire la procedura limitatamente ai loro quattro comuni, così come era stata avviata in origine.
Conformemente all’indirizzo di voler possibilmente privilegiare le scelte dei comuni in materia di aggregazioni e dando seguito alle richieste dei comuni, il Consiglio di Stato ha quindi deciso di far proseguire il progetto aggregativo senza Bissone, essendo riunite le condizioni di legge.
I rappresentanti di Arogno, Maroggia, Melano e Rovio nella Commissione di studio dell’aggregazione – sindaci e segretari comunali (con ruolo tecnico) – sono stati confermati come proposto dai rispettivi municipi e la Commissione è stata incaricata di adattare lo studio aggregativo al comprensorio dei quattro comuni per poi trasmetterlo al Consiglio di Stato.
La procedura aggregativa continua pertanto senza il Comune di Bissone, così come richiesto dalle autorità comunali.

“Wir sind in dieser Krise zwei Schritte voraus”

“Wir sind in dieser Krise zwei Schritte voraus”

Da www.tagesanzeiger.ch

Staatsrat Norman Gobbi (Lega) will verschärfte Massnahmen beibehalten.

Der Bundesrat wollte sich am Mittwoch nicht festlegen, ob die Kantone mehr Entscheidungsspielraum erhalten sollen. Sie aber fordern dies. Frustriert?

Nein, es ist nur aufgeschoben. Der Entscheid, glaube ich, wird am Freitag in unserem Sinne ausfallen.

Was aber, wenn Bern sich trotz allem anders entscheiden sollte und die Zügel eng hält?
Wir würden den Dialog noch schärfer führen.

Anders gesagt: Sie würden die totale Konfrontation suchen. Das Bundesamt für Justiz hat ja bereits mit einem Rechtsgutachten geantwortet und das Tessiner Vorpreschen als gesetzeswidrig taxiert.
Wir haben diesen Brief zur Kenntnis genommen – mit einem schlechten Gefühl. Und man könnte ja mit einem anderen Rechtsgutachten auf ein solches Schreiben antworten.

Vom Tessiner Sonderweg, Baustellen zu schliessen und über 65-Jährigen den Lebensmitteleinkauf zu verbieten, wollen Sie sich also partout nicht abbringen lassen?
Wir wollen doch alle das Gleiche: die Bevölkerung schützen und möglichst rasch diese Krise über- stehen. Aber Bundesbern und ei- nige Deutschschweizer Kantone sind skeptisch gegenüber unse- ren Massnahmen. Ich verstehe das. Wenn es einen nicht direkt stark betrifft, ist es schwierig zu verstehen.

Aber?
Wir sind der Kanton mit den meisten Corona-Ansteckungen pro 1000 Einwohner, sehr nahe am Krisenherd Norditalien. Wir müssen in Grenzorten wie Chias- so nur rüberschauen und sehen, was läuft: nämlich gar nichts mehr, niente, alles chiuso. Wir sind also in dieser Krise der Deutschschweiz zwei Schritte voraus. Was bei uns passiert, wird spätestens in zwei Wochen auch in der Deutschschweiz sein.

Müsste die Schweiz jetzt nicht geeinter auftreten?
Natürlich! Aber das heisst nicht, dass alle Kantone die gleichen Bedürfnisse haben zum genau gleichen Zeitpunkt. St. Gallen und Tessin zum Beispiel, die Lage ist bei beiden zurzeit ein- fach unterschiedlich.

Wie ist denn die Lage zurzeit im Tessin?
Sie ist ernst. Aber wir sind bereit. Alle halten zusammen.

Das heisst, alle unterstützen den Entscheid der Regierung, die meisten Baustellen zu schliessen und die Wirtschaft noch weiter zu bremsen?
Das war kein Top-down-Ent- scheid, das muss ich klar festhal- ten. Alle Parteien unterstützen uns, auch die Sozialpartner, also die Gewerkschaften, aber auch der Baumeisterverband.

Wenn man sich aber umhört, sind nicht alle Betriebe gleichermassen auf dieser Linie. Öffentlich will sich aber niemand dazu äussern.
Solches ist mir nicht zu Ohren gekommen. Wir wollen aber im Dialog mit allen stehen, mit unseren Leuten. Die Signale, auch von der Bevölkerung sind klar: chiudere, schliessen. Und um zurück zu den Baustellen zu kommen: Es wird für viele Be- triebe immer schwieriger, Mate- rial zu bekommen. Vieles kommt aus Italien, und die Lieferkette reisst langsam ab.

Was können Sie über den seelischen Zustand Ihres Kantons sagen?
Vor ein, zwei Wochen hatten die Leute Angst. Das muss man zu- geben. Nun sind sie ruhiger. Und man darf nicht vergessen, dass die Tessiner daran gewohnt sind, in einem Labor zu leben.

Was meinen Sie mit Labor?
Das Tessin nahm schon oft früh gewisse Entwicklungen vorweg: Lohndumping, die Freizügigkeit. Und nun das Covid.

 

 

 

 

Il Governo si prenderà la responsabilità delle misure

Il Governo si prenderà la responsabilità delle misure

Da www.ticinonews.ch

In Ticino si aspetta il sostegno di Berna, ma il Governo è pronto a continuare da solo

“Ci aspettavamo possibilmente una prima risposta già oggi, ma è anche vero che siamo in contatto da ieri con il Consiglio federale”, ha detto il consigliere di Stato Norman Gobbi in diretta al TgSpeciale di Teleticino. “Dobbiamo trovare nel dialogo una soluzione. Noi ci assumiamo la responsabilità di tenere in vigore le misure prese dal Canton Ticino. Il resto della Confederazione deve comprendere che il Canton Ticino si trova avanti circa due settimane nella diffusione della malattia”, ha spiegato il direttore del DI. L’Ufficio federale di giustizia ha espresso un parere giuridico che sostiene l’illegalità delle misure ticinesi, ma Gobbi ha spiegato come il Consiglio di Stato potrebbe proporne uno proprio che sosterrebbe la liceità delle stesse. “Una situazione particolare e straordinaria richiede risposte particolari e straordinarie”, ha spiegato.

Ma sarà possibile ricucire lo strappo con la Confederazione? ”Dipenderà dalla risposta che arriverà venerdì dalla Berna federale”, ha detto Gobbi, “servono delle finestre di crisi in modo che localmente si possano prendere misure diverse da quelle nazionali”. Ma se la risposta fosse invece un no? Chi potrà aiutare le aziende chiuse? “Se non vi sarà la tutela da parte della Confederazione, il Consiglio di Stato si prenderà pienamente la responsabilità di questa decisione”, ha concluso Gobbi. Insomma, il Canton Ticino sembra disposto a mantenere la sua linea anche mettendo la mano sul portafogli.
Sullo stesso tema si sono espressi, sempre in diretta a Teleticino, i rappresentanti ticinesi a Berna. “Anch’io mi aspettavo una risposta”, ha detto il consigliere nazionale Fabio Regazzi. “Ma penso che sia una questione formale più che di sostanza. L’impressione è che non abbiano alternative a concedere una certa autonomia al Ticino”. Marco Chiesa, consigliere agli Stati, ha invece definito “ponziopilatesca” la posizione odierna del Consiglio federale. “Hanno deciso di non decidere. Io avrei voluto sentire un grande sì da parte del Consiglio federale”, ha detto il senatore. “Deve essere la Confederazione a fare un passo indietro, non certo il Canton Ticino a farlo. In Ticino ci sono oltre 1’300 infettati, la soluzione è solo che il Consiglio federale comprenda le misure del Canton Ticino e dia il via libera senza penalizzarlo”.

Coronavirus: le decisioni del Governo restano in vigore

Coronavirus: le decisioni del Governo restano in vigore

Comunicato stampa

Il Presidente del Consiglio di Stato è stato informato dalla Presidente della Confederazione che il Consiglio federale non ha ancora preso una posizione definitiva in merito alle misure attualmente in vigore in Ticino per regolare le attività economiche.

Il Governo cantonale saluta positivamente la volontà del Consiglio federale, comunicata oggi in conferenza stampa dal Consigliere federale Alain Berset, di trovare una soluzione concordata con il nostro Cantone che tenga debitamente in considerazione la situazione eccezionale, particolarmente critica e attualmente senza eguali del Ticino all’interno del contesto generale del nostro Paese. Una situazione, questa, dovuta all’avanzamento precoce dell’ondata epidemica in Ticino rispetto al resto della Confederazione.

Il Consiglio di Stato rimane fiducioso che il Consiglio federale, con il quale i contatti sono regolari e costanti, saprà comprendere le decisioni prese dal Governo del Canton Ticino per tutelare tempestivamente e adeguatamente la salute della propria popolazione.

In attesa, a breve, di una presa di posizione definitiva, il Consiglio di Stato ribadisce che le misure decise rimangono in vigore.

Diese 5 Fehler machte die Schweiz bei ihrer Corona-Politik

Diese 5 Fehler machte die Schweiz bei ihrer Corona-Politik

Da www.watson.ch

https://www.watson.ch/schweiz/analyse/801221520-coronavirus-diese-5-fehler-machte-die-schweiz

Zu wenig Beatmungsgeräte, langsame Zahlen, Bundesrat pfeift Kantone zurück: Viele Probleme der Schweizer Coronavirus-Politik sind hausgemacht. Eine Analyse über eine Epidemien-Politik, die zu wenig zuhört.

Eigentlich sahen es viele kommen. Seit Jahren erstellen die Bundesbehörden Berichte, in denen die «Top-Risiken» der Schweiz untersucht werden. Die Pandemie stand jeweils immer wieder in den oberen Rängen. Die Gefährdungsanalysedes Bundesamtes für Bevölkerungsschutz aus dem Jahr 2015 liest sich heute wie eine übertriebene Zukunftsvision, die das beschreibt, was die Schweiz derzeit erlebt.

 

1. Ungenügende Vorbereitung
Die Gefahr des überlasteten Gesundheitswesens ist ein Punkt auf der Liste. Vor fünf Jahren hiess es in der Gefährdungsanalyse: «Die entstandenen Engpässe können auch durch den Einsatz pensionierter Ärzte und Medizinstudenten nicht vollständig kompensiert werden.»
Der Engpass wird durch drei Faktoren beeinflusst: Personal, Medizinalprodukte wie Geräte oder Medikamente und die Anzahl Betten. Thomas Zeltner, der ehemalige Direktor des Bundesamtes für Gesundheit, untersuchte in einem Gutachtenaus dem Jahr 2018, wie gut die Schweiz auf diesen Engpass vorbereitet ist. SRF berichtete erstmals über seine warnende Analyse.£
Der ehemalige BAG-Chef schätzte damals, dass der Schweiz rund 4250 Spitalbetten fehlen würden. Die Kantone haben es laut seinem Bericht versäumt, die Reservekapazitäten für Notlagen miteinzuplanen. Zum gleichen Schluss kommt Zeltner bei Medikamenten, Medizinprodukten und Labormaterialien: Die Kantone haben die Forderung nach Minimalreserven bislang «nicht oder nur unvollständig umgesetzt».

2. Schlechter Informationsfluss
Fehlen Spitalbetten oder die dringend benötigten Beatmungsgeräte, dann kommt es auf jedes einzelne darauf an, das noch verfügbar ist. Wie ernst die Lage ist, erzählte vergangene Woche ein kantonaler Gesundheitsdirektor im Hintergrundgespräch mit watson: Das Personal sei am Wochenende mit Strichli-Listen in Spitälern unterwegs gewesen, um Betten und Beatmungsgeräte zu zählen.
Wie viele Beatmungsgeräte tatsächlich verfügbar sind, wusste in der Schweiz zumindest bis vor einigen Tagen niemand. In den Spitälern wurde die Anzahl auf bis zu 850 geschätzt. Wie viele die Armee hat, ist unklar. Raynald Droz, Stabschef Kommando Operationen der Armee, sagte jedoch: «Nicht genug.»
Die Informationslage änderte sich erst letzte Woche. Die Kantone müssen seither ihr Inventar dem Bund melden.
Der schlechte Informationsfluss herrschte auch bei der wichtigsten Zahl, um als Staat strategisch eine Epidemie bewältigen zu können: Die Anzahl der Infizierten. Die Meldungen von Ärztinnen und Ärzten kamen teilweise per Fax an. Die grosse Menge an Daten überforderte die Bundesbehörden, dass sie erst nach längerer Verzögerung «à jour» waren, wie der Infektionsstand in den Kantonen ist. Schnellere, digitalere Lösungen wurden dabei vor Jahren gefordert.

3. Kantönligeist
Defizite in der Schweizer Epidemienbewältigung zeigten sich auch, nachdem der Bundesrat die besondere Lage ausgerufen hatte. Die Kantone mussten das Verbot von Versammlungen von über 1000 Personen konkretisieren und vollziehen. Was aber vor Ort passierte, glich einem Flickenteppich.
Föderalistisch wie die Schweiz ist, gingen manche Kantone weiter und führten neue Verbote ein. Andere wiederum blieben bei der Zahl von 1000 – selbst dann, als der Bundesrat ausloten wollte, ob man diese Zahl senken soll. Als die Landesregierung das Versammlungsverbot verschärfen wollte, sprach sich nur der «allergrösste Teil der Kantone» dafür aus, teilt die Gesundheitsdirektorenkonferenz auf Anfrage mit. Sprich: Einzelne Kantone waren dagegen oder enthielten sich.

4. Machtdemonstration
Die Korrektur des Kantönligeistes kam mit der ausserordentliche Lage. Der Bundesrat übernahm die Führung und beschloss am 16. März in Eigenregie die nächste epidemiologische Stufe, womit neue, klare, schweizweite Lockdown-Massnahmen kamen. Die Kantone wurden auch hier angehalten, Folge zu leisten und die neuen Verbote und Erlasse zu vollziehen.
Auch das ging nicht ohne Kantönligeist. Die Gründe waren alle im Einzelfall verständlich: Der Kanton Uri beschloss für Seniorinnen und Senioren eine «Ausgangsbeschränkung», weil diese sich nicht an das Social Distancing hielten. Genf, Waadt und das Tessin schlossen aus demselben Grund alle Baustellen. Der Bundesrat pfiff die Kantone zurück und sagte, dass das Bundesrecht auch in Altdorf, Genf, Lausanne und Bellinzona zu befolgen sei.
Dass solche Konflikte drohen würden, war den Behörden schon im August 2018 bekannt. Ein juristisches Gutachten zur «besonderen Lage» stellte damals fest, dass eine «enge Zusammenarbeit zwischen Kantonen und Bund beim Vollzug der vom Bund angeordneten Massnahmen nötig, wenn nicht unabdingbar» sei.

5. Fehlende Zusammenarbeit
Diese «enge Zusammenarbeit» gibt es aber bis heute nicht. Die Anhörung der Kantone, die es in der «besonderen Lage» formell gab, wurde mit der Ausrufung der ausserordentlichen Lage abgeschafft. Gesprochen wird nur noch informell miteinander, wenn der Bundesrat zum runden Tisch einlädt. Oder untereinander, wie watson etwa von Zentralschweizer Kantonen erfuhr.
In einer solchen Situation passiert jedoch das, was epidemiologisch in den vergangenen Jahren schief lief: Expertinnen vom Fach und Mahner vor Ort müssen dafür kämpfen, Gehör zu finden. Das erlebt derzeit auch das Tessin. «Wir sind immer zwei Schritte voraus im Kampf gegen Covid», sagte der Tessiner Staatsrat Norman Gobbi.(video)
Ähnlich klingt es von seinem Kantonsarzt Giorgio Merlani: «Wir sind euch etwa eine Woche voraus, lernt aus unserem Beispiel.» Er appellierte deshalb an die restliche Schweiz, diese Zeit zu nutzen. Diese Worte sollen sich der Bund und die Kantone zu Herzen nehmen.

In prigione, più soli che mai

In prigione, più soli che mai

Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 25 marzo 2020 del Corriere del Ticino

Annullate buona parte delle attività lavorative e, soprattutto, le visite dei familiari – Il direttore: «È la misura che ho preso più a malincuore»
Detenuti e personale uniti per non fare entrare il virus: «Gli ospiti hanno dimostrato un senso di responsabilità che è andato oltre ogni mia aspettativa»

«La situazione è cambiata in modo drastico». Sono parole di Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie ticinesi. È a lui che ci siamo rivolti per capire come l’emergenza coronavirus ha cambiato le giornate all’interno delle prigioni.
Il carcere infatti, nonostante sia per antonomasia un luogo di isolamento (dall’esterno), non è rimasto immune all’emergenza e in queste settimane ai detenuti (tra cui al momento non si registrano casi di positività al virus) sono stati imposti sacrifici. «La situazione – spiega Laffranchini – viene monitorata costantemente dal nostro servizio medico. Siamo in ogni caso pronti sia dal profilo logistico, sia da quello procedurale, a gestire l’epidemia nel caso in cui dovesse diffondersi.
Per preservare il personale, abbiamo inoltre messo in atto anche da noi le misure varate dal governo, limitando le attività (e conseguentemente le risorse necessarie) all’indispensabile e prevedendo la possibilità, per parte del personale, di lavorare da casa tenendosi pronto a raggiungere il posto di lavoro entro sessanta minuti».

Niente visite, ma più ore d’aria
Ma come è mutata la vita dei detenuti? «La situazione è cambiata in modo drastico, e la necessità di preservare la popolazione carceraria dal contagio mi ha purtroppo costretto a sospenderne alcuni diritti. I congedi verso l’esterno e ogni tipo di visita sono stati sospesi, quando normalmente ogni detenuto beneficia, in regime normale, di 7 ore di colloquio mensili. Ammetto che questa è stata la misura che ho preso più a malincuore, in quanto la risocializzazione dei detenuti passa dal mantenimento delle relazioni e dei propri contatti sociali. Ogni detenuto vive inoltre la stessa situazione del resto della popolazione, con parenti, anche vulnerabili e anziani, che ora non può più vedere o incontrare, una situazione che ne accresce la preoccupazione». Ma c’è di più. «Anche gran parte delle attività lavorative e tutte le formazioni sono state sospese, sia per l’impossibilità di garantire il concetto di distanza sociale, sia per mancanza di lavoro; riverbero del blocco di gran parte delle attività produttive deciso dal Governo. Non vi sono per contro state limitazioni alla libertà di movimento dei detenuti. Anzi, la stessa è stata ampliata. Questo per estendere la superficie di movimento e ridurre la densità delle persone, nel rispetto sempre del concetto di distanza sociale».

«Ho riscontrato maturità»
È dunque un periodo di detenzione più duro (anche solo dal punto di vista psicologico) del solito? «Per i motivi che ho accennato in precedenza, e per l’inattività forzata e l’impossibilità di intrattenere contatti di persona con i propri cari, la situazione per i detenuti non è affatto semplice. Eppure ho riscontrato una maturità, una presa di coscienza e un senso di responsabilità che è andato oltre ogni mia aspettativa. La crisi sta in qualche modo unendo popolazione carceraria e personale, che solidalmente si sentono unite nel tentativo di preservare le strutture dal contagio o, anche se questo dovesse avvenire, nel gestirlo nella calma e con responsabilità. Questo è stato possibile grazie a un dialogo continuo con l’insieme dei detenuti, ed è qualcosa che mi serve da insegnamento per il futuro. La gestione della quotidianità di un carcere non forzatamente deve essere comunicata tramite una circolare interna, ma può essere, nel limite del possibile, condivisa: anche in situazioni normali, le scelte gestionali più drastiche, se spiegate compiutamente e dovutamente, rispondendo immediatamente ai dubbi dei detenuti, potrebbero venir comprese e rispettate più responsabilmente».

Attaccamento al lavoro
E come stanno reagendo invece gli agenti di custodia? «Stanno dimostrando un attaccamento alla professione che non mi sorprende. Non è la prima volta che, in situazione di crisi, posso contare su collaboratori che danno tutto per il bene delle strutture carcerarie. Alcuni sollevano legittimi dubbi, perplessità e timori, ma grazie al rapporto di fiducia preesistente instauratosi con i superiori, con la direzione, con il servizio medico e con l’Ufficio dell’Assistenza Riabilitativa ne parlano apertamente, dando modo ai vari servizi di fornire loro le necessarie risposte in tempo reale». E per la sezione aperta? Immaginiamo che i detenuti che aveva una possibilità di lavoro esterno oggi non possono più svolgerla. «I congedi verso l’esterno dalla sezione aperta – spiega Laffranchini – sono stati sospesi, mentre chi lavora per un datore di lavoro continua a farlo, sempre che l’attività non sia stata sospesa. Sei detenuti continuano a essere impiegati all’azienda agricola ORTO, in quanto operativa in un’attività considerata essenziale. Occorre però immaginarsi le condizioni della sezione aperta quasi come quelle “domestiche”: a parte l’impossibilità di lasciare l’edificio e di rimanere con i propri cari, i mezzi di comunicazione, la libertà individuale, eccetera fanno sì che le condizioni dei detenuti non si discostino molto dal cittadino comune costretto a rimanere a casa».

“La decisione resta in vigore”

“La decisione resta in vigore”

Da www.rsi.ch/news

Norman Gobbi risponde alle critiche di Berna sulla chiusura delle attività in Ticino: “Dobbiamo preservare la salute pubblica”

Il Canton Ticino è stato bacchettato lunedì da Berna, tramite l’Ufficio federale di giustizia, per la sua decisione di chiudere i cantieri e tutte quelle attività economiche che non offrono servizi necessari alla popolazione. Una decisione che viola le regole federali.

Il Ticino però non intende retrocedere sulla sua posizione: “Il Consiglio di Stato si è confrontato anche oggi su questo aspetto”, ha spiegato alla RSI Norman Gobbi, a Berna per un incontro con i rappresentanti di alcuni cantoni, “e la decisione, presa settimana scorsa e comunicata sabato dal presidente Vitta, resta in vigore: non possiamo in questo momento fare un passo indietro”, prosegue il consigliere di Stato.

“Dobbiamo continuare a preservare la salute pubblica, pur riconoscendo la protezione e il sostegno all’economia e ai salariati, ed è qui la grande preoccupazione. Questa crisi non è breve, non si risolve in una settimana, durerà molto di più, quindi dobbiamo pensare già al domani, al sostegno alle aziende e ai salariati”.

Qualora il Consiglio federale dovesse decidere che le misure decise dal Ticino non sono legali, sarebbe necessario, continua Norman Gobbi di “un dialogo con Berna, per trovare una soluzione”. “Oggi si è parlato molto della necessità di coordinare e lavorare assieme”, conclude Gobbi, “ma evidentemente non con qualcuno che comanda sull’altro ma in maniera paritetica, tra Confederazione e Cantoni”.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/La-decisione-resta-in-vigore-12872792.html