Servizio all’interno dell’edizione di mercoledì 13 novembre 2019 de Il Quotidiano
https://www.rsi.ch/play/tv/redirect/detail/12414639
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Comunicarto stampa
Il Consiglio di Stato ha partecipato oggi all’esercitazione nazionale della rete integrata svizzera per la sicurezza, che si è svolta sull’arco di 52 ore consecutive tra l’11 e il 13 novembre. Il Governo valuta positivamente le attività svolte durante i tre giorni, che hanno confermato la professionalità e la preparazione degli enti incaricati di garantire la sicurezza nel nostro Cantone.
L’Esercitazione della rete integrata svizzera per la sicurezza 2019 (ERSS 19) si è svolta a livello nazionale ed è stata coordinata a livello ticinese dalla Polizia cantonale, con la collaborazione, dove necessario, dei partner attivi nel settore della sicurezza. Dall’11 al 13 novembre, il programma ha coinvolto un totale di circa 70 organizzazioni fra servizi federali, Cantoni, Città e infrastrutture critiche di tutta la Confederazione.
L’esercitazione prevedeva uno scenario sul tema della minaccia terroristica persistente e comprendeva fenomeni criminali che, nella realtà, potrebbero toccare anche il nostro Cantone: fra questi, ad esempio, attacchi a infrastrutture critiche, emergenze sanitarie, pressione alle frontiere e possibili attentati. L’ERSS 19 si poneva l’obiettivo di mettere alla prova le strutture e le procedure di sicurezza in vigore nel nostro Paese, di fronte a una minaccia terroristica persistente. Il dispositivo ha inoltre permesso di esercitare, a più livelli, la struttura di condotta cantonale secondo il nuovo concetto di protezione della popolazione. La nuova impostazione vede, in casi gravi, l’entrata in funzione di Stati maggiori di primo intervento (SMEPI), Stati maggiori regionali di condotta (SMRC) e lo Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC) che nella fase acuta vengono diretti dalla Polizia cantonale e dalla Sezione del militare e della protezione della popolazione (SMPP) nelle fasi di ripristino.
Comunicato stampa
Nella seduta odierna, il Consiglio di Stato ha licenziato il Messaggio volto all’adeguamento della Legge sull’esercizio delle professioni di fiduciario del 1° dicembre 2009 dettato dall’introduzione della Legge sugli istituti finanziari (LIsFi) e della Legge sui servizi finanziari (LSerFi).
Lo scorso 6 novembre 2019 il Consiglio federale ha determinato l’entrata in vigore delle nuove normative volte a migliorare la tutela dei clienti al 1° gennaio 2020. Il Governo cantonale – a seguito della procedura di consultazione svoltasi nel corso dell’estate – ha approvato il Messaggio concernente la modifica della Legge sull’esercizio delle professioni di fiduciario (LFid) del 1° dicembre 2009 che adegua la legislazione cantonale alle normative federali, depennando il regime autorizzativo previsto per i fiduciari finanziari e mantenendo quindi quello previsto per i fiduciari commercialisti e immobiliari.
La presente revisione è stata l’occasione per discutere dell’efficacia e dell’attualità della LFid, una legge nata negli anni ottanta e che costituisce un unicum a livello cantonale in tutta la Svizzera. La consultazione ha permesso di consolidare la necessità di tale normativa che risulta da un lato pienamente coerente con gli sviluppi legislativi federali, dall’altro attuale ancor oggi nel perseguire i suoi scopi di protezione dei clienti, rafforzando la loro fiducia in una piazza economica ticinese che deve continuare ad essere stabile e funzionante, valorizzando altresì i tanti professionisti seri che vi operano.
Oltre agli adeguamenti dettati dal diritto federale, si è proceduto a modificare alcune norme cantonali in base all’esperienza maturata in questi anni dall’Autorità di vigilanza indipendente.
Articolo pubblicato nell’edizione di mercoledì 13 novembre 2019 del Corriere del Ticino
Dopo l’appello di Norman Gobbi ai Comuni della regione il sindaco di Locarno prende posizione sulle fusioni comunali.
Per Alain Scherrer non bisogna più concentrarsi sulla contiguità territoriale perché il pericolo è di chiudersi in una morsa «che rischia di soffocarci».
Un salto di pensiero e di velocità. E un taglio netto con il passato. È quanto chiede il sindaco di Locarno, Alain Scherrer, ai Comuni della regione, prendendo posizione dopo l’intervista nella quale il consigliere di Stato Norman Gobbi ha lanciato un appello affinché attorno al Verbano riparta il discorso sulle aggregazioni. Con un invito: quello che siano i Comuni stessi, dopo le numerose prese di posizione negative sui piani cantonali, a suggerire nuove proposte concrete. Era stato peraltro lo stesso Scherrer a rilanciare di recente la tematica, in occasione della presentazione dei preventivi della Città.
Un’unione di capacità
Sulla tematica generale il timoniere di palazzo Marcacci sottolinea che «l’aggregazione di Comuni non è solo un affare “giuridico”, ma è soprattutto una questione di unire competenze e capacità progettuali. Così facendo, riusciremmo ad essere più attrattivi per chi vuole investire nella regione e potremmo fornire impulsi decisivi alla ripresa economica e ai nostri giovani, che stanno combattendo per un futuro migliore». Per Scherrer, poi, «abbiamo bisogno di fare sistema e di concepire questa nuova fase, valorizzando le innovazioni. Ciò si può ottenere solo con l’unione di più Comuni, avendo così un maggior numero di strumenti a disposizione».
Problemi da risolvere assieme
Il direttore del Dipartimento istituzioni aveva però chiesto proposte concrete ai partner locali. In quest’ambito il sindaco di Locarno lancia un accorato e deciso appello «ai Comuni che fino ad oggi hanno mostrato più resistenza al cambiamento», chiedendo loro di «fare una riflessione più profonda, soprattutto alla luce dell’evoluzione delle problematiche non solo a livello ticinese e svizzero, ma anche a livello mondiale. La questione climatica, giusto per fare un esempio, non può essere risolta in modo frammentario».
Un taglio con il passato
Il ministro aveva poi sottolineato come quello verso una fusione comunale debba essere un processo condiviso e non imposto dall’alto. Una posizione che trova favorevole anche Alain Scherrer. «Condivido l’affermazione che un’aggregazione debba “partire dal basso”, ma sappiamo benissimo che “un po’ più in alto” vi sono politici che non incentivano, anzi a volte scoraggiano, chi vuole costruire un futuro differente per i nostri giovani. Dobbiamo dare un taglio al passato: non si può cercare una condivisione di tutti i Comuni della regione e pensare a un unico Comune da Brissago a Gudo. Oggi è una pia illusione. Bisogna invece provare a dare un nuovo impulso alle aggregazioni, studiando un progetto concreto con chi ci crede davvero, anche se il suo Comune non dovesse confinare direttamente con Locarno».
Il nodo zona industriale
Uno dei nodi che ha pesato sulle ultime proposte avanzate dal Cantone è quello della zona industriale sul Piano di Magadino. Una risorsa importante, contigua ai Comuni della zona, ma in buona parte situata su territorio giurisdizionale di Locarno. Nella sua intervista Norman Gobbi invitava a riaffrontare la questione seguendo nuove logiche. Cosa ne pensa il sindaco della Città? «Si mette in dubbio la permanenza della zona industriale nel Comune di Locarno solo perché è separata dal centro della città – afferma Scherrer – ma la vicinanza, come detto prima, non è la chiave di volta della questione. Ciò che conta per portare avanti la regione è la condivisione di competenze, progettualità e di ampie vedute».
Sguardo oltre l’orizzonte
L’idea è insomma quella che, riavviando finalmente il discorso sulle aggregazioni comunali, non siano solamente i confini giurisdizionali a cadere, ma anche una visione ristretta del territorio. L’invito non è solo a staccare lo sguardo dal proprio orticello, ma di alzarlo anche oltre l’orizzonte, per avere una visione il più ampia possibile.
«Se ci limitiamo a ragionare sulla vicinanza, sulla contiguità di territorio – conclude il sindaco di Locarno – , allora ci rinchiudiamo in una morsa, che rischia di soffocarci. Dobbiamo invece essere capaci di guardare oltre, ragionando sulle competenze e gli strumenti a disposizione. Più sono ampi e meglio potremo lavorare».
Un messaggio chiaro, dunque, quello lanciato ai Comuni della regione. Ora non rimane che attendere per scoprire se qualcuno sarà disposto a rispondere in modo positivo.
Intervista a Matteo Cocchi pubblicata nell’edizione di lunedì 11 novembre 2019 del Corriere del Ticino
Tante soddisfazioni ma anche tante difficili decisioni da prendere, di quelle che fanno restare svegli di notte. Fare il comandante della polizia cantonale è un compito affascinante, soprattutto in anni come questi. Ne abbiamo parlato con il comandante Matteo Cocchi, in un’intervista in cui si parla davvero di tutto e di più.
Qualche settimana fa ha festeggiato i suoi primi otto anni alla testa della Cantonale. Otto anni sono tanti. Ha ancora la forza di andare avanti?
«L’energia e la voglia di fare sono le stesse del 1. ottobre 2011. È vero, otto anni sono tanti, ma i progetti restano molteplici e, soprattutto, si vedono i risultati. Sono dunque ancora a disposizione per questa avventura».
Anni in cui il Corpo è cresciuto. Gli effettivi ora sono sufficienti?
«La risposta del Governo è stata positiva e l’effettivo è stato adeguato secondo le nostre richieste. Ora il compito di chi dirige la Cantonale è rendere ancora più efficaci le forze a disposizione».
La polizia unica è la soluzione?
«Dell’assetto della polizia in Ticino si discute da moltissimi anni, e spesso si sente dire che non siamo pronti per un cambiamento di questo tipo. C’è un gruppo di lavoro che si è chinato sulla tematica e spero che le idee che ne usciranno potranno servire alle istituzioni per decidere quale strada prendere (o, perlomeno, impostare una situazione intermedia). Ma è un cambiamento che dovrà decidere la politica. A noi sul campo toccherà metterlo in pratica. Si può comunque dire che nei rapporti tra Cantonale e Comunali ci sono situazioni da migliorare, e riguardano soprattutto il coordinamento e le sovrapposizioni delle competenze. Prima o poi sarà necessario prendere una decisione chiara e netta».
Eliminando le Comunali, salterebbero anche i loro comandanti…
«È chiaro che determinate figure, e non solo quelle, andrebbero a scomparire. Ma ci sono progetti in Svizzera che hanno funzionato. Non fraintendetemi però, io non sono uno che dice necessariamente sì alla polizia unica. E, in ogni caso, non sarebbe una cosa da fare dall’oggi al domani».
Una parte dei cittadini riconosce alle polizie locali una conoscenza del territorio che magari la Cantonale non ha.
«In realtà la polizia di prossimità la fanno tutti, anche la Cantonale. Ma quando si parla dei rapporti tra Cantonale e Comunali credo sia necessario dire che in futuro occorrerà separare i compiti ed evitare i doppioni. Sapere cosa deve fare la Cantonale e cosa le Comunali. E assicurarsi che questi compiti vengano svolti da tutti in modo efficace, 365 giorni l’anno e 24 ore su 24».
Cambiamo tema. Come sono cambiati i giovani che si iscrivono alla scuola di polizia? C’è vocazione o c’è anche chi la prende come una via di fuga?
«Il Ticino dal punto di vista delle candidature è messo molto bene. Da noi i numeri non mancano. Ogni anno circa 300 giovani si annunciano per la scuola. Ad essere cambiata è la maturità dei candidati che superano tutta la selezione, infatti anche la loro esperienza di vita gioca un ruolo importante. Una volta la maggior parte degli agenti faceva la scuola subito dopo l’apprendistato. Oggi invece molti si iscrivono dopo aver percorso altre strade, magari creando una famiglia. Una maturità che si nota. C’è di sicuro chi tenta di entrare in polizia per ripiego, ma sono situazioni che poi si notano durante le selezioni. E sì, la vocazione c’è ancora».
E la Cantonale come è cambiata?
«È vista meglio rispetto al passato dentro e fuori dai nostri confini. Oggi è riconosciuta a livello svizzero come un’ottima polizia. Ci siamo impegnati molto in questo senso. Io per esempio sono vicepresidente della conferenza dei comandanti e rappresento la Svizzera nel gruppo Atlas (che raggruppa le forze speciali di polizia europee), così come diversi ufficiali sono attivi in gruppi di lavoro a livello nazionale. Ma poi, soprattutto, abbiamo dimostrato con diverse operazioni di essere capaci. Pensiamo all’inaugurazione della galleria di base del San Gottardo nel 2016: una dimostrazione d’efficienza e in cui siamo riusciti, per la prima volta, a condurre un’operazione tra due cantoni con un capo impiego unico».
Un tempo c’erano le correnti e le assunzioni/promozioni fatte con il manuale Cencelli.
«Non so come era prima. Io sono arrivato e ho tentato di instaurare un mio stile di condotta. Quel che ho sempre detto è che quando si parla di carriere non è corretto promuovere qualcuno in base all’appartenenza politica. Sono convinto che per il buon funzionamento dell’istituzione polizia, siano i meriti e le capacità a fare la differenza. In Cantonale il clima è buono. A me piace avere rapporti quotidiani con gli agenti e a volte esco in pattuglia con loro. Pur mantenendo la gerarchia, abbiamo accorciato la distanza tra vertici e base».
Gli agenti sono uomini (e donne) e possono sbagliare. Lei si comporta da «padre» attento e premuroso o è molto severo?
«Il mio compito è di comandare, e in molte situazioni occorre decidere in modo drastico. Quando è possibile cerco il dialogo. Quando la situazione è grave neppure si discute».
E dal lato umano che comandante ritiene di essere?
«Nel Corpo ci sono tanti uomini e donne, persone che vivono la loro vita, con alti e bassi come noi tutti. E capita che vi siano momenti di difficoltà. Ovviamente la giornata storta va capita, ammesso che non si superi il limite».
Ma l’agente rappresenta lo Stato. Occorre quindi inflessibilità, altrimenti il cittadino non riconosce più l’autorità della polizia.
«L’agente che sgarra non la fa franca. Faccio un semplice esempio: se inciampa nelle regole della circolazione verrà “multato” non una, ma più volte. Al Comando arriva la segnalazione su quanto accaduto, viene aperto un procedimento disciplinare e, oltre alla multa, possono quindi esserci ulteriori conseguenze. Proprio perché l’agente deve essere un esempio, siamo più rigorosi».
Però ci sono stati anche poliziotti colti in fallo e poi riassunti.
«Dissento. Alla Cantonale ci sono stati licenziamenti per fatti gravi. Non tocca a me aprire un discorso sulla successiva riassunzione da parte di alcune Comunali. Non mi resta che constatare che toccherebbe semmai a quelle autorità di nomina spiegare la loro scelta (che, convengo, risulta poco comprensibile)».
L’era dei social network pone un problema in più?
«Sì, specie quando a usare i social sono le generazioni che non sono cresciute con questo strumento. Vietare Facebook agli agenti? Non credo sia la soluzione. Però devono ricordarsi di comportarsi bene online, esattamene come nella vita vera».
Intervista pubblicata nell’edizione di lunedì 11 novembre 2019 del Corriere del Ticino
Uno dei temi della campagna elettorale nel Locarnese, rilanciato di recente dal sindaco della Città Alain Scherrer, dovrà giocoforza essere quello delle aggregazioni. La regione è infatti il fanalino di coda del cantone. Ecco cosa dice il direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi.
Il Locarnese continua costantemente a perdere terreno rispetto al resto del cantone. Si dice sempre che le fusioni devono partire dal basso, ma qui si è sempre fermi…
«Con il Piano cantonale delle aggregazioni (PCA) il Cantone ha specificato una visione strategica del Ticino nella sua definizione istituzionale, tenendo conto delle opportunità di sviluppo socio-economico delle varie regioni. Il PCA non vuole e non deve essere visto come un’imposizione dall’alto, nella convinzione che i frutti di un’aggregazione possono essere colti solo se vi è la massima condivisione attorno a un progetto (Willens Gemeinde). Ma soprattutto mi preme sottolineare che il PCA vuole essere uno strumento dinamico. La fotografia contenuta in questo Piano corrisponde al ruolo di Comune economico e di servizio precisato a fine anni Novanta, dove criteri quali il recupero di capacità decisionali, rispetto ai compiti sovra comunali, e di forza finanziaria, volta a sostenerne la progettualità, erano gli elementi costitutivi. Negli ultimi anni, però, si è sviluppato un ampio dibattito sul ruolo attuale del Comune, sempre più visto come garante della qualità di vita residenziale. E qui penso in particolare al risultato emerso dal sondaggio commissionato dalla Sezione enti locali alla fine del 2018, dove la grande maggioranza delle persone interrogate ha individuato proprio nella qualità di vita residenziale il motivo principale per il quale scegliere un comune in cui abitare».
Tra le criticità, che hanno ostacolato lo sviluppo della discussione, l’opposizione a una fusione soprattutto con la città di alcune delle località (Muralto, Minusio e Ascona). Si tratta di ostacoli insormontabili?
«Il timore principale avvertito dalle autorità comunali del Locarnese nel corso della consultazione sul PCA è stato quello di pensare che il Cantone potesse arrivare a imporre le aggregazioni. Le risposte sono state sostanzialmente negative. Ma i Comuni spesso non si sono spinti – purtroppo – al di là del rifiuto. Se il Piano cantonale non è condiviso – e posso comprendere benissimo che dal loro punto di vista non lo sia – mi aspetto che i Comuni stessi arrivino ad avanzare proposte concrete. In questo senso perché non pensare, se tutti i Comuni fossero interessati, di definire in maniera partecipativa con il Cantone nuovi confini comunali? Mi piacerebbe che questo messaggio potesse essere colto, consapevole delle difficoltà e del rischio di sovrapposizioni di molte proposte tra loro. Così facendo ci si potrebbe confrontare apertamente per giungere a risultati diversi da quelli previsti dal Piano cantonale, maggiormente aderenti alle volontà locali».
Dunque l’ipotesi del Comune «Lago», con Ascona, Ronco e Brissago, è ancora ipotizzabile?
«A mio parere lo è. E lo dico proprio alla luce della dinamicità che va attribuita al Piano cantonale delle aggregazioni e alla nuova concezione del ruolo del Comune. Ascona, Ronco e Brissago sono tutti improntati principalmente al turismo. Avremmo una comunità che condivide la stessa vocazione e salveremmo delle vere e proprie perle del nostro territorio, garantendo quella qualità di vita residenziale che i cittadini sembrano privilegiare. Grandi vantaggi con alcune controindicazioni, come la difficoltà di recuperare la piena autonomia decisionale su alcuni compiti svolti in collaborazione con altri comuni del Locarnese».
Nelle ultime ipotesi non è mai stata ben chiara la collocazione di Terre di Pedemonte. Vi sono oggi i presupposti per prevederne l’aggregazione con realtà contigue? In tal caso si guarda verso l’agglomerato o verso la Vallemaggia?
«Il PCA definisce le Terre di Pedemonte come un territorio a sé stante. Il Comune, territorialmente e funzionalmente, si caratterizza come snodo delle valli Onsernone e Centovalli, di cui può rappresentare un punto di riferimento con tratti distintivi rispetto all’area urbana. Per questo ritengo che debba continuare a consolidarsi nella forma in cui oggi lo conosciamo. Più in generale ci si può chiedere perché vanno ridefiniti i confini dei Comuni ticinesi. Uno dei criteri principali, se non il primo in assoluto come si è visto dal sondaggio appena citato, è quello di assicurare ai cittadini un’alta qualità di vita residenziale. Se il Comune è responsabile di questo importante fattore allora si può concludere che la sua dimensione non può andare all’infinito, le aggregazioni non essendo fini a se stesse. Senza dimenticare poi tutto il discorso legato alla prossimità, ossia alla capacità delle autorità locali di leggere le aspettative dei cittadini e giungere a risposte puntuali, con efficacia ed efficienza».
Tiratori, cacciatori, collezionisti: tutti “colpevoli”
Come volevasi dimostrare: l’approvazione dei cambiamenti imposti dall’Unione europea alla Legge federale sulle armi inizia a provocare i primi costi per i Cantoni. È di poche settimane fa la notizia che il Canton Zurigo deve assumere 5 nuove persone per rafforzare il servizio preposto al rilascio dei permessi e al relativo controllo per possedere un’arma. Quanto si ipotizzava prima del voto popolare del 19 maggio – ossia un forte aumento della burocrazia e quindi dei costi – si sta puntualmente verificando. Una votazione, quella della scorsa primavera, che ha proposto il Canton Ticino in controtendenza rispetto a tutto il resto della Svizzera. “Siamo stati gli unici ad opporci a questa dannosa ingerenza dell’UE sulla nostra legislazione – afferma il Consigliere di Stato Norman Gobbi – anche perché avevamo ben capito che la motivazione legata a un potenziamento della lotta al terrorismo non aveva alcun fondamento. Per contro invece questi cambiamenti avrebbero creato, come stiamo purtroppo vedendo, maggiori costi. Soldi che andrebbero invece destinati diversamente, proprio per non togliere tempo ed energie agli agenti di Polizia, chiamati ad assolvere compiti ben più impegnativi e mirati nella lotta al terrorismo”.
Una legge che avvia la criminalizzazione del libero e onesto cittadino detentore di un’arma. “Soprattutto – sottolinea il Direttore del Dipartimento delle istituzioni – stravolge un paradigma che fa parte del DNA degli svizzeri, ossia la fiducia dell’autorità nei confronti dei cittadini. Si mette in discussione a priori la buona fede di migliaia di cittadini nel loro essere tiratori, cacciatori o collezionisti di armi. Cittadini che si sono sempre comportati correttamente e che invece ora vengono tutti considerati potenzialmente “colpevoli”. È proprio per salvaguardare uno dei valori fondanti della società elvetica che mi sono battuto prima del voto del 19 maggio. I ticinesi – e di questo ne sono molto fiero – hanno capito, dimostrando la nostra resilienza alle sirene europeiste”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi. Per inciso: PPD e PLR (non parliamo poi della sinistra turboeuropeista) avevano invece appoggiato queste modifiche che ci venivano imposte da Bruxelles. Chi ha orecchie per intendere, intenda…
Da www.tio.ch
L’occasione è stata utile per ribadire l’ottima collaborazione nella formazione dei futuri Alabardieri
Quest’oggi a Isone il Comandante della Guardia Svizzera Pontificia, colonnello Christoph Graf, ha incontrato il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi e il Comandante Matteo Cocchi nell’ambito della formazione di base delle reclute della Guardia Svizzera Pontificia. Attualmente i futuri Alabardieri stanno svolgendo un modulo d’istruzione di quattro settimane sotto l’egida della Sezione formazione della Polizia cantonale, rappresentata dal suo responsabile, capitano Cristiano Nenzi. È stata l’occasione per ribadire l’ottima collaborazione instaurata negli anni, che viene costantemente rinnovata e adeguata alle esigenze del servizio in Vaticano.
Comunicato stampa
Il Ticino si inserisce in questa “Giornata della luce” con un’attività coordinata tra la Polizia cantonale, il Touring Club Svizzero (TCS) e i responsabili della campagna di prevenzione “Rifletti”. Giovedì 7 novembre dalle 8 alle 16.15 a Rivera il TCS organizzerà un test gratuito dei fari delle vetture. Contemporaneamente agenti della Polizia cantonale saranno presenti con dimostrazioni sull’importanza di rendersi visibili, attraverso attività anche di realtà virtuale, mentre i responsabili della campagna “Rifletti” distribuiranno gadget, flyer e autocollanti riflettenti. La campagna di sensibilizzazione “Rifletti” sta entrando nella sua fase conclusiva. Nata da un progetto vincente presentato dalla commissione “Strade sicure”, che ha ottenuto il finanziamento dal Fondo federale per la sicurezza, l’iniziativa ha promosso nell’arco di un anno e mezzo il comportamento responsabile di ogni utente della strada, dal pedone al conducente, attraverso il duplice significato della parola “rifletti”, intesa da un lato come l’atto di pensare e dall’altro come la necessità di rendersi maggiormente visibili.
Testare le strutture e le procedure di sicurezza in vigore in Svizzera in caso di minaccia terroristica. È l’obiettivo delle 52 ore continue dell’esercitazione ERSS 19, che si svolgerà dall’11 al 13 novembre.
Il contesto in cui si terrà l’evento – denominato ufficialmente Esercitazione della rete integrata Svizzera per la sicurezza 2019 (ERSS 19) – è stato presentato stamane a Berna nel corso di una conferenza stampa con la consigliera federale Karin Keller-Sutter.
L’esercizio di addestramento coinvolgerà 70 organizzazioni in tutto il Paese, tra cui stati maggiori, servizi federali, Cantoni, città e infrastrutture critiche, e implicherà anche il Liechtenstein. Permetterà di valutare la capacità di gestione di una situazione di crisi e la collaborazione tra i vari organi sotto forte stress.
Lo scenario dell’imminente ERSS ha per tema una minaccia terroristica persistente, che si concretizza in attacchi a infrastrutture, ricatti e possibili attentati. Il canovaccio studiato prevede un fittizio incidente presso la centrale nucleare argoviese di Beznau, provocato da un immaginario gruppo terroristico che già due anni prima aveva colpito a Ginevra.
Nessun allarmismo ma la minaccia è reale
«Non vogliamo sembrare allarmisti, bensì prevenire questo tipo di scenario nel modo più razionale possibile», ha detto la responsabile del Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP). Per la ministra bisogna restare vigili, nonostante «la Svizzera sia una nazione sicura e dove la fiducia nelle forze dell’ordine è alta». Keller-Sutter ha evocato potenziali minacce di matrice jihadista, ma anche provenienti dagli ambienti estremisti di destra e sinistra.
«La vasta operazione antiterrorismo condotta martedì a Zurigo, Berna e Sciaffusa dal Ministero pubblico della Confederazione (MPC) dimostra quanto il pericolo sia realistico», ha aggiunto Christian Varone, vicepresidente della Conferenza delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia (CDDGP). Un’azione che ha portato undici persone a essere indagate: contro i sei imputati maggiorenni è stato avviato un procedimento penale.
Nel 2014 la prima e finora ultima ERSS
Secondo Keller-Sutter, l’obiettivo numero uno è quello di rafforzare la sicurezza dei cittadini. In secondo luogo va ottimizzata la cooperazione fra tutti gli attori in gioco, perché «l’unico modo di affrontare con successo un contesto simile è lavorare insieme e in modo efficace».
«Sono ben cinque anni che non si svolge un’esercitazione di tale portata e quella fu la prima», ha ricordato dal canto suo il direttore dell’ERSS 19 Hans-Jurg Käser, ex membro dell’esecutivo cantonale bernese. Nel 2014, lo scenario allestito prevedeva un’emergenza dovuta a una penuria di elettricità e a una pandemia influenzale.
Focus anche sulla comunicazione
Käser ha inoltre sottolineato che la fase di concezione si è svolta già nel 2017, dopo che il mandato è stato impartito nel novembre 2015 e approvato a fine 2016. L’esercitazione rientra nella strategia per la lotta al terrorismo, elaborata quattro anni fa dal Consiglio federale, ha evidenziato Keller-Sutter. Per individuare le varie esigenze, l’ERSS 19 è stata suddivisa in quattro progetti: protezione della popolazione, polizia, esercito e comunicazione di crisi. Le persone interessate saranno oltre 2000, con la direzione che opererà dalla caserma militare di Berna.
Il direttore della CDDGP Urs Hofmann ha messo in luce come proprio la gestione della comunicazione – «si rischia uno tsunami di notizie e fake news» – sia uno degli aspetti più delicati in situazioni di estrema tensione come quella immaginata per l’addestramento. «Ci saranno verosimilmente errori da cui imparare», ha poi commentato il consigliere di stato argoviese.
La pubblicazione del rapporto finale con i risultati dell’esercitazione e le relative raccomandazioni è prevista entro fine giugno 2020. I costi complessivi per la pianificazione, l’organizzazione e la realizzazione dell’ERSS 19 sono calcolati con un limite di spesa di 750’000 franchi.
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Esercitazione della Rete integrata Svizzera per la sicurezza (ERSS 19)
Per la seconda volta, nel mese di novembre 2019 si svolgerà un’esercitazione della Rete integrata Svizzera per la sicurezza (ERSS). L’obiettivo è, ricorrendo a questo strumento, di mettere alla prova e sviluppare ulteriormente le strutture, l’organizzazione e le procedure. Mel mese di novembre 2017 la Piattaforma politica ha approvato il piano dettagliato.
La prima esercitazione della Rete integrata Svizzera per la sicurezza si è svolta nel 2014. I partner della Rete integrata Svizzera per la sicurezza (RSS) si sono trovati a fronteggiare una penuria di energia elettrica e una pandemia d’influenza. L’esercitazione ha fornito informazioni importanti in relazione alla gestione di una situazione d’emergenza complessa. Al termine è stato possibile formulare 16 raccomandazioni per il miglioramento e l’ulteriore sviluppo dell’RSS.
La decisione del Consiglio federale del gennaio 2016 sulla « pianificazione generale delle grandi esercitazioni» aveva lo scopo di migliorare ulteriormente la collaborazione tra la Confederazione e i Cantoni in occasione di esercitazioni.
Il fatto che vengano sfruttate le sinergie, scambiate esperienze e coordinate le risorse, incrementa l’efficacia, l’efficienza e la qualità delle esercitazioni. L’ERSS 19 dà seguito alle intenzioni del Consiglio federale in materia di esercitazioni globali. Il mandato per l’attuazione dell’esercitazione è stato conferito al team centrale «Esercitazioni della Rete integrata Svizzera per la sicurezza» in seno al settore Politica di sicurezza della SG-DDPS. L’ex consigliere di Stato Hans-Jürg Käser, è stato designato direttore dell’esercitazione.
Il Consiglio federale ha deciso di estendere lo scenario dell’esercizio di condotta strategica 2017 (ECS 17) all’ERSS 19. Il tema è costituito da una minaccia terroristica persistente che si concretizza in attacchi a infrastrutture critiche, ricatti e minacce di attentati.
L’ERSS 19 verificherà, tra l’altro, il modo in cui la Svizzera può gestire una minaccia terroristica persistente e se le organizzazioni interessate sono in grado di intervenire rapidamente e di garantire la necessaria capacità di resistenza. In quattro progetti parziali (Protezione della popolazione, Polizia, Esercito e Comunicazione di crisi) sono stati inoltre fissati obiettivi specifici.
Fino all’esercitazione quadro di stato maggiore del novembre 2019 la direzione dell’esercitazione metterà a disposizione quattro rapporti periodici sulla situazione, di cui i partecipanti si potranno occupare all’interno della rispettiva organizzazione. L’esercitazione stessa sarà svolta in maniera decentralizzata nelle sedi abituali dei partecipanti all’esercitazione.