Norman Gobbi torna sul doppio dramma di Faido e Leontica
Quando due piccole comunità come Faido e Leontica vengono toccate in modo così drammatico, è inevitabile porsi delle domande. Come è stato possibile che un uomo abbia ucciso in un ospedale di Faido la propria ex moglie e poi si sia tolto la vita facendo esplodere la casa del fratello e provocato il ferimento di tre agenti della polizia cantonale? Sono interrogativi che restano sospesi a mezz’aria e alimentano supposizioni, ipotesi e inducono anche ad una riflessione: sono tragedie familiari casuali oppure dietro a ciò c’è qualcosa di più profondo, come il degrado di una società che ha perso, o sta perdendo, certi valori come la tolleranza, la convivialità e la solidarietà? Intanto le istituzioni sono chiamate a dare delle risposte e delle soluzioni, perché è fuor di dubbio che il femminicidio sta diventando un grosso problema. Di questa drammatica vicenda e dei suoi risvolti abbiamo parlato con il consigliere di stato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni.
Direttore, la tragedia di Faido e Leontica ha lasciato sul campo diversi interrogativi: in primo luogo la questione dei femminicidi in Ticino e in Svizzera. Ultimamente sono aumentati. Quali strategie bisogna adottare per contrastare al meglio questo tragico fenomeno?
È una tragedia che lascia sgomenti e impone alle istituzioni di interrogarsi su come rafforzare gli strumenti di prevenzione. Non esistono risposte semplici, sono fenomeni complessi che affondano le proprie radici in dinamiche relazionali e psicologiche difficili da decifrare talvolta anche dai più esperti. Proprio per questo ritengo che oggi sia fondamentale investire sempre di più nella gestione preventiva della minaccia. La sicurezza oggi non significa intervenire soltanto quando il reato è stato commesso. Significa essere capaci di riconoscere i segnali di rischio, metterli in relazione e intervenire prima che una situazione degeneri. È questa la sfida sulla quale la Svizzera e i Cantoni stanno investendo sempre di più anche a livello normativo. Spesso i segnali esistono, ma rimangono frammentati. La gestione della minaccia serve proprio a costruire una visione d’insieme e a poter adottare, quando la legge lo consente, misure preventive a tutela delle potenziali vittime. Nessun sistema potrà mai eliminare completamente il rischio ma il nostro dovere è fare tutto il possibile per mitigarlo. Tante parole da parte dei vari esperti (sociologi, criminologi, forze di polizia) ma i risultati non inducono all’ottimismo.
Capisco questa osservazione però non dobbiamo cadere nell’errore opposto e pensare che quanto fatto finora non sia servito a nulla. La prevenzione, in molti casi, ha davvero aiutato a proteggere persone in pericolo e a fermare situazioni che stavano degenerando. Sono storie che non si conoscono perché – fortunatamente – non finiscono in tragedia e quindi non fanno notizia. Questo però non cambia il fatto che ogni omicidio sia una sconfitta e che ci obblighi a chiederci cosa si potesse fare di più. La federazione svizzera dei funzionari di polizia ha chiesto, citiamo “un rafforzamento delle strategie”. Ma forse non è così semplice: ci vogliono più agenti qualificati.
Servono certamente effettivi sufficienti, ma non ridurrei il problema a una semplice questione numerica. Oltre all’importanza di disporre di agenti e specialisti adeguatamente formati, servono basi legali chiare, strumenti condivisi di valutazione del rischio e la possibilità di far circolare le informazioni rilevanti tra le istituzioni. Aggiungere personale senza migliorare il coordinamento non sarebbe sufficiente; pretendere un coordinamento efficace senza le persone necessarie sarebbe altrettanto irrealistico.
Probabilmente è una questione culturale. Forse bisognerebbe iniziare dalla scuola a parlare di questo tema. La violenza spesso è preceduta da segnali come controllo, possesso o incapacità di accettare una separazione. Esiste anche una dimensione culturale e la scuola può contribuire insegnando rispetto, gestione dei conflitti e riconoscimento delle relazioni malsane, senza sostituirsi al ruolo educativo di famiglie e società. L’educazione è però una risposta di lungo periodo. Nell’immediato servono anche protezione delle vittime, interventi sugli autori e autorità capaci di agire rapidamente. Prevenzione culturale e sicurezza devono andare di pari passo.
Il dramma di Faido e Leontica ha messo sotto choc un’intera comunità: le persone si conoscono, quindi l’impatto è notevole. Cosa fare?
Una tragedia simile, in una realtà come quella delle nostre valli, ha un impatto ancora più profondo perché le persone si conoscono e il dramma entra direttamente nella vita della comunità. In questi momenti occorre garantire una presenza concreta delle istituzioni. Bisogna fare piena luce sui fatti e, una volta conclusi gli accertamenti, valutare con rigore se vi siano aspetti da migliorare. Ogni evento di questa gravità deve rappresentare un’occasione per verificare se gli strumenti di prevenzione e di gestione della minaccia siano adeguati o debbano essere rafforzati. E come mai l’uomo ha potuto agire in modo indisturbato per oltre 24 ore dopo la morte della moglie? Le forze dell’ordine sono intervenute fin da subito in una situazione complessa e ad alto rischio, operando con professionalità. Trovo ingeneroso mettere in dubbio il loro operato: parliamo di donne e uomini che ogni giorno rischiano la propria vita per garantire la sicurezza di tutti. È giusto che ogni intervento venga esaminato nelle sedi opportune, ma questo deve avvenire con equilibrio e rispetto. Sarà l’inchiesta a chiarire ogni aspetto e a valutare eventuali margini di miglioramento. Tuttavia, è sbagliato esprimere giudizi affrettati senza conoscere appieno il contesto operativo.
Da quanto si è visto l’assassino deteneva armi ed esplosivi in casa. È normale? E soprattutto: in Ticino non esiste un controllo da parte della polizia per prevenire questi problemi?
Se una persona non ha precedenti, denunce o altri elementi oggettivi che facciano emergere un rischio concreto, la polizia non dispone della base legale per effettuare controlli preventivi nelle abitazioni. Nel caso specifico delle armi, la Legge federale sulle armi prevede che, al momento dell’acquisto, vengano effettuate verifiche sull’idoneità dell’acquirente al possesso di armi. Diverso è il caso in cui emergano segnalazioni attendibili o comportamenti preoccupanti: allora la polizia può intervenire e adottare le misure previste dalla legge per prevenire un pericolo. Per questo è fondamentale anche la collaborazione della popolazione. Familiari, vicini e conoscenti possono fare la differenza. Non bisogna avere timore di segnalare situazioni che destano preoccupazione: farlo non significa accusare qualcuno, ma consentire alle autorità di effettuare le necessarie verifiche e, se del caso, prevenire possibili tragedie. La prevenzione passa anche attraverso il senso di responsabilità e l’attenzione di ognuno di noi.
Articolo pubblicato nell’edizione di domenica 26 luglio 2026 del Mattino della domenica