Norman Gobbi chef a sorpresa all’Osteria del Ponte a Iragna

Da GastroTicino, 29.03.2015
Gradita sorpresa nel vedere un politico famoso ai fornelli di uno dei ristoranti più conosciuti della Riviera. Nelle scorse settimane, infatti, Mauro Sinigaglia, ha invitato il Consigliere di Stato Norman Gobbi a cucinare per una scelta platea di buongustai all’Osteria del Ponte a Iragna. All’aperitivo gli ospiti erano curiosi sull’esito della serata, ma una volta accomodatisi a tavola, le perplessità hanno lasciato il posto a una certezza: l’illustre politico aveva tutte le carte in regola non solo per riconfermare il proprio seggio in Governo, ma anche per stupire grazie alla sua competenza tra pentole e padelle. E agli scettici, possiamo dire che l’aiuto di Mauro è stato davvero limitato.

Per i più curiosi possiamo dire che la serata è iniziata gustando delle ottime lumache, seguite da un superbo tartare di manzo, da un filetto di maiale con gorgonzola e noci e da una crema di carote al curry. Ma è a questo punto che Norman Gobbi ha lasciato tutti a bocca aperta. Prima con un risotto ai lamponi e aceto balsamico di Angelo Delea, e poi con un filetto di manzo della Valle di Simmental cotto intero e tagliato al tavolo con eleganza. E per concludere in bellezza una mousse al cioccolato.

Ottimi i vini abbinati; dopo l’aperitivo con i profumi del Trentino grazie alle bollicine della Cantina Ferrari, ottimi i vini ticinesi della cantina di Angelo Delea come il Sauvignon, seguito da Carato Riserva e Saleggi Merlot di Losone; al dessert il Ben Ryé passito di Pantelleria di Donna Fugata. Una bella serata conclusasi nelle cantine dell’osteria dove i commenti sull’esperienza gastronomica si sono alternati a quelli politici. “Un’esperienza gradevole – spiega Mauro – che ripeterò mettendo ai fornelli altre personalità”.

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La generosità del maiale

La generosità del maiale

Il più disponibile, il più saporito e il più conviviale di tutti: del maiale nulla va perduto, dalle orecchie alle zampe, tutto trova una collocazione precisa e gustosa sulla nostra tavola. È una cucina che ci riporta alla millenaria civiltà contadina che sulla carne di maiale ha costruito un’importante fonte di risorse alimentari e ha sviluppato interessanti piatti legati al territorio.

Con l’evolversi degli stili di vita molte di queste tradizioni rischiano di diventare oggi un ricordo, ma grazie ad iniziative come la seconda edizione della “Settimana ticinese della Cazzoeula nei giorni della merla” organizzata, dal 23 gennaio al 1° febbraio in 36 ristoranti ticinesi, dal “Cazzoeula Club Ticino” in collaborazione con Ticino a Tavola, se ne approfondisce l’aspetto del recupero e della salvaguardia: un gran valore per la nostra gastronomia e per promuovere i prodotti locali nella nostra ristorazione.

Chiamata anche cazzuola o cassuola, per ricordare la casseruola dentro la quale viene preparata, o bottaggio, in riferimento alla parola francese potage che significa minestra, la cazzoeula è un tipico piatto invernale delle nostre zone, nutriente ed economico che risale ad epoca non definita e nel tempo ha subito molte variazioni. Certo è che si tratta di un piatto legato alla fine del periodo di macellazione dei maiali, che coincideva con il 17 gennaio giorno di Sant’Antonio Abate, patrono del focolare domestico, protettore degli animali e del maiale in particolare. Non a caso è l’unico santo raffigurato nell’iconografia tradizionale insieme ai maiali, meglio conosciuto alle nostre latitudini come “Sant’Antoni dal purscell”.

Gli ingredienti classici sono le parti meno nobili come piedini, costine, cotenne, testa, i salamini detti “verzini” e, naturalmente, tanta verza, quella che ha subito la prima gelata invernale, diventando così più tenera. E molta pazienza nella cottura. Alcuni ingredienti sono d’introduzione recente come l’aggiunta di un bicchiere di vino bianco e l’aggiunta di spezie, perché oggi si tende a sgrassarla rispetto al passato quando si viveva in cronico deficit calorico e proteico.

In passato avere scorte alimentari invernali era garanzia di sopravvivenza; il poter disporre di cibo era la principale preoccupazione e i meno abbienti si ingegnavano in ogni modo per sfruttare al meglio ogni risorsa e non sprecare nulla. La qualità del cibo consumato cambiava proprio a seconda delle condizioni economiche e sociali. Esemplificativo è un motto popolare che attribuiva ai ricchi tutto quello che sta dietro la testa e davanti alla coda della bestia, mentre il resto era destinato ai poveri.

Il maiale veniva allevato allo stato semi-brado nei boschi, dove trovava nutrimento senza pesare sull’economia familiare. Il bestiame di grandi dimensioni veniva destinato al lavoro nei campi, le pecore o le capre servivano per la produzione di latte, lana o pelli, mentre l’allevamento del maiale garantiva carni facilmente conservabili se salate, affumicate o insaccate. L’utilizzo delle carni suine fresche era limitato al brevissimo periodo dell’uccisione del maiale e la cazzoeula nasce proprio dall’esigenza di utilizzare quelle parti che non potendo essere conservate perché non adatte alla salagione, venivano bollite.

La leggenda vuole che il termine, col significato di mestolo, risalga alla dominazione spagnola in area lombarda quando, durante le carestie, era l’unità di misura per la distribuzione ai poveri di un piatto preparato con le parti meno pregiate del maiale.
Questa, in parte, è la storia della cazzoeula.

Il cibo è come un racconto: l’osservanza delle tradizioni serve per far passare il testimone da una generazione all’altra, e la tavola è il luogo in cui ci si stringe e si festeggia insieme. Cambiano i tempi, si aggiornano le tecniche, ma la storia e l’esperienza non possono essere perse, vanno traghettate per salvare la cultura dei luoghi, le ragioni del legame di appartenenza a un luogo. Un’armonia perfetta che ha consolidato quelle abitudini alimentari che oggi denotano la cucina tradizionale.

Un piatto che riempie di gustose calorie le giornate uggiose, scaldata il giorno dopo è ancora più buona perché gli ingredienti si sono amalgamati in un trionfo di sapori. Non permettiamo che si trasformi in un piatto che a furia di essere sgrassato perda la sua identità. Meglio mangiarlo una volta sola, ma goderne l’originalità. Mangiamola in compagnia quando fuori è molto freddo e capiremo la prelibatezza di quanto viene messo in tavola per un’allegra riunione conviviale.
Come si legge nel Testamentum porci del IV-V secolo d.C.: “la mia sepoltura deve essere fatta nei ventri di mangiatori nobili, non per via della nobiltà di sangue, ma per la nobiltà di gusti, giustamente golosi”.

Norman Gobbi

Il gusto dell’identità

Il gusto dell’identità

Mangiare fa parte dei nostri bisogni fondamentali, ma nello stesso tempo risponde a un bisogno culturale. È un momento fondamentale della vita sociale attraverso cui esprimiamo scelte etiche, tradizioni locali e di famiglia, gusti personali. Negli ultimi decenni, è stato recepito il modello alimentare globalizzato offrendo di tutto e di più, in qualsiasi momento e confusamente in ogni luogo, rischiando di perdere peculiarità e identità.

Un diploma al servizio della qualità nel turismo

Un diploma al servizio della qualità nel turismo

Vi porgo il saluto a nome del Consiglio di Stato e Vi ringrazio per l’invito a partecipare alla cerimonia di consegna del Diploma cantonale di esercente. Una professione, la vostra, in continua ascesa, che impiega nel nostro Cantone 13’840  persone e che funge da biglietto da visita per l’intero settore turistico ticinese.

Con l’amico Norman a caccia di cicit

Con l’amico Norman a caccia di cicit

Brevi (ma intensi) momenti di pastorizia prima di concedersi alle prelibatezze gastronomiche. È successo a Contra, sulla terrazza del ristorante di Antonio Ferriroli, novello sindaco di Brione s/Minusio ma prima ancora ottimo oste di nostrana sensibilità. Ferriroli, spalleggiato dall’amico di vecchia data Norman Gobbi, consigliere di Stato, ha ammansito una vivace capretta e un più compassato caprone, utilizzati ahiloro come manifesti viventi di quanto si poteva gustare all’interno. Tutta da interpretare l’esclamazione sfuggita al direttore del Dipartimento istituzioni: “Che barba!”.

Arrosto di maiale alla birra

Arrosto di maiale alla birra

Ingredienti per 4 persone:
– 1.5kg spalla di maiale arrotolata
– 100g di miele alpino (millefiori o di castagno)
– 100g di senape digionese con semi
– 700g di patate da fare al forno
– sale grosso, pepe, olio d’oliva o burro

Testina di vitello in umido

Testina di vitello in umido

La testina deve essere lessata da sola; richiede una cottura di circa un’ora e mezzo se lasciata intera e di un’ora e un quarto se tagliata a pezzetti; l’acqua deve essere salata e aromatizzata con cipolla, sedano e carota o altre erbe odorose secondo i gusti.

Per mantenere inalterato il colore bianco della carne, si consiglia di aggiungere all’acqua di cottura un po’ di succo di limone e un cucchiaio o due di farina mescolando velocemente per evitare che si formino grumi.