In assistenza e con precedenti: non può tornare in Ticino

In assistenza e con precedenti: non può tornare in Ticino

Da www.ticinonews.ch

Dopo la revoca del permesso a causa dei suoi guai con la giustizia, un cittadino italiano ha provato a chiederne uno nuovo. Invano: il TF gli ha dato torto

Nulla da fare per un cittadino italiano cui la Sezione della popolazione del Dipartimento delle istituzioni del Canton Ticino aveva revocato il permesso di dimora nel settembre del 2015 a causa delle due condanne penali a suo carico e della sua dipendenza dalla pubblica assistenza (vedi articolo suggerito).

La decisione, ricordiamo, era stata presa in seguito alla condanna emessa nel 2012 dal Tribunale penale federale (TPF) di Bellinzona per complicità in truffa, denuncia mendace, ripetuto riciclaggio di denaro e istigazione a riciclaggio di denaro (pena detentiva di 2 anni sospesa con la condizionale più la confisca di 20’000 franchi e un risarcimento a favore della Confederazione di 10’000 franchi), a un’altra condanna emessa sempre nel 2012 dal Procuratore pubblico del Canton Ticino per denuncia mendace (pena pecuniaria di 20 aliquote, sospesa condizionalmente, più una multa) e al fatto che dal 2006 al 2015 l’uomo sia stato a carico dell’assistenza pubblica, accumulando un debito nei confronti dello Stato di quasi 190’000 franchi.

Dopo che l’11 gennaio 2016 il Tribunale federale (TF) aveva già respinto un suo ricorso contro la revoca del suo permesso, lo scorso 8 marzo i supremi giudici losannesi hanno respinto un altro gravame, presentato contro la decisione del 30 giugno 2016 della Sezione della popolazione – fondatasi sul preavviso negativo del Medico cantonale e confermata sia dal Consiglio di Stato che dal Tribunale amministrativo cantonale (TRAM) – di rilasciargli un nuovo permesso di dimora per motivi di cura.

Il TF ha rilevato che le patologie di cui soffriva l’interessato (problemi cardiaci, depressione) potevano senz’altro essere curate in Italia rispettivamente che egli poteva nell’ambito di soggiorni turistici continuare il suo percorso terapeutico nel nostro Paese e fare capo ai suoi medici curanti attuali. “L’Accordo sulla libera circolazione – ha concluso la Corte, dando ragione al TRAM – non trova applicazione nella fattispecie, non potendo il ricorrente richiamarvisi né come lavoratore, né per cercare un impiego, né quale persona che non svolgeva nessuna attività economica né perché avrebbe maturato un diritto alla pensione”. Il ricorrente dovrà infine farsi carico di 500 franchi di spese giudiziarie.

Bilancio intermedio del progetto «Via libera»

Bilancio intermedio del progetto «Via libera»

Comunicato stampa

A quasi un anno dall’entrata in funzione del progetto «Via libera», attuato con l’intento di ridurre i tempi di intervento delle forze dell’ordine in caso di incidenti e panne sulla rete autostradale cantonale, è stato presentato un primo bilancio dal Consigliere di Stato Norman Gobbi, accompagnato dal Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi e dal Vicedirettore dell’Ufficio federale delle strade Guido Biaggio. Tra gli effetti positivi riscontrati figurano la riduzione dei disagi al traffico in caso di incidenti o di veicoli in panne nonché un maggior rispetto delle regole della circolazione e dei limiti di velocità grazie alla presenza delle pattuglie.

Dal 2011 al 2017 l’autostrada A2 è stata teatro di una media di circa 150 incidenti all’anno sulla tratta a sud di Rivera: un dato significativo, specialmente in ragione del fatto che una collisione nelle ore di punta provoca spesso il collasso della mobilità in ampie zone del Cantone. Per questo motivo dal 1. maggio 2018 Cantone e Confederazione hanno dato avvio al progetto denominato «Via libera». Dopo undici mesi dall’attuazione del dispositivo, che mira a ridurre i tempi di intervento degli enti di primo soccorso in caso di incidente e di panne sulla tratta a sud del Monte Ceneri, gli enti coinvolti hanno espresso soddisfazione per i primi risultati raggiunti. In particolare il vicedirettore dell’USTRA Guido Biaggio ha indicato che «si intravvedono già alcuni elementi positivi tra cui la riduzione dei disagi al traffico in caso di incidente o di veicoli in panne, il rispetto delle regole della circolazione e dei limiti di velocità grazie alla presenza delle due pattuglie della Polizia cantonale».

Dal canto suo il Direttore del DI Norman Gobbi ha ricordato che «si tratta di un contributo per rendere più sopportabili i problemi del traffico nel nostro Cantone. Un tassello che insieme ad altre misure come le nuove convenzioni per il soccorso stradale e alle campagne di prevenzione contribuisce a migliorare la sicurezza stradale». Il Comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi ha infine rimarcato come «la presenza delle pattuglie e il coordinamento con gli altri partner coinvolti, insieme all’attuazione di misure tempestive hanno contribuito a migliorare la situazione».

È stato infine ricordato che il bilancio definitivo del progetto «Via libera» verrà stilato al termine del progetto pilota (maggio 2021) sulla base di valutazioni più approfondite e potrebbe essere esteso anche ad altri tratti autostradali di tutta la Confederazione.

Firmata una Convenzione tra Dipartimento delle istituzioni e RSI

Firmata una Convenzione tra Dipartimento delle istituzioni e RSI

Comunicato stampa
Oggi, lunedì 18 marzo, a Bellinzona il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, il Comandante della Polizia cantonale nonché capo dello Stato Maggiore Cantonale di condotta (SMCC), Matteo Cocchi, e il Direttore della radiotelevisione svizzera di lingua italiana (RSI), Maurizio Canetta, accompagnato per l’occasione da Giuseppe Gallucci, responsabile Finanze e Amministrazione, hanno firmato una convenzione relativa a un mandato di prestazioni alla RSI che agirà in supporto dello SMCC.
In caso di eventi maggiori la comunicazione da parte delle Istituzioni assumeun’importanza centrale sia dal punto di vista operativo sia dal punto di vista strategico. Alfine di fornire un’informazione puntuale, corretta e trasparente è dunque necessario poter contare su di una struttura e su mezzi all’avanguardia, capaci di rispondere adeguatamente alle necessità. Per questo motivo lo SMCC si è dotato da alcuni anni di una cellula di comunicazione gestita dal Servizio comunicazione e media della Poliziacantonale e rafforzata dall’apporto degli specialisti della comunicazione della Cancelleriadello Stato e di tutti i Dipartimenti dell’Amministrazione cantonale. Inoltre, a livellotecnologico ci si può avvalere della piattaforma informativa Alertswiss che permette di fornire informazioni puntuali e mirate in caso di eventi straordinari.
Grazie a questa convenzione, la struttura esistente sarà ulteriormente rafforzata dalla collaborazione di personale specializzato della RSI che garantirà il personale e i mezzi tecnici necessari per la redazione, la produzione e la divulgazione di messaggi istituzionali e informativi dello Stato maggiore cantonale di crisi. L’accordo costituisce unrafforzamento importante e determinante rispetto a quanto già in atto con i comunicati di emergenza ICARO, che utilizzano il canale radiofonico per la divulgazione di informazioni di carattere urgente quali allerte e allarmi alla popolazione. Infatti, grazie aquesta collaborazione l’offerta comunicativa potrà utilizzare per la trasmissione deicontenuti i canali multimediali e la televisione.
Grazie a questa convenzione, da parte del Dipartimento delle istituzioni si rinnova ed evidenzia la fiducia nella professionalità e nella competenza del personale RSI e al contempo si intende istituzionalizzare quanto già avviene in casi particolarmente gravi ed’urgenza. Un’unione d’intenti per raggiungere l’obiettivo di garantire la sicurezza, anchesoggettiva, della popolazione fornendo in tempo reale le informazioni necessarie alla cittadinanza.
Cantone e Comuni fanno centro con il tiro al Monte Ceneri

Cantone e Comuni fanno centro con il tiro al Monte Ceneri

Norman Gobbi: “Così liberiamo aree pregiate per lo sviluppo socioeconomico e ambientale”

Per gli appassionati di tiro sportivo del Luganese e del Bellinzonese, per chi deve assolvere gli obblighi militari con tutte le attività di tiro fuori servizio, per i corpi di sicurezza, per le cittadine e i cittadini toccati in modo negativo dell’attività degli stand di tiro in zona Saleggi a Bellinzona e in zona Ressiga a Porza-Canobbio questa settimana dal Gran Consiglio è giunta una buona notizia: è stato approvato il credito di 6’538’000 di franchi per il concorso di architettura e progettazione del nuovo Centro polifunzionale d’istruzione e tiro del Monte Ceneri. “E soprattutto – sottolinea il Consigliere di Stato Norman Gobbi – con la costruzione del Centro al Monte Ceneri si potranno togliere quelle limitazioni legate all’attività del tiro che potrebbero ostacolare lo sviluppo di pregiate aree urbane. Penso in particolare allo sviluppo del nuovo Quartiere di Cornaredo a Lugano e, sotto il profilo ambientale, al progetto di naturalizzazione del fiume Ticino a Bellinzona. Senza dimenticare che tutta l’aera su cui sorge lo stand di tiro dei Saleggi potrà essere messa a disposizione per costruire il futuro nuovo ospedale”. Insomma, il Centro polifunzionale d’istruzione e tiro del Ceneri “diventa la soluzione giusta a tante problematiche legate al tiro che abbiamo toccato con mano in questi ultimi anni, permettendo inoltre di far fare un passo in avanti a progetti di sviluppo socio-economico e ambientale che andranno a migliorare la qualità della vita di molti cittadini”.
Il concorso di architettura e la progettazione del Centro polifunzionale d’istruzione per la Protezione civile e per il tiro al Monte Ceneri è il risultato di un paziente lavoro – si potrebbe dire quasi certosino – che il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha messo in campo in queste due legislature. Di poligono cantonale o regionale coperto si parlava ormai da almeno vent’anni. Ricorsi, contro ricorsi, cambiamenti di indirizzi pianificatori, ma pure problemi d’ordine finanziario avevano sempre procrastinato la soluzione. L’esperienza insegna e Gobbi, con i suoi funzionari, è riuscito… a fare centro! “Ora la strada è definita e il voto del Gran Consiglio di questa settimana ha sancito la bontà del lavoro svolto assieme ai miei funzionari e delle scelte operate”, si rallegra Norman Gobbi.
I lavori previsti rivoluzioneranno in senso positivo l’attuale area su cui già sorge il Centro d’istruzione della Protezione civile al Ceneri (costruito negli anni Settanta e che avrebbe necessitato comunque di importanti interventi di ristrutturazione). Due saranno le gallerie di tiro: la prima ospita le linee di tiro con lunghezza 300 metri, affiancata da una seconda per il tiro a 50 metri. Entrambe avranno 24 posizioni per il tiro. Ovviamente l’edificio ospiterà uffici, sale multifunzionali per l’istruzione, una mensa-ristorante, locali tecnici e disporrà pure di rifugi utilizzabili in tempo di guerra, ma modulabili anche per le attività accessorie in tempo di pace. Una novità sarà costituita dalla presenza di un negozio-armeria, a gestione privata, che potrà contribuire alla copertura dei costi di esercizio del Centro. Dal punto di vista finanziario l’impegno è di quelli importanti, e non poteva essere altrimenti. Il tetto massimo di spesa è stato fissato a 72 milioni di franchi. Grazie al lavoro performante messo in campo e quindi alle scelte di contenuto del futuro Centro polifunzionale del Monte Ceneri, l’ottenimento di sussidi federali è al massimo livello, così come quello da parte di altri enti coinvolti (si pensi ad esempio al Corpo delle guardie di Confine, i cui agenti potranno accedere allo stand di tiro per tutte le loro attività di addestramento). “Ciò permetterà di diminuire l’onere a carico del Cantone e di abbassare soprattutto il contributo richiesto ai Comuni del comprensorio del Luganese e del Bellinzonese” , conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi in visita al Tavolino Magico di Cadenazzo

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi in visita al Tavolino Magico di Cadenazzo

Comunicato stampa

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha reso visita questa mattina, venerdì 15 marzo, alla piattaforma di Cadenazzo dell’Associazione Tavolino Magico.
Accompagnato dai responsabili del Centro, Seo Arigoni e Pele Gutzwiller, il Consigliere di Stato Norman Gobbi ha potuto constatare direttamente sul posto il lavoro dei circa 50 collaboratori temporanei che raccolgono e preparano la merce per poi farla proseguire verso i 14 centri di distribuzione del cibo di Tavolino Magico presenti in tutta la Svizzera italiana e gestiti da 280 volontari.
Il lavoro di Tavolino Magico consiste in particolare nel recupero di derrate alimentari che altrimenti verrebbero sprecate.
Sono circa 200 in Ticino i fornitori che donano una dozzina di tonnellate di cibo alla settimana.
“Così come per l’intervento di altri enti assistenziali e caritatevoli in Ticino, ciò che fa Tavolino Magico viene sempre più apprezzato, sia per un discorso di aiuto diretto a chi ha più bisogno, sia per l’aspetto del recupero del cibo. Un motivo di riflessione, quest’ultimo, che deve toccarci tutti”, ha osservato il Consigliere di Stato Norman Gobbi, che ha ringraziato i responsabili dell’associazione e tutte le aziende, ditte, supermercati e negozi che consegnano le loro eccedenze alimentari e i numerosi volontari.

«Muri per proteggere, non per dividere»

«Muri per proteggere, non per dividere»

Intervista pubblicata nell’edizione di venerdì 15 marzo 2019 del Corriere del Ticino

Quattro anni vissuti intensamente, dai permessi falsi al casellario giudiziale

Norman Gobbi, consigliere di Stato e direttore del Dipartimento delle istituzioni, è stato eletto sulla lista della Lega nel 2011 e cerca una nuova conferma sulla lista unica Lega-UDC. Dal caso dei permessi falsi al sovranismo alla Matteo Salvini.

Partiamo da un dossier che a metà legislatura le ha creato parecchi grattacapi: i permessi falsi. Oggi tutto funziona?
«Direi che è tutto a posto nella misura in cui è stato predisposto un sistema di verifica interna rafforzato, una sistematica non presente in altri Cantoni. E ci ha permesso di rispondere ad un altro problema riscontrato: i tempi lunghi di evasione delle verifiche. Abbiamo aumentato i controlli ma nello stesso tempo diminuiti i tempi. E per un sistema amministrativo è senz’altro un successo».

Quando era scoppiato il caso era intervenuto con rabbia dicendosi «furibondo» nei confronti dei funzionari che avevano tradito la fiducia. Era scenografia o era davvero incavolato?
«Ero davvero furibondo, il tema dell’immigrazione è tra quei temi che potrei definire core business della mia azione politica. Vedermi tradito su in tema tanto sensibile, mi ha profondamente ferito e ha tradito il rapporto di fiducia che ci deve essere tra Stato e cittadino».

Si può dire che, fondamentalmente, le è andata bene visto che presto, per effetto del caso Argo1, i riflettori su di voi si sono spenti. In Ticino capita che scandalo scaccia scandalo. Tutto va quindi bene così?
«Non direi che scandalo scaccia scandalo, tanto che lei mi pone una domanda su questo tema, significa che ha lasciato il segno, come il segno lo ha lasciato anche Argo1. Semmai c’è stato un approccio diverso da parte del mio Dipartimento rispetto a quello di Paolo Beltraminelli. Io ho voluto subito misure d’urgenza, per avere una maggiore verifica di ciò che fa un funzionario in materia d’immigrazione. La situazione da noi si è presto normalizzata, al DSS i tempi sono stati molto più lunghi».

Parliamo di giustizia. Come descriverebbe il suo rapporto con il nuovo procuratore generale Andrea Pagani e come si pone di fronte alle pressanti richieste che arrivano alla politica?
«Le richieste sono sempre numerose, occorre valutarle e ponderarle. Con Pagani mi pare di poter dire che il messaggio sia passato meglio rispetto a prima del suo arrivo: in partenza vanno verificate tutte le misure interne per capire se la necessità può essere soddisfatta senza dover per forza attingere a nuove risorse e aumentare i costi. In taluni casi si è capito che lavorare meglio e risolvere alcuni problemi è possibile. Ad esempio grazie ai segretari giudiziari sarà possibile sgravare il lavoro che grava sulle spalle dei procuratori pubblici, penso soprattutto ai reati bagatella. Ci sono meccanismi da cambiare e una realtà da considerare, come la minor fedeltà alla funzione rispetto al passato. Se penso ad Antonio Perugini, al beneficio della pensione da poche settimane, ha trascorso metà della sua vita all’interno del Ministero pubblico. Oggi dei giovani vengono nominati e dopo qualche anno escono e gli incarti passano di mano con le difficoltà che questo comporta».

Siamo nel 2019 ma non sappiamo ancora cosa ha partorito il progetto Giustizia 2018. È sempre pericoloso dare delle connotazioni temporali precise in politica dove i tempi sono spesso eterni. È d’accordo?
«Esatto, e vale soprattutto sulla giustizia, l’ho constatato parlando con i colleghi attivi in diversi Cantoni. I tempo sono davvero lunghi forse anche perché la Magistratura ha una tendenza a conservarsi più che a riformarsi. Ma la prudenza è anche un bene, e lo dice un decisionista. Ma in questa materia può accadere che spinte troppo decise portino a scelte affettate. Giustizia 2018 ci sta permettendo di riallacciare un discorso costruttivo con tutta la Magistratura ed è l’aspetto più importante per i rapporti con il terzo potere».

Qualche volta il suo Dipartimento è stato ritenuto poco disposto al dialogo nel caso di persone che hanno dovuto lasciare la Svizzera per problemi di permesso. Anche famiglie e persone integrate. Tutta colpa di Gobbi?
«Quando si parla di richiedenti l’asilo a decidere è la Confederazione e il Cantone è chiamato ad eseguire. Nel caso di chi ha un permesso ed è stato espulso, vale il principio del rigore nei confronti delle persone che approfittano del nostro paese dal profilo sociale, dei debiti fatti singolarmente come pure, talvolta, dal profilo dei reati penali».

Una volta la Lega era il partito dei muri (ad esempio alla frontiera), lei è sempre di quell’avviso o ha ammorbidito la sua linea politica?
«I muri servono per dare protezione. Non servono per dividere. La protezione è indispensabile perché siamo un cuneo di un sistema molto liberale all’interno di un contesto economico e sociale in difficoltà, penso soprattutto all’Italia. Il fatto che sul nostro territorio riusciamo a garantire un alto grado di sicurezza ci permette di attrarre ancora buoni contribuenti e buone aziende».

Il sovranismo alla Salvini è anche il suo concetto di sovranismo?
«Lui lo esercita all’interno di una realtà più economica che politica che è l’UE. All’interno di questa c’è qualcuno che definisce quali sono i compiti da svolgere. Noi, fortunatamente, viviamo in un Paese federalista nel quale i Cantoni godono ancora di margini di autonomia e sovranità».

I ticinesi in questi anni si sono anche visti tartassati da un leghista in materia di imposte di circolazione. Quella fu una sua gaffe o anche lei si è accorto troppo tardi che il meccanismo andava aggiustato?
«Sulle imposte di circolazione io, da parlamentare, ero contrario perché già allora convinto che quel sistema bonus/malus non era sostenibile. Il problema è che non c’è una soluzione che va bene a tutti ed è emerso dalla consultazione. Ognuno ha la sua visione perché pensa alla sua macchina. Il nuovo sistema ci permetterà di riallinearci sulla media nazionale, puntando però anche sull’aspetto ambientale».

Un tema che le sta particolarmente caro è la sicurezza. Il Ticino è un luogo sicuro?
«Decisamente più sicuro da quando ho preso in mano il Dipartimento. I dati lo dicono chiaramente, anche in quei territori come il Mendrisiotto o il Malcantone, presi di mira da parte dei delinquenti. Oggi abbiamo creato un muro di collaborazione interforze tra cantonale, comunali, guardie di confine, polizia ferroviaria e con i colleghi italiani. E le rapine sono diminuite, ma non abbassiamo mai la guardia, penso ai fenomeni come la delinquenza giovanile che proviene dai campi Rom del Milanese. Persone che sanno bene che da noi il diritto minorile è molto tollerante».

Il casellario giudiziale è stato un tema sul quale ha conosciuto anche ostacoli posati dall’interno del Governo, ma non si è mai arreso. I fatti (oggi) sembrano darle ragione. Ha qualche sassolino da togliersi dalla scarpa?
«Credo che anche in questo caso il sovranismo e la sovranità siano centrali. È stata una misura che ci ha permesso di dare un segnale e ad attribuire l’onere della prova a terzi. I dati ci dicono che, senza questa misura, circa 300 persone con reati gravi alle spalle avrebbero potuto prendere residenza o trovare un posto di lavoro da noi. Se si riferiva a Manuele Bertoli è risaputo che sui temi della migrazione non ci troveremo quasi mai d’accordo, è il lato positivo del confronto all’interno di un Governo».

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«Nella Lega abbiamo una conduzione un po’ liquida»

Qual è stato il momento più difficile degli ultimi quattro anni?
«Indubbiamente il caso dei permessi falsi. È stato il momento più buio del mio secondo quadriennio in Governo, ma che ho affrontato con determinazione, come mio solito, direi di petto correggendo la situazione».

C’è un’azione politica della quale si è pentito?
«Certamente, non sono infallibile. Ad esempio sull’imposta di circolazione avrei dovuto muovermi con maggiore anticipo, ma da consigliere di Stato le idee sono sempre tante, la voglia di fare non mi manca, ma il tempo da impiegare sui molteplici fronti è ridotto ed è sempre bene soppesare l’energia a disposizione. Siamo arrivati un po’ tardi, ma adesso ci siamo».

E qual è stato il momento che le ha dato maggiore soddisfazione?
«Comunque la corsa al Consiglio federale. Essere chiamato direttamente dal presidente dell’UDC nazionale e capire che c’era tantissima fiducia, mi sento di dire che gratifica in maniera molto importante. Non sono stato eletto, ma il segno l’ho l’asciato».

Il mestiere di consigliere di Stato è più logorante o più entusiasmante?
«Mi alzo tutti i giorni con una gran voglia di fare. Non dormo molte ore, ma a sufficienza per non sentirmi stanco. Sono contento di quello che faccio».

Salario, cassa pensioni e rimborsi: i tre temi sono stati al centro della politica per molti mesi. Per qualcuno in Governo avete fatto un po’ i furbi. Conferma o respinge?
«Direi che la respingo fermamente. Come Consiglio di Stato abbiamo proposto una soluzione per regolare il sistema pensionistico dei membri dell’Esecutivo. È vero che c’è stato negli anni una sorta di disordine amministrativo a livello di Cancelleria che ha messo in difficoltà la credibilità del Governo, benché si sia sempre operato seguendo la traccia di chi ci aveva preceduto. Nessuno ha inventato nulla e nessuno ha fatto il furbo. Chi lo ha sostenuto è stato sì in malafede».

Sente che il suo seggio è a rischio oppure dopo l’accordo con l’UDC è sereno?
«L’incertezza c’è sempre, non ci si può mai dire sereni, un’elezione ha sempre una porzione di imponderabile, così funziona la politica e non mi lamento di certo. Presto toccherà ai cittadini dire la loro, fare le loro legittime scelte. Dato che non sono tranquillo invito tutti a votare lista numero 12, candidato numero 4».

Come definirebbe il rapporto tra lei e il suo partito?
«Ottimo in tutti in sensi. Nonostante tutto a sei anni dalla morte del Nano, anche di fronte alle previsioni pessimistiche di analisti e commentatori politici, la Lega è ancora viva e vegeta. Oggi abbiamo una conduzione un po’ liquida, che rispecchia la società altrettanto liquida in cui ci troviamo, la Lega riesce comunque ad affrontare i temi, a creare coalizioni e anche a gestire quei malumori interni che ci sono, ma alla fine la sintesi leghista è vincente e non lascia strascichi. È stato così su molti temi, cito ad esempio la tassa sul sacco dei rifiuti. Noi guardiamo sempre avanti».

Un consigliere di Stato deve potersi muover in maniera indipendente o deve seguire la linea dettata dal partito?
«La fortuna di Claudio e quella mia è che la Lega non è molto presente a livello di apparato di partito. Ci siamo da diversi anni ma non siamo un partito storico con tutti i suoi complessi e macchinosi apparati da accontentare e foraggiare. Chi ci vota sa bene cosa otterrà, senza se e senza ma».

Più over 60 dietro le sbarre

Più over 60 dietro le sbarre

Articolo pubblicato nell’edizione di giovedì 14 marzo 2019 de La Regione

Il 2018 delle strutture carcerarie ticinesi nei dati illustrati dal Dipartimento istituzioni. Il crimine non conosce età e sesso: in aumento i reclusi ultrasessantenni e le detenute.
Persiste il sovraffollamento. Allo studio fra l’altro la realizzazione alla Stampa di un comparto interno per la gestione dei casi psichiatrici non gravi.

Luisella Demartini-FogliaSezione esecuzione pene e misure: alcuni dati relativi allo scorso anno Norman Gobbi

Anziani in aumento dietro le sbarre. Del resto il crimine non ha età. Anche in Svizzera. Dove cresce il numero dei detenuti ultrasessantenni. «Una tendenza che notiamo anche nelle carceri ticinesi», afferma Luisella Demartini-Foglia, responsabile al Dipartimento istituzioni dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa cui compete la presa a carico di reclusi ed ex in vista del loro reinserimento nella società. «Durante lo scorso anno – fa sapere Demartini-Foglia, intervenendo alla presentazione da parte del Dipartimento, ieri a Bellinzona, dell’attività 2018 del settore esecuzione pene e misure (vedi anche sotto) – ci siamo occupati di sessantasette persone over 60: ventotto avevano addirittura un’età superiore ai 70, delle quali diciannove erano in detenzione al 31 dicembre». Una situazione che «preoccupa». Soprattutto in prospettiva: «Secondo recenti studi, gli ultrasessantenni nelle strutture detentive svizzere potrebbero passare dai 125 del 2010 a 500 nel 2030, per raggiungere quota mille dieci anni dopo». Il progressivo invecchiamento (anche) della popolazione carceraria, rileva Demartini-Foglia, complica inevitabilmente la ‘gestione’ dei singoli casi all’interno della prigione: non di rado si tratta di persone che finiscono in detenzione avendo già problemi di salute, che accusano per esempio un «decadimento cognitivo». Problemi che una struttura carceraria, in mancanza di spazi adeguati, rischia di acutizzare. Non solo: ci si potrebbe chiedere se lo scopo riabilitativo della pena sia realizzabile considerata l’età avanzata di questi detenuti, che rende assai difficile, per non dire impossibile, il loro inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro.

Aumentano anche le detenute
Lo Stato, l’autorità politica, saranno chiamati quanto prima ad affrontare non solo la questione degli over 60 dietro le sbarre. Un’altra tendenza evidenziata da Demartini-Foglia riguarda le detenute. Anch’esse in aumento. Nel corso del 2018 l’Ufficio dell’assistenza riabilitativa ha seguito in totale «ottantanove» donne in carcere: «trentuno» quelle in esecuzione pena o di una misura al 31 dicembre. Numeri che non sono certo quelli «del 2006», quando il Cantone alla luce dell’esigua casistica decise di chiudere la sezione femminile all’interno del Penitenziario della Stampa.
La situazione «da due, tre anni» è però cambiata. E così oggi le donne condannate scontano la pena detentiva o alla Farera, cioè nel carcere giudiziario che dovrebbe essere però riservato unicamente alla preventiva e quindi a chi è in attesa di giudizio, oppure in prigioni d’oltre Gottardo: «Nel canton Berna o nel canton Vaud». Una soluzione non proprio ideale per quelle detenute con marito, figli o genitori che vivono in Ticino: il reinserimento nella società passa infatti anche dal mantenimento dei rapporti con la famiglia.

Possibile soluzione
Il Dipartimento istituzioni sta comunque lavorando a una soluzione, sottolinea il suo direttore Norman Gobbi durante l’incontro con i media. L’obiettivo è infatti di adattare, ricorda il consigliere di Stato, il carcere aperto di TorricellaTaverne in modo che possa ospitare le detenute. Si tratta tuttavia di ragionare pure sui costi. Anche per questo «si è deciso di chiedere alla Sezione della logistica uno studio di fattibilità».

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Carceri ancora sovraffollate. Aumenterà la videosorveglianza

Carceri ticinesi ancora sotto pressione a causa del sovraffollamento di detenuti. Lo scorso anno, segnala il Dipartimento istituzioni, “l’occupazione media ha superato il 91 per cento”. Popolazione carceraria in crescita non solo nel nostro cantone. «Negli ultimi trent’anni vi è stato in Svizzera un incremento del 50 per cento del numero di detenuti: da 4’621 a 6’907», osserva il capo del Dipartimento Norman Gobbi. In Ticino nel 2018 il tasso di occupazione – circa 234 presenze giornaliere – «ricalca quello del 2017, già elevato (238, ndr)», commenta il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini. Al Penitenziario della Stampa a Cadro la maggior parte dei reclusi («il 40 per cento») sta scontando condanne «per traffici di droga o per furti per procurarsi lo stupefacente». Nazionalità: «Il 70 per cento» in esecuzione pena è costituito da stranieri. La percentuale sale «al 90» per quel che riguarda le presenze alla Farera, il carcere giudiziario destinato alle persone in attesa di giudizio. Va detto che nel caso dei non residenti il rischio di fuga, data il piu delle volte l’assenza qui di legami, è uno degli elementi che porta spesso l’autorità giudiziaria a disporre la detenzione preventiva. Sempre alla Farera si è registrata «una presenza media di oltre 73 prevenuti, con picchi sopra gli 80». Numeri consistenti. Eppure nonostante il sovraffollamento, le carceri ticinesi «sono strutture sicure». E per rafforzare la sicurezza, alla Stampa «verrà aumentata la videosorveglianza», preannuncia Gobbi, accennando anche al futuro Penitenziario («Stampa 2030»), che «non sarà sul Piano della Stampa». Musica del futuro. Cure mediche ai detenuti: lo scorso anno, ricorda la direttrice della Divisione giustizia Frida Andreotti, è stata avviata la collaborazione con l’Ente ospedaliero e l’Organizzazione sociopsichiatrica cantonali, «con risultati positivi». Allo studio la realizzazione in carcere di un comparto per la gestione dei casi psichiatrici non gravi. Il settore esecuzione pene e misure coinvolge pure l’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi, sempre più sollecitato, sottolinea il suo presidente Maurizio Albisetti: nel 2018 sono state emanate ben «1’400» decisioni di esecuzione della sanzione penale.

 

Da www.rsi.ch/news

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Le istituzioni unite contro la discriminazione

Le istituzioni unite contro la discriminazione

Comunicato stampa

In occasione della Settimana internazionale di azione contro il razzismo, dal 21 al 28 marzo 2019 le istituzioni ticinesi uniranno le loro voci per promuovere la diversità e combattere la tentazione del rifiuto e della discriminazione, per lanciare una campagna di sensibilizzazione secondo il motto “La diversità, un valore svizzero?”.
La collaborazione fra Confederazione, Cantoni e Comuni è essenziale per garantire delle efficienti politiche contro la discriminazione. Il razzismo rimane da sempre il maggior ostacolo all’integrazione.
L’edizione 2019 della Settimana internazionale di azione contro il razzismo e la discriminazione, vedrà Comuni e spazi pubblici del nostro cantone ospitare nuovamente conferenze, esposizioni, momenti di sensibilizzazione nelle scuole, serate-film, accompagnati da trasmissioni radiofoniche e televisive. Gli appuntamenti, coordinati dal Servizio cantonale per l’integrazione degli stranieri, saranno organizzati in collaborazione con Comuni, enti, associazioni e comunità di stranieri residenti in Ticino.
Sono previsti 30 eventi, di cui 10 rappresentazioni teatrali, 2 esposizioni, 11 incontri con la popolazione, 4 serate film, 3 conferenze.
Il programma dettagliato è scaricabile dal sito del Servizio per l’integrazione degli stranieri.

Carceri ticinesi sempre più sotto pressione

Carceri ticinesi sempre più sotto pressione

Da www.cdt.ch

Nel 2018 l’occupazione ha toccato il 91,9%
Norman Gobbi: «Servono misure d’urgenza» – Intanto si lavora al nuovo carcere cantonale
Le carceri ticinesi sono sotto pressione e, anche se la sicurezza rimane garantita, occorre individuare al più presto nuove soluzioni. È quanto emerso nel corso del bilancio del settore esecuzione pene e misure durante il quale il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha annunciato che, per far fronte al continuo aumento dell’occupazione delle carceri, «verrà creato un comparto per la gestione dei detenuti definiti “particolari”.
Una tipologia questa che comprende casi psichiatrici non gravi o tossicodipendenti e che sta registrando una continua crescita che diventa sempre più onerosa in termini organizzativi». Entro la fine dell’anno verranno così create 12 nuove celle destinate a questa categoria di detenuti e come pure «incrementata la videosorveglianza». Una contromossa questa che mira a risolvere, almeno in parte, il problema dell’occupazione media che nel 2018 ha toccato il 91,9%.
«L’anno scorso il tasso di occupazione ha ricalcato quello del 2017 attestandosi attorno alle 234 presenze giornaliere», ha rimarcato il direttore delle strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini-Deltorchio. «Cifre queste tutt’altro che positive. Anzi, si può dire sì che siamo rimasti stabili. Ma nella criticità. Basta pensare che la Farera, con una presenza media di 73 prevenuti, ha ripetutamente sfiorato il collasso. Sia per i posti a disposizione, sia per le difficoltà date dalla gestione dei detenuti problematici». Cifre alla mano, se la maggioranza dei reati concerne violazioni alla Legge federale sugli stupefacenti legate soprattutto al traffico e al consumo di droga, in termini di nazionalità il 70% di detenuti alla Stampa sono stranieri mentre alla Farera la percentuale sale al 90%. Un aspetto questo da non sottovalutare poiché, come sottolineato da Gobbi, «il fatto che due terzi dei carcerati siano stranieri influisce sull’occupazione poiché, sovente, per evitare il rischio di fuga di queste persone non viene loro concessa la reintroduzione sul territorio. Andando così ad incidere sull’occupazione». Da qui l’urgenza di implementare al più presto le misure citate in apertura.
E se queste si introducono nel corto-medio termine, lo sguardo del Dipartimento delle istituzioni si rivolge già al 2030. Quando dovrebbe vedere la luce il nuovo carcere cantonale. «Stiamo valutando nuove strutture per l’esecuzione della pena in altre località rispetto al Piano della stampa – ha precisato Gobbi – non dimentichiamo che la Stampa ha ormai 50 anni». E in attesa di individuare la nuova struttura, il Dipartimento ha incaricato la Sezione della logistica di avviare uno studio di fattibilità per ristrutturare il carcere cantonale di Torricella-Taverne da adibire a penitenziario femminile. «Entro giugno dovremmo ricevere i risultati dell’analisi – ha spiegato il consigliere di Stato – ci siamo infatti accorti che la popolazione carceraria femminile è in aumento anche a causa di bande rom che entrano in Ticino per commettere crimini sfruttando spesso minori e, appunto, donne». Per dirlo in cifre, l’anno scorso erano «89 le donne seguite in detenzione dall’Ufficio dell’assistenza riabilitativa», ha precisato la capoufficio Luisella Demartini-Foglia rilevando come «questo numero è in costante aumento e la crescita di detenute è un problema che si fa sentire».

Un aumento generale della popolazione carceraria che si è riflessa anche nel «raddoppio dei reclami ricevuti dalla Divisione della giustizia», ha rilevato la direttrice Frida Andreotti che ha poi lanciato uno sguardo all’organizzazione del settore rimarcando come «la frammentazione dei diversi attori attivi nel ramo non è sempre ottimale. Ecco perché abbiamo deciso di dare mandato a una società esterna per valutare una nuova organizzazione del settore più efficiente ed equilibrata. Analisi che dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno e fungerà da base per una futura revisione della legge». E proprio in termini di modifiche normative, a dirsi preoccupato per il continuo aumento della mole di lavoro è stato anche Maurizio Albisetti Bernasconi, presidente dell’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi, che nello snocciolare i dati che hanno contraddistinto il 2018 (circa 2.000 decisioni prese di cui 1.400 di esecuzione della sanzione penale), ha precisato come «il lavoro continuerà ad aumentare se vengono affidati ulteriori compiti e nuove competenze al giudice dei provvedimenti coercitivi come con la nuova Legge sulla polizia. Insomma, non dimentichiamo che noi svolgiamo il ruolo di guardiani della sicurezza della collettività. Certo, poter disporre di un effettivo maggiore sarebbe auspicabile ma, d’altra parte, siamo consapevoli che la popolazione si è espressa chiaramente quando è stata chiamata a votare in merito al taglio del numero di giudici da 4 a 3».

Bilancio 2018 del Settore esecuzione pene e misure

Bilancio 2018 del Settore esecuzione pene e misure

Comunicato stampa

Il Dipartimento delle istituzioni ha presentato oggi il bilancio annuale del Settore esecuzione pene e misure, che comprende tra i vari attori le Strutture carcerarie cantonali (SCC) e l’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (UAR). Anche il 2018 si è confermato un anno di pressione, se consideriamo ad esempio l’occupazione media che ha superato il 91%. Al di là dei numeri e delle cifre, è stata anche l’occasione per il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, di fare il punto sul carcere della Stampa, sui puntuali progetti sul breve, medio e lungo periodo che lo riguardano.
Norman Gobbi, durante la conferenza stampa svoltasi a Bellinzona, ha dapprima riservato un particolare apprezzamento per il lavoro svolto quotidianamente dal personale delle SCC: “Un personale preparato e motivato – ha detto – garantisce un’elevata qualità del servizio”. Il Direttore del DI ha poi parlato delle misure di urgenza che si intendono implementare alla Stampa: è allo studio la possibilità di realizzare un comparto per la gestione dei detenuti cosiddetti “particolari” (casi psichiatrici non gravi, alta sicurezza e tossicodipendenti) così come l’incremento della videosorveglianza e la regolamentazione del flusso di accesso alle SCC. Ha concluso il suo intervento con un accenno alla ipotizzata edificazione di una nuova struttura carceraria.
Dal canto suo, la Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti ha meglio contestualizzato l’attività generale del settore, di cui fanno parte anche altri attori tra cui la Divisione stessa e l’Ufficio del giudice dei provvedimenti coercitivi. Ha pure presentato un dettagliato rendiconto dell’attività svolta dalla DG così come indicato quali sono le prospettive future: il CdS ha dato mandato a una società esterna di effettuare una mappatura delle competenze e dei processi amministrativi del Settore esecuzione pene e misure il cui esito è atteso nel corso del 2019 ed è prevista la valutazione di una nuova organizzazione del Settore, più efficiente ed equilibrata.
Successivamente, ha preso la parola il Presidente dell’Ufficio del giudici dei provvedimenti coercitivi, Maurizio Albisetti Bernasconi: dopo aver spiegato quale sia il ruolo del GPC, ha spiegato qual è lavoro svolto dal suo Ufficio che, tanto per fare una significativa cifra, si occupa di emanare 2’000 decisioni ogni anno (600 provvedimenti coercitivi e 1’400 esecuzioni della sanzione penale). Infine, ha rivolto anche lui uno sguardo al futuro, evidenziando come l’aumento della mole di lavoro sia ormai una costante.
Il Direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini-Deltorchio, ha invece posto l’accento sull’evoluzione dell’attività delle SCC dal profilo della loro occupazione e della sicurezza. Un’evoluzione che ha delle conseguenze sia in termini numerici (sovraoccupazione) sia dal punto di vista della complessità e dell’eterogeneità dei casi da gestire. Quali obiettivi 2019 ha ricordato anche lui il progetto delle 12 celle da destinare a detenuti pericolosi o con turbe psichiche minori e l’ulteriore miglioramento dell’ambiente di lavoro.
La Responsabile dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa (UAR), Luisella Demartini-Foglia, ha descritto gli ambiti di competenza del medesimo, che negli ultimi anni ha conosciuto, oltre a un aumento dell’attività, una crescita significativa dei compiti attribuiti: ultimi in ordine di tempo quelli riferiti al nuovo diritto sanzionatorio federale e alla violenza domestica. Ha poi dettagliato il bilancio 2018 dell’UAR e quali sono le problematiche e le tendenze che lo caratterizzano.