Salpare verso l’estate, ma in sicurezza

Salpare verso l’estate, ma in sicurezza

La polizia lacuale ticinese si prepara a una nuova stagione ed esorta chi frequenterà laghi e fiumi a rispettare le regole – A causa delle crisi mondiali, si preannuncia un’estate di grande affluenza

Col primo sole, le rive della Svizzera italiana verranno prese d’assalto. Tra prevenzione, salvataggi e controlli, il responsabile ticinese della polizia lacuale, Marcel Luraschi, conferma a Il Quotidiano che in estate il lavoro non manca. Anche perché le barche immatricolate in Ticino sono 6700, mentre gli agenti che pattugliano i laghi e i fiumi del Cantone sono cinque.

Obiettivo: sicurezza
Tendenzialmente puntiamo sempre sulla sicurezza, quindi controlliamo l’equipaggiamento che deve essere presente, come il giubbotto di salvataggio o l’estintore. Poi, chiaramente, i documenti personali, dalla patente al libretto del gas di scarico, che è obbligatorio sui natanti.” Tra le infrazioni più diffuse, spiega Luraschi, l’assenza della “seconda persona a bordo quando si fa sci nautico. La zona rivierasca interna, poi, è dove ogni anno riscontriamo numerose infrazioni. Ma questo è dovuto anche al turismo di massa che arriva in Ticino: per guardare le casette o trovare un ristorante, navigano parallelamente anche a 50-100 metri da riva.”
Sempre più frequenti, poi, sono gli interventi di soccorso alle imbarcazioni, rimaste senza benzina o sorprese da un temporale. “Quando il lago comincia a diventare scuro, increspato, è un segnale che sta arrivando un temporale”, avvisa il responsabile della polizia lacuale. “La gente aspetta veramente troppo tempo per rientrare a riva, per mettersi in sicurezza e chiudere l’imbarcazione per prevenire danni.”

Grande incognita della stagione, l’affluenza
Durante la pandemia i turisti si erano riversati in massa sui laghi. Quest’estate, con un quadro internazionale non ottimale per i viaggi lontani, potrebbe ripetersi lo scenario, afferma Marcel Luraschi. “Con tutti questi imprevisti, secondo noi ci troveremo con più affluenza di natanti e di bagnanti. Non solo nei laghi, ma anche nei fiumi.” Decisiva, dunque, sarà la prevenzione.
La polizia lacuale esorta a facilitare la convivenza rispettando le regole, a tenere sotto controllo l’alcolemia e a valutare bene le condizioni meteo.

https://www.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Salpare-verso-l%E2%80%99estate-ma-in-sicurezza–3745315.html

Bando di concorso aspiranti 2027

Bando di concorso aspiranti 2027

Comunicato stampa

La Polizia cantonale comunica che oggi è stato pubblicato sul Foglio ufficiale il bando di concorso per l’assunzione di nuovi/e aspiranti gendarmi e per la Polizia cantonale, di nuovi/e aspiranti ispettori/trici di Polizia giudiziaria per la Polizia cantonale e di nuovi/e aspiranti agenti per le polizie comunali di Bellinzona, Chiasso, Losone, Locarno, Lugano e Mendrisio.
I candidati e le candidate ammessi/e seguiranno la Scuola di polizia a partire dal 01.03.2027.
Il percorso formativo che conduce all’Esame professionale per il conseguimento dell’Attestato professionale federale di agente di polizia prevede un primo anno quale aspirante presso la Scuola di polizia del V circondario (SCP) e un secondo anno in qualità di gendarme/agente/ispettore(-trice) in formazione presso i Corpi di appartenenza.
Come di consueto, per accedere a questa formazione biennale l’idoneità dei candidati e delle candidate sarà verificata attraverso un processo di selezione. La decisione sull’assunzione degli e delle aspiranti giungerà al più tardi entro tre mesi prima dell’inizio della formazione.
Le candidature vanno inoltrate entro il 29.04.2026 (fa stato il timbro postale). Il 17.04.2026 dalle 19 alle 22 si terrà una serata informativa presso l’Auditorium della Scuola Cantonale di Commercio in viale Stefano Franscini 32 a Bellinzona.
Il bando di concorso, le modalità di iscrizione ai test fisici e i formulari possono essere consultati/scaricati dal sito internet della Polizia cantonale al seguente indirizzo: www.ti.ch/scuoladipolizia

«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

Il comandante della polizia cantonale ticinese, Matteo Cocchi, da novembre 2024 è presidente della Conferenza delle e dei comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS). Il 2026, apertosi con il dramma di Crans-Montana, è un anno cruciale per le polizie cantonali: all’orizzonte ci sono infatti il G7 a Évian e la conferenza dell’OSCE a Lugano.

Da quando è entrato in carica, nel novembre del 2024, a oggi, come è cambiata la situazione e la percezione della sicurezza in Svizzera?
«A livello nazionale non c’è stato un cambiamento radicale della situazione di minaccia. Ma ci sono alcuni temi che sono rimasti prioritari: stiamo cercando di trovare la quadratura del cerchio, anche a livello di basi legali, per quanto riguarda lo scambio di informazioni di polizia tra Cantoni. Oggi, io riesco a ricevere informazioni di polizia da 30 Paesi dello spazio Schengen più velocemente che non tra un Cantone e l’altro. Sono ostacoli che non ci permettono di lavorare in maniera ottimale e ci frenano nell’efficacia e nell’efficienza».

Il Consiglio federale a metà febbraio ha finalmente avviato la consultazione per permettere uno scambio di informazioni tra Cantoni tramite la piattaforma di consultazione di polizia POLAP. L’attuazione, però, non è prevista prima del 2029. Tra le criticità, c’è anche la questione della protezione dei dati. È un problema reale?
«Non si tratta di uno scambio automatico. Dietro ogni ricerca c’è un agente di polizia formato e ogni richiesta è monitorata. È importante sottolineare che lo scambio di informazioni non riguarda la piccola bagatella che una persona ha commesso in altri Cantoni. Si tratta di inchieste rilevanti e di gravi reati. Se una squadra di inquirenti ticinesi sta lavorando su un traffico internazionale di stupefacenti, deve essere in grado di sapere rapidamente se la stessa banda di criminali è attiva anche in altri Cantoni. Oppure se una persona che si vuole stabilire in Ticino ha già alle spalle reati violenti, ad esempio legati alla violenza domestica».

Il 2026 si è aperto in modo tragico con il rogo di Crans-Montana che ha provocato 41 morti e 115 feriti. Che ruolo ha svolto la Conferenza nella gestione di questo dramma?
«La Conferenza non gestisce l’aspetto operativo sul terreno. Però dopo gli attacchi terroristici a Parigi nel 2015 abbiamo migliorato il concetto e i piani di reazione, dotandoci dello Stato maggiore di condotta di polizia. Il suo compito è di supportare nella pianificazione chi ne ha bisogno. Il Canton Vallese nella notte di Capodanno ha immediatamente fatto richiesta per avere specialisti DVI (Disaster Victim Identification, ndr) per l’identificazione delle vittime. La mattina del 1. gennaio, dopo essere stato allarmato dalla mia Centrale operativa, alle 06.15 ero al telefono con un collega vallesano allo scopo di capire cosa avremmo potuto fare a loro supporto e per informarlo della nostra ulteriore disponibilità. Nelle prime ore del mattino il personale richiesto a livello svizzero era già in viaggio per Crans-Montana, compresi quattro specialisti ticinesi. Poi, nei giorni seguenti, c’è stata un’ulteriore richiesta di sostegno per l’organizzazione della cerimonia supportata da un importante numero agenti romandi e ticinesi. Oggi posso dire che il sistema ha funzionato e funziona, anche in caso di crisi improvvise».

Ci sono invece situazioni che possono essere anticipate. A metà giugno ci sarà il G7 a Évian, sul Lago Lemano, poi Lugano ospiterà a inizio dicembre la conferenza ministeriale dell’OSCE. Cosa è emerso finora dalla valutazione dei rischi?
«L’analisi dei rischi è costante e può variare in ogni momento. Abbiamo, per quanto riguarda il Ticino, una cellula che si occupa di monitorare la situazione. Ogni Cantone si occupa della sua situazione interna e abbiamo la possibilità di coordinarci a livello nazionale, anche per il tramite dello Stato maggiore nazionale. I Cantoni Ginevra, Vaud e Vallese sono al lavoro per l’organizzazione e la pianificazione relativa al G7, che si tiene in Francia ma che avrà ripercussioni anche in Svizzera. Oggi, più che un attacco diretto, uno degli elementi più problematici riguarda tutto quanto gira attorno al mondo cyber, compresi attacchi ibridi e spionaggio. Non sono da escludere importanti dimostrazioni sul territorio svizzero, come già avvenne nel 2003. L’OSCE, va ricordato, non conta solo membri europei. Ci potrebbero essere anche rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Israele. C’è chi potrebbe avere interesse a “rovinare la festa”. L’attenzione sarà più elevata, così come la sicurezza. A seguito dell’impiego relativo al G7 potremo poi tirare ulteriori conseguenze per il dispositivo di Lugano».

Nel 2003 Évian aveva già ospitato il G8 (allora c’era anche la Russia) e si erano verificati pesanti scontri a Ginevra e Losanna. L’Esercito potrà schierare da duemila fino a cinquemila militari in servizio d’appoggio. E la polizia?
«Per questioni tattiche non forniremo cifre, ma ci saranno agenti di polizia da tutta la Svizzera. Ogni concordato di polizia, sulla base di una chiave di riparto, sarà chiamato a contribuire. Il Cantone che fa richiesta, però, dovrà mettere a disposizione il numero più alto di agenti. C’è poi un aspetto da tenere conto: già oggi siamo confrontati con attacchi ibridi. La Confederazione e le grosse imprese sono quasi tutti i giorni vittime di tentativi di attacchi informatici. La situazione è completamente cambiata rispetto ad alcuni anni fa».

Le valutazioni del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) sono cruciali per le forze di polizia cantonali. Eppure, negli ultimi anni i servizi segreti complici le riforme interne e la carenza di risorse – hanno attirato le critiche dei Cantoni. Quali strumenti potrebbero far cambiare marcia a questa collaborazione?
«Non è un mio compito dire come deve lavorare il SIC. I servizi di informazione devono analizzare, anticipare e reagire. In passato, è vero, alcune cose non hanno funzionato, ma dall’arrivo del nuovo direttore (Serge Bavaud, dallo scorso novembre, ndr) ci siamo incontrati più volte e le nostre richieste e osservazioni sono state ben recepite. Il passato è passato, ora stiamo andando nella buona direzione ».

Terrorismo, attacchi ibridi, droni. In una recente intervista alla NZZ, la presidente della Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, Karin Kayser- Frutschi, ha detto che oggi troppo spesso non è chiaro di chi sia la responsabilità in caso di attacchi. Chi è che può intervenire in modo rapido e soprattutto con strumenti adeguati?
«Quanto sostiene la presidente è vero, in alcuni casi le responsabilità non sono del tutto definite. In altri invece le competenze sono chiare. Nel caso di un attacco di un drone contro una centrale elettrica, la responsabilità è nella prima fase della polizia del Cantone toccato. Poi, una volta che si capisce di quale tipo di attacco si tratta, la competenza può salire al livello superiore. Se c’è l’utilizzo di esplosivo, il caso passa direttamente al Ministero pubblico della Confederazione. Nell’ambito dei droni, però, il campo è molto vasto e lo sviluppo è costante. Lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina. Quello che vale oggi, potrebbe non esserlo più domani. L’importante è restare al passo con i tempi con la difesa da questi velivoli, altrimenti si rischia davvero di perdere il treno».

Un altro aspetto che Kayser-Frutschi mette in evidenza è la necessità di specializzarsi. A suo avviso, bisogna abbandonare il modello delle «forze di polizia generaliste ». Nella Svizzera centrale, Nidvaldo si è specializzato nelle operazioni di soccorso in acqua, Obvaldo nel soccorso alpino. Cosa si sta facendo a livello nazionale per aumentare la cooperazione in ambiti specifici?
«Già oggi alcuni Cantoni hanno settori più sviluppati di altri: ad esempio, solo pochi Corpi di polizia hanno tiratori scelti con tutte le competenze. Lo stesso vale per gli artificieri. In caso di indagini particolari che toccano l’utilizzo di esplosivo intervengono gli specialisti della Scientifica di Zurigo. Magari, in futuro, potrebbero esserci centri di competenza nell’ambito di indagini cyber».

In futuro, quindi, ogni Cantone dovrebbe specializzarsi in un ambito diverso?
«Ritengo che lo specialista sia un elemento in più. Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati. Sicuramente ne avremmo bisogno, ma dovranno sempre esserci anche i “generalisti”. Ci saranno sempre incidenti stradali, casi di violenza domestica e furti. Cito questi perché sono i tre elementi di base che vengono testati alla fine dell’iter formativo che porta al brevetto federale di agenti di polizia. A farci crescere sono anche le esercitazioni “multicantonali”, in cui bisogna coordinare le azioni di polizia tra i vari Cantoni. Questo permette anche di seguire standard armonizzati e di avere una formazione di base e continua comune».

Dalla statistica criminale di polizia 2025, pubblicata pochi giorni fa, emerge un aumento del numero dei reati violenti gravi: la violenza domestica e i femminicidi rappresentano un problema. La Conferenza cosa sta facendo per combattere queste forme di reati?
«In questi casi la Conferenza non ha un compito operativo, ma attraverso dei progetti si cerca di creare standard comuni sulla base delle esperienze fatte in altri Cantoni. In Ticino, ad esempio per la gestione delle minacce, è stato creato il Gruppo Prevenzione e Negoziazione, così come il Centro competenza violenza che si occupa anche di violenza domestica. Il nostro Cantone è stato lungimirante anche in altri ambiti: ad esempio per quanto riguarda la prevenzione delle truffe telefoniche. Quanto abbiamo fatto negli ultimi anni è stato ripreso da altri Cantoni. In questo modo si cercano soluzioni comuni, ben consapevoli che alla fine dei conti ogni Cantone è responsabile della propria sicurezza».

Il federalismo, con 26 Cantoni e 26 modi di agire differenti, può rappresentare un problema per la sicurezza interna della Svizzera?
«No, non è un problema se si lavora insieme e si collabora. Ecco, se dobbiamo cambiare una legge ci vuole un po’ più di tempo. Però la collaborazione tra i vari Corpi di polizia è quotidiana e il federalismo non mina di sicuro la sicurezza interna della nostra Confederazione ».

La collaborazione è fondamentale nel mondo cyber, dove non ci sono confini fisici. Come si può essere più efficaci in questa dimensione? La creazione di una «Polizia postale», come ad esempio in Italia, può essere una soluzione o servono semplicemente regole più severe?
«No, non credo che arriveremo a creare un Corpo apposito a livello nazionale. Sarebbe necessario modificare la Costituzione poiché essa dà l’autonomia ai Cantoni per quanto riguarda la sicurezza interna. Sarà però possibile creare centri di competenza in cui gli specialisti dei vari Cantoni possano lavorare insieme. E uno scambio semplificato di informazioni tra le polizie permetterà anche di migliorare la collaborazione. Avolte il problema è che quando si avviano inchieste, ci si rende presto conto che l’autore non risiede nel nostro Cantone o spesso nemmeno nel nostro Paese. Per questo ci vogliono gli accordi internazionali e il supporto di enti preposti come Interpol ».

Intervista pubblicata nell’edizione di sabato 28 marzo 2026 del Corriere del Ticino

Cocchi: «La gente è sempre più nervosa»

Cocchi: «La gente è sempre più nervosa»

Il comandante della Polizia cantonale, in veste di presidente della CCPCS, commenta la situazione in Svizzera fra sicurezza e criminalità: «In dieci anni è cambiato molto, la gente è più sotto pressione e i social…»

Eventi tragici ed eccezionali, come l’incendio avvenuto a Crans-Montana (VS) o il più recente rogo di un’autopostale a Kerzers (FR), mostrano quanto situazioni improvvise possano mettere sotto pressione non solo il sistema di sicurezza e soccorso, ma anche l’intera società.
A commentare questi casi, in intervista con i quotidiani del gruppo CH Media, è il comandante della polizia ticinese Matteo Cocchi, nella sua veste di presidente della Conferenza delle e dei comandanti delle polizie cantonali (CCPCS).
In casi come questo – con elevati numeri di vittime, ma anche un forte impatto emotivo sulla popolazione – la chiave di volta è la cooperazione intercantonale, a tutti i livelli.
Una sinergia, questa, che diventa sempre più importante anche considerando un contesto – quello svizzero – che con gli anni è mutato, senza addolcirsi: «La gente è più nervosa», spiega Cocchi. Secondo lui, «ci sono più situazioni delicate rispetto a dieci anni fa».
Pur non trattandosi di un aumento uniforme di tutta la criminalità, si registra una crescita della disponibilità alla violenza e dei reati violenti.
Secondo lui, infatti, «le persone si arrabbiano più velocemente e reagiscono in modo più aggressivo».
Questo fenomeno è legato a diversi fattori sociali, tra cui l’aumento della pressione lavorativa e delle tensioni nella vita quotidiana. A ciò si aggiunge, secondo il comandante, un progressivo «indebolimento del rispetto reciproco tra le persone».
Un ruolo importante è svolto anche dai social media. Come spiega Cocchi, «con i social media è diventato molto facile insultare o minacciare qualcuno».
In passato chi voleva offendere o minacciare qualcuno doveva esporsi direttamente, nella pubblica piazza. Oggi, invece, molte persone si sentono più forti dietro uno schermo (e a una tastiera) e agiscono senza percepire immediatamente le conseguenze delle proprie parole. Questo, conferma sempre il ticinese, si traduce in un aumento statistico delle minacce.
Parlando di criminalità la percezione generale può divergere dalla realtà. Per certi versi la Svizzera è più sicura: «I furti negli ultimi anni sono diminuiti».
Tuttavia, altri fenomeni stanno aumentando, in particolare la violenza domestica, la propensione alla violenza e i reati violenti. Cocchi evidenzia che «questa è una tendenza che si è sviluppata soprattutto dopo la pandemia di Covid» e che riguarda l’intera Confederazione, «bisogna fare di più, soprattutto con la prevenzione».

https://www.tio.ch/ticino/attualita/1911451/cocchi-la-gente-e-sempre-piu-nervosa

Tentativo di truffa phishing a nome della Polizia cantonale

Tentativo di truffa phishing a nome della Polizia cantonale

Comunicato stampa

La Polizia cantonale informa che nelle scorse ore sono state inviate delle e-mail a privati cittadini, istituzioni e aziende nelle quali il destinatario viene falsamente accusato di aver commesso un reato grave. Nel messaggio viene richiesto di contattare le autorità entro 72 ore, con l’obiettivo di esercitare pressione e indurre a rispondere attraverso il link presente nel testo. Per rendere la truffa più credibile vengono indebitamente utilizzati il nome della Polizia cantonale e i riferimenti di funzionari di polizia. Si tratta di un tentativo di phishing.

Come proteggersi:

 – Non rispondere e non fornire dati personali o sensibili
 – Non cliccare su link e non aprire allegati
 – Verificare sempre attentamente l’indirizzo del mittente

Si rinnova l’invito a essere diffidenti in caso di e-mail che esortano a fornire dati personali e che affermano che se non si procede in tal senso vi saranno conseguenze (ad esempio perdite di denaro, denuncia penale, blocco delle carte).
Le persone che hanno ricevuto queste e-mail fraudolente sono invitate a inviare una segnalazione alla Polizia cantonale all’indirizzo prevenzione@polca.ti.ch.

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Finti poliziotti truffano in rete

https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/finti-poliziotti-truffano-in-rete?urn=urn:rsi:video:3518992

 

Mi distraggo? No grazie! La vita vale più di una distrazione

Mi distraggo? No grazie! La vita vale più di una distrazione

Comunicato stampa

Nel mese di gennaio 2026 si è conclusa la prima fase della campagna di prevenzione “Mi distraggo? No grazie!”, promossa nell’ambito del progetto Strade sicure del Dipartimento delle istituzioni, in collaborazione con la Polizia cantonale e le Polizie comunali e con il sostegno del Fondo per la sicurezza stradale. L’iniziativa, avviata il 3 novembre 2025, ha l’obiettivo di richiamare l’attenzione dei conducenti e, più in generale, di tutti gli utenti della strada sui rischi della distrazione e sulle conseguenze che può generare per sé e per gli altri.

La distrazione resta infatti una delle principali cause di sinistri e di situazioni di pericolo sulle strade. L’uso del telefonino per telefonate, messaggi e notifiche, la regolazione del navigatore o delle funzioni del veicolo, così come mangiare, bere o cercare oggetti, sono gesti che possono ridurre drasticamente i tempi di reazione e la capacità di percepire ciò che accade attorno. Anche pochi secondi di disattenzione possono essere sufficienti per trasformare una normale situazione di traffico in un evento grave. 

Nel corso delle settimane di campagna la sensibilizzazione è avvenuta in modo capillare attraverso diversi canali, con l’intento di raggiungere pubblici differenti e di incidere sui comportamenti quotidiani che più facilmente portano a “staccare” l’attenzione dalla strada. L’iniziativa ha previsto la presenza di affissioni e materiali informativi sul territorio, la diffusione di flyer e adesivi, nonché la pubblicazione online e sui social di tre filmati che rappresentano situazioni quotidiane vissute da automobilisti e ciclisti. 
Per favorire riconoscimento e consapevolezza, la campagna ha visto l’introduzione del personaggio di fantasia “Mix Distraggo”, appositamente creato per incarnare la distrazione con un approccio ironico ma incisivo. Un quiz interattivo pubblicato sulla pagina dedicata di Strade sicure ha inoltre permesso di mettere alla prova la propria attenzione e conoscenza dei rischi. La campagna è stata ulteriormente sostenuta da contenuti diffusi sui profili ufficiali della Polizia cantonale e dalla distribuzione di volantini informativi presso i posti di polizia e in occasione di controlli preventivi. 

Accanto all’attività di sensibilizzazione, prima e durante il periodo della campagna sono stati effettuati controlli mirati sul territorio. In questo contesto, si è registrato un aumento delle infrazioni di circa l’11% rispetto all’anno precedente. Nel dettaglio, nell’ottobre 2025 sono state elevate 1’154 contravvenzioni, in novembre 378 e in dicembre 408, per un totale di 1’940 contravvenzioni (nel 2024: 1’748). Di queste, 1’867 sono state comminate mediante multe disciplinari (OMD) (nel 2024: 1’656) e 73 con procedura ordinaria, intimata dall’Ufficio giuridico della Sezione della circolazione (nel 2024: 92).

Tra le denunce effettuate figurano diversi comportamenti particolarmente pericolosi. In un caso, un conducente è stato sorpreso mentre guardava un film sul telefono cellulare con il veicolo in movimento; in un altro, un automobilista ha lasciato il voltante con entrambe le mani, in autostrada, per fotografare e filmare il panorama, circolando sulla corsia centrale a una velocità inferiore al minimo consentito. Sono stati infine denunciati un conducente sorpreso mentre effettuava una videochiamata alla guida e un altro intento a leggere documenti mentre era al volante.
La sicurezza stradale è una responsabilità condivisa. Con questa iniziativa, il Dipartimento delle istituzioni, la Polizia cantonale e le Polizie comunali ribadiscono il proprio impegno costante nella
prevenzione e nella promozione di comportamenti responsabili, invitando tutti e tutte a un comportamento attento, responsabile e rispettoso sulle nostre strade, perché la vita vale più di una
distrazione. La campagna proseguirà anche nel 2026 con iniziative puntuali, attività informative e controlli mirati nell’ambito del progetto Strade sicure.

Ulteriori informazioni e i materiali della campagna, incluso il quiz, restano disponibili su www.stradesicure.ch

Allontanamento di un detenuto dalla sezione aperta del carcere penale

Allontanamento di un detenuto dalla sezione aperta del carcere penale

Comunicato stampa

In merito al video diffuso negli ultimi giorni sui social media relativo all’allontanamento non autorizzato di un detenuto dal carcere Lo Stampino, il Dipartimento delle istituzioni, le Strutture Carcerarie e la Polizia cantonale comunicano quanto segue.

Nella tarda serata del 24 gennaio un detenuto, approfittando delle caratteristiche del regime detentivo della Sezione aperta delle Strutture carcerarie cantonali, si è allontanato dall’istituto senza autorizzazione. L’episodio è stato immediatamente rilevato dalle Strutture carcerarie che, con la Divisione della giustizia e la Polizia cantonale, hanno prontamente attivato le procedure previste. Grazie al tempestivo intervento delle forze dell’ordine e al coordinamento con le autorità competenti, il soggetto è stato rintracciato in breve tempo. Il collocamento nella Sezione aperta “Lo Stampino” del carcere è stabilito dal Giudice dei provvedimenti coercitivi in assenza di rischio di fuga e di recidiva, poiché tale soluzione garantisce maggiore libertà di movimento e comporta minori misure di sicurezza. Un detenuto che intende allontanarsi dallo Stampino può farlo senza particolari difficoltà e senza ricorrere a modalità estreme, ad esempio non rispettando le regole previste oppure non rientrando da un congedo o da un’attività lavorativa svolta all’esterno. Va precisato che si tratta di scelte che comportano conseguenze importanti per il detenuto il quale, una volta rintracciato dalle forze dell’ordine, viene ricondotto in carcere dove, oltre a incorrere in una sanzione disciplinare, sconta il resto della pena nella sezione a regime chiuso.

Non verranno rilasciate ulteriori informazioni.

‘Polizia ticinese’, parla il coordinatore della commissione

‘Polizia ticinese’, parla il coordinatore della commissione

“Nel gruppo di lavoro mi sarei aspettato più collegialità”

La consultazione si è conclusa a metà dello scorso ottobre. Quale fine ha fatto il progetto ‘Polizia ticinese’ voluto anni fa dal consigliere di Stato Norman Gobbi per migliorare la collaborazione tra la Cantonale e le polcomunali? «Come Segreteria generale stiamo facendo una sintesi delle prese di posizione pervenute – una settantina, la maggior parte giunta dai Comuni –, che consegneremo nelle prossime settimane al governo. Il quale dovrà decidere se disporre ulteriori approfondimenti, se optare invece per lo statu quo o se riattivare, dopo averlo abbandonato nel 2015 con il ritiro del messaggio favorevole alla mozione Galusero, il dossier polizia unica», dice, interpellato da ‘laRegione’, Luca Filippini.

Il segretario generale del Dipartimento istituzioni è il coordinatore del gruppo di lavoro misto – Cantone, Comuni e Associazione polizie comunali ticinesi – che ha allestito lo studio ‘Polizia ticinese’. «Una ridistribuzione dei compiti tra la Polizia cantonale e le polizie comunali per evitare doppioni e rendere più efficace la cooperazione fra la prima e le seconde, a beneficio dei cittadini, mantenendo comunque la competenza dei corpi locali per quanto riguarda la sicurezza di prossimità: questo il mandato assegnatoci dal Consiglio di Stato nel 2020», ricorda Filippini.

Il progetto posto in consultazione ha però raccolto più critiche che consensi. Nel frattempo il gruppo da lei diretto si è riunito?
No. Del resto non avrebbe avuto senso. Noi tecnici il lavoro lo abbiamo fatto, allestendo lo studio. Il prossimo passo spetta al governo, che dovrà prendere una decisione, una decisione politica, alla luce dei pareri emersi dalla consultazione.

Che sono soprattutto negativi.
Vero, seppur con sfumature diverse. C’è chi si dice contrario su tutta la linea, chi in parte e chi chiede di fare ancora degli approfondimenti. In tanti avanzano dubbi sulla neutralità finanziaria della riforma e sul tipo di governance proposto. C’è poi chi contesta l’attribuzione alle polcomunali di alcuni semplici compiti di polizia giudiziaria: una polemica che secondo me non si giustifica. Ma tant’è. Insomma il progetto non ha fatto l’unanimità fra gli enti – Comuni e associazioni – che hanno partecipato alla consultazione. La mia impressione è che in generale si sia restii ai cambiamenti. C’è solo un aspetto ampiamente condiviso: quello di lasciare la responsabilità della sicurezza di prossimità alle polizie comunali. Ma è una magra consolazione, perché il nostro progetto questo aspetto non lo mette in discussione.

Come coordinatore del gruppo di lavoro non ha nulla di cui rimproverarsi?
Avrei potuto imprimere un’accelerazione. Si doveva pedalare di più. Intendiamoci: la commissione, e io per primo, ritiene di aver lavorato in modo serio e approfondito. E rammento che ogni suo membro ha dovuto conciliare gli impegni professionali con quelli derivanti dall’allestimento dello studio. Cosa non facile. Tuttavia lo ripeto: quale coordinatore avrei dovuto sollecitare un’evasione più celere del mandato, organizzando fra l’altro un numero maggiore di riunioni. È stata una lunga gestazione. Troppo lunga. Il che potrebbe aver inciso negativamente su determinate proposte dello studio: probabilmente ci siamo concentrati più del dovuto su determinati punti e meno su altri che avrebbero però meritato altrettanta attenzione. Ma quello che mi ha amareggiato, e mi amareggia, è stato il venir meno a un dato momento di una certa collegialità nel gruppo di lavoro.

Si spieghi meglio.
Discussioni, confronti non sono ovviamente mancati al nostro interno. Ovviamente, perché le sensibilità su un tema importante e delicato come la sicurezza pubblica erano diverse. L’incarico ricevuto dal Consiglio di Stato era però chiaro: formulare delle proposte per ottimizzare l’attività di polizia sul nostro territorio, partendo dalla situazione istituzionale vigente, ovvero dalla presenza di una Polizia cantonale e di più corpi di polizia comunali. Il progetto va, reputo, in questa direzione. Ed è il progetto uscito dal gruppo di lavoro. Quando però è partita la consultazione si sono palesate pubblicamente voci piuttosto critiche nei confronti dello studio provenienti dall’interno del gruppo. Mi riferisco all’Associazione delle polizie comunali, il cui presidente era ed è tra i componenti della commissione da me coordinata. E mi è sinceramente dispiaciuto, anche perché all’esterno queste voci critiche sono state percepite come una mancanza di condivisione unanime, o come una condivisione solo parziale, del progetto da parte del gruppo di lavoro che lo aveva allestito.

Articolo pubblicato nell’edizione di venerdì 30 gennaio 2026 de La Regione

Violenza domestica, «la denuncia non è un salto nel vuoto»

Violenza domestica, «la denuncia non è un salto nel vuoto»

Marina Lang, responsabile del Centro di competenza violenza della Polizia cantonale, commenta i risultati della ricerca della Scuola di scienze criminali dell’Università di Losanna in collaborazione con la Divisione Giustizia ticinese

Quanti responsabili di violenza domestica vengono effettivamente condannati in Ticino? È questa la domanda di partenza della tesi di Master di Federico Bolzani alla Scuola di scienze criminali dell’Università di Losanna. Un lavoro di ri cerca frutto della collaborazione con la Polizia cantonale e la Magistratura, intenzionate ad approfondire l’intero iter procedurale che segue la denuncia. L’analisi riguarda 507 casi registrati tra il 1. gennaio 2022 e il 31 dicembre 2023. Gli obiettivi? Valutare il tasso di archiviazione dei procedimenti e identificare i fattori che influenzano le decisioni giudiziarie.
Ebbene, i risultati mostrano che il 27% dei casi si è concluso con una condanna; nel 14% dei casi non era stata ancora emessa una decisione definitiva al momento della raccolta dei dati; il 59% si è concluso senza una condanna. Dall’analisi di questi ultimi casi, è emerso che nel 19% delle situazioni, il Ministero pubblico ha emesso un decreto di non luogo a procedere (i fatti non costituiscono reato o risultano prescritti), nel 12% dei casi il procuratore ha optato per un decreto di abbandono (archiviazione del procedimento, in particolare quando gli elementi di prova non sono sufficienti per sostenere l’accusa), nel 28% dei casi la procedura è stata sospesa (come previsto dall’art. 55a del Codice penale) e archiviata dopo sei mesi.

Le prove e il procuratore
Sebbene a un primo sguardo la percentuale di condanne (27%, quasi 3 casi su 10) possa apparire bassa, i risultati rivelano un tasso di abbandono inferiore a quello osservato in altri cantoni (20% di condanne a Vaud nel 2012). «Questa differenza – commenta Bolzani – si spiega in particolare con la revisione dell’articolo 55a del Codice penale, secondo cui la sola volontà della vittima (la quale ritira la denuncia, ndr) non è più sufficiente per sospendere il procedimento, occorre anche che tale sospensione contribuisca a stabilizzare o migliorare la sua situazione (la vittima è al sicuro o l’imputato è obbligato a partecipare a un programma di prevenzione della violenza) e tale valutazione spetta al procuratore. Inoltre, negli anni è sicuramente aumentata la sensibilità nei confronti del tema della violenza a opera di partner o ex partner».
L’analisi evidenzia pure tre fattori determinanti che consentono a un procedimento di sfociare in una condanna: la presenza di un referto medico che attesti le violenze, il tipo di violenza subita e l’allontanamento o l’arresto dell’autore da parte della polizia. Elementi oggettivi, «legati alla prospettiva non discrezionale». «Il mio lavoro ha potuto misurare la presenza di violenza fisica grazie alla documentazione presente nei fascicoli, mentre non era possibile avere accesso sistematico a prove di violenze psicologiche», precisa l’autore. «Ma, tra i casi studiati, solo l’8% riguardava esclusivamente violenza psicologica. Nella stragrande maggioranza, questa coesisteva con violenze fisiche. Le vittime non sono comunque prive di tutela: messaggi, e-mail e altre comunicazioni scritte da parte dell’autore diventano prove tangibili e utilizzabili. In assenza di testimoni, entrano in gioco i servizi di aiuto alle vittime che possono indirizzarle verso specialisti (psicologi, medici, avvocati) le cui relazioni potrebbero avere valore probatorio. Anche senza lesioni visibili, denunciare può quindi attivare protezione e strumenti utili».

Gli episodi «invisibili»
A stupire Bolzani, comunque, è il fenomeno della cosiddetta «cifra nera», ovvero i casi che non vengono denunciati. Perché spesso la violenza viene subita in silenzio, soprattutto se arriva dal partner. «La consapevolezza che esista un numero significativo di episodi che restano invisibili è la cosa che mi sorprende di più. Da qui l’importanza delle campagne di sensibilizzazione, che puntano a intercettare queste situazioni sommerse». Nelle conclusioni dell’analisi, viene precisato che la gravità dei fatti, da sola, non garantisce una condanna. Sono soprattutto le prove oggettive (come i referti medici) a svolgere un ruolo centrale nella decisione giudiziaria. E «se la protezione delle vittime è al centro e l’approccio penale è fondamentale, risulta altrettanto importante la presa a carico degli autori per aumentare l’effetto dissuasivo, ma anche per rendere più efficace l’intervento complessivo».

Giocare d’anticipo
A questo proposito, la creazione del Gruppo prevenzione e negoziazione (GPN) della Polizia cantonale ha introdotto dei cambiamenti. Oggi il Ticino dispone di specialisti in grado di individuare, interpretare e gestire i segnali di rischio prima che la violenza degeneri. «Dai primi anni di attività, emergono chiaramente una maggiore capacità di intercettare precocemente le situazioni a rischio (dalle minacce allo stalking), un’importante professionalizzazione degli interventi (caratterizzata da analisi professionali e competenze comunicative), nonché un rafforzato coordinamento interno », spiega Marina Lang, responsabile del Centro di competenza violenza della Polizia cantonale. E i risultati dello studio di Bolzani orientano ulteriormente l’azione operativa. «La violenza non nasce all’improvviso: può avere radici culturali e psicologiche profonde, che oggi affiorano anche nelle fasce di età più giovani. Per questo gli interventi devono partire già dalle scuole. L’attuale campagna nazionale di prevenzione “L’uguaglianza previene la violenza” interviene laddove la violenza ha inizio: nelle disparità di potere, nelle condizioni di dipendenza e nelle norme discriminatorie. Sensibilizza sui primi segnali di allarme, incoraggia a parlare dell’argomento e fornisce informazioni sulle offerte di consulenza e aiuto. L’obiettivo è prevenire. Educazione affettiva, rispetto del consenso, gestione della gelosia e del controllo digitale, sono temi che parlano direttamente ai giovani. Ma non basta. Serve coinvolgere anche famiglie e adulti significativi: insegnare a riconoscere segnali di relazioni tossiche, a non voltarsi dall’altra parte, a trasformare il “non è affar mio” in responsabilità collettiva. Cambiare la cultura significa cambiare lo sguardo: la violenza domestica non è un fatto privato, è un problema sociale».

Articolo pubblicato nell’edizione di lunedì 19 gennaio 2026 del Corriere del Ticino

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Intervista a Marina Lang, responsabile Centro di competenza violenza della Polizia

Per ottenere aiuto è necessario chiederlo. Come conquistare la fiducia delle vittime?
«La denuncia rappresenta, sul piano formale, la porta d’accesso alla tutela istituzionale; sul piano esperienziale, tuttavia, è spesso percepita come un atto rischioso, esposto e potenzialmente  inefficace. Siamo oggi maggiormente consapevoli che dobbiamo agire, in primo luogo, sul piano della credibilità del sistema. Quando una donna denuncia, deve poter sperimentare fin da subito un intervento coordinato, tempestivo e comprensibile: protezione reale, informazioni chiare su cosa accadrà, accompagnamento nelle fasi successive. In questo senso i risultati dello studio ci spingono a orientare con ancor maggior chiarezza le vittime verso la certificazione medica di eventuali lesioni, così come estendere questa certificazione a ferite psicologiche. È fondamentale poi agire sul piano comunicativo e culturale: spiegando in modo trasparente cosa fa oggi il sistema e cosa è cambiato rispetto al passato. Un altro elemento riguarda la qualità dell’accoglienza: la prima interazione con la Polizia (o le autorità) è decisiva. Sentirsi ascoltate, credute e non giudicate ha un impatto diretto sulla percezione di legittimità dell’intero sistema. Infine, è essenziale ridurre l’isolamento decisionale della vittima: la denuncia non dovrebbe essere vissuta come un salto nel vuoto, ma come un percorso accompagnato. La presenza di reti di sostegno (servizi di aiuto alle vittime, sanitario, consulenza legale) che lavorano in modo integrato con la Polizia permette di spostare il focus dalla singola denuncia alla presa a carico complessiva della situazione»

Concretamente?
«In sintesi, la fiducia non si chiede, ma si costruisce. Attraverso coerenza dell’azione, visibilità delle tutele, qualità relazionale degli interventi e un sistema che dimostri, nei fatti, di saper proteggere chi trova il coraggio di fare il primo passo».

Quale lavoro viene svolto con gli agenti, affinché non sottovalutino (più) determinate situazioni?
«La Polizia cantonale investe nella formazione di base e continua, con moduli specifici dedicati al riconoscimento precoce dei segnali di rischio, e con l’introduzione di protocolli obbligatori che guidano la raccolta delle informazioni e riducono il rischio di valutazioni superficiali. Parallelamente, sono stati definiti flussi operativi chiari e strutturati, che permettono di indirizzare in modo sistematico la gestione dei casi verso specialisti del Servizio violenza domestica interni alla Gendarmeria. La cultura istituzionale è cambiata: la violenza domestica non è più interpretata come una “lite privata”, bensì come un rischio concreto e spesso imprevedibile. Gli agenti che operano in ambito di violenza domestica sono oggi sempre più specializzati e il messaggio operativo è chiaro e univoco: non minimizzare mai».

Dal lavoro di Bolzani emerge che il coordinamento tra istituzioni è essenziale per garantire supporto e ridurre la dipendenza dalla collaborazione della vittima. Che cosa si può fare per migliorare questo aspetto in Ticino?
«Il coordinamento rappresenta il fulcro della protezione moderna. Il Gruppo di accompagnamento in materia di violenza domestica riunisce sotto il cappello della Divisione della giustizia i principali attori attivi in questo ambito. La Legge cantonale sulla prevenzione e il contrasto alla violenza domestica e l’introduzione del numero unico 142 consentiranno di definire un percorso unitario per la vittima, con tempi certi e responsabilità chiaramente ripartite tra Polizia, settore sanitario, servizi di aiuto alle vittime, di sostegno agli autori e Magistratura. L’obiettivo è rafforzare la collaborazione inter-istituzionale per consolidare il senso di protezione percepito dalle vittime e orientare gli autori, al di là dell’eventuale condanna, verso percorsi di sostegno e di aiuto, finalizzati ad accrescere la consapevolezza del proprio agire violento».

Cerimonia annuale della Polizia cantonale

Cerimonia annuale della Polizia cantonale

Comunicato stampa

Ieri presso il Tribunale penale federale di Bellinzona si è svolta la tradizionale cerimonia annuale della Polizia cantonale. Presenti all’evento il Presidente del Gran Consiglio Fabio Schnellmann, il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi, il Presidente del Tribunale penale federale Alberto Fabbri e il Procuratore Generale Andrea Pagani.
Nel corso dell’evento sono stati presentati i nuovi assunti, sia uniformati sia amministrativi, e sono stati sottolineati i traguardi raggiunti attraverso specifici percorsi formativi. Nel suo intervento il Comandante Matteo Cocchi ha dapprima evidenziato che la Polizia cantonale ha affrontato un 2025 che non è stato privo di sfide e che offre anche molti motivi per essere fieri del suo operato. Infatti, il Corpo ha proseguito con determinazione nell’adempimento dei suoi compiti istituzionali quali la prevenzione, il controllo del territorio, gli interventi e la cooperazione con le altre forze dell’ordine nonché altre istituzioni dello Stato. Si è poi soffermato sul ricambio generazionale che interesserà anche la Polizia cantonale nei prossimi anni. Una sfida complessa che ne vede implicate quattro, i “Baby Boomers” (nati tra il 1946 e il 1964), la “Generazione X” (1965-1980), i “Millennials” (1981-1996) e la “Generazione Z” (1997-2012), e che richiederà appropriate misure per mantenere gli effettivi e la qualità del servizio, attrarre e formare nuove leve nonché valorizzare l’esperienza degli agenti senior in uscita. In quest’ambito ha sottolineato che, grazie ad un intenso lavoro di squadra, è stato possibile organizzare una nuova Scuola di polizia con 15 aspiranti per il Corpo. Questo nonostante le difficoltà finanziarie a livello cantonale. Ha inoltre rilevato che il 2026 si prospetta come un anno di straordinaria importanza e di grande impegno, che metterà alla prova la professionalità, la capacità organizzativa e la coesione delle forze dell’ordine svizzere. Il calendario degli eventi internazionali, ad esempio la Conferenza dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) a Lugano, che si terranno in Svizzera e nei territori limitrofi richiederà infatti un dispositivo di sicurezza di ampia portata e di grande complessità. Sarà necessario pianificare con largo anticipo, coordinare risorse e competenze, rafforzare la collaborazione interforze e tra istituzioni, sia a livello cantonale ma anche federale e internazionale. Impegni che comporteranno sacrifici, orari impegnativi e una disponibilità straordinaria da parte di ognuno. In un periodo in cui la sicurezza è un valore sempre più sentito dai cittadini e un fondamento della nostra democrazia, il ruolo della Polizia cantonale sarà dunque determinante. Non si tratterà solo di “gestire eventi”, ma di garantire che la Svizzera continui a essere riconosciuta come un Paese sicuro, stabile e affidabile. “Insieme, con professionalità e spirito di servizio, sapremo essere all’altezza di questa sfida” ha concluso il Comandante.
Nel suo intervento alla cerimonia della Polizia cantonale ticinese, il Presidente del Consiglio di Stato, Norman Gobbi, ha espresso gratitudine per il lavoro svolto dal Corpo nell’ultimo anno, segnato da sfide tradizionali e nuove nella lotta alla criminalità. Ha sottolineato come, nonostante queste sfide, la Polizia cantonale abbia garantito presenza, prevenzione e stabilità in ambiti sensibili. Il Governo ha ribadito il proprio sostegno, in particolare sul fronte della formazione, della tecnologia e della cooperazione interforze, riconoscendo il ruolo centrale della Polizia cantonale nel mantenere la sicurezza e la fiducia della popolazione ticinese. Ha terminato il suo saluto con gli auguri per le ormai prossime festività natalizie e soprattutto per un 2026 ricco di soddisfazioni professionali e personali.