Giornata del latte a Bellinzona

Giornata del latte a Bellinzona

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della Giornata del latte a Bellinzona | Fa stato il discorso orale

Care ragazze,
Cari ragazzi,
Gentili signore,
Egregi signori,

Vi saluto a nome del Consiglio di Stato e do il benvenuto in Ticino a chi è venuto a trovarci da oltre Gottardo.

È bello vedere una Piazza del Sole così animata e colorata. Colorata proprio come i cartelloni che le classi di tutta la Svizzera – e molte anche in Ticino – hanno preparato per partecipare al concorso “In forma con il latte svizzero”, e che verranno premiati a breve su questo palco.

Quella di oggi è una giornata di festa, nella quale avrete la possibilità di divertirvi e allo stesso tempo di conoscere da più vicino un alimento che è alla base dell’alimentazione svizzera: il latte.

È passato ormai qualche anno dalla mia infanzia, ma ho dei chiari ricordi che mi legano a questo alimento e ai suoi derivati. Prima di tutto, perché quando ero un bambino, il latte lo si andava a prendere direttamente in stalla, fresco di mungitura, ognuno con il proprio bidoncino di latta. E poi come dimenticare il bicchiere di latte con i biscotti a merenda, oppure un buon pezzo di formaggio con il pane, quando si passava la giornata in montagna, o ancora il suono dei campanacci delle mucche la notte, quando si dormiva in cascina. E ancora oggi, gusto con piacere una raclettata con amici e parenti, o semplicemente con mia moglie e i miei due bimbi, nelle fredde serate d’inverno.

Il latte è sinonimo di tradizione. È sinonimo di Svizzera, di montagne, di pascoli verdi. La sua produzione è un settore molto importante per l’economia svizzera, ma non solo. Attraverso gli alpeggi e i pascoli, gli allevatori contribuiscono a mantenere il nostro territorio come lo vediamo, nel pieno della sua bellezza e della sua prosperità. Tramite i nostri pascoli, valorizziamo le nostre montagne e quello che hanno da offrirci, creando, di seguito, del valore per tutti noi.

Purtroppo negli ultimi anni la popolazione svizzera beve meno latte e consuma meno derivati della dose giornaliera consigliata per una dieta sana: questo non solo a discapito della nostra salute, ma anche del lavoro dei nostri contadini, che fanno sempre più fatica a sostenerne la produzione. Una tendenza questa, che può essere contrastata anche grazie a iniziative come quella di oggi: una giornata nella quale tutti noi, ragazzi e adulti, possiamo riscoprire il piacere di un buon bicchiere di latte fresco.

Nella “giornata del latte” abbiamo quindi la possibilità di apprezzare ogni dettaglio che fa
parte del processo di produzione che ci porta al prodotto finale: dal benessere dell’animale all’attività del contadino, dalla mungitura fino alla distribuzione. Dall’erba dei pascoli al piatto in tavola. In quella che non è solo un’altra attività che fa parte della nostra economia, ma che è per certi versi una vera e propria arte, per la quale noi svizzeri siamo conosciuti e apprezzati in tutto il mondo.

Norman Gobbi
Consigliere di Stato e
Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Gobbi sull’Imam militare: “L’esercito rispecchia la realtà sociale, …”

Gobbi sull’Imam militare: “L’esercito rispecchia la realtà sociale, …”

Da Liberatv.ch | Il ministro delle Istituzioni: “L’imam nell’esercito dovrebbe comunque rispettare i requisiti validi per le altre fedi: essere di nazionalità svizzera, idoneo al servizio e aver concluso la scuola reclute”

È giusto o sbagliato istituire la figura dell’imam nell’esercito? La questione fa discutere e divide l’opinione pubblica. Liberatv ha chiesto al ministro delle Istituzioni, Norman Gobbi, di spiegare la propria posizione. Ecco le sue riflessioni.

“L’esercito rispecchia la realtà sociale; quindi credo sia importante riconoscere che la fede cristiana non è l’unica fra le fila dei cittadini soldato. I quadri devono esserne coscienti per rispettare, nel limite dell’andamento del servizio, il credo dei loro militari.

Detto questo, per assicurare ai soldati di fede mussulmana il diritto all’assistenza spirituale non penso sia necessario istituire la funzione dell’imam militare, o come lo si vorrà chiamare, che dovrebbe comunque rispettare i requisiti validi per le altre fedi: essere di nazionalità svizzera, idoneo al servizio e aver concluso la scuola reclute.

Già oggi l’esercito dà la possibilità ai fedeli di rispettare la propria religione: i militari di fede cattolica hanno il diritto di partecipare alla Messa domenicale, quelli di fede ebraica vengono licenziati anticipatamente per permettere loro di rispettare il riposo sabbatico, eccetera…

Va inoltre ricordato che l’offerta spirituale dell’esercito offre consulenza e sostegno a tutti i militari nelle questioni personali e in situazioni di conflitto durante il servizio, senza fare distinzioni per quanto riguarda la confessione, la religione e il credo”.

Rinforzi da altri cantoni

Rinforzi da altri cantoni

Da RSI.ch | I dipartimenti di giustizia e polizia lavorano a una soluzione per far fronte al flusso di migranti da sud

Cronache della Svizzera italiana: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Rinforzi-da-altri-cantoni-8965375.html

Un contingente costituito da agenti di altri cantoni potrebbe essere impiegato a fianco della polizia ticinese e schierato alla frontiera sud a partire dalla prossima estate, per far fronte al previsto aumento del flusso di migranti. È questa l’idea a cui stanno lavorando i direttori dei dipartimenti di giustizia e polizia insieme ai comandanti dei vari corpi.

Le guardie di confine sono infatti “sotto pressione e sottodotate a livello di effettivo”, ha detto il consigliere di Stato Norman Gobbi ai microfoni delle Cronache della Svizzera italiana, che lamenta come le autorità federali non vogliano riconoscere questa situazione di difficoltà, tanto che la proposta di schierare la polizia militare è stata congelata, come ha fatto sapere Ueli Maurer.

Le discussioni sono state avviate da alcune settimane, “c’è interesse a mantenere sicura la frontiera perché ne beneficerebbero tutti”, ha detto Gobbi. Ci vorrà però ancora l’avallo di un organo politico. L’impiego di agenzie di sicurezza, ipotizzato da Maurer, “è da respingere al mittente” secondo il capo del DI, “perché si tratta di un ambito chiaramente di sovranità dello Stato”.

Proprio così: fosse stato per me avrei chiuso da subito tutti i valichi secondari durante la notte!

Proprio così: fosse stato per me avrei chiuso da subito tutti i valichi secondari durante la notte!

Dal Mattino della domenica | Il ministro della sicurezza Norman Gobbi torna sulla polemica tutta italiana della chiusura notturna dei valichi e spiega ancora una volta gli obiettivi della misura

Sì, l’ho detto. E non ho problemi a ripeterlo. Se fosse dipesa da me la decisione, avrei chiuso durante la notte tutti i valichi secondari in Ticino, e non mi sarei limitato a un fase sperimentale della durata di sei mesi. Negli scorsi giorni sono stato contattato da diversi media italiani e mercoledì pomeriggio sono stato ospite di una trasmissione radiofonica della rete italiana rai. Ho voluto ribadire la mia posizione ma anche quella del Consiglio federale perché dall’altra parte del confine regnano confusione e disinformazione.

Ancora una volta quindi, cosa è successo realmente?

Andiamo con ordine: dal 1 aprile scorso i tre valichi di Novazzano-Marcetto, Pedrinate e Ponte Cremenaga chiudono per un periodo di sei mesi, a titolo sperimentale, dalle ore undici di sera alle cinque di mattina. Lo scopo? Vogliamo fermare la criminalità transfrontaliera. Grazie a questa misura le nostre forze dell’ordine – così come pure quelle italiane – potranno concentrare i loro sforzi altrove. Questa è stata la volontà del Consiglio federale che ha voluto dar seguito alla mozione inoltrata dalla nostra Consigliere nazionale Roberta Pantani nel 2014. Una risposta a una richiesta chiara del Canton Ticino: far fronte al fenomeno dei furti nelle abitazioni che con l’imbrunire toccava soprattutto molti paesi situati sulla fascia di confine nel Mendrisiotto e nel Malcantone. Avrei voluto la chiusura di tutti i valichi secondari, e non solo di tre. Con questa affermazione non sto discriminando e non sto offendendo nessuno.

E allora cosa ha dato fastidio dall’altra parte del confine? La risposta è chiara: l’informazione istituzionale tra il Governo centrale italiano e i comuni di confine non è avvenuta. Invece di chiedere spiegazioni in Svizzera puntando il dito contro il Governo ticinese e quello federale, i sindaci della fascia di confine avrebbero semmai dovuto chiedere delucidazioni ai loro politici a Roma.

Infatti, nella massima trasparenza le Autorità federali – come confermato proprio da Berna negli scorsi giorni – hanno informato l’Italia già un anno fa. Il Consigliere federale Burkhalter aveva incontrato a questo proposito il ministro italiano Gentiloni già nel 2016. Da parte nostra, come Cantone, avevamo dato informazioni puntuali a partire dal 2015 tramite la Regio insubrica.

Stiamo lavorando in modo serio e coordinato e non tollero che si butti fango sull’operato delle Autorità cantonali e federali per un problema di comunicazione tra Roma e i Comuni della fascia di confine. Ma soprattutto non tollero che si faccia finta di non capire! Si è parlato di misure discriminatorie e parlo al plurale perché oltre alla chiusura notturna dei valichi nel calderone caotico montato ad arte al di là del confine è finita anche la misura del casellario. Ancora una volta: non stiamo discriminando gli italiani!
Ho provato a spiegarlo di nuovo: tutti i cittadini dell’Unione europea, di Islanda, Finlandia e Liecthenstein quando richiedono un permesso di soggiorno o di lavoro devono presentare il casellario giudiziale.

Stiamo lavorando per tutelare gli interessi dei Ticinesi. La sicurezza prima di tutto. Vogliamo impedire ai criminali di entrare a piede libero nel nostro territorio. Chi non ha commesso reati non ha nulla da temere.

Invece di scomodare l’Ambasciatore svizzero a Roma per questioni simili – evidentemente per reagire alle rimostranze dei parlamentari – alla Farnesina forse avrebbero dovuto agire diversamente. Ci sono motivi ben più gravi per cui varrebbe la pena scomodare un ambasciatore, soprattutto quando il problema è una mancata informazione tra autorità dello stesso Paese.

Per quel che mi riguarda non intendo fare dietrofront su misure come la chiusura dei valichi o la presentazione del casellario giudiziale solo perché dall’altra parte del confine è più facile sbraitare piuttosto che andare al nocciolo del problema. Continuerò a far sentire la voce dei Ticinesi. La concretezza prima di tutto!

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Valichi Nessun dietrofront sulla chiusura

Valichi Nessun dietrofront sulla chiusura

Dal Corriere del Ticino | Berna conferma: Roma è stata informata oltre un anno fa – Ma intanto oltre confine è riesplosa la polemica Norman Gobbi: «Reazione tardiva, non tocca al Ticino sopperire ai problemi di comunicazione dell’Italia»

Non ci sarà nessuna retromarcia sulla chiusura notturna dei valichi minori di Novazzano paese, Pedrinate e Ponte Cremenaga. L’ha confermato all’ATS Roland Meier , portavoce del Dipartimento federale delle finanze, che ha inoltre precisato come le autorità italiane fossero a conoscenza del progetto già dallo scorso marzo. Ovvero da quando il direttore del Dipartimento degli affari esteri Didier Burkhalter aveva comunicato la decisione al suo omologo Paolo Gentiloni, oggi premier italiano. Insomma, tanto rumore per nulla? «L’impressione è che si reagisca a scoppio ritardato – commenta il direttore delle Istituzioni Norman Gobbi , da noi interpellato – le autorità italiane ne erano a conoscenza da tempo: oltre all’incontro tra Burkhalter e Gentiloni, da parte nostra avevamo informato la Regione Lombardia e la Regione Piemonte già nel 2015. Poi posso immaginare che i Comuni di frontiera non abbiano ricevuto comunicazioni ufficiali da Roma, ma non sta al Ticino supplire ai problemi di comunicazione interna sul lato italiano». Martedì, a un paio di giorni dall’entrata in vigore del provvedimento, l’ambasciatore svizzero a Roma Giancarlo Kessler era stato convocato d’urgenza alla Farnesina per fornire spiegazioni sulla chiusura dei valichi. In merito, precisa una nota del Ministero italiano degli esteri, Kessler ha sottolineato che «si tratta di una misura temporanea e sperimentale, che andrà presto rivista nel quadro di un ulteriore miglioramento della collaborazione fra forze di sicurezza». «La convocazione di Kessler la leggo come una risposta alle pressioni parlamentari – aggiunge Gobbi – fa parte del gioco ma non bisogna neppure esagerare». Di tutt’altro avviso il presidente del Consiglio regionale della Lombardia Raffaele Cattaneo che, ieri, ha affermato: «Non è la logica dei muri e dello scontro che risolverà questo problema ma, al contrario, quella dell’incontro e della politica». L’obiettivo della Regione, ha aggiunto, «è che questa sperimentazione non proceda e che non si allarghi ad altri valichi com’era nelle intenzioni iniziali». «È l’ultimo tassello di un puzzle che dovrebbe preoccupare tutti quelli che hanno la testa sulle spalle – gli fa eco Alessandro Tarpini , responsabile nazionale dei frontalieri – una corda la si può tirare, ma a un certo punto si spezza. E dirò di più: chiudere tre valichi minori per una questione di sicurezza fa ridere i polli». Sul tema, intervistato dal Corriere del Ticino, si era espresso anche il comandante delle guardie di confine Mauro Antonini ribadendo come «la misura porterà unicamente un leggero sollievo, come l’assunzione di un aspirina quanto si ha mal di testa». Tornando oltre confine, a preoccupare Tarpini non è però «il disagio di una simile misura, piuttosto il clima generale che si sta creando e il fatto che la classe dirigente ticinese sembra fare a gara a chi la spara più grossa. In un discorso generale, tra limitazioni al mercato, controlli e provvedimenti simili c’è una corona di rosario che avrà non so quanti grani». «La scelta dei valichi è stata fatta in maniera coordinata tra le Guardie di confine e la Polizia cantonale – precisa Gobbi – sono stati scelti proprio perché valichi secondari con un’alternativa in prossimità e in territori confrontati con furti e rapine. È stata una decisione di carattere operativo, non politico». Sollecitato sull’affermazione «fosse per me li chiuderei già tutti», rilasciata ai microfoni di Radio Rai 1, Gobbi è schietto e diretto: «Come Dipartimento in fase di consultazione avevamo già risposto che eravamo per la chiusura di tutti i valichi, o comunque per la conferma di quelli presenti nel postulato di Roberta Pantani. Poi si è scelto di fare un periodo di prova, ma la mia visione politica non cambia. In fin dei conti, fino al 2009 questa era la realtà». Inoltre, conclude Gobbi, «ricordo che fino a pochi giorni fa l’unico valico doganale chiuso era quello di Maslianico. E per volontà delle autorità italiane».

(Articolo di Viola Martinelli)

“Fosse per me, li chiuderei già tutti”

“Fosse per me, li chiuderei già tutti”

Da Ticinonews.ch – Norman Gobbi, ai microfoni della Rai, ha chiarito al pubblico italiano i contorni della chiusura dei valichi

Mentre Berna nella giornata odierna ha fornito una risposta ufficiale alle autorità italiane sulla chiusura notturna di tre valichi ticinesi (vedasi SUGGERITI), non si può certamente dire che sui media italiani negli ultimi giorni siano circolate informazioni completamente esatte in merito al provvedimento in fase di test per 6 mesi.

NormanGobbi, invitato quest’oggi ai microfoni di Radio Rai 1 durante la trasmissione “Restate Scomodi” ha quindi provato a fare un po’ di chiarezza, smentendo alcune imprecisazioni trapelate anche a causa di un articolo del Corriere della Sera, criticato dal ministro ticinese. Gobbi ha sottolineato come il Ticino sia la frontiera “più aperta e permeabile” della Svizzera e che la chiusura decisa “riguarda una fascia oraria che non ostacola l’attività lavorativa”.

Ma perché i criminali dovrebbero attraversare durante la notte le frontiere? Il Consigliere di stato, ammettendo che le rapine nei distributori di benzina hanno luogo di giorno, ha però spiegato che “i furti in abitazione, quelli che colpiscono di più nella percezione dei cittadini, avvengono soprattutto di notte”. La misura, secondo Gobbi, si renderebbe sostanzialmente indiscutibile per la situazione di comuni come Astano che “è stato per alcuni anni il luogo con il maggior numero di reati pro-capite, proprio perché a ridosso della frontiera.”

In collegamento telefonico ai microfoni della Rai, vi era anche Domenico Rigazzi, sindaco di Cremenaga, che ha ribadito di “non essere stato informato né dalle autorità italiane, né da quelle svizzere”: “Lo abbiamo appreso dai media, ma ci chiediamo: perché chiudere Cremenaga e non altri valichi minori come Fornasette?”

La risposta del direttore del Dipartimento delle Istituzioni è lapidaria: “Fosse per me, li chiuderei già tutti. Ma questa è una fase di test. Sono stati scelti questi valichi minori perché comunque pochi km più a est o a ovest si può transitare. Non è una chiusura ermetica come invece successo altrove – ha inoltre aggiunto il ministro – Come successo sui confini Francia/Italia, con problemi d’applicazione di Schengen… In quel caso mi sembra che la Farnesina non abbia detto qualcosa.”

Gobbi è tornato inoltre a sottolineare che il contatto con le autorità provinciali e statali c’è stato: “Un anno fa il nostro ministro degli esteri parlò con Gentiloni di questa fase di test.”

Secca infine la risposta alla giornalista che chiedeva spiegazioni sul casellario giudiziale, “chiesto solo agli italiani” secondo alcuni media: “Se lei fosse venuta a chiedermelo, le avrei spiegato che il casellario giudiziale lo chiediamo a tutti i cittadini che vengono a lavorare da noi, di qualsiasi nazionalità”.

Migranti, le entrate illegali aumenteranno nel 2017

Migranti, le entrate illegali aumenteranno nel 2017

Dal Giornale del Popolo | La Conferenza dei direttori di giustizia fa il punto per il Ticino

Le entrate illegali in Ticino continueranno e, forse, aumenteranno nel corso del 2017. È questo il dato che più salta all’occhio emerso dalla Conferenza latina delle direttrici e dei direttori dei Dipartimenti di giustizia e polizia svoltasi di recente in Ticino. A riunirsi a Sud delle Alpi, sono stati in particolare i consiglieri di Stato dei Cantoni Friborgo, Ginevra, Giura, Neuchâtel, Ticino, Vaud e Vallese. Mentre i temi affrontati erano legati alla sicurezza, agli affari militari e alla protezione della popolazione, alla giustizia, ai fenomeni migratori. All’incontro, organizzato in Ticino su iniziativa del consigliere di Stato Norman Gobbi hanno pure partecipato i rispettivi comandanti delle Polizie cantonali e i responsabili delle esecuzioni delle pene, che hanno contribuito alla proficua discussione svolta nel Comune di Collina d’Oro. L’incontro ha inoltre offerto l’occasione per un confronto politico ad alto livello, contribuendo a definire alcune priorità condivise da tutti i Cantoni latini, nonché far comprendere le peculiarità del Ticino inserito nella necessaria collaborazione intercantonale. Il consigliere di Stato Norman Gobbi è stato accompagnato per l’occasione dal segretario generale del Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini, dalla direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti, dal vice comandante della Polizia cantonale Lorenzo Hutter, dal direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini e dalla capufficio dell’assistenza riabilitativa Luisella Demartini.

Costruire un luogo comune, smontando i luoghi comuni

Costruire un luogo comune, smontando i luoghi comuni

Discorso pronunciato dal Consigliere di Stato Norman Gobbi in occasione della conferenza pubblica “Vecchia e nuova emigrazione italiana: discriminazione di ieri e di oggi” |

Gentili signore,
egregi signori,
cari organizzatori,
Autorità pubbliche e cittadini,

essere qui con voi oggi a parlare di immigrazione e integrazione, a nome del Consiglio di Stato del nostro Cantone, è per me un grande piacere. Non ho scelto questa parola a caso, così come non è scelto a caso il titolo che ho voluto dare a questo mio intervento, ovvero «Costruire un luogo comune, smontando i luoghi comuni».

Come dicevo, il primo luogo comune che voglio smontare riguarda proprio il piacere che sento in questo momento. Sono molto felice di essere qui: per prima cosa perché tengo davvero al tema dell’integrazione… e anche perché questo discorso mi fa sentire un po’ più giovane dei miei 40 anni appena festeggiati.

Ero infatti un fresco Consigliere di Stato quando quasi sei anni fa, nel novembre del 2011, ho tenuto il mio primo discorso sul tema dell’integrazione. Non erano pochi quelli che mi aspettavano al varco, aspettandosi che “il ministro leghista” dicesse chissà cosa. Erano prigionieri di un fraintendimento, che si è nel tempo calcificato, fino a trasformarsi purtroppo in luogo comune: avevano rinunciato a farsi un’idea personale su di me, cedendo alla seduzione delle soluzioni preconfezionate.

Tuttavia, voglio ribadire anche oggi quanto ho detto più volte in questi anni: fra i miei difetti non ci sono né l’essere stato punito per atti discriminatori, né l’avere lanciato accuse generiche contro gli stranieri in quanto tali. Di recente sono stato criticato per alcune mie dichiarazioni concernenti il caso dei permessi che ha toccato uno dei miei uffici. È facile, spesso, voler travisare il senso delle parole e decontestualizzare quello che una persona intende. Anche nei momenti più difficili, ho sempre cercato di affermare chiaramente che l’azione di alcuni elementi negativi non deve spingerci a nascondere gli elementi positivi del nostro vivere in una società mista. Perciò, anche se mi rendo conto che questo potrà anche suonare strano a qualcuno, un Consigliere di Stato eletto sulla lista della Lega dei Ticinesi può affrontare il tema dell’integrazione in maniera serena e pragmatica, libero da ogni preconcetto ideologico, ma rivolto al raggiungimento di obiettivi misurabili.

L’integrazione è fondamentale per la nostra società. Trasmettere i nostri valori, i nostri usi, le nostre tradizioni il nostro modo di vivere allo straniero che giunge sul nostro territorio è il modo migliore per garantire una convivenza serena e anche la coesione sociale.

Si tratta di uno strumento efficace che consente di prevenire ad esempio fenomeni come la radicalizzazione di estremisti – come ho avuto modo di ribadire anche recentemente in occasione dell’arresto in Ticino di un presunto reclutatore dell’Isis.

Magari per qualcuno queste mie parole potranno suonare sorprendenti, ma mi ripeto; è sufficiente conoscere bene la mia storia personale, per capire quanto l’integrazione sia per me un concetto naturale. Il mio vissuto mi porta lontano da qualsiasi forma di pregiudizio contro chi è altro da me, perché alla diversità sono stato confrontato fin da bambino. Per questo, come nel 2011, intendo oggi raccontare a tutti voi un po’ della mia storia personale.

Come molti sanno sono cresciuto in una valle, ma la Leventina degli Anni ottanta era tutt’altro che un luogo abitato al 100% da indigeni. Oggi potrà sembrare strano, ma Piotta in quegli anni era un vero laboratorio, nel quale, in anticipo sui tempi, vivevamo la società amalgamata che oggi si è diffusa a tutto il territorio ticinese.

I miei nonni materni abitavano in una palazzina dell’allora Piottawerke. Di sei famiglie, solo due erano svizzere: le altre erano italiane della Lombardia, della Calabria, della Sardegna e della Sicilia. Oltre all’abitazione, i nonni condividevano con i nostri vicini la passione dell’orto e quella per lo sport, e le loro relazioni andavano ben al di là del semplice viversi accanto. I miei nonni paterni, invece, erano commercianti: avevano bottega, panetteria e ristorante. Erano a capo di un’azienda integrante, con una trentina di posti di lavoro occupati in maggioranza dalle mogli dei migranti italiani e balcanici che lavoravano nelle fabbriche della zona industriale di Piotta.

La presenza delle industrie e delle imprese edili faceva sì che anche a scuola la componente migratoria fosse molto rappresentata. Il contatto tra autoctoni e nuovi arrivati era quindi naturale, perché cominciava in classe e, finiva dopo la scuola, sul ghiaccio con l’HC Ambrì-Piotta e in palestra con la Società federale di ginnastica, vere palestre spontanee di integrazione. Non solo per i giovani, ma anche per gli adulti, giocando a carte o a bocce.

Questo era il microcosmo di Piotta e dell’Alta Leventina. Queste sono le persone accanto alle quali ho vissuto i primi anni della mia vita, e questo è l’ambiente dove sono cresciuto. Questa è la mia storia. Sono cresciuto con la convinzione che l’ambiente privilegiato per l’integrazione sono le strutture di base della nostra società: strutture nelle quali ognuno è chiamato a svolgere correttamente il proprio ruolo, secondo il principio della responsabilità individuale, che rende ogni cosa più facile anche nel campo dell’integrazione.

Il nostro compito di buoni cittadini, perciò, è di praticare ogni giorno questa responsabilità, e di tenerci lontani dai luoghi comuni che cercano di addossare ogni colpa allo Stato perché inattivo, allo straniero perché refrattario o allo svizzero perché discriminatore. Solo così potremo compiere il primo passo verso quella coesione sociale interna che è oggi di estrema attualità, considerando i tempi critici che abitiamo.

È un primo passo, come detto, al quale ovviamente ne dovranno seguire altri, da parte della politica. E su questo punto voglio essere tanto franco quanto lo sono stato finora: l’idea che sia nostro dovere aprire indiscriminatamente le frontiere è semplicemente irresponsabile. In tempi di crisi economica, instabilità sociale, insicurezza internazionale, le regole e i limiti sono i soli strumenti che ci permettono di rispondere in modo adeguato preoccupazioni dei nostri cittadini, sia svizzeri sia stranieri residenti. Preoccupazioni naturali e giustificate, che non possono essere semplicemente liquidate come paure irrazionali.

Il nostro territorio è stato toccato – e lo è ancora – dal forte afflusso di migranti alle porte del nostro Cantone. Non stiamo chiudendo le porte in faccia a queste persone: le Guardie di confine e il Ticino stesso stanno gestendo la situazione rimanendo nei margini consentiti dalla legge. La tendenza dei nuovi migranti, con la chiusura delle altre vie europee per accedere ai Paesi del nord Europa, è quella di voler unicamente transitare dalla Svizzera, senza depositare una richiesta d’asilo.
Le cifre d’altra parte parlano chiaro. Per questo motivo, queste persone vengono riaccompagnate in Italia, il Paese in cui sono stati registrati. Non stiamo discriminando nessuno. Il mio approccio è responsabile nei confronti del nostro Paese. L’impressione è che per molti, il fatto di avere un leghista a capo della sicurezza significhi per partito preso voler discriminare a tutti i costi l’altro. Ma almeno per una volta voglio fare chiarezza.

Dicevo in apertura dei luoghi comuni: solo quando avremo smantellato tutti i luoghi comuni potremo costruire un luogo – un territorio – davvero comune a tutti: fatto di regole e di integrazione. Come detto, non è un esercizio di retorica, proprio perché sono convinto che il rispetto delle differenze che ho vissuto nella mia Leventina possa crescere e affermarsi in tutto il nostro Canton Ticino.

Grazie a tutti per l’attenzione e buon proseguimento con la conferenza pubblica.

Conferenza latina dei direttori di giustizia e polizia

Conferenza latina dei direttori di giustizia e polizia

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | Il Ticino ha ospitato giovedì 30 e venerdì 31 marzo la seduta plenaria della Conferenza latina delle direttrici e dei direttori dei dipartimenti di giustizia e polizia. Nel corso della due giorni a sud delle Alpi, i Consiglieri di Stato dei Cantoni Friborgo, Ginevra, Giura, Neuchâtel, Ticino, Vaud e Vallese si sono confrontati su temi legati alla sicurezza, agli affari militari e alla protezione della popolazione, alla giustizia, ai fenomeni migratori.

L’incontro primaverile della Conferenza, sotto la presidenza del Consigliere di Stato ginevrino Pierre Maudet, vede riuniti i responsabili dei settori della giustizia e della polizia dei Cantoni latini ed è stato organizzato in Ticino su iniziativa del Consigliere di Stato Norman Gobbi. All’incontro hanno pure partecipato i rispettivi comandanti delle Polizie cantonali e i responsabili delle esecuzioni delle pene, che hanno contribuito alla proficua discussione svolta nel Comune di Collina d’Oro.

L’incontro ha inoltre offerto l’occasione per un confronto politico ad alto livello, contribuendo a definire alcune priorità condivise da tutti i Cantoni latini, nonché far comprendere le peculiarità del Ticino inserito nella necessaria collaborazione intercantonale. Tra i vari temi è stato pure affrontato quello relativo ai flussi migratori e alle entrate illegali, che hanno visto coinvolti in maniera preponderante il Cantone Ticino e il Canton Vallese nel 2016; ad ora le previsioni per il 2017 confermano il trend e indicano un ulteriore aumento di questa tipologia di migrazione.

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi è stato accompagnato per l’occasione dal Segretario generale del Dipartimento delle istituzioni Luca Filippini, dalla Direttrice della Divisione della giustizia Frida Andreotti, dal Vice Comandante della Polizia cantonale Lorenzo Hutter, dal Direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini e dalla Capufficio dell’assistenza riabilitativa Luisella Demartini.

Nella foto i Consiglieri di Stato Alain Ribaux (Neuchâtel), Nathalie Barthoulot (Giura), Pierre Maudet (Ginevra), Béatrice Métraux (Vaud), Norman Gobbi (Ticino) e Maurice Ropraz (Friborgo).

A Rancate si va sul… sicuro

A Rancate si va sul… sicuro

Da laRegione | Stanziato quasi un milione a copertura del servizio di sicurezza al Centro temporaneo migranti – Il Cantone ha già assegnato l’incarico (dietro concorso) alla Securitas. Ci si prepara a fronteggiare i flussi sino al prossimo ottobre.

Al Dipartimento delle istituzioni (Di) si monitora la situazione giorno per giorno. Al Centro unico temporaneo di Rancate, operativo dall’agosto scorso, negli ultimi tempi le presenze sono passate, infatti, da poche unità a qualche decina. Da Berna, del resto, le previsioni sono chiare: alla frontiera sud ci si deve aspettare l’arrivo di flussi migratori pari, almeno, a quelli registrati nel 2016. Occorre farsi trovare pronti. Una necessità dichiarata dal governo cantonale. Che ha cominciato a prendere le sue contromisure. Così ieri è arrivato il via libera a un credito di poco meno di un milione – si parla di circa 952mila franchi – a copertura delle spese per il servizio di sicurezza che sarà garantito all’interno della struttura da oggi all’ottobre prossimo. Un servizio che sarà commissionato alla Securitas. Di fatto si tratta di una conferma: la ditta aveva già assicurato la sorveglianza a Rancate, oltre a essere referente per i punti di accoglienza della Protezione civile del Mendrisiotto. Il Cantone, in effetti, ha già assegnato in via ufficiale il mandato. E l’impressione è che si sia voluti andare sul… sicuro. Un incarico affidato dietro concorso pubblico: il bando era stato pubblicato a inizio gennaio, raccogliendo tre candidature, tutte, si tiene a precisare da Palazzo delle Orsoline, in linea con i criteri stabiliti. Inutile dire che questa decisione del Consiglio di Stato giunge sulla scia del ‘caso Argo 1’. Ciò ha portato a irrigidire i parametri di scelta? «Li avevamo già irrigiditi in precedenza – ci fa notare il direttore del Di Norman Gobbi –. Nell’ambito del mandato diretto avevamo fissato gli aspetti richiesti, ad esempio quanto a esperienza nella gestione dei migranti – qui in situazione disagiata – in strutture simili, organizzazione e rispetto del contratto collettivo di lavoro. All’epoca si trattava di una situazione di urgenza, vedendo in seguito la necessità di strutturare l’attività 2017, si è proceduto con il concorso pubblico».

‘Qui si sono seguite le procedure’

Insomma, nella prassi quello di Rancate e quanto emerso di recente non sono casi sovrapponibili. «La gestione è stata completamente diversa: le formalità e le procedure sono state seguite», ribadisce il ministro. D’altro canto, nel Centro ci si trova a tu per tu con persone considerate su suolo svizzero irregolarmente e che, dunque, attendono di essere riammesse in Italia attraverso un iter semplificato. Di conseguenza serve un dispositivo ad hoc, flessibilità e reattività in base ai flussi. A questo proposito, quando si prevede ci si ritroverà confrontati con arrivi importanti al confine? «Già in questi giorni ricevo quotidianamente le informazioni sul numero di persone che pernottano al Centro di Rancate – ci illustra Gobbi –. E pur in modo empirico si nota come vi sia un incremento in questi ultimi tempi, in particolare rispetto a febbraio. Anche le cifre delle Guardie di confine sulle entrate illegali in due mesi sono triplicate. Ciò dà già un chiaro segnale sulla presenza di diverse persone che vanno gestite con questa procedura. Per esemplificare, a Rancate si passa dalle 6-10 alle 20-30 unità». Cantone e Confederazione su questo fronte si sanno muovendo di concerto. Una intesa che appare definita pure dal profilo finanziario: le trattative sono aperte. Obiettivo, staccare una copertura alla pari (al 50 per cento) dei costi globali. Una divisione a metà, così come era accaduto nel momento di attivare la struttura. A conti fatti, da agosto 2016 a ottobre 2017, la sicurezza peserà sui bilanci, si stima, per oltre 1,8 milioni di franchi. «Il ruolo e l’attività che stiamo svolgendo – tiene a sottolineare il capodipartimento –è a beneficio della Confederazione e pure degli altri Cantoni. Stiamo lavorando su più tavoli proprio perché è una situazione nuova e che perdura, come vediamo da queste cifre di inizio anno. Quindi l’impegno della Confederazione – ribadisce Gobbi – deve esserci. D’altro canto, come detto stiamo svolgendo un compito congiunto nell’ambito della riammissione semplificata. In tal senso anche i costi operativi che ne derivano vanno ripartiti».

(Articolo di Daniela Carugati)