«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

«Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati»

Il comandante della polizia cantonale ticinese, Matteo Cocchi, da novembre 2024 è presidente della Conferenza delle e dei comandanti delle polizie cantonali svizzere (CCPCS). Il 2026, apertosi con il dramma di Crans-Montana, è un anno cruciale per le polizie cantonali: all’orizzonte ci sono infatti il G7 a Évian e la conferenza dell’OSCE a Lugano.

Da quando è entrato in carica, nel novembre del 2024, a oggi, come è cambiata la situazione e la percezione della sicurezza in Svizzera?
«A livello nazionale non c’è stato un cambiamento radicale della situazione di minaccia. Ma ci sono alcuni temi che sono rimasti prioritari: stiamo cercando di trovare la quadratura del cerchio, anche a livello di basi legali, per quanto riguarda lo scambio di informazioni di polizia tra Cantoni. Oggi, io riesco a ricevere informazioni di polizia da 30 Paesi dello spazio Schengen più velocemente che non tra un Cantone e l’altro. Sono ostacoli che non ci permettono di lavorare in maniera ottimale e ci frenano nell’efficacia e nell’efficienza».

Il Consiglio federale a metà febbraio ha finalmente avviato la consultazione per permettere uno scambio di informazioni tra Cantoni tramite la piattaforma di consultazione di polizia POLAP. L’attuazione, però, non è prevista prima del 2029. Tra le criticità, c’è anche la questione della protezione dei dati. È un problema reale?
«Non si tratta di uno scambio automatico. Dietro ogni ricerca c’è un agente di polizia formato e ogni richiesta è monitorata. È importante sottolineare che lo scambio di informazioni non riguarda la piccola bagatella che una persona ha commesso in altri Cantoni. Si tratta di inchieste rilevanti e di gravi reati. Se una squadra di inquirenti ticinesi sta lavorando su un traffico internazionale di stupefacenti, deve essere in grado di sapere rapidamente se la stessa banda di criminali è attiva anche in altri Cantoni. Oppure se una persona che si vuole stabilire in Ticino ha già alle spalle reati violenti, ad esempio legati alla violenza domestica».

Il 2026 si è aperto in modo tragico con il rogo di Crans-Montana che ha provocato 41 morti e 115 feriti. Che ruolo ha svolto la Conferenza nella gestione di questo dramma?
«La Conferenza non gestisce l’aspetto operativo sul terreno. Però dopo gli attacchi terroristici a Parigi nel 2015 abbiamo migliorato il concetto e i piani di reazione, dotandoci dello Stato maggiore di condotta di polizia. Il suo compito è di supportare nella pianificazione chi ne ha bisogno. Il Canton Vallese nella notte di Capodanno ha immediatamente fatto richiesta per avere specialisti DVI (Disaster Victim Identification, ndr) per l’identificazione delle vittime. La mattina del 1. gennaio, dopo essere stato allarmato dalla mia Centrale operativa, alle 06.15 ero al telefono con un collega vallesano allo scopo di capire cosa avremmo potuto fare a loro supporto e per informarlo della nostra ulteriore disponibilità. Nelle prime ore del mattino il personale richiesto a livello svizzero era già in viaggio per Crans-Montana, compresi quattro specialisti ticinesi. Poi, nei giorni seguenti, c’è stata un’ulteriore richiesta di sostegno per l’organizzazione della cerimonia supportata da un importante numero agenti romandi e ticinesi. Oggi posso dire che il sistema ha funzionato e funziona, anche in caso di crisi improvvise».

Ci sono invece situazioni che possono essere anticipate. A metà giugno ci sarà il G7 a Évian, sul Lago Lemano, poi Lugano ospiterà a inizio dicembre la conferenza ministeriale dell’OSCE. Cosa è emerso finora dalla valutazione dei rischi?
«L’analisi dei rischi è costante e può variare in ogni momento. Abbiamo, per quanto riguarda il Ticino, una cellula che si occupa di monitorare la situazione. Ogni Cantone si occupa della sua situazione interna e abbiamo la possibilità di coordinarci a livello nazionale, anche per il tramite dello Stato maggiore nazionale. I Cantoni Ginevra, Vaud e Vallese sono al lavoro per l’organizzazione e la pianificazione relativa al G7, che si tiene in Francia ma che avrà ripercussioni anche in Svizzera. Oggi, più che un attacco diretto, uno degli elementi più problematici riguarda tutto quanto gira attorno al mondo cyber, compresi attacchi ibridi e spionaggio. Non sono da escludere importanti dimostrazioni sul territorio svizzero, come già avvenne nel 2003. L’OSCE, va ricordato, non conta solo membri europei. Ci potrebbero essere anche rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Israele. C’è chi potrebbe avere interesse a “rovinare la festa”. L’attenzione sarà più elevata, così come la sicurezza. A seguito dell’impiego relativo al G7 potremo poi tirare ulteriori conseguenze per il dispositivo di Lugano».

Nel 2003 Évian aveva già ospitato il G8 (allora c’era anche la Russia) e si erano verificati pesanti scontri a Ginevra e Losanna. L’Esercito potrà schierare da duemila fino a cinquemila militari in servizio d’appoggio. E la polizia?
«Per questioni tattiche non forniremo cifre, ma ci saranno agenti di polizia da tutta la Svizzera. Ogni concordato di polizia, sulla base di una chiave di riparto, sarà chiamato a contribuire. Il Cantone che fa richiesta, però, dovrà mettere a disposizione il numero più alto di agenti. C’è poi un aspetto da tenere conto: già oggi siamo confrontati con attacchi ibridi. La Confederazione e le grosse imprese sono quasi tutti i giorni vittime di tentativi di attacchi informatici. La situazione è completamente cambiata rispetto ad alcuni anni fa».

Le valutazioni del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) sono cruciali per le forze di polizia cantonali. Eppure, negli ultimi anni i servizi segreti complici le riforme interne e la carenza di risorse – hanno attirato le critiche dei Cantoni. Quali strumenti potrebbero far cambiare marcia a questa collaborazione?
«Non è un mio compito dire come deve lavorare il SIC. I servizi di informazione devono analizzare, anticipare e reagire. In passato, è vero, alcune cose non hanno funzionato, ma dall’arrivo del nuovo direttore (Serge Bavaud, dallo scorso novembre, ndr) ci siamo incontrati più volte e le nostre richieste e osservazioni sono state ben recepite. Il passato è passato, ora stiamo andando nella buona direzione ».

Terrorismo, attacchi ibridi, droni. In una recente intervista alla NZZ, la presidente della Conferenza dei direttori dei dipartimenti cantonali di giustizia e polizia, Karin Kayser- Frutschi, ha detto che oggi troppo spesso non è chiaro di chi sia la responsabilità in caso di attacchi. Chi è che può intervenire in modo rapido e soprattutto con strumenti adeguati?
«Quanto sostiene la presidente è vero, in alcuni casi le responsabilità non sono del tutto definite. In altri invece le competenze sono chiare. Nel caso di un attacco di un drone contro una centrale elettrica, la responsabilità è nella prima fase della polizia del Cantone toccato. Poi, una volta che si capisce di quale tipo di attacco si tratta, la competenza può salire al livello superiore. Se c’è l’utilizzo di esplosivo, il caso passa direttamente al Ministero pubblico della Confederazione. Nell’ambito dei droni, però, il campo è molto vasto e lo sviluppo è costante. Lo abbiamo visto con la guerra in Ucraina. Quello che vale oggi, potrebbe non esserlo più domani. L’importante è restare al passo con i tempi con la difesa da questi velivoli, altrimenti si rischia davvero di perdere il treno».

Un altro aspetto che Kayser-Frutschi mette in evidenza è la necessità di specializzarsi. A suo avviso, bisogna abbandonare il modello delle «forze di polizia generaliste ». Nella Svizzera centrale, Nidvaldo si è specializzato nelle operazioni di soccorso in acqua, Obvaldo nel soccorso alpino. Cosa si sta facendo a livello nazionale per aumentare la cooperazione in ambiti specifici?
«Già oggi alcuni Cantoni hanno settori più sviluppati di altri: ad esempio, solo pochi Corpi di polizia hanno tiratori scelti con tutte le competenze. Lo stesso vale per gli artificieri. In caso di indagini particolari che toccano l’utilizzo di esplosivo intervengono gli specialisti della Scientifica di Zurigo. Magari, in futuro, potrebbero esserci centri di competenza nell’ambito di indagini cyber».

In futuro, quindi, ogni Cantone dovrebbe specializzarsi in un ambito diverso?
«Ritengo che lo specialista sia un elemento in più. Per affrontare minacce e crisi servono più agenti specializzati. Sicuramente ne avremmo bisogno, ma dovranno sempre esserci anche i “generalisti”. Ci saranno sempre incidenti stradali, casi di violenza domestica e furti. Cito questi perché sono i tre elementi di base che vengono testati alla fine dell’iter formativo che porta al brevetto federale di agenti di polizia. A farci crescere sono anche le esercitazioni “multicantonali”, in cui bisogna coordinare le azioni di polizia tra i vari Cantoni. Questo permette anche di seguire standard armonizzati e di avere una formazione di base e continua comune».

Dalla statistica criminale di polizia 2025, pubblicata pochi giorni fa, emerge un aumento del numero dei reati violenti gravi: la violenza domestica e i femminicidi rappresentano un problema. La Conferenza cosa sta facendo per combattere queste forme di reati?
«In questi casi la Conferenza non ha un compito operativo, ma attraverso dei progetti si cerca di creare standard comuni sulla base delle esperienze fatte in altri Cantoni. In Ticino, ad esempio per la gestione delle minacce, è stato creato il Gruppo Prevenzione e Negoziazione, così come il Centro competenza violenza che si occupa anche di violenza domestica. Il nostro Cantone è stato lungimirante anche in altri ambiti: ad esempio per quanto riguarda la prevenzione delle truffe telefoniche. Quanto abbiamo fatto negli ultimi anni è stato ripreso da altri Cantoni. In questo modo si cercano soluzioni comuni, ben consapevoli che alla fine dei conti ogni Cantone è responsabile della propria sicurezza».

Il federalismo, con 26 Cantoni e 26 modi di agire differenti, può rappresentare un problema per la sicurezza interna della Svizzera?
«No, non è un problema se si lavora insieme e si collabora. Ecco, se dobbiamo cambiare una legge ci vuole un po’ più di tempo. Però la collaborazione tra i vari Corpi di polizia è quotidiana e il federalismo non mina di sicuro la sicurezza interna della nostra Confederazione ».

La collaborazione è fondamentale nel mondo cyber, dove non ci sono confini fisici. Come si può essere più efficaci in questa dimensione? La creazione di una «Polizia postale», come ad esempio in Italia, può essere una soluzione o servono semplicemente regole più severe?
«No, non credo che arriveremo a creare un Corpo apposito a livello nazionale. Sarebbe necessario modificare la Costituzione poiché essa dà l’autonomia ai Cantoni per quanto riguarda la sicurezza interna. Sarà però possibile creare centri di competenza in cui gli specialisti dei vari Cantoni possano lavorare insieme. E uno scambio semplificato di informazioni tra le polizie permetterà anche di migliorare la collaborazione. Avolte il problema è che quando si avviano inchieste, ci si rende presto conto che l’autore non risiede nel nostro Cantone o spesso nemmeno nel nostro Paese. Per questo ci vogliono gli accordi internazionali e il supporto di enti preposti come Interpol ».

Intervista pubblicata nell’edizione di sabato 28 marzo 2026 del Corriere del Ticino

Lega: grande partecipazione ed entusiasmo al 1° agosto sul Monte Ceneri

Lega: grande partecipazione ed entusiasmo al 1° agosto sul Monte Ceneri

Quest’anno la Lega dei Ticinesi ha celebrato il Natale della Patria con l’abituale calore popolare sulla Piazza d’Armi del Monte Ceneri, confermando il profondo legame con la gente e con i valori che fondano la nostra Svizzera.
Durante la festa è stata presentata una nuova iniziativa per garantire i sussidi di cassa malati alle famiglie ticinesi e lanciata la campagna per l’iniziativa cantonale per una piena deduzione dei premi di cassa malati pagati dai Ticinesi.

Oltre 400 simpatizzanti hanno condiviso un momento di festa, uniti da spirito civico, energia e voglia di costruire insieme il futuro del nostro Cantone.

Dopo l’introduzione del Coordinatore cantonale Daniele Piccaluga, sono intervenuti i Consiglieri di Stato Norman Gobbi e Claudio Zali, affrontando con lucidità le sfide che ci attendono. Il Consigliere nazionale Lorenzo Quadri ha portato lo sguardo su Berna, ribadendo l’importanza di difendere una Svizzera forte, libera e vicina ai cittadini.

Nel corso dell’evento è stata anche presentata una nuova iniziativa popolare, proposta dal Vicecoordinatore e Granconsigliere Alessandro Mazzoleni, per affrontare con misure concrete l’annoso problema dei sussidi per i premi di cassa malati – una priorità per migliaia di famiglie ticinesi.

In vista di un autunno politico intenso, con in primis la votazione cantonale sull’iniziativa che chiede la deduzione fiscale totale dei premi di cassa malati e la votazione comunale contro l’introduzione sistematica del limite di 30 km all’ora sulle strade di Lugano, la Lega rinnova il suo impegno: restare al fianco della popolazione con idee chiare e azioni concrete, sempre nel solco dei valori svizzeri.

Con questo spirito, auguriamo a tutta la cittadinanza un buon 1° agosto: che il senso di appartenenza e di responsabilità verso il nostro Paese ci accompagni ogni giorno dell’anno.

Gobbi: “C’è stanchezza e la gente è confusa”

Gobbi: “C’è stanchezza e la gente è confusa”

Coronavirus – “Colpa di regole che cambiano molto in fretta”

“C’è una sorta di scoramento generale. La maggioranza delle persone non ce la fa più a capire, a distinguere, a seguire le regole. Perché queste regole cambiano in fretta. Ormai sono passati due anni interi da quando nella nostra vita si è intromesso il virus. Diventa difficile comprendere dove ci troviamo. Giusto, sbagliato: tutto è opinabile. In questa delicata fase, una cosa si evidenzia: ognuno è chiamato a esercitare la propria responsabilità individuale all’interno di una collettività stanca, ma pronta agli slanci e alle ripartenze!” Norman Gobbi inizia il 2022 con una riflessione che si aggancia al 2021 e pure al 2020, da quando cioè siamo stati tutti confrontati con il coronavirus e con la malattia ad esso legato: la Covid-19. “Mi sembra di essere in un momento storico da fine dell’impero e all’inizio quindi di una nuova stagione. Mi auguro fermamente che la variante Omicron – tanto contagiosa quanto all’apparenza molto meno cattiva –  possa diventare la mutazione che ci accompagnerà verso un’uscita dalla crisi, grazie al passaggio della fase pandemica a quella endemica”, osserva il Consigliere di Stato Norman Gobbi.
Nella sua comunicazione di mercoledì il Consiglio federale sembra quasi essersi assestato su questa posizione, tanto che gli ambienti sanitari non sono stati molto contenti dalle conclusioni a cui è giunto il Governo. “In effetti anche a me pare che questa volta il Consiglio federale si sia dimostrato un po’ più ottimista. Pur con tutte le preoccupazioni per gli effetti sulla nostra sanità. La riduzione dei giorni di isolamento e di quarantena va in tale direzione. E tiene conto del pericolo di una chiusura “tecnica” delle attività produttive, o dei servizi essenziali, incluso il settore sanitario e socio sanitario, che bisogna garantire alla popolazione. Trovo però esagerato – e lo dico a titolo personale – aver proposto un termine sino al 31 marzo prima di rivedere le regole restrittive, tuttora in vigore, imposte nei giorni che hanno preceduto il Natale. Su questo termine potranno esprimersi i Cantoni e dunque vedremo quale sarà la decisione definitiva”, afferma il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.
Due anni fa, nel gennaio 2020, sappiamo che ai piani alti del suo Dipartimento e in quelli del DSS si inizia a parlare della possibilità di “un’invasione viralelegata al coronavirus. Si immaginava tutto questo? “Proprio tutto questo assolutamente no. Però l’esperienza acquisita in ambito militare, e quindi di protezione e sicurezza della popolazione, mi ha permesso di intravvedere possibili scenari anche molto critici. Un’esperienza che mi è tornata molto utile nel corso di questa lunga e sofferta crisi”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.

 

 

Giro di vite all’entrata in Svizzera Gobbi: «Controlli problematici»

Giro di vite all’entrata in Svizzera Gobbi: «Controlli problematici»

Berna ha aperto la consultazione: doppio test negativo o tampone e quarantena

Si prospetta un giro di vite per i non vaccinati che arrivano (o fanno rientro) dall’estero. Per evitare la diffusione del virus e delle sue varianti, il Consiglio federale ha avanzato due proposte, sulle quali i Cantoni dovranno esprimersi entro martedì prossimo. La prima opzione prevede che le persone non vaccinate e non guarite che entrano in Svizzera – indipendentemente dalla loro provenienza – debbano presentare un test negativo all’ingresso. In seguito, dai quattro ai sette giorni dopo l’arrivo nella Confederazione, dovranno effettuare un altro test (a loro spese). La seconda proposta, oltre alla presentazione di un test negativo all’ingresso nel Paese, prevede anche un periodo di quarantena di dieci giorni per i viaggiatori. L’isolamento preventivo potrà essere ridotto dopo sette giorni sottoponendosi a un nuovo tampone. Chi arriva in Svizzera, inoltre, dovrà compilare il modulo di iscrizione elettronico ( Passenger Locator Form) e varrà per chi entra nel Paese con qualsiasi mezzo: a piedi, in bicicletta, in aereo, in treno, in nave, in autobus e in auto. « I controlli saranno intensificati e, se necessario, saranno inflitte multe», specifica il Governo. Esclusi dalle misure i frontalieri, i bambini sotto i 16 anni, i passeggeri in transito e gli autotrasportatori che attraversano la Svizzera.

Niente più lista dell’UFSP
La lista dei Paesi a rischio diramata dall’UFSP viene invece a cadere. «La variante Delta, altamente contagiosa, ha portato a un notevole aumento del numero di casi in molti Paesi nel giro di pochi giorni », precisa l’Esecutivo. Rimane in vigore la lista dei Paesi ad alto rischio della Segreteria di Stato della migrazione (SEM), che stabilisce da quale Paese si può entrare in Svizzera. Una decisione del Consiglio federale è attesa il 17 settembre.

«La vedo dura»
«Da quanto si riesce a capire dalle comunicazioni del Consiglio federale, osservo da un lato una preoccupazione legittima nel volerci tutelare, dall’altro, però, vedo anche la difficoltà nel rendere effettivo quanto si vuole implementare », commenta al Corriere del Ticino il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. Il fatto che la misura dovrebbe essere dal mezzo con cui le persone entrano in Svizzera, è problematico, secondo il consigliere di Stato: « Pensiamo banalmente alle decine e decine di ciclisti che nel fine settimana usano le nostre strade, in particolare nel Sottoceneri e nel Locarnese, per i loro giri in bicicletta entrando soprattutto da valichi non presidiati. Anche costoro dovranno essere sottoposti ai controlli». Verificare che la misura sia effettivamente applicata «è condizione indispensabile per la credibilità stessa della misura adottata», prosegue. E lo stesso principio vale «per tutte le restrizioni che il Consiglio federale ha deciso di introdurre da lunedì prossimo e che toccano pesantemente il settore della ristorazione. Ma non solo, se pensiamo anche a tutti gli ambiti sportivi e culturali toccati».

«Siamo distanti da una società costruita sulla cultura del sospetto»

«Siamo distanti da una società costruita sulla cultura del sospetto»

Misure preventive di polizia: il capo del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi replica alle critiche mosse da alcuni ex procuratori pubblici e difende la legge in votazione il 13 giugno: «Si tratta di avere la possibilità di individuare i potenziali terroristi per scongiurare attacchi».

Le misure preventive di polizia sono contestate a livello giudiziario anche da ex procuratori pubblici di tutta la Svizzera, che hanno dato seguito ad un ricorso partito proprio dal Ticino. Che cosa ne pensa il «ministro» della Giustizia?
«C’è assoluta libertà per ognuno di attivarsi a sostegno o contro un tema posto in votazione e le opinioni servono al dibattito democratico, cioè portano argomenti che arricchiscono anche chi la pensa in modo diverso. Sono scettico invece sulle modalità che alcuni (pochi) ex procuratori pubblici hanno voluto scegliere. Dopo aver sostenuto il loro punto di vista sulla “sostanza” del tema in votazione, forse perché poveri di argomenti sono andati a toccare la “forma”, imbarcandosi in ricorsi e cavilli. Mi sembra un’inutile coda di coloro che hanno terminato gli argomenti ».

Sostengono che chiunque potrebbe essere considerato un potenziale terrorista e quindi trattato come tale.
«Con il loro atteggiamento penso personalmente che inducano la gente a sottovalutare il rischio legato al terrorismo. Ma le cittadine e i cittadini sanno bene quanto questo pericolo sia presente nella nostra società. Non si tratta di creare allarmismi inutili. Non si tratta di considerare tutti potenziali terroristi. Si tratta di avere la possibilità e le capacità di individuare gli effettivi potenziali terroristi, per scongiurare atti o attacchi terroristici. E questo solo dopo aver messo in campo già diversi strumenti previsti dalla legge. Non dobbiamo poi pensare solo al terrorismo di matrice islamista, ma pure agli estremismi di destra e di sinistra, con questi ultimi nettamente maggioritari. Nel 2019 il Servizio delle attività informative della Confederazione è venuto a conoscenza di 29 eventi nell’ambito dell’estremismo violento di destra e di ben 207 eventi in quello dell’estremismo violento di sinistra. Senza dimenticare gli ecoterroristi che proprio in Svizzera hanno sempre trovato terreno fertile ».

La cultura del sospetto al posto della presunzione di innocenza?
«Chi conosce le nostre istituzioni liberali sa benissimo che siamo ben distanti da una società costruita sulla cultura del sospetto. Lo spirito che anima questa legge, voluta dal Consiglio federale e da una larga maggioranza delle Camere, è lungi dal costruire questo tipo di cultura. C’è più cultura del sospetto in chi dice apertamente di non fidarsi delle donne e degli uomini che lavorano in polizia».

Secondo lei questa legge è sufficientemente garantista? O forse troppo, come sostiene l’ex pp Jacques Ducry?
«Il nostro ordinamento giuridico è fortemente orientato al garantismo. La legge MPT è sufficientemente garantista, anche trattando un fenomeno come il terrorismo con il quale non ci si può permettere di confrontarsi con le armi spuntate».

Che garanzie può dare invece che non ci saranno abusi?
«Le misure dalla MPT non possono essere ordinate in modo arbitrario. Secondo la legge, gli indizi contro le persone devono essere concreti e attuali. Si tratta di un metodo applicato già da tempo e pertanto esiste un’ampia prassi giudiziaria in merito. Le autorità sono tenute obbligatoriamente a rispettare tale prassi quando ordinano una misura. Anche le misure preventive di polizia sono oggetto di una ricca giurisprudenza del Tribunale federale. Per esempio, in relazione al Concordato contro il tifo violento, il Tribunale federale ha deciso che il divieto di accedere a un’area determinata o l’obbligo di presentarsi non violano né la Costituzione né la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali».

Le polizie per prime difendono questa legge sulla base delle conoscenze dirette del fenomeno. In concreto, a livello cantonale significa che esistono già situazioni critiche per le quali ad oggi non si riesce a garantire la necessaria sorveglianza?
«Si presume che in Svizzera ci potrebbero essere alcune decine di casi all’anno, ma al momento è difficile dirlo. Sarà la prassi a mostrarlo. Sarà decisivo il modo in cui si evolverà la valutazione della minaccia rappresentata dal singolo individuo. Non parlo volutamente della situazione in Ticino, essendo la competenza della fedpol».

Ci può fare degli esempi concreti di che cosa si fa già adesso a livello cantonale contro la radicalizzazione?
«Dal 2018 il Consiglio di Stato ha creato una piattaforma cantonale di prevenzione della radicalizzazione alla quale ci si può rivolgere per segnalazioni anonime, gestite e analizzate da un gruppo di esperti. Inoltre vengono formati docenti e “attori chiave” sul riconoscimento precoce di segnali di radicalizzazione. Tra l’altro partirà proprio in autunno un modulo di formazione dedicato agli aspiranti agenti e a tutti gli agenti della Polizia cantonale, grazie al quale si intendono fornire gli strumenti per individuare questi segnali di radicalizzazione. Senza entrare nel dettaglio, la Polizia cantonale collabora con fedpol nel monitoraggio e nell’analisi di sospetti casi di radicalizzazione di matrice violenta ».

I fatti di Morges e Lugano avrebbero potuto essere sventati con questa legge? C’è chi ne dubita.
«Non avremo mai la prova del nove, ma si può sicuramente affermare che la legge MPT avrebbe offerto alle autorità maggiori possibilità per intervenire tempestivamente. Le misure previste permettono di controllare e seguire meglio le persone in questione, per esempio tramite l’obbligo di partecipare a colloqui pronunciato da fedpol».

Avverte sfiducia nella polizia da parte dei contrari?
«Vale forse la pena ricordare e sottolineare che in Svizzera la polizia è l’istituzione che gode del maggior gradimento tra la popolazione. Supera di gran lunga il potere politico e lo stesso potere giudiziario. Gli agenti sono quindi percepiti in maniera molto positiva. È quindi significativo che la gente comune si fidi degli agenti molto di più di quanto non facciano alcuni ex procuratori pubblici».

Intervista pubblicata nell’edizione di mercoledì 2 giugno 2021 del Corriere del Ticino

“Achtung: adesso non si calino le brache!”

“Achtung: adesso non si calino le brache!”

Norman Gobbi sull’accordo istituzionale doverosamente cestinato e i futuri rapporti con l’UE 
Il progetto di accordo istituzionale Svizzera UE è finito doverosamente… nel fuoco. “È un passo importante quello che ha compiuto in settimana il Consiglio federale. Finalmente la voglia turbo-europeista ha subito uno stop”, afferma il Consigliere di Stato Norman Gobbi. “Ho sempre sostenuto la pericolosità di mettere una firma a un documento che creava grossi problemi alla nostra sovranità, svilendo l’essenza del nostro Stato: la democrazia diretta. Ma non solo: in questo accordo vi erano elementi contrari agli interessi essenziali della Svizzera. Il Governo ticinese poco più di due anni fa era stato chiaro: nessun sostegno a questo accordo istituzionale”.
I Cantoni hanno avuto un ruolo decisivo nell’affossamento dell’accordo. “Direi proprio di sì. La presa di posizione è stata netta. Il parere dei Cantoni su questioni di tale portata è stato fortunatamente tenuto in considerazione dal Consiglio federale. Non poteva essere altrimenti. Sono i Cantoni in prima battuta e i cittadini a subire eventuali conseguenze negative di cattivi accordi. In Ticino lo viviamo sulla nostra pelle già solo pensando agli attuali accordi di libera circolazione. E i passi che si intendevano fare con questo accordo istituzionale andavano ancora oltre. Non era tollerabile. Ci sono volute le proverbiali sette fette di polenta – che si traducono negli inutili sette anni di negoziati con l’UE – ma poi la decisione di abbandonare il tavolo delle trattative è stata presa. Bene!”, sostiene il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.
Il fatto che a presiedere il Consiglio federale quest’anno vi sia un rappresentante dell’UDC (Guy Parmelin, ndr) e che sia stata presa questa decisione crede sia una casualità? “Le rispondo riportando il tema in casa nostra, qui in Ticino e pongo io una domanda: il fatto che in Governo vi siano due rappresentanti della Lega è un caso rispetto alla posizione netta e tranciante espressa dal Cantone sull’accordo istituzionale? Qui posso rispondere, e dico che non è per nulla un caso! Anche perché la presenza di due leghisti in Governo è l’espressione di una popolazione che a maggioranza respinge ogni tentativo di avvicinamento con l’Europa, con questa Europa. Basti guardare tutte le votazioni sul tema. Anche lo scorso 27 settembre il Ticino aveva accolto l’iniziativa che voleva mettere un freno all’immigrazione di massa. Purtroppo – ma così vuole la democrazia – questa posizione è risultata minoritaria all’interno della Svizzera. Ne abbiamo preso atto. Lavoreremo affinché ora si possano stabilire nuovi rapporti bilaterali con l’UE sulla base della nostra effettiva forza contrattuale e senza calate di brache. Il Piano B nei confronti di Bruxelles esiste eccome. Ed è proprio quello di impostare rapporti bilaterali con l’UE da una posizione perlomeno paritaria e non supina. Un esempio concreto sarà il tema del miliardo di coesione nei confronti dell’UE (che in realtà è un miliardo e 300 milioni). Achtung: se lo si vuole elargire che lo si faccia in contropartita di qualcosa”, conclude il Consigliere di Stato Norman Gobbi.
 
 
 
Il Presidente del Consiglio di Stato in viaggio di lavoro a Roma

Il Presidente del Consiglio di Stato in viaggio di lavoro a Roma

Comunicato stampa

Dal 18 al 20 aprile, il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi sarà impegnato in un viaggio di lavoro a Roma: il programma prevede la sottoscrizione di un accordo che risolverà le attuali vertenze relative ai permessi per le guardie giurate, e una serie di incontri istituzionali di alto livello ministeriale.

 Il viaggio di lavoro a Roma del Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha quale obiettivo principale la sottoscrizione di un accordo con il Ministero degli interni italiano, per la ripresa dello scambio delle informazioni fra l’Italia e la Svizzera in vista del rilascio delle autorizzazioni per gli agenti privati di sicurezza. Parimenti, il Presidente del Governo avrà l’opportunità di discutere in prima persona alcune questioni prioritarie per il Canton Ticino.
Nell’ambito della visita si terrà inoltre l’incontro presso la Santa Sede con il Comandante della Guardia Svizzera Pontificia, Christoph Graf, per fare il punto sul programma di formazione delle guardie svizzere. A livello ministeriale si prevedono poi appuntamenti con il Ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, con il Ministro al turismo Massimo Garavaglia, con il Sottosegretario del Ministero degli Interni Nicola Molteni.Va infine segnalato che, in vista dell’esercitazione internazionale delle forze di sicurezza e primo intervento «Odescalchi 2022», la delegazione del Canton Ticino terrà una riunione di lavoro con il Capo Dipartimento della Protezione civile italiana, Fabrizio Curcio. Martedì 20 aprile nel pomeriggio, al termine della visita, è previsto un punto stampa per i corrispondenti svizzeri.

«Distanti ma vicini» – Gli auguri di buona Pasqua del Consiglio di Stato

«Distanti ma vicini» – Gli auguri di buona Pasqua del Consiglio di Stato

Comunicato stampa

Il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi ha realizzato un videomessaggio in occasione della Pasqua, per augurare alla popolazione e ai molti amici del Ticino un sereno periodo festivo e rammentare le raccomandazioni di comportamento necessarie per limitare la diffusione del coronavirus nel nostro Cantone.

Il videomessaggio del Presidente del Consiglio di Stato coglie l’occasione dall’imminenza della Pasqua per rammentare le principali regole e raccomandazioni di comportamento legate alla pandemia.
Le giornate più lunghe e le temperature in aumento, infatti, accresceranno la voglia di passare tempo all’aperto, in compagnia di familiari e amici – e di approfittare della bellezza del nostro territorio. Poiché l’evoluzione della pandemia rimane molto incerta, anche per la presenza delle nuove varianti del virus, occorrerà tuttavia continuare a rispettare scrupolosamente le misure sanitarie, come la popolazione ticinese ha fatto finora: solo così eviteremo di vanificare i tanti sforzi profusi da tutti per ridurre i nuovi contagi.
Nonostante la minaccia rimanga presente, il Presidente del Consiglio di Stato ricorda comunque che al momento non mancano i segnali positivi. La campagna di vaccinazione è iniziata e, grazie alla conferma delle forniture, sta prendendo finalmente velocità. Le case anziani sono luoghi sicuri, in cui il virus è quasi completamente scomparso, mentre gli ospedali e il loro personale sono occupati ma non sotto pressione, come in alcuni momenti degli ultimi dodici mesi.
Il Consiglio di Stato è pertanto convinto che in questo 2021 sarà possibile tornare a vivere una Pasqua serena. La condizione affinché ciò avvenga è che tutti, ticinesi e amici del nostro Cantone che vengono da fuori, rispettino le regole.

 

 

Parmelin incontra il Governo ticinese a Lugano

Parmelin incontra il Governo ticinese a Lugano

Il Presidente della Confederazione Guy Parmelin ha incontrato il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. L’appello agli altri Cantoni: “Seguite l’esempio del Ticino“
Il Presidente della Confederazione si è recato in Ticino per far visita al nuovo Campus Est a Lugano di Usi e Supsi. Dopo la visita al nuovo stabile a Viganello, Guy Parmelin ha incontrato il Presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. A margine dell’incontro è stata organizzata una conferenza stampa nella Sala del Consiglio comunale di Lugano. Quasi un anno fa, il 2 maggio 2020, Simonetta Sommaruga veniva in Ticino elogiando il Cantone per come aveva gestito la pandemia di coronavirus. La situazione del Consiglio federale e del Consiglio di Stato rimane comunque tesa, soprattutto per quanto riguarda le misure anti-Covid e i controlli alle dogane che il Ticino chiede a gran voce ormai da qualche mese. Presente anche il sindaco di Lugano Marco Borradori.
 
 
Da www.ticinonews.ch
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Ticino, un “cantone ottimista”
Il disagio della popolazione – giovane ma non solo – fra i temi dell’incontro ticinese di Guy Parmelin

“Le giovani generazioni sono penalizzate a più livelli”, ha ammesso Guy Parmelin, sollecitato sul tema del disagio giovanile a Lugano, teatro nel fine settimana degli scontri alla Foce del Cassarate. Il presidente della Confederazione ha sottolineato però come in Svizzera, perlomeno, “siamo riusciti a tenere le scuole aperte”.

Il Consiglio federale ha allentato le condizioni per gli assembramenti – da oggi, lunedì, si sono possono riunire fino a 10 persone all’interno – “diminuendo una forte restrizione delle libertà individuali”, ma è convinto che le misure in vigore costituiscano la strada migliore per uscire rapidamente dalla pandemia. Certo, ha detto, bisognerà evitare discriminazioni e fintanto che tutti coloro che lo desiderano non avranno avuto la possibilità di vaccinarsi, “sarebbe ingiusto” raccontare a un giovane che non può assistere a uno spettacolo perché non immunizzato.

“È difficile dire alla popolazione che deve reggere ancora alcune settimane”, ha ammesso Parmelin, che, in Ticino per inaugurare il campus USI/SUPSI di Viganello, ha detto comunque di aver trovato un cantone “ottimista” e di cui anche il resto della Svizzera dovrebbe seguire l’esempio per quanto riguarda la campagna vaccinale, la via da percorrere per arrivare all’uscita dal tunnel.

Quello del disagio della popolazione è stato un tema più volte evocato nella conferenza stampa a Palazzo Civico. “Speriamo che la primavera lasci dietro di sé non solo l’inverno, ma anche un po’ alla volta la situazione che tristemente conosciamo”, aveva detto il sindaco Marco Borradori, invocando “una nuova stagione” anche per il futuro dei nostri giovani “confrontati con una situazione particolarmente destabilizzante”. 

Nell’incontro con Parmelin “abbiamo avuto modo di esprimere il disagio della popolazione – non solo quella giovane – di fronte a un periodo lungo di chiusure”, gli ha fatto eco il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi. Un disagio emerso anche nel resto del paese. “C’è bisogno di risposte e prospettive”, ha detto Gobbi.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Ticino-un-cantone-ottimista-13924492.html

Da www.rsi.ch/news

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Guy Parmelin ai ticinesi: “È dura, ma chiediamo pazienza. I motivi per ben sperare ci sono”
Il presidente della Confederazione in visita al Ticino: “Tutti i Cantoni devono seguire il vostro esempio in materia di vaccinazioni”

LUGANO – Il presidente della Confederazione Guy Parmelin ha reso visita al Ticino. In mattinata ha visitato il nuovo campus USI/SUPSI a Lugano. Lì ha pure incontrato il presidente del Governo Ticinese Norman Gobbi per poi parlare alla popolazione da Palazzo Civico.

A introdurre l’ospite speciale è stato il padrone di casa Marco Borradori. “Grazie di essere qui. È un bel segnale di unità da parte di Confederazione e Cantone. C’è la volontà, nonostante le divergenze, di uscire insieme da questa crisi. Siamo vicini a vedere la luce in fondo al tunnel. Bisogna avere fiducia e pazienza. Vale la pena aspettare”.

“Il dialogo – commenta Gobbi – è continuo. Abbiamo segnalato a Berna anche i disagi della popolazione. Ci sono attività chiuse da oltre cento giorni. Ci chiedono di tenere duro. E la vaccinazione sarà uno strumento importante per uscire dalla crisi. Vogliamo tornare in possesso delle nostre libertà. Dobbiamo agire insieme a favore del Paese”.

Parmelin ha ringraziato il Ticino per la calorosa accoglienza. “È importante – sottolinea – avere fiducia. Tutti gli altri Cantoni devono seguire l’esempio del Ticino in materia di vaccinazioni. Sappiamo che è dura. La popolazione è stanca e tutti vogliamo uscirne, ma siamo a un crocevia. I motivi per ben sperare ci sono…”.

Da www.liberatv.ch
 
«Sono state date false aspettative»

«Sono state date false aspettative»

Il presidente del Consiglio di Stato ticinese commenta le decisioni adottate da Berna: «La Pasqua è oramai compromessa nel senso che non si potrà mangiare nei ristoranti, ma sarà possibile pernottare da noi e per questo faremo un richiamo affinché i turisti rispettino le regole» 

Tutto come da copione. Il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi non è affatto sorpreso della decisione presa dal Consiglio federale. «Era prevedibile. Già la scorsa settimana tre dei quattro indicatori presi in considerazione non erano favorevoli a una politica di allentamento delle misure. Va però ricordato che ci saranno dei settori – come la ristorazione e quello culturale e del tempo libero – che rimarranno chiusi per oltre cento giorni. Un elemento, questo, che andrà considerato in vista di ulteriori misure di sostegno». «La risposta della popolazione rimane il punto centrale», sottolinea Gobbi. «L’autorità politica può sì introdurre alcune regole, ma se dall’altra parte non c’è adesione, rimangono vuote. Per questo motivo è fondamentale far passare il messaggio che la situazione è ancora fragile dal punto di vista epidemiologico ed è per questa ragione che la Confederazione ha preferito attendere ancora prima di riaprire». «Il disorientamento c’è – ammette il presidente del Consiglio di Stato -. L’errore è stato dare false aspettative a settori come la ristorazione, la cultura e il tempo libero. Aspettative che sono state deluse appena sette giorni dopo. Questi settori, ancora una volta, vedono confermate le chiusure per un altro mese. La loro sopportazione è evidentemente al limite, e la stessa cosa vale per la popolazione, che vuole legittimamente tornare alla normalità, a godersi un film o uno spettacolo. O semplicemente tornare a sedersi al tavolo di un ristorante». Se per quattro settimane si dovrà aspettare ancora, secondo il presidente del Governo «è importante che al termine di questo periodo vi siano delle risposte e che la popolazione non debba subire ulteriori limitazioni. Quello che possiamo fare è continuare a essere solidali, mostrare un reciproco sostegno e rispettare le regole». Il prolungamento delle misure restrittive suona un po’ come una beffa, a fronte del pienone di turisti atteso per le festività pasquali. «Se lo scorso anno l’invito a non venire in Ticino era giustificato, perché era tutto chiuso, questa volta gli alberghi saranno sì aperti, ma non ci sarà molto da fare, se non godere del nostro bel territorio», ammette Gobbi. «È fondamentale però, anche in vista delle riunioni famigliari per Pasqua, continuare a essere prudenti. Il Consiglio federale si è infatti detto preoccupato per la situazione epidemiologica e per una possibile terza ondata, anche se le cifre, per il momento, rimangono piuttosto contenute». Ai turisti, ma anche alla popolazione, Gobbi rinnova l’appello alla responsabilità individuale: «Dobbiamo rispettare le regole e proteggerci, solo in questo modo potremo garantirci le libertà». «Libertà che, pur limitate, – sottolinea Gobbi – sono comunque maggiori in Svizzera rispetto ai Paesi vicini, in primis l’Italia, dove al momento non ci si può nemmeno spostare da un Comune all’altro».

Da www.cdt.ch

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Gobbi: “Nessuna sorpresa”

Il presidente del Governo ticinese sulla decisione odierna del Consiglio federale: “Tre su quattro indicatori non erano soddisfatti”

“Non sono sorpreso dalle decisione del Consiglio federale, tre su quattro indicatori fissati per procedere con le riaperture non erano soddisfatti”. Così il presidente del Governo ticinese Norman Gobbi ha commentato la decisione odierna del Consiglio federale di non procedere con ulteriori aperture.
“Il passo falso è stato quello di sollevare delle legittime aspettative in settori come la ristorazione. È un elemento che dobbiamo considerare, viste le sofferenze vissute”, ha aggiunto.
“La Pasqua, per certi versi, è oramai compromessa: ci sarà la possibilità di pernottare nelle nostre strutture alberghiere, ma non di mangiare al ristorante”, ha concluso Gobbi.

https://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Gobbi-Nessuna-sorpresa-13918216.html

Da www.rsi.ch/news

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Gobbi: ‘Temiamo per la tenuta sociale della popolazione’
Il presidente del Consiglio di Stato non è sorpreso per la dilazione sulle riaperture di ristorazione e attività ricreative. ‘Pensiamo a una riedizione del sostegno al turismo interno’

«Che il Consiglio federale fosse timido sulle riaperture, lo avevamo capito già la scorsa settimana dove sottolineava la possibilità di una terza ondata. Non siamo sorpresi, quindi». Così Norman Gobbi, presidente del consiglio di Stato. «Dei quattro indicatori che il governo tiene sono controllo per valutare l’evoluzione della pandemia, tre sono negativi nel senso che non permettono di allentare le restrizioni in atto», continua Gobbi che sottolinea come il settore della ristorazione e del tempo libero rimarrà chiuso per oltre 100 giorni. «Più di 160 se si tiene conto anche dello scorso anno». In pratica sei mesi di stop forzato. Una situazione che potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza di molte attività economiche. «È la preoccupazione principale che abbiamo come governo tanto che potremo valutare, come fatto del resto l’anno scorso, una riedizione del sostegno dato al settore turistico», anticipa Gobbi. «Ne dobbiamo ancora parlare compiutamente», precisa il presidente del consiglio di Stato.

Non ci resta di aspettare allora il 14 aprile per capire come e quando si tornerà alla normalità? «Questo è un po’ l’aspetto discordante rispetto a quanto ipotizzato la scorsa settimana, ovvero di una rianalisi della situazione ogni quindici giorni. Significa che il Consiglio federale ha davvero paura di questa terza ondata che in questo momento, secondo me, guardando i dati non è visibile. L’aumento dei casi è ancora abbastanza regolare e non esponenziale. Il grosso cambiamento è che l’aumento più importante è stato registrato tra i giovani e giovanissimi», aggiunge Gobbi.

«Dobbiamo ancora avere pazienza, ma soprattutto capacità di sopportazione. Mi preoccupa la tenuta sociale della popolazione, percepiamo che le persone incominciano a essere stanche di questa situazione ed è comprensibile. La campagna sulla salute psichica avviata del Dss va proprio nella direzione di dare sostegno a chi ha bisogno», precisa il presidente del governo ticinese che ricorda le iniziative di alcuni comuni ticinesi di indossare la mascherina protettiva anche nei luoghi pubblici. «Per Pasqua sono attesi molti turisti, visto che gli alberghi per fortuna sono aperti, ed è giusto ricordare di essere sempre e vigili».

Da www.laregione.ch