Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza

Da Ticinonews|Norman Gobbi commenta i tragici fatti di Barcellona. “Le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia”

“Un altro vile attacco laddove fa più male: nel cuore di una città, in cui turisti e residenti vivevano un momento di tipica quotidianità”. Queste le parole del direttore del dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, da noi contattato per un commento sui tragici fatti di Barcellona.

“Purtroppo i terroristi non guardano in faccia a nessuno e anzi, si distinguono proprio per colpire e uccidere innocenti. Barcellona purtroppo è l’ultima di una serie di meste tragedie che hanno toccato altre città europee: Parigi, Nizza, Bruxelles, Berlino, Londra e Manchester sono purtroppo associate a tragici fatti”.

“Ma non voglio e non dobbiamo rassegnarci all’indifferenza – ha proseguito Gobbi – questi attacchi vanno condannati e questi scenari sanguinari e ignobili non possono divenire parte della nostra normalità! La cultura del terrore non può insinuarsi, perché vorrebbe dire scendere a compromessi con il male”.

I fatti di Barcellona rilanciano immancabilmente il tema della sicurezza. Cambierà qualcosa anche alle nostre latitudini? “La Svizzera non è un obiettivo primario di questi attacchi ma l’allerta rimane alta, perché la certezza assoluta purtroppo non esiste. Grazie all’ottima collaborazione tra Autorità politiche e forze dell’ordine a livello internazionale e allo scambio continuo di informazioni possiamo contrastare questo genere di situazioni”.

“Non possiamo restare con le mani in mano – conclude Gobbi – Alle nostre latitudini le nostre forze dell’ordine si sono adattate alla minaccia. Infatti, da qualche tempo la Polizia cantonale ha preso alcune misure di sicurezza per far fronte a rischi simili: il più visibile è l’utilizzo del giubbotto anti-proiettile da parte dei nostri agenti. A fronte dei recenti episodi che hanno macchiato di sangue l’Europa inoltre sono state prese misure puntuali, come nell’ambito di grandi manifestazioni dove un grande numero di persone si raduna. Pensiamo ad esempio ai recenti festeggiamenti per la nostra festa nazionale: in questi casi la Polizia cantonale ha utilizzato sbarramenti in cemento per evitare che mezzi pesanti potessero scagliarsi sulla folla”.

Leggi l’articolo sul portale Ticinonews: http://www.ticinonews.ch/ticino/402122/non-dobbiamo-rassegnarci-all-indifferenza

Libertà sì, estremismo no!

Libertà sì, estremismo no!

Dal Mattino della domenica | Il ministro Norman Gobbi si interroga sulla diffusione del Corano nelle piazze ticinesi

La Svizzera è un Paese libero. Ma la Svizzera è anche un Paese sicuro. Sicurezza e libertà: due valori che sono strettamente connessi, che a volte sono messi in contrapposizione, ma che sono entrambi essenziali per il benessere di ogni cittadino. Un equilibrio sul quale mi sono interrogato in questo mio contributo, prendendo spunto dalla discussione in atto sulla distribuzione del Corano nel nostro territorio.

In questi giorni alcuni conoscenti mi hanno chiesto cosa ne pensavo della diffusione del Corano nelle nostre piazze, dopo che questo argomento è stato tematizzato nella risposta a un’interrogazione del Gran Consiglio, nella quale come Consiglio di Stato abbiamo affermato che non è necessario proibirne la distribuzione.

In Ticino, Città e Comuni possono decidere di non concedere l’autorizzazione all’allestimento di bancarelle e alla distribuzione del Corano allo scopo di proteggere la sicurezza pubblica. La legge lascia questo compito al livello più vicino alla popolazione del nostro sistema federalista, che ha una sensibilità particolare riguardo il proprio territorio. A livello federale invece, tra le misure per la salvaguardia della sicurezza interna, viene definita la possibilità di vietare qualsiasi attività che promuova il terrorismo e l’estremismo violento. Soprattutto negli ultimi anni, la legge si è adeguata definendo in maniera mirata il divieto di promuovere determinati gruppi che si sono resi noti a livello internazionale con quegli atti di violenza inaudita che purtroppo noi tutti conosciamo. La legge federale vieta già i gruppi estremisti e associazioni a loro riferite, come l’associazione “Lies!”. Quindi, in caso di reale minaccia sul nostro territorio, gli strumenti ci sono e possono essere utilizzati per proibire la distribuzione del Corano da parte di persone estremiste.

Nel nostro Cantone la situazione, che è costantemente monitorata dall’intelligence della Polizia cantonale, al momento non sembra destare timori a riguardo. Nelle nostre piazze fortunatamente non circola materiale propagandistico che possa mettere in pericolo la sicurezza dei ticinesi. Se fosse il caso, i nostri agenti agirebbero senza timori per risolvere il problema, allontanando chi rappresenta una minaccia per la popolazione, come del resto sono abituati ad agire nel loro lavoro quotidiano a favore della nostra sicurezza.

Questo è, in maniera riassunta, quanto contenuto nella risposta che come Governo abbiamo dato al parlamento ticinese. Proprio questa risposta ha fatto scaturire le domande dei miei conoscenti, che volevano la mia risposta personale alla questione. Per farlo, ho voluto affrontare la questione da un lato meno “operativo” o “legislativo”, riallacciandomi al delicato equilibrio tra libertà e sicurezza.

La mia risposta è stata semplice e chiara: condivido la posizione che come Governo abbiamo deciso, poiché credo che un libro vada letto per essere capito. Quello che va invece proibito è l’estremismo in ogni sua forma, che – è vero – in alcuni casi può venire da un’interpretazione distorta di un libro. Questo non va tollerato.

Ma aggiungo: non deve essere tollerato in nessuna circostanza e in nessun ambito, poiché distrugge in un solo attimo sia la libertà, sia la sicurezza sulla quale si costruisce il nostro Paese.

Proprio negli scorsi giorni stavo leggendo il rapporto sulla sicurezza della Svizzera, pubblicato dal Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC). In primo piano c’erano chiaramente il terrorismo jihadista e i cyberattacchi, che sono il centro della politica della sicurezza ormai in tutti paesi dell’Europa. Scorrendo il resto del rapporto, leggevo di come i flussi migratori possano incidere sulla questione della sicurezza legata al terrorismo, siccome gli attentatori possono sfruttare questa situazione per giungere in Europa. Continuando a leggere, mi è saltato però all’occhio questo paragrafo: “Se in Svizzera, a differenza di altri Paesi in Europa, gli ambienti di estrema destra non hanno sinora fatto ricorso alla violenza contro i richiedenti l’asilo o contro infrastrutture e fornitori che operano nell’ambito dell’asilo, le cerchie di estrema sinistra hanno incluso la migrazione tra i loro temi fondamentali, agendo anche in modo violento.” Per il SIC quindi il problema è sì della possibilità di atti terroristici, ma nella pratica, fino ad ora, ciò che ha creato maggior disagio sono state le azioni collaterali di questi gruppi legati agli ambienti estremisti! Un estremismo che viene da sinistra e che si manifesta in maniera violenta, e al quale l’anno scorso, nel periodo più caldo dell’estate, abbiamo dovuto far fronte anche nel nostro Cantone. Un estremismo che rovina infrastrutture, imbratta edifici privati o pubblici, offende agenti che ogni giorno si adoperano a favore della collettività. Un estremismo… che preoccupa la Confederazione quasi più della minaccia terroristica in sé, poiché è una questione con la quale siamo confrontati già oggi nella pratica!

Mi dovranno scusare coloro che mi hanno fatto la domanda specifica sulla distribuzione del Corano: ma ho voluto cogliere lo spunto per poter discutere con voi di ciò che veramente è il fulcro della questione. Una problematica reale che intacca il benessere dei cittadini, che confonde la libertà di espressione con l’arroganza di imporsi, distruggendo tutto ciò che direttamente e indirettamente entra nel radar del proprio odio. Senza accorgersi che, in fin dei conti, queste azioni si ripercuotono sulla libertà e la sicurezza della collettività per la quale questi gruppi affermano di lottare. Come ministro della sicurezza del nostro Cantone sono quindi sicuro che sia l’estremismo di ogni genere a dover essere il centro del nostro lavoro, indipendentemente da come si manifesti: tramite propaganda nelle piazze o tramite atti violenti nelle manifestazioni.

La Svizzera è un Paese libero. Ma è anche un Paese sicuro. Ed è per questo che lo Stato deve lottare: per la libertà e la sicurezza che sono alla base del benessere di ognuno di noi!

Norman Gobbi,

Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Terrorismo: mai smettere di rialzarsi e lottare!

Terrorismo: mai smettere di rialzarsi e lottare!

Dal Mattino della domenica | Il ministro della sicurezza si esprime dopo gli attacchi terroristici che hanno scosso l’Inghilterra

Sono passati pochi giorni dall’attentato che ha colpito Manchester e toccato –un’altra volta- il resto dell’Europa. Complice forse la giornata di festa di giovedì, mi sono fermato a riflettere. Su come questa minaccia vigliacca ci tocca sempre più da vicino. Su come purtroppo si ha la sensazione che questi attacchi stiano ahimè rientrando nella normalità. “Un altro attacco” ho sentito dire negli scorsi giorni. Un commento isolato. Rimasto nel vuoto. Ma questo genere di minacce non possono e non devono essere archiviate come qualcosa di normale.

Purtroppo i terroristi non guardano in faccia a nessuno e anzi, si distinguono proprio per colpire e uccidere innocenti. A Manchester stavolta le vittime sono 22, fra cui molti giovani e giovanissimi la cui sola colpa era quella di assistere al concerto della cantante preferita, nella normalità di un lunedì sera qualsiasi. Una vigliaccheria d’animo che faccio fatica a descrivere. Un atto ignobile compiuto – a quanto sembra – da un giovane di origine libiche ma nato e cresciuto in Inghilterra all’inizio degli Anni Novanta. Un dettaglio non da poco. Che mi porta inevitabilmente a riflettere. Ancora una volta quindi bisogna evitare – anche in Ticino! – che gli stranieri di fede musulmana che giungono o nascono sul nostro territorio si radicalizzino. E per farlo bisogna evitare che si creino delle zone “ghetto” come sta avvenendo in altri Stati europei. Evidentemente il nostro territorio, senza grandi metropoli, mal si presta a questo genere di situazioni ma come sappiamo, il rischio zero non esiste. Allora cosa possiamo fare? Dobbiamo promuovere i nostri valori e le nuove tradizioni, il nostro essere occidentali, il nostro essere Ticinesi. Bisogna puntare sull’integrazione fondata sui nostri valori e non su un appiattimento cieco e dannoso.

La minaccia è costante e insidiosissima, perché la violenza si accende in singoli individui o piccoli gruppi che si radicalizzano velocemente e passano all’azione con strumenti rudimentali. In Svizzera si sta mettendo in atto una strategia per contrastare questo processo di radicalizzazione, per evitare che potenziali cellule isolate si tramutino in fabbriche di morte. Occorre muoversi con agilità ed efficacia su più binari: prevenzione, sorveglianza, dispositivi di sicurezza, affinamento degli strumenti legislativi, rafforzamento concreto delle forze dell’ordine. Come Direttore del Dipartimento delle istituzioni vivo da vicino gli sforzi che si stanno dispiegando e che sostengo, molti dei quali sono impercettibili per la cittadinanza, ma capillari e a corrente continua.

Ma sono anche un libero cittadino. E soprattutto, un cittadino che non smette un momento di indignarsi per queste morti assurde e di impegnarsi nella difesa dei nostri valori, ovunque. Uguale se a Parigi, Manchester oppure a Berlino. Non possiamo cedere a una progressiva indifferenza, perché la nostra normalità è fatta sì di preoccupazioni quotidiane, ma non di scenari così sanguinari e ignobili. La cultura del terrore non può insinuarsi, perché altrimenti scenderemmo a compromessi con il male. Dobbiamo continuare a rialzarci e a lottare.

Non dobbiamo essere timidi. A sinistra si relativizza sempre, si richiamano le solite colpe coloniali, si tollerano flussi migratori incontrollati “perché da sempre l’uomo si muove”. Senza bisogno di chiuderci in un bunker, dobbiamo continuare a lottare per la nostra libertà e per la nostra sicurezza, con tutte le misure necessarie, togliendoci i guanti del politicamente corretto. La fede musulmana radicalizzata è un problema serissimo, non solo simbolicamente. Una piaga che non si riarginerà mai con il ritornello dei pretesti legati alle “difficoltà socioeconomiche”, o nascondendoci dietro ad alibi. I nostri valori prima di tutto!

Ancora una volta, stringiamoci attorno a una comunità che ha perso delle vite e al dolore di chi non vedrà più un proprio amico e un proprio caro. E stringiamoci nella lotta per una società giusta, libera e sicura, senza se e senza ma. Ma soprattutto senza alibi. E senza giustificare i lupi travestiti da agnelli, continuiamo a lottare per la nostra Libertà e la nostra Sicurezza.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

Il rischio di attentati resta

Il rischio di attentati resta

Da RSI.ch | Il maggior pericolo in Svizzera sono attacchi jihadisti di piccoli gruppi o individui isolati

Il Quotidiano, 14.03.2017 su PlayRSI: https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/14-03-2017-il-piano-contro-il-terrorismo?id=8850730

La minaccia terroristica resta presente anche in Svizzera, dove il rischio maggiore è quello di un attacco da parte di individui isolati o piccoli gruppi, secondo il terzo rapporto sulla lotta al terrorismo di matrice jihadista.

Il terzo rapporto sulla lotta al terrorismo di matrice jihadista (in francese)

Lo scorso anno il Servizio delle attività informative della Confederazione ha identificato 497 internauti che hanno diffuso dalla Svizzera materiale di propaganda jihadista, mentre ha consigliato di respingere 14 domande d’asilo per motivi di sicurezza. Attualmente sono invece 60 i procedimenti penali aperti nei confronti di individui che si sono uniti a organizzazioni terroriste. In totale sono 81 le persone partite dalla Svizzera per la jihad, di cui 30 con passaporto rossocrociato.

Dal terzo trimestre del 2017 sarà messo in atto un piano per contrastare la radicalizzazione delle persone, con azioni non solo di sicurezza ma anche di prevenzione e sorveglianza.

ATS/sf

Articolo: http://www.rsi.ch/news/svizzera/Il-rischio-di-attentati-resta-8849053.html

Reclutatori ISIS: dobbiamo avere paura?

Reclutatori ISIS: dobbiamo avere paura?

Dal Mattino della domenica | Mercoledì una maxi-operazione antiterrorismo ha portato all’arresto di una persona

Circa un mese fa, proprio su queste pagine, scrivevo della radicalizzazione jihadista e della situazione in Ticino, spinto dai tristi fatti di cronaca di dicembre a Berlino e Instanbul. Ed ecco che la notizia degli ultimi giorni ci riporta negli ambienti della radicalizzazione, da molto più vicino. Una maxi-operazione antiterrorismo alla quale hanno partecipato oltre 100 agenti della Polizia cantonale e federale: se le ipotesi di reato venissero confermate, si tratterebbe del primo arresto in Svizzera di un reclutatore dell’ISIS.

Una notizia che alle nostre latitudini (fortunatamente) ancora ci turba. In molti mi hanno chiesto se dobbiamo avere paura. La mia risposta è no, ma dobbiamo preoccuparci. Il Ticino e la Svizzera, come ho affermato più volte, non sono obiettivi di attacchi, ma questo non significa che possiamo ritenerci esenti dalla minaccia terroristica, perché il rischio zero non esiste. E i fatti di questi giorni lo hanno dimostrato ancora una volta. Proprio sul nostro territorio operavano dei reclutatori, dei lupi che grazie al lavoro dell’intelligence ticinese e svizzera sono stati smascherati dalla loro veste di agnello. Un lavoro essenziale quindi quello della lotta contro i nuovi fenomeni legati al terrorismo, che si rivela una scelta vincente anche in Ticino. Le due operazioni di mercoledì sono la dimostrazione che la collaborazione tra Cantone e Confederazione funziona, e che le autorità sono attente e mantengono alta l’allerta.

Il nostro è un Cantone con una condizione particolare, per il nostro essere la Porta Sud della Svizzera per i flussi migratori. Nonostante i moralizzatori continuino a negarlo, è ormai incontestabile che ci siano degli individui radicalizzati che sfruttano questo movimento di persone per passare inosservati e raggiungere l’Europa, con la volontà precisa di compiere atti di estremismo. Per questo motivo per contrastare la radicalizzazione jihadista dobbiamo agire su più fronti: il controllo delle persone che arrivano sul nostro territorio ma anche il lavoro di intelligence come quello che ha portato alle due operazioni di mercoledì. La collaborazione con l’Italia nella lotta contro il terrorismo è essenziale: spesso questi individui in via di radicalizzazione sono sostenuti, logisticamente e finanziariamente, da gruppi che possono venire dalla vicina Italia, che come ben sappiamo ospita diverse aree con una crescente criticità sotto questo punto di vista.

Ma l’intelligence non può arrivare dappertutto e in ogni momento: per questo è importante che lo Stato sia aiutato dai cittadini, le nostre sentinelle sul territorio, ma anche dalle comunità religiose che vogliono essere parte integrata della nostra società. È fondamentale una maggiore vigilanza soprattutto da parte di questi ultimi, poiché come è vero che non tutti i luoghi di culto sono luoghi di radicalizzazione, è innegabile che questi luoghi siano frequentati anche da personaggi radicalizzati e radicalizzatori.

Via la pelle d’agnello dai lupi: collaboriamo per una maggiore sicurezza sul nostro territorio. Perché noi non vogliamo avere paura.

NORMAN GOBBI, CONSIGLIERE DI STATO E DIRETTORE DEL DIPARTIMENTO DELLE ISTITUZIONI

«Lo dico, non ho paura, ma sono preoccupato»

«Lo dico, non ho paura, ma sono preoccupato»

Dal Corriere del Ticino | L’intervista – NORMAN GOBBI – L’intelligence e lo sforzo comune che fa la differenza

Norman Gobbi, alla luce dell’operazione in grande stile di mercoledì per le nostre forze dell’ordine si apre una nuova fase?

«In effetti operazioni di questa portata non capitano tutti i giorni. Se le ipotesi di reato venissero confermate, si tratterebbe del primo arresto in Svizzera di un reclutatore dell’ISIS. L’operazione di mercoledì dimostra come l’allerta da parte delle Autorità cantonali e federali sia sempre molto alta. Lo ha ribadito anche il procuratore generale della Confederazione Michael Lauber martedì sera a Lugano. Quando si parla di minacce provenienti dalle organizzazioni criminali non si deve mai abbassare la guardia. Al contrario dobbiamo costruire antenne e sviluppare anticorpi per contrastarle».

Se dico che siamo entrati in una stagione contraddistinta dal sentimento del sospetto misto a quello della paura, come replica?

«Non dobbiamo essere spaventati, ma dobbiamo comunque essere preoccupati. D’altra parte non l’ho mai negato: il pericolo zero, quando si parla di terrorismo, non esiste. La Svizzera e il Ticino, pur non essendo un obiettivo primario, non sono esenti dalla minaccia terroristica. Piccole realtà urbane e villaggi come quelli del nostro Cantone, in cui regna un buon controllo sociale, non sono immuni da fenomeni criminali legati al terrorismo. Qualche tempo fa le forze dell’ordine italiane scovarono un luogo di radicalizzazione e di reclutamento dell’ISIS a Merano. In quell’occasione dissi che una minaccia analoga avrebbe potuto interessare anche il Ticino. Ma grazie al lavoro dell’intelligence è possibile contrastare e combattere l’insorgere di questi fenomeni».

Ma lei ha paura?

«Il mio approccio è molto pragmatico: non ho paura, ma sono cosciente dei rischi che minacciano non solo la Svizzera ma tutta l’Europa. E ovviamente ho fiducia nell’operato delle nostre forze dell’ordine. Come responsabile della sicurezza in Ticino sono convinto che gli sforzi comuni in questo caso possano davvero fare la differenza, per questo motivo continuerò a impegnarmi per garantire massima cooperazione con la Confederazione e le forze dell’ordine italiane».

Il cittadino ticinese deve continuare a vivere spensieratamente o deve iniziare a mutare i suoi atteggiamenti nei confronti delle categorie considerate più a rischio?

«Non dobbiamo creare allarmismo tra la popolazione. Quando parlo di collaborazione non intendo solo quella tra le forze di polizia: un ruolo fondamentale viene giocato soprattutto dai cittadini, che mi piace definire le nostre “sentinelle” vigili e attente sul territorio. Ogni situazione sospetta che viene percepita deve essere segnalata alla polizia cantonale. D’altra parte non dobbiamo dimenticare che coloro che si avvicinano all’ISIS e si radicalizzano, mutano tendenzialmente il loro comportamento e il loro modo di apparire avvicinandosi al loro nuovo credo. Ragion per cui anche le comunità religiose presenti in Ticino devono essere più vigili, e avere con le autorità un dialogo trasparente e aperto».

Ieri sera si è aperto il carnevale Rabadan, che richiamerà a Bellinzona folla per diversi giorni. Il sistema di sicurezza è stato aumentato alla luce dell’inchiesta scattata poche ore prima?

«Come dicevo prima, la guardia era e deve rimanere alta. Alle nostre latitudini manifestazioni ed eventi non sono infatti l’obiettivo primario di attacchi terroristici».

In queste settimane il Governo si sta interrogando su nuovi possibili risparmi. C’è chi ritiene che l’organico della polizia, con il passare degli anni, si sia eccessivamente gonfiato. In questo settore ci sono margini di risparmio?

«La sicurezza rappresenta un elemento fondamentale nella vita di una persona. Un bene primario che lo Stato deve garantire a tutti i suoi cittadini. Sono quindi fermamente convinto che la sicurezza passa anche da un numero adeguato di agenti sul territorio. In questo senso sottolineo che l’adeguamento degli effettivi non è stato un esercizio di stile ma ha portato anche una serie di importanti risultati operativi tra cui ad esempio la diminuzione dei furti».

Si è parlato anche di intelligence, un concetto che in passato lo percepivamo per altre realtà. Alla base dell’inchiesta ci sono soprattutto contatti e informazioni raccolte in incognito o, magari, c’è stata anche parecchia fortuna nel fare combaciare il tutto?

«Non parlerei di fortuna. Tutt’altro. Un plauso va all’ottimo lavoro della Polizia cantonale. L’operazione infatti è partita a seguito di analisi e verifiche effettuate proprio dal nostro servizio d’intelligence. Dopo le verifiche e una volta identificate le ipotesi di reato il dossier, per competenza, è passato nelle mani del Ministero pubblico della Confederazione. Questo a dimostrazione che la scelta strategica di creare la cellula d’intelligence sia stata una mossa vincente».

Cosa può fare di più di quanto fa già oggi il Ticino per combattere l’insorgere di fatti preoccupanti e del manifestarsi di potenziali cellule terroristiche sul nostro territorio?

«Un fattore sicuramente fondamentale è lavorare sulla politica d’integrazione dei cittadini stranieri che giungono sul nostro territorio affinché facciano propri i valori di libertà e di democrazia. Uno sforzo collettivo che aiuta a evitare il rischio di emarginazione e di ghettizzazione dal tessuto socio-culturale locale di queste persone. Un rischio che, come emerso, potrebbe tradursi nel reclutamento da parte di organizzazioni terroristiche. E inoltre come ho già detto a più riprese è vero che i luoghi di culto non sono per forza luoghi di radicalizzazione, ma è pur vero che possono essere frequentati anche da personaggi radicalizzati e dai radicalizzatori. A questo proposito ribadisco che il dialogo tra le comunità islamiche e le autorità è necessario e va rafforzato per evitare l’insorgere di pregiudizi».

(Intervista di Gianni Righinetti)

Mutmasslicher IS Rekrutierer im Tessin verhaftet

Mutmasslicher IS Rekrutierer im Tessin verhaftet

Da Tages Anzeiger | Der Sicherheitsmitarbeiter soll für den Jihad rekrutiert haben. Es wurde auch ein Verfahren wegen Freiheitsberaubung eröffnet

Eine Anti-Terror-Operation dieses Ausmasses hat es im Tessin noch nicht gegeben. Mehr als 100 Beamte von Kantons- und Bundeskriminalpolizei führten gestern diverse Hausdurchsuchungen im Kanton durch. Im Fokus stand vor allem der Raum Lugano. Auch ein Gebetsraum wurde durchsucht. Es handelte sich gemäss inoffiziellen Quellen um die Moschee in Lugano-Viganello.

Das durchsuchte Gotteshaus war bereits Anfang 2015 im Zusammenhang mit einem Jihadisten in die Schlagzeilen geraten. Der sogenannte «Jihadist von Viganello» soll später in Syrien umgekommen sein soll. «Nicht alle Moscheen sind Radikalisierungsorte, aber es sind sensible Orte», betont der Tessiner Justizdirektor Norman Gobbi. «Die Radikalisierten und Radikalisierer kommen auch in die Moscheen.» Deshalb erwarte er, «dass die muslimischen Organisationen mit den Behörden zusammenarbeiten».

Der gestrige Grosseinsatz der Polizei erfolgte im Rahmen eines Verfahrens der Bundesanwaltschaft gegen einen schweizerisch-türkischen Doppelbürger, der verhaftet wurde, sowie gegen einen türkischen Staatsbürger, zu dem bislang nichts weiteres bekannt ist. Gegen die zwei Männer wird ein Strafverfahren wegen mutmasslichen Verstosses gegen das sogenannte IS-Verbot geführt. Zudem wird wegen des Verdachts auf Unterstützung beziehungsweise Beteiligung an einer kriminellen Organisation und wegen Gewaltdarstellung ermittelt. Konkret hegt die Bundesanwaltschaft den Verdacht, dass versucht wurde, Personen «für den Islamischen Staat oder verwandte Organisationen» zu rekrutierten.

Geschäftsführer verhört

Eine Schlüsselrolle in diesem Fall spielt der verhaftete schweizerisch-türkische Doppelbürger. Dieser arbeitete für eine Sicherheitsfirma aus der Region Bellinzona, die unter anderem für die Bewachung des kantonalen Asylzentrums in der Gemeinde Camorino zuständig war. Hat der Verhaftete versucht, unter den Asylbewerbern Personen für den Islamischen Staat anzuwerben? Diese Frage liegt nahe. Tatsache ist, dass diese private Sicherheitsfirma ihrerseits ins Visier der Tessiner Staatsanwaltschaft geraten ist.

Damit überlappen sich Ermittlungen der Bundesanwaltschaft mit einem Fall, den die Tessiner Staatsanwaltschaft untersucht. Wie die Kantonspolizei bekannt gab, wurde gestern auch der 36-jährige Geschäftsführer der Sicherheitsfirma verhaftet. Gegen ihn wird auf kantonale Ebene wegen Verstosses gegen das Arbeitsgesetz und das Gesetz der privaten Sicherheitsfirmen, vor allem aber wegen Freiheitsberaubung und Gewalt gegen mindestens einen Asylbewerber ermittelt. Die Sicherheitsfirma wurde umgehend von ihren Aufgaben im Migrationswesen entbunden.

Die gross angelegte Anti-Terror-Aktion kam gestern vollkommen überraschend. Am Dienstag hatte Bundesanwalt Michael Lauber bei einem Besuch seiner Kollegen in Lugano noch im Geheimen Details des Einsatzes erörtert. Danach sprach er in der Universität von Lugano in einer von Justizdirektor Gobbi lancierten Veranstaltung über «Organisierte Kriminalität in der Schweiz». Über den bevorstehenden Grosseinsatz war bei dieser Veranstaltung nichts durchgesickert. Laut dem Lega-Staatsrat sagte der Bundesanwalt, dass die Migrationsströme die Gefahr brächten, dass auch Radikalisierte davon profitieren könnten. Die Schweiz ist gemäss Gobbi weniger Anschlagsziel, als «möglicher Rekrutierungs-, Beschaffungs- und Finanzierungsort» für Terroristen. Das Tessin sei «exponiert». Gobbi verweist auch auf das nahe Mailand: «Vor unserer Grenze liegt eine grosse Metropolitanregion mit allen Risiken, mit No-go-Zonen und problematischen Stadtvierteln.»

Aus dem Gebiet stammt auch ein Freund des «Jihadisten von Viganello», ein Marokkaner, der in Italien lebte und in der Schweiz K-1 trainierte. Er wurde sogar Schweizer Meister in der Kampfsportart. Vergangene Woche ist er in Mailand wegen IS-Unterstützung zu sechs Jahren Gefängnis verurteilt worden. Seine Frau erhielt wegen ähnlicher Vorwürfe eine Freiheitsstrafe von vier Jahren.

(Articolo di Lob Gerhard / Knellwolf Thomas)

Reclutatori dell’ISIS? Maxi-blitz e un arresto

Reclutatori dell’ISIS? Maxi-blitz e un arresto

Dal Giornale del Popolo | «Neanche noi siamo esenti dalla minaccia terroristica» – Il responsabile del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi

Sull’inchiesta abbiamo sentito il parere del responsabile del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi.

Consigliere di Stato un’indagine di queste dimensioni con più di 100 agenti coinvolti, e relativa al terrorismo, è una prima nel nostro Cantone?

Sì, in effetti è la prima volta che siamo confrontati con un’operazione di tale portata in Ticino. Il tutto è partito a seguito di analisi e verifiche effettuate dall’intelligence della Polizia cantonale la quale verificate le ipotesi di reato ha passato il dossier nelle mani del Ministero pubblico della Confederazione, perché di sua competenza. E questo dimostra come sia stata una scelta strategica vincente, quella di aver creato questa cellula di intelligence. In questo modo monitoriamo i nuovi fenomeni legati al terrorismo che si possono presentare anche sul territorio ticinese. Inoltre questo caso conferma quanto abbiamo sempre detto e cioè che il Ticino e la Svizzera non sono obiettivi di attacchi, ma non sono nemmeno esenti dalla minaccia terroristica.

È stato anche perquisito un luogo di culto. Come giudica questo fatto?

Come ho detto a più riprese non tutti i luoghi di culto sono luoghi di radicalizzazione, ma è vero che i luoghi di culto vengono frequentati anche da personaggi radicalizzati e dai radicalizzatori. Ed è quindi importante avere un dialogo aperto e trasparente tra chi gestisce i luoghi di culto e le autorità, al fine di creare quel rapporto di fiducia necessario per evitare qualsivoglia pregiudizio. Ed è altresì fondamentale una maggiore vigilanza da parte delle comunità religiose. Del resto è anche nel loro interesse farlo.

Dopo questo caso i cittadini devono iniziare a temere l’incombere di atti terroristici anche in Ticino?

Non credo. Ma tutto ciò dimostra come le autorità siano attente a mantenere alta l’allerta. Un’attitudine confermata martedì sera all’USI dal procuratore generale Michael Lauber. Non bisogna mai abbassare la guardia sulle minacce che arrivano dalle organizzazioni criminali, ma creare antenne e anticorpi. A maggior ragione in questo periodo di feste di carnevale, in cui la sicurezza è garantita. Inoltre, il nostro essere sull’asse migratorio Nord-Sud ci espone in modo più evidente rispetto ad altri Cantoni a questo fenomeno legato al reclutamento da parte dell’ISIS.

(Articolo di Nicola Mazzi)

Swiss police lead raids, arrest 1 in probe of ISIS recruiting

Swiss police lead raids, arrest 1 in probe of ISIS recruiting

Da FoxNews.com | GENEVA – At least one person has been arrested in southern Switzerland as part of a criminal probe over suspected recruiting for the Islamic State group or related organizations.

The office of the Swiss attorney general said more than 100 federal police searched several houses in the Italian-speaking Ticino region, as well as of a house of prayer.

The federal probe centers on two men of Swiss-Turkish and Turkish nationality for alleged violation of laws banning extremist organizations such as al-Qaida and the Islamic State group.

Articolo su Foxnews.com: http://www.foxnews.com/world/2017/02/22/swiss-police-lead-raids-arrest-1-in-probe-isis-recruiting.html

“C’è da essere preoccupati”

“C’è da essere preoccupati”

Da RSI.ch | Norman Gobbi sull’arresto per terrorismo: “Il Ticino e la Svizzera non sono esenti dalla minaccia terroristica, ma la guardia è alta”

“Non bisogna spaventarsi, ma preoccuparci sì”. Così si espresso il Direttore del dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, dopo l’operazione anti terrorismo compiuta mercoledì in Ticino. “Quanto avvenuto, dice, conferma che il Ticino e la Svizzera non sono obiettivi di attacchi terroristici ma non sono esenti dalla minaccia terroristica. Il fatto che tutta questa operazione sia partita dall’attività di intelligence condotta dalla polizia cantonale in via preliminare per poi passare alla Confederazione per competenza, conferma come siamo attenti e vigili”.

Il consigliere di Stato pone l’accento sul problema dei flussi migratori collegati alla vicinanza geografica con la metropoli milanese, un fattore che espone maggiormente rispetto ad altri cantoni a questo tipo di minaccia, un motivo per cui tenere la guardia alta.

Nel caso di specie, la persona arrestata lavorava per una agenzia di sicurezza che veniva impiegata al centro degli asilanti di Camorino. “I controlli amministrativi, ha detto Gobbi, sono fatti a monte quando vengono rilasciate le autorizzazioni, poi spettano agli inquirenti, alla polizia giudiziaria ed al Ministero pubblico, fare le opportune verifiche come in qualsiasi caso dove vengono coinvolti agenti di sicurezza privata. In questo caso i controlli hanno funzionato”. Lo stesso ministro rileva come siano utili i controlli non solo sui migranti ma anche su chi risiede nel cantone, su mandato dei Servizi informativi della Confederazione.

Nel caso in oggetto Gobbi rileva che qualcosa nel processo di integrazione non ha funzionato. Da questo punto di vista chiede una maggiore vigilanza da parte delle comunità religiose nel segnalare persone che magari esprimono pensieri estremisti, anche a loro tutela per evitare nascere di pregiudizi, un dialogo auspicato dal responsabile del Dipartimento delle istituzioni ritenuto tuttavia “difficile”.

CSI/sdr

L’approfondimento al Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/C%C3%A8-da-essere-preoccupati-8759086.html