Volti coperti: è questione di principio!

Volti coperti: è questione di principio!

Dal Mattino della domenica | Il bilancio a sei mesi dall’introduzione delle nuove leggi – Non solo burqa nelle Leggi sull’ordine pubblico e sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici, introdotte sei mesi fa. La maggior parte dei procedimenti avviati dalla nostra Polizia (ben 244) sono legati a casi di accattonaggio, soprattutto nel Luganese e nel Bellinzonese.

I primi mesi delle nuove leggi hanno dato i loro frutti: 384 i procedimenti avviati dai Corpi di polizia delle otto regioni del nostro Cantone. Tra questi, hanno fatto scalpore i “soli” 6 procedimenti per infrazione alla Legge sulla dissimulazione del volto. Un risultato quest’ultimo, che può sembrare riduttivo, ma che presento con soddisfazione. Innanzitutto perché la Legge sulla dissimulazione del volto è stata introdotta per una questione di principio: il nostro è uno stato di diritto, nel quale uomini e donne sono allo stesso livello e nel quale mostrare il volto è una questione sia di sicurezza – ad esempio in manifestazione sportive o a certi raduni politici -, sia di definizione e di protezione dei nostri valori. Una scelta coraggiosa che, dopo qualche tempo dalla sua introduzione, è stata elogiata da molti, non solo in Svizzera e non solo da politici di destra, ma anche da chi è solito portare avanti un buonismo a tutti i costi. Questo per me è la conferma che il passo che abbiamo fatto va nella giusta via.

Il risultato che troviamo sul bilancio, a sei mesi dall’introduzione della Legge sulla dissimulazione del volto, è anche la dimostrazione di come questa novità sia stata gestita in maniera ottimale. L’obiettivo della nuova legge non era quello di sanzionare, e per questo motivo abbiamo lavorato sull’informazione preventiva grazie alla collaborazione con il Dipartimento degli affari esteri, con le varie rappresentanze diplomatiche dei Paesi di provenienza dei turisti che portano burqa e niqab, e con GastroTicino e Hotelleriesuisse per quanto riguarda l’informazione a livello locale. Un buon lavoro di squadra che ha dato risultati più che ottimi, dimostrando che nella gran parte dei casi i turisti sono disposti ad accettare le nostre regole e a mostrare il volto, e che sono molto più intelligenti e rispettosi di una nostra connazionale che è stata sanzionata poiché aveva indossato il burqa, per pura provocazione e voglia di visibilità.

Accattonaggio: un problema in via di risoluzione

Vorrei però ricordare che la maggior parte dei casi sanzionati riguarda l’accattonaggio: ben 244! Il risultato di una modifica della Legge sull’ordine pubblico che era necessaria, poiché era stata adottata dal Governo nel 1941, ed era una delle più vecchie del nostro ordinamento giuridico. Aveva quindi molte lacune – pensiamo a quanto è cambiata la situazione nazionale e internazionale in quasi 80 anni! – che dovevano essere colmate.

Quello dell’accattonaggio è un fenomeno che era necessario controllare meglio, e che ha un effetto diretto sulla percezione della sicurezza: vedere un accattone ad ogni angolo della strada abbassa il senso di sicurezza nei cittadini, ed è una cosa che non voglio assolutamente che succeda, perché ognuno ha il diritto di sentirsi sicuro a casa propria! È anche un fenomeno che spesso è solo l’effetto più visibile di problematiche ben più gravi che di solito lo accompagnano, come il crimine organizzato o la tratta di esseri umani. Si tratta quindi di percezione della sicurezza ma anche e soprattutto di evitare che certi meccanismi si instaurino nel nostro territorio: non vogliamo assolutamente che il Ticino diventi sotto questi aspetti come una periferia di Milano, dove queste organizzazione agiscono in maniera incontrollata avvalendosi di ogni tipo di attività illegale, tra le quali quella dello sfruttamento dei mendicanti. Con la nuova legge abbiamo quindi dato un segnale importante a chi approfitta della bontà e della solidarietà dei ticinesi, e a chi pensa di poter estendere il suo business alle nostre latitudini.

A sei mesi dall’introduzione delle Leggi sull’ordine pubblico e sulla dissimulazione del volto, vediamo già dei buoni risultati. Portiamo avanti quindi i nostri valori e nostri principi, a favore della sicurezza e del benessere di ogni ticinese!

«Es war ein Fehler, einen Italiener anzustellen»

«Es war ein Fehler, einen Italiener anzustellen»

Da Tages Anzeiger | Im Tessin schlägt ein mutmasslicher Korruptionsfall um das Migrationsamt hohe Wellen. Sicherheitsdirektor Norman Gobbi über die Probleme des Südkantons.

Am Mittwochabend wurde bekannt, dass ein Bauunternehmer illegale Arbeiter aus Drittstaaten ins Tessin geholt und sie weitervermittelt hat. Dabei halfen ihm Angestellte des Tessiner Migrationsamtes. Was ist der Stand der Dinge?
Zum Glück war nur noch einer der Kantonsangestellten aktuell bei uns tätig. Er ist momentan suspendiert, und gegen ihn läuft ein Verfahren. Eine andere Angestellte wurde bereits früher wegen disziplinarischer Massnahmen entlassen. Dies hatte aber nichts mit dem am Mittwoch kommunizierten Fall von Menschenhandel zu tun. Bei der dritten Person handelte sich um eine Praktikantin, die nur ein Jahr auf dem Migrationsamt arbeitete.

Wie konnte das nur passieren?
Die Situation ist natürlich nicht erfreulich, weil das Vertrauen der Behörden und der Bevölkerung missbraucht wurde. Zudem ist es besonders ärgerlich, weil es im für das Tessin sehr sensiblen Bereich der Migration geschah.

Praktikantin, disziplinarische Massnahmen das spricht aber nicht für ein professionelles Verhalten der Tessiner Behörden.
Wir können nur ab und zu Stichproben machen. Das Migrationsamt behandelt jährlich 77’000 Fälle und hat nur 70 Mitarbeiter. Sie arbeiten also unter enormem Druck.

Offenbar handelte es sich bei dem Kantonsangestellten um einen erst kürzlich eingebürgerten Italiener. Ist es nicht etwas billig, die Schuld auf einen Ausländer abzuschieben?
Nein, es war ein Fehler, einen Italiener anzustellen – und vor allem nicht in einem Migrationsamt. Das ist für mich nicht tragbar. Ich habe noch nie gehört, dass bei den italienischen Behörden Schweizer arbeiten dürfen. Deshalb stellen wir in unserem Departement nur noch hier geborene oder eingebürgerte Schweizer an.

Abgesehen von diesem Vorfall erreichen uns immer wieder irritierende Nachrichten aus Ihrem Kanton: Das Burkaverbot, die Registrierpflicht für ausserkantonale Handwerker oder der obligatorische Strafregisterauszug für Ausländer. Haben Sie keine Angst, dass das Image des Tessins darunter leidet?
Solange das Tessin die Last alleine tragen muss, wird sich nichts ändern. Nur ein paar Beispiele: Über welchen Kanton kommen zwei Drittel aller illegal eingereisten Personen in die Schweiz? Das sind immerhin 30’000 Menschen. Wer hat die meisten Grenzgänger der Schweiz? Wir haben gleich viele Grenzgänger wie die ganze Deutschschweiz zusammen. Der Tessiner Arbeitsmarkt besteht zur Hälfte aus einheimischen und zur anderen Hälfte aus ausländischen Arbeitnehmern. Wir waren immer ein Sonderfall, und die heutigen Herausforderungen bestätigen das.

Müssen wir uns ums Tessin sorgen? Ist es ein Pulverfass?
Sagen wir es so: Wir sind ein Labor, wo die politischen, sozialen und wirtschaftlichen Problematiken früher auftreten als in der übrigen Schweiz. Das haben die Leute satt. Wir müssen viele Probleme allein lösen, ohne Rückendeckung von Bern und der Deutschschweiz. Deshalb kommen aus dem Tessin immer wieder solche «beunruhigenden» Neuigkeiten.

Die kantonale SVP-Initiative «Zuerst die Unsrigen» wurde im September mit 58 Prozent gutgeheissen. So soll bei gleicher Qualifikation einem Tessiner Bewohner der Vorzug vor einem Ausländer gegeben werden. Das erinnert an Trumps America First.
Zumindest lässt sich sagen, dass die Probleme oft zuerst im Tessin auftreten. Deshalb wurde das Tessin kürzlich als Laboratorium für soziale Probleme und den Rechtspopulismus bezeichnet

Ist Trump ein Vorbild für Sie?
Wenn ich sehe, was im Tessin, teilweise in der Schweiz und auch weltweit passiert, dann ich stelle ich diplomatisch fest, dass die Globalisierung nicht ganz geglückt ist. Es gibt ähnlich wie in den USA auch hierzulande eine zunehmende Spaltung zwischen Stadt und Land. Randregionen wie das Tessin haben das Nachsehen.

Sind sind also ein Trump-Fan?
(schmunzelt) Mir gefällt Trump, obwohl ich natürlich nicht alles gutheisse, was er tut.

(Intervista di Michael Soukup: http://www.tagesanzeiger.ch/schweiz/herr-gobbi-ist-das-tessin-ein-pulverfass/story/19294958)

«Responsabile come capo del Dipartimento che ci mette la faccia con il sole o la tempesta»

«Responsabile come capo del Dipartimento che ci mette la faccia con il sole o la tempesta»

Dal Corriere del Ticino | La ditta fantasma e i permessi facili

Tra documenti contraffatti e presunte mazzette: ecco i retroscena della bufera che sta scuotendo il Cantone – Il numero degli arrestati è salito a sei: tra loro un funzionario e due ex dipendenti dell’Ufficio migrazione

Lo spettro della corruzione è tornato ad aggirarsi per i corridoi dell’Amministrazione cantonale. È questa l’immagine evocata dai più a seguito dell’ondata di arresti che sta scuotendo le mura dei palazzi governativi. A finire in manette sono stati un funzionario 28.enne e due ex collaboratrici dell’Ufficio della migrazione – 23 e 28 anni –, due fratelli originari del Kosovo – un 27.enne e un 25.enne già titolare di un’impresa edile fallita –, un cittadino turco di 27 anni. E così, a 16 anni dallo scoppio della controversa vicenda dei «permessi facili» – venuta a galla nel 2001 sollevando una vera e propria bufera nell’Amministrazione cantonale – un altro scandalo giudiziario per qualche verso analogo ha investito il Dipartimento delle istituzioni. I primi quattro fermi sono scattati martedì in due momenti distinti, su ordine del sostituto procuratore generale Antonio Perugini. A finire sotto torchio in mattinata sono stati i due fratelli. Nel pomeriggio il turno è toccato a due insospettabili: il 28.enne impiegato dello Stato (di origini italiane, era stato assunto nel 2010 quando ancora non aveva il passaporto svizzero e a capo del Dipartimento istituzioni vi era Luigi Pedrazzini) e la ex collega, pure di 28 anni, che fino al 2015 risultava inserita nei ranghi del Cantone ma che, in seguito a un licenziamento per questioni disciplinari indipendenti dall’inchiesta, era passata alle dipendenze di uno studio legale. Infine ieri è stata la volta dell’altra ex funzionaria (cittadina svizzera, aveva lavorato un anno come stagista per il Cantone ed era stata assunta quando alla guida del Dipartimento era subentrato Norman Gobbi) e del turco. Agli inquirenti gli arrestati hanno fornito la propria versione sui rimproveri avanzati. Lo hanno fatto chi respingendo gli addebiti (l’ex funzionaria 28.enne) chi fornendo elementi per far luce su una vicenda che sta creando, e creerà, non poco imbarazzo.

L’impresa paravento
La voce che qualcosa di grosso stesse covando sotto le ceneri di un’apparente tranquillità aveva cominciato a circolare nei corridoi di Palazzo di giustizia e Palazzo delle Orsoline ad inizio settimana. A imporre il riserbo e a rimandare la deflagrazione erano state le esigenze istruttorie. Era insomma necessario attendere che il cerchio si chiudesse su tutti e sei i sospettati per non rovinare un’indagine nata mesi fa su segnalazione delle autorità federali e della stessa Sezione della popolazione.

Ma come sono andate le cose? Tutto ruota intorno a un’impresa di costruzioni, la Aliu Big Team, fondata nel 2014 e fallita nel febbraio dell’anno scorso. Un’impresa di facciata, che non sarebbe mai stata attiva e dietro cui si celerebbero, secondo le ipotesi accusatorie, un traffico di esseri umani e il giro di permessi facili. Titolare della SAGL bellinzonese era il 25.enne, già arrestato in Kosovo tempo fa e su cui pendeva un mandato di cattura. Ebbene, per gli inquirenti, l’uomo avrebbe brigato per far ottenere a una ventina di persone, in cambio di denaro, un permesso di dimora di tipo B. In che modo? Appoggiandosi sulla «collaborazione» del fratello, ma soprattutto del funzionario 28.enne (prelevato direttamente negli uffici dell’Amministrazione cantonale) e delle ex colleghe. E non è escluso che per creare o modificare i documenti necessari, gli indagati abbiano sottratto materiale sensibile (carta apposita – i cosiddetti fogli di sicurezza – e copertine che venivano consegnate al cittadino turco). Compito di polizia cantonale e magistratura è ora quello di stabilire l’entità degli illeciti facendo chiarezza sul numero di persone che hanno beneficiato di un permesso facile, sui passaggi di denaro tra i vari attori coinvolti e sui rispettivi moventi. Certo è che chi ha ottenuto un permesso facile a un prezzo di qualche migliaio di euro verrà interrogato, dopodiché scatterà l’annullamento del documento e quindi l’obbligo di lasciare il Paese.

L’INTERVISTA – NORMAN GOBBI «Responsabile come capo del Dipartimento che ci mette la faccia con il sole o la tempesta»

Lei «deplora e condanna l’accaduto». Ma queste sembrano un po’ frasi fatte. Cosa si sente di aggiungere, dato che, una volta ancora l’Amministrazione cantonale è nell’occhio del ciclone?

«Ma il caos, in questo caso, non sussiste. È infatti stata la direzione dell’Ufficio della migrazione a procedere con le verifiche iniziali che hanno poi portato alla segnalazione alla polizia e al Ministero pubblico, oltre che naturalmente alla direzione del mio Dipartimento. Qui parliamo della fiducia che deve vigere tra istituzioni e cittadino e che invece è stata lesa, se non distrutta. Il tutto in un settore come quello dei permessi dove non si prestano servizi ma diritti a degli stranieri di risiedere e di lavorare sul nostro territorio. Il fatto che ad essere coinvolti siano stati dei funzionari, evidentemente mi fa arrabbiare, per usare un eufemismo. E in tal senso ho inviato un e-mail interna alla Sezione della popolazione nella quale mi sono detto furibondo. Questa fiducia, che è sacra, deve sempre valere. Il caso in questione purtroppo vanifica un po’ quel lavoro di durezza nell’ambito dei controlli imposti a livello di migrazione. Allo stesso tempo ci ha tuttavia permesso di imparare, tant’è che nell’ambito della riorganizzazione del relativo Ufficio sono già stati introdotti elementi figli di questa esperienza».

Il settore dei permessi in passato è stato oggetto di inchieste penali, tutti ricordiamo l’affaire «permessi facili». Cambia la direzione politica del Dipartimento ma restano le disfunzioni che sfociano in casi come quelli oggi sotto gli occhi di tutti ticinesi?

«Serve innanzitutto fare una distinzione forte. Nel 2001 era la testa dell’Ufficio dei permessi ad avere un problema, mentre qui parliamo di due singoli funzionari. Ed evidentemente come in tutte le organizzazioni in cui ci sono degli esseri umani e non delle macchine a operare il rischio zero non esiste, e dobbiamo esserne coscienti. Quando ho assunto la direzione del Dipartimento, nella mia analisi dei pericoli ho riconosciuto il rischio di tali fattispecie. Era quindi importante mettere in atto diverse misure preventive. Cosa che abbiamo fatto da un lato con l’avvicendamento alla direzione della Sezione alla popolazione, che non nascondo ha agevolato l’emersione del tutto, e dall’altro con il senso del dovere della responsabile dell’Ufficio migrazioni Morena Antonini che ha permesso l’avvio di questa inchiesta».

In passato è già accaduto che al consigliere di Stato di riferimento fosse imputata una «responsabilità politica oggettiva» per casi delicati. Lei sente d’avere delle responsabilità?

«Sento di avere la responsabilità in quanto capo del Dipartimento, il quale mette la faccia quando c’è il sole ma anche quando ci sono vento e tempesta contrari. Mi assumo quindi questo onere, delegandone però una parte alla responsabilità individuale delle persone coinvolte. Sono infatti loro ad aver agito in malafede stando alle prime ipotesi di reato».

Il leghista, lei ce lo insegna, di fronte a questi casi «s’incazza». Neppure con un leghista alle Istituzioni c’è garanzia di una condotta irreprensibile?

«È vero, il Dipartimento non è esente da casi simili. Ma va fatta una precisazione: il collaboratore e l’ex collaboratrice sono stati assunti nel 2009 come ausiliari e nominati nel 2010, con il primo che ai tempi era ancora cittadino italiano. Io sono alla testa delle Istituzioni dal 2011 e una delle prime misure che ho introdotto prevede che in seno alla Sezione della popolazione vengano nominati unicamente cittadini svizzeri».

La seconda ex collaboratrice arrestata ieri sera però è svizzera.

«Sì, ed è stata assunta per un anno sotto la mia direzione. Ma qui ribadisco come a fare stato debba essere la responsabilità dell’individuo a fronte della fiducia in lui riposta».

Ma c’è un legame con il caso Pulice, l’ex killer della ‘ndrangheta pentito?

«No, le due fattispecie non sono da ricollegare».

Cambierà il suo modo di interagire con i funzionari?

«Vige sempre il principio della fiducia e fintanto che la stessa non è tradita deve essere data. Il fatto di aver riorganizzato l’Ufficio della migrazione servirà anche ad avere procedure migliori, in grado di evidenziare le criticità con determinati indicatori. Doppi controlli? Sui dossier delicati sarà la regola, ma dal momento che la Sezione evade circa 75.000 pratiche all’anno non sarebbe pensabile introdurli per una questione di risorse disponibili e finanziariamente parlando».

Vista la delicatezza non teme ora che vi sia un inquinamento delle prove?

«Il fatto che si sia operato nel silenzio, visto che l’inchiesta è partita nella primavera del 2016, dimostra come la direzione dell’Ufficio della migrazione e della Sezione della popolazione abbiano operato in modo trasparente e collaborativo con polizia e autorità inquirenti. A ciò vanno ricondotte e aggiunte le nuove misure interne attuate che sono certo permetteranno di evitare un inquinamento delle prove».

La sua condotta politica nel settore dei permessi è stata molto rigorosa, spesso anche drastica. Mentre Gobbi stringeva le viti, dalla porta accanto c’era però chi oliava un altro meccanismo. Il coperchio è stato tolto grazie a una segnalazione, ma la domanda è lecita. Quante volte la fanno franca questo genere di personaggi?

«Chiaramente, fatta la legge trovato l’inganno e ci sarà sempre qualcuno più furbo. Questa fattispecie dimostra però che se la macchina e i controlli funzionano i problemi vengono identificati così come i responsabili, per i quali si procede con le misure penali e amministrative del caso. E per il funzionario indagato ciò significa che al momento è pronta una richiesta di sospensione che va adottata dal Governo. Detto questo anche in ambito amministrativo vige la presunzione di innocenza».

(Articolo di Giovanni Mariconda, Massimo Solari e Gianni Righinetti)

Verstoss gegen Burkaverbot: Lugano büsst IZRS-Frau Nora Illi mit 250 Franken

Verstoss gegen Burkaverbot: Lugano büsst IZRS-Frau Nora Illi mit 250 Franken

Da LuzernerZeitung.ch | Nora Illi muss wegen eines Verstosses gegen das Tessiner Burkaverbot eine Busse von 250 Franken bezahlen. Sie war im Sommer voll verschleiert erwischt worden. Illi will die Busse anfechten – notfalls bis vor den Gerichtshof für Menschenrechte.

Den Bussenentscheid habe ihr die Stadt Lugano im Januar mitgeteilt, sagte Nora Illi auf Anfrage unserer Zeitung. Illi ist beim Islamischen Zentralrat der Schweiz (IZRS) für Frauenangelegenheiten zuständig. Sie war im letzten Sommer in der Stadt Lugano mit einem Nikab ertappt worden. Dieses Kleidungsstück verhüllt bis auf einen Sehschlitz den ganzen Körper.

Illi wird die Busse jedoch anfechten – notfalls bis vor dem Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte in Strassburg. «Das Tessiner Verhüllungsverbot schränkt mich in einer islamischen Kultushandlung und in meinem Recht auf Selbstbestimmung ein», sagt Illi.

Seit letztem Juli gilt im Kanton Tessin ein Burkaverbot. Verstösse dagegen können mit 100 bis 10’000 Franken sanktioniert werden. Bis jetzt wurden sechs Verfahren im Zusammenhang mit dem Burkavebot eröffnet, wie das Tessiner Sicherheitsdepartement am Montag mitteilte. Ob davon auch Touristinnen aus dem arabischen Raum betroffen sind, ist nicht bekannt.

Neben der Busse aus Lugano droht Illi eine weitere der Stadt Locarno. Am Tag des Inkrafttretens des Verhüllungsverbots schritt die Konvertitin in ihrem Nikab über die Piazza Grande und wurde dabei von der Polizei angehalten. Bis jetzt hat die Stadt Locarno Illi noch keine Busse zugestellt.

In Locarno wurde Illi von Rachid Nekkaz begleitet. Der algerische Unternehmer hat angekündigt, die Kosten für alle erwischten Burkaträgerinnen zu übernehmen. Nekkaz begleicht auch die Bussen, die sich vollverschleierte Frauen in Frankreich, Belgien und einhandeln. Nach Inkrafttreten des französischen Burkaverbots im Jahr 2010 gründete Nekkaz einen Fonds zur Verteidigung der «Freiheit und der religiösen Neutralität des Staates». Mit den Mitteln daraus finanziert er die Verstösse gegen die Burkaverbote.

(Articolo di Kari Kälin: http://www.luzernerzeitung.ch/nachrichten/schweiz/Verstoss-gegen-Burkaverbot-Lugano-buesst-IZRS-Frau-Nora-Illi-mit-250-Franken;art66368,960979)

Burqa, pochi casi problematici

Burqa, pochi casi problematici

Da RSI.ch | Primo bilancio stilato dal Dipartimento delle istituzioni: rare le segnalazioni di persone a volto coperto

Le infrazioni registrate sul territorio cantonale dall’introduzione delle nuovi leggi sull’ordine pubblico e sulla dissimulazione del volto negli spazi pubblici (entrate in vigore il 1 luglio 2016) sono state 384. Secondo il bilancio di questi sei mesi – stilato dal Dipartimento delle istituzioni – la maggior parte dei casi (244) è legato a episodi di accattonaggio, mentre sono state rare le segnalazioni di persone a volto coperto: sono state sei – in questo ambito – le procedure avviate e una decina gli ammonimenti, senza verbale di polizia.

Tolti i casi citati, come riferisce il comunicato trasmesso lunedì dalle autorità, figurano 52 episodi di imbrattamento di beni pubblici, 41 di disturbo della quiete pubblica (soprattutto legati all’attività di bar e ritrovi pubblici) e 36 di animali vaganti. Più rari i casi accertati di littering, con sole cinque sanzioni.

Il servizio del Quotidiano: http://www.rsi.ch/news/ticino-e-grigioni-e-insubria/Burqa-pochi-casi-problematici-8682544.html

‘Abbiamo ridotto gli sconti per coprire il disavanzo. Nuovo calcolo dal 2018’

‘Abbiamo ridotto gli sconti per coprire il disavanzo. Nuovo calcolo dal 2018’

Da laRegione | «Chi oggi sostiene che abbiamo alzato le imposte a chi ha veicoli poco inquinanti sbaglia: in realtà abbiamo ridotto lo sconto. Il principio della neutralità finanziaria va garantito». Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi prende atto del reclamo e motiva il recente adeguamento del sistema bonus/malus nel calcolo dell’imposta di circolazione con la necessità di riportare i conti in nero. «Quando il sistema è entrato in vigore (l’adeguamento alla formula di calcolo attuale risale al 1° gennaio 2014, ndr) abbiamo constatato come, in brevissimo tempo, il ‘tesoretto’ accumulato grazie ai malus è stato eroso dai bonus elargiti». Per intenderci: l’imposta di circolazione calcolata per il veicolo è fissa, mentre lo sconto o la penale, a dipendenza delle emissioni di CO2, fa variare l’importo. «Chi riceve lo sconto, lo riceve perché qualcun altro paga per lui», puntualizza Gobbi. Non si tratta, quindi, di un regalo statale ‘tout court’. Sconti elargiti e penalità recuperate devono bilanciarsi per far quadrare il sistema. «Visto che elargivamo molti più bonus rispetto ai malus che incassavamo, ci siamo ritrovati con un problema finanziario». Se nel 2014 il saldo era positivo (e di parecchio: +5,3 milioni), negli anni seguenti il valore è sceso in picchiata verso lo zero, superandolo nel 2016: disavanzo di 2,3 milioni di franchi. Questo perché il parco veicoli ha continuato ad aumentare, in modo sempre più efficiente. Da qui, la necessità di ricalibrare sconti e penalità: a chi è andata peggio, quest’anno si è ritrovato a pagare il doppio. Trattasi in particolare di chi beneficiava fino all’anno scorso del 50% di bonus, oggi annullato. Siamo sicuri che sia davvero il sistema migliore? «No, evidentemente il sistema ha dato prova di tutti i suoi limiti. Lo sapevamo, per questo da settembre dell’anno scorso stiamo lavorando a un nuovo calcolo dell’imposta di circolazione – riprende Gobbi –. Presenteremo il messaggio a breve, con l’auspicio che entri in vigore già con il 1° gennaio 2018». Quali le modifiche di fondo? «L’imposta deve sganciarsi dal sistema bonus/malus, pur tenendo conto dei consumi. Il sistema dev’essere più stabile e uguale per tutti». L’attuale regime di bonus/malus infatti tocca soltanto i veicoli immatricolati dal 1° gennaio 2009, ossia circa 135mila automobili su 225mila. «L’elemento dello sconto sull’imposta comunque è marginale nella scelta del veicolo – conclude Gobbi –. Va poi rilevato che il mercato ha adeguato la sua offerta con veicoli sempre più efficienti: il sistema bonus/malus sfalsa il calcolo senza tenerne sufficientemente conto. Il disavanzo del 2016 lo dimostra. E questa perdita a bilancio a un certo punto va compensata».

(Articolo di Andrea Manna e Chiara Scapozza)

Pochi i volti coperti Molti, invece, gli accattoni

Pochi i volti coperti Molti, invece, gli accattoni

Dal Giornale del Popolo | Norman Gobbi fa un bilancio dei primi sei mesi delle nuove leggi – Due terzi dei reati sono legati all’accattonaggio. Il consigliere di Stato: «Il burqa più che i numeri riguarda i valori».

Un primo bilancio, dopo sei mesi, dall’entrata delle nuove Leggi sull’ordine pubblico e sulla dissimulazione del volto, è stato fatto dal Dipartimento delle istituzioni.
Le infrazioni in totale sono state 384. Si tratta di procedimenti avviati dai Corpi di polizia delle 8 regioni del Cantone. Come fa sapere il DI per la maggior parte dei casi (244) si tratta di reati legati all’accattonaggio, mentre sono state rare le segnalazioni di persone a volto coperto.

Le nuove leggi sono entrate in vigore il 1. luglio e da quella data sono stati sei i casi in cui è stata avviata una procedura nei confronti di persone con il volto coperto. Mentre in un’altra decina di episodi vi è stato un semplice ammonimento verbale da parte dell’agente di polizia.

Le infrazioni sono state, come detto 384, di queste le più frequenti si sono registrate nel Luganese (127) e a nord di Bellinzona. La maggior parte di questi eventi è legata a fenomeni di accattonaggio (244), imbrattamento di beni pubblici (52 casi) e animali vaganti (36). Altri 41 reati sono legati al disturbo della quiete pubblica (soprattutto causato dall’attività di bar e ritrovi pubblici). Da noi interpellato il direttore del DI Norman Gobbi si è detto: «Soddisfatto del bilancio. Sapevamo che le cifre sul burqa non potevano essere molto alte. E lo abbiamo detto subito che si trattava di salvaguardare dei valori più che controllare un aspetto numericamente rilevante». Le nuove leggi secondo Gobbi: «Erano necessarie in quanto il fenomeno dell’accattonaggio era da controllare meglio. Tanto vero che due terzi delle sanzioni in sei mesi sono da ascrivere sotto questa voce. La Legge sull’ordine pubblico contiene anche questi elementi e non solo il burqa».
Lo stesso consigliere di Stato precisa: «L’accattonaggio ha un effetto diretto sulla percezione della sicurezza. Vedere un accattone in ogni angolo di strada abbassa la percezione di sicurezza nei cittadini. E non dimentichiamo che queste persone sono legate a organizzazioni che li sfruttano».

Un bilancio positivo che lo stesso consigliere di Stato condivide con albergatori e Comuni: «Grazie alla loro collaborazione abbiamo potuto meglio controllare questi fenomeni».

(Articolo di Nicola Mazzi)

«Il poligono del Ceneri resta centrale»

«Il poligono del Ceneri resta centrale»

Dal Giornale del Popolo | Norman Gobbi insiste sul progetto che dovrebbe riunire diverse realtà regionali – L’intenzione del direttore del DI è quella di avere a disposizione la nuova infrastruttura a partire dal 2021. Intanto i giovani possono iniziare già a partire dai 15 anni.

Il tiro al bersaglio è uno sport che attrae diversi appassionati. Anche tra i giovani emergendo un ritorno di fiamma per questa disciplina che anche alle ultime Olipiadi ha
dato soddisfazioni al nostro Paese. In Ticino ci sono diversi progetti in corso. Con il direttore del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi e con il presidente della Federazione ticinese delle società di tiro Oviedo Marzorini abbiamo fatto il punto della situazione.

Direttore Gobbi, la sostituzione dei poligoni di tiro di Lugano, Bellinzona e Origlio con uno al Monte Ceneri diventerà realtà? Quando? A che punto è l’iter progettuale? Quali i passi da intraprendere ancora?
Il progetto del Centro polifunzionale di istruzione e tiro al Monte Ceneri è tutt’ora d’attualità e verrà concretizzato nei prossimi anni. Attualmente si stanno concretizzando tutti i passi formali necessari per procedere all’elaborazione del PUC (Piano di utilizzazione cantonale), il quale, dopo una consultazione delle parti interessate, verrà sottoposto al Gran Consiglio. Una volta conclusa questa fase si procederà con l’allestimento del bando di concorso e la richiesta al Legislativo cantonale del credito di progettazione. Una volta che saranno valutate le proposte architettoniche seguirà un ulteriore passo formale con la richiesta del credito di costruzione. Questo permetterà, salvo imprevisti, di disporre al più presto della nuova infrastruttura a partire dal 2021.

Che tipo di struttura sarà?
Sarà una infrastruttura interamente insonorizzata, la quale consentirà di concentrare le attività di tiro di Società di tiro, militari e Forze di Polizia in un’unica struttura polifunzionale in grado di accogliere gli obbligati al tiro di quasi metà del Canton Ticino.

La nuova convenzione con la Federazione delle società di tiro che cosa comporterà? In che modo i tiratori saranno agevolati?
Il rinnovo della Convenzione permetterà ai tiratori di prolungare di un’ora l’apertura nel periodo estivo a fronte di una forte riduzione delle attività durante i giorni festivi. Questo garantirà una migliore distribuzione delle attività durante i giorni feriali.

Funziona la collaborazione tra i militari, il Cantone e la Federazione di tiro? In che modo migliorarla?
La collaborazione funziona ed è particolarmente dinamica, così come lo sono i rapporti interpersonali degli attori coinvolti. Nei prossimi anni nel mondo del tiro vi saranno nuove sfide che saranno accolte ed elaborate in modo da trovare soluzioni adeguate per tutte le parti come d’altra parte è avvenuto fino ad ora.

Quale direttore del DI è sempre vicino a questo mondo, è soddisfatto dell’attuale situazione e dei progetti che si stanno preparando?
Sì, lo sono. Dal mio osservatorio di capo Dipartimento l’approccio nel trattare i dossier è propositivo. In questo ambito la gestione dei progetti risulta spesso particolarmente complessa perché implica la collaborazione di più attori: dai servizi cantonali a Enti esterni all’apparato statale. La realizzazione del nuovo poligono del Monte Ceneri rimane il progetto centrale. Un progetto nel quale crediamo e nel quale stiamo investendo energie e risorse. Si tratta di uno sforzo che in futuro ci permetterà di rispondere in modo ottimale alle esigenze del nostro territorio e sarà fonte di stimolo per le attività dei tiratori così come per coloro che intendono avvicinarsi a questa interessante pratica sportiva.

In Ticino, rispetto al resto del Paese, il tiro “tira” ancora?
Certamente, siamo uno dei Cantoni che ha visto aumentare in maniera importante le attività dei giovani tiratori, che ora possono avvicinarsi a questo sport già a partire
dai 15 anni. Anche le attività quali il tiro obbligatorio e il tiro in campagna hanno registrato un aumento rispetto agli anni scorsi. Come mi piace ribadire, anche in questo ambito, il Ticino è il “laboratorio della Svizzera” dove testiamo fenomeni e tendenze che negli altri Cantoni arriveranno solo in un secondo tempo.

(Intervista di Nicola Mazzi)

Maggior controllo su chi vive e lavora in Ticino!

Maggior controllo su chi vive e lavora in Ticino!

Dal Mattino della domenica | Cambiano le modalità per la richiesta di un permesso per vivere o lavorare nel nostro Cantone. Si passa al modulo elettronico, ma con dei controlli più accurati e soprattutto con un contatto diretto con il richiedente. Questa settimana con il mio Dipartimento abbiamo presentato la riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione, che sarà messa in atto durante il 2017. Una riorganizzazione che fa parte della manovra di risanamento del Governo, ma che è anche – e soprattutto – una risposta all’aumento degli stranieri che intendono vivere o lavorare sul nostro territorio.

L’evoluzione normativa rispetto agli stranieri, in particolare con l’introduzione nel 2002 dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone, ha fatto sì che la popolazione straniera in Ticino negli ultimi anni sia fortemente aumentata (solo negli ultimi due anni, dal 2015 al 2016, le persone straniere residenti nel nostro Cantone sono passate da 97’937 a 100’658). Di conseguenza, sono aumentate anche le sollecitazioni dell’Ufficio della migrazione: nel 2016 le decisioni emesse sono state 75’774! Era quindi necessario attualizzare l’organizzazione dell’Ufficio della migrazione – che risale al 1954 – per far fronte alla crescita delle richieste e soprattutto per migliorare la qualità dei controlli effettuati.

Compito centrale dello Stato è garantire il controllo della popolazione presente sul nostro territorio, o che lo frequenta quotidianamente per lavoro. Proprio per questo motivo, in questi anni la procedura per la richiesta di un permesso ha subito diversi aggiornamenti. Un esempio è l’introduzione nell’aprile del 2015 della misura del casellario, voluta dal mio Dipartimento e che fino ad ora ha portato a negare o revocare il permesso a 64 criminali pericolosi. Una misura che ha dimostrato quanto sia importante analizzare con attenzione le richieste di permessi, per evitare che dei delinquenti vengano a vivere o a lavorare in Ticino!

La riorganizzazione, che si sviluppa in due fasi (la prima ad aprile e la seconda a settembre di quest’anno), prevede di migliorare notevolmente i controlli svolti durante la procedura di richiesta di un permesso, in particolar modo per chi intende stabilirsi o intraprendere un’attività nel nostro Cantone. Le domande riguardanti i permessi di soggiorno “B” e “L” o per frontalieri “G” con attività indipendente saranno infatti sottoposte a un’analisi approfondita, con la verifica del documento di identità del richiedente e un esame accurato del motivo del soggiorno e dell’effettiva attività in Ticino. In particolare, chi richiederà un permesso per lavoratori frontalieri dovrà presentarsi in uno dei vari posti di gendarmeria della Polizia cantonale, per evitare la possibilità che siano presentati eventuali documenti falsi.

L’obiettivo, con la riorganizzazione dell’Ufficio migrazione, è quindi di continuare su questa strada: approfondire l’analisi delle domande per evitare gli abusi, effettuando i dovuti accertamenti (fatti in alcuni casi direttamente nei posti di Polizia) e con un contatto diretto con i richiedenti. Il tutto con minori costi e con risposte più tempestive, evitando così che si crei una situazione per la quale chi è in attesa di una decisione da parte dell’Ufficio, frequenti quotidianamente il nostro Cantone senza un permesso e quindi senza un controllo puntuale (con l’Accordo di libera circolazione delle persone chi richiede un permesso può già infatti vivere o lavorare da noi, in attesa della decisione!). La nuova procedura permetterà inoltre di informare rapidamente i Comuni riguardo ai nuovi cittadini stranieri. Comuni che a loro volta potranno segnalare tempestivamente eventuali casi critici all’Autorità cantonale.

Si tratta quindi di ottimizzare le risorse pubbliche per far fronte alla necessità di risanare le finanze cantonali, ma si tratta soprattutto di cogliere l’occasione per intervenire dove necessario, adeguando i servizi a quanto richiesto dalla realtà odierna. Con la riorganizzazione dell’Ufficio della migrazione vogliamo dare una risposta a una necessità di tutti i ticinesi: la garanzia di un servizio di qualità, a favore della sicurezza sul nostro territorio.

Norman Gobbi – Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni