Swiss police stage raids in probe of Islamist groups

Swiss police stage raids in probe of Islamist groups

Da Reuters UK | Swiss police raided several houses and searched a mosque in the southern canton of Ticino on Wednesday as part of an investigation into suspected Islamist activity, federal prosecutors said.

More than 100 officers took part in the operation and arrested one man, the Office of the Attorney General (OAG) said in a statement.

The OAG said it was conducting criminal proceedings against two men, one with dual Swiss-Turkish citizenship and the other a Turkish citizen, based on suspicions of recruiting for Islamic State or associated groups.

One of the men was detained pending further enquiries, although the OAG did not specify which one.

The operation was part of an independent Swiss investigation and was unconnected to the truck attack at a Berlin Christmas market that killed 12 people in December, the OAG said.

Amis Amri, the Tunisian asylum seeker who drove the truck, had several links to Switzerland, and may have obtained a gun in the country.

The OAG has opened its own investigation against “unknown” persons in relation to the Germany attack.

Neutral Switzerland is not a primary target for Islamist attacks because it is not part of the military campaign against groups such as Islamic State, but the security threat level has been elevated, the NDB federal intelligence service said in its annual report last year.

The Swiss took a suspected Islamist leader into custody last year in their first arrest of a senior figure from a Salafist ring based in the northern city of Winterthur.

Authorities said Wednesday’s operation was not linked to Winterthur.

Swiss authorities believe more than 70 people have travelled to the Middle East to become jihadist fighters since 2001.

A Swiss court last year sentenced three Iraqis for terrorism offences, a verdict that the senior prosecutor said should send a message to jihadists not to see the country as an easy target.

The three main defendants, who had denied wrongdoing, were arrested in early 2014 on suspicion of planning terrorist attacks and helping Islamic State militants enter the country.

(Reporting by John Revill; Editing by Michael Shields and Gareth Jones)
http://uk.reuters.com/article/uk-swiss-raids-idUKKBN1611RJ

I radar saranno meno nascosti

I radar saranno meno nascosti

Dal Corriere del Ticino | L’ubicazione dei dispositivi mobili verrà indicata in modo generico: si conoscerà la regione, non il luogo e l’ora Il direttore delle Istituzioni: «Soluzione equilibrata che evade le richieste parlamentari e ne rispetta lo spirito»

In futuro i radar mobili saranno meno nascosti in Ticino. È quanto ha deciso il Governo, dando seguito alle indicazioni del Gran Consiglio che nell’aprile dello scorso anno aveva richiesto un cambio di registro a livello di controlli di velocità. Il volere del Legislativo – che mirava alla segnalazione dei dispositivi 200 metri prima della loro ubicazione – non sarà però applicato in tutto e per tutto. A essere attuati, ha infatti precisato ieri l’Esecutivo con una nota, saranno dei provvedimenti che rispettano «lo spirito» della decisione parlamentare. Come? Non verrà posato nessun cartello d’avviso – come avviene per i radar fissi – ma l’automobilista verrà reso attento della presenza di un dispositivo mobile in modo generico. «In sostanza – indica il Consiglio di Stato – i controlli radar saranno annunciati tramite i canali istituzionali: gli utenti della strada saranno quindi a conoscenza che in una determinata regione del cantone sono previsti rilevamenti di velocità, senza ricevere tuttavia indicazioni precise sull’ubicazione degli apparecchi e gli orari d’attività». Ciò avverrà però solo sulle strade cantonali e comunali e non sulla A2, in quanto l’USTRA «ha categoricamente respinto l’idea di annunciare in anticipo i controlli sui tratti di sua competenza» fa sapere il Governo.

Una soluzione, questa, che il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ritiene «equilibrata, di buon senso e che evade le richieste parlamentari». Ad aver fatto cilecca – come anticipato lo scorso 20 settembre dal Corriere del Ticino – è invece stata la segnalazione dei radar mobili, proposta dalla maggioranza del Gran Consiglio con l’appoggio a due mozioni del 2014. E in tal senso il parere inserito dal Consiglio di Stato nel rapporto inviato a tutti i parlamentari non lascia dubbi: «Dai dati emerge che, quantomeno fra il cartello segnalatore e l’apparecchio di rilevamento, gli automobilisti abbiano viaggiato commettendo al massimo delle infrazioni lievi, mentre al di fuori dei 200 metri di distanza che superano la segnalazione e l’apparecchio, il sorpasso dei limiti di velocità avviene in maniera pressoché sistematica». L’Esecutivo evidenzia inoltre come durante il test della polizia cantonale «sono state commesse infrazioni aggravate e, in alcuni casi, anche particolarmente gravi e pericolose, tanto da farne considerare i conducenti, secondo la vigente legislazione federale, pirati della strada».

Anche per questo motivo, si aggiunge, «la segnalazione della rilevazione della velocità, così come chiesta dal Legislativo, sembra infondere una sensazione di falsa protezione nei conducenti». Il tutto, rileva il Governo, non contribuendo «né alla prevenzione né ad accrescere la sicurezza sulle strade». Le conclusioni contenute nel rapporto governativo sono quindi perentorie: «L’Esecutivo è ben cosciente che chi sarà colto in flagrante si sentirà perseguitato e vessato e tenderà a considerare il provvedimento un subdolo mezzo nelle mani di Cantone e Comuni utilizzato con l’unico scopo di “far cassetta”, anziché vederlo per quello che è: una conseguenza di un comportamento inosservante delle disposizioni e punibile dalla legge». Per contro con la soluzione degli annunci generici – tramite la pagina internet, l’app e i profili social della polizia cantonale, ma ripresa anche da radio, tv e giornali – il Consiglio di Stato reputa di non «azzerare il valore del controllo stesso, aumentandone inoltre il valore preventivo». Ma fino a che punto ci si spingerà nell’informare gli automobilisti? abbiamo chiesto a Gobbi. «Questa – ci spiega – sarà una delle decisioni che dovranno prendere dal punto di vista operativo i comandanti della polizia cantonale e dei corpi comunali, con l’obiettivo di avere un’applicazione uniforme sul territorio». Sulle tempistiche, invece, Gobbi non si sbilancia: «Il nuovo sistema sarà in ogni caso implementato nel 2017».

Da subito il Governo ha invece incaricato le Istituzioni di valutare una modifica del Regolamento della legge sulla collaborazione fra la polizia cantonale e le polizie comunali. L’obiettivo? «Inserire l’obbligo di coordinamento per le attività dei radar mobili, o di ripartire in modo più rigoroso le competenze, in base al tipo di strade che deve essere posta sotto controllo» precisa il Governo.

(Articolo di Massimo Solari)

Controlli della velocità e sicurezza stradale

Controlli della velocità e sicurezza stradale

Comunicato stampa del Consiglio di Stato | Il Consiglio di Stato ha approfondito cinque aspetti sollevati dal Gran Consiglio nell’aprile 2016 sul tema dei controlli di velocità e approvato, nella sua seduta odierna, l’introduzione di una serie di misure per aumentare la sicurezza sulle strade del Cantone. Nel rispetto della volontà del Parlamento, il Governo ha, in particolare, deciso che gli apparecchi mobili di rilevamento della velocità saranno utilizzati dai Corpi di polizia ticinesi come strumenti di prevenzione e di controllo, attraverso una campagna di informazione anticipata.

Votando su due mozioni dedicate al tema dei controlli della velocità sulle strade ticinesi, nella seduta del 18 aprile 2016 il Gran Consiglio aveva incaricato il Consiglio di Stato di analizzare la fattibilità di alcune misure per la prevenzione degli incidenti. Il Governo ha svolto gli approfondimenti richiesti e ha ora presentato una serie di provvedimenti che rispettano lo spirito della decisione parlamentare.

Tra le decisioni del Gran Consiglio, come noto, figurava anche l’obbligo di segnalare la posizione degli apparecchi radar mobili. Grazie a una serie di esperimenti sul campo e a un confronto con le prassi in vigore in altri Cantoni, il Consiglio di Stato ha richiesto di individuare una soluzione per avvertire gli automobilisti – come auspicato dal Parlamento – senza per questo annullare completamente l’efficacia dei controlli. In sostanza, i controlli radar saranno annunciati tramite i canali di informazione istituzionali: gli utenti della strada saranno quindi a conoscenza che in una determinata regione del Cantone sono previsti rilevamenti della velocità, senza ricevere tuttavia indicazioni precise sull’ubicazione degli apparecchi e gli orari di attività. Per quanto riguarda invece l’autostrada A2, l’Ufficio federale delle strade ha categoricamente respinto l’idea di annunciare in anticipo i controlli sui tratti di sua competenza.
Per evitare il sovrapporsi di controlli radar a distanza troppo esigua nel tempo e nello spazio, il Consiglio di Stato ha inoltre incaricato il Dipartimento delle istituzioni di valutare una modifica del Regolamento della legge sulla collaborazione fra la Polizia cantonale e le Polizie comunali; l’intento è di inserire un obbligo di coordinamento per le attività dei radar mobili, o di ripartire in modo più rigoroso le competenze, in base al tipo di strada che deve essere posta sotto controllo.

Il Consiglio di Stato rimane convinto che la prevenzione sia lo strumento più efficace nell’ambito della lotta agli incidenti stradali e del miglioramento della sicurezza. Come già accade oggi, gli apparecchi mobili per il rilevamento della velocità continueranno a essere utilizzati come opzione secondaria, solo nei punti per i quali le misure di prevenzione non portano ancora ai miglioramenti auspicati.

«Nessun tartassamento, e non si pagherà di più»

«Nessun tartassamento, e non si pagherà di più»

Dal Corriere del Ticino | L’INTERVISTA – Norman Gobbi
Il sistema è andato in rosso: va cambiato

Norman Gobbi, le finanze piangono e allora si mettono le mani nelle tasche degli automobilisti. Cosa si sente di contestare di questa affermazione?

«Non si tratta di questo: i molti automobilisti che nel 2017 hanno pagato una bolletta più salata per essersi visti ridotto il bonus o addirittura averlo perso, negli scorsi anni beneficiavano di uno sconto. Quello del 2017 è l’importo che avrebbero pagato anche negli scorsi anni se non ci fosse stato lo sconto grazie agli ecoincentivi».

Nel pacchetto per risanare le finanze avete inserito un ritocco del coefficiente delle imposte di circolazione per incassare 6,1 milioni. Come lo giustifica?

«Il ritocco, come lo chiama lei, del coefficiente delle imposte non è stato inserito per risanare le finanze dello Stato. La legge prevede infatti che bisogna garantire il principio della neutralità finanziaria. Gli sconti (ovvero i bonus) erano finanziati dal tesoretto accumulato grazie a chi pagava la penalità (i malus) perché possiede un veicolo poco efficiente. Ma nel corso degli anni sono entrate in circolazione molte auto sempre meno inquinanti, quindi si sono elargiti troppi bonus ed è terminato il fondo che finanziava gli sconti. Ecco perché abbiamo dovuto correggere il tiro, per evitare una perdita di bilancio».

Ma il popolo meno di un anno prima aveva detto no all’aumento delle imposte di circolazione. Una manovra azzardata?

«Non bisogna fare confusione: nel 2015 si era detto no a un aumento delle imposte di circolazione che sarebbe servito a finanziare provvedimenti a favore della mobilità sostenibile. Era una modifica legislativa che non toccava la modalità di finanziamento delle imposte, il sistema bonus/malus. Fosse andata diversamente quella votazione oggi ci saremmo trovati comunque a dover adeguare i coefficienti per garantire che le cifre del conto che finanzia gli sconti fossero in nero».

Il sistema bonus/malus, accolto nel 2008 dal Parlamento, ma con il suo sonoro no da deputato della Lega, è stato un fallimento?

«L’ho sempre sostenuto, anche quando dai banchi del Gran Consiglio ero il relatore del rapporto di minoranza: si tratta di un sistema che ha dei limiti, soprattutto per la compensazione tra sconti elargiti e penalità inflitte. È pure un sistema difficile da comprendere. Per questo motivo, già nel mese di settembre 2016, ho promosso un convegno con attori del mondo dell’automobile, politici e addetti ai lavori per trovare una nuova formula. L’intento è quello di trovare più stabilità ed eliminare il sistema bonus/malus».

Dal 2013 esiste il tassativo vincolo della neutralità finanziaria del sistema. Si è corsi al riparo quando la tendenza era irreversibile?

«Assolutamente no. Abbiamo agito per tempo e spiego perché: dal 1. gennaio 2014 è in vigore la legge con l’ultima modifica che abbiamo apportato. Alla fine di quell’anno avevamo un’eccedenza pari quasi a 5 milioni di franchi e un anno dopo, a fine 2015, il saldo era sceso a 2,7 milioni. Più auto efficienti in circolazione, più bonus elargiti: questo ha portato l’erosione del saldo a disposizione. Nel corso della primavera scorsa quindi, vista la tendenza, abbiamo deciso di modificare i coefficienti e questo ha influito sulle imposte. In modo più che tempestivo aggiungo».

Oggi il parco veicoli è meno inquinante. Però sembra che neppure questo contribuisca a diminuire le immissioni nocive. L’impennata delle sostanze inquinanti, indipendentemente da bonus o malus, non conosce tregua. Cosa le suggerisce questa realtà?

«Questa domanda andrebbe fatta al collega Claudio Zali (ndr. ride). Siamo uno dei Cantoni con il numero più alto di veicoli in circolazione e giornalmente sono oltre 60mila i frontalieri che vengono a lavorare nel nostro cantone. Un territorio limitato il nostro, e le strade congestionate durante gli orari di punta lo dimostrano. Il sistema degli ecoincentivi non può essere la panacea di tutti i mali».

Lei si dice molto attento alle percezioni del cittadino. Al ticinese che si arrabbia perché non c’è più il bonus e nel 2017 paga il doppio cosa risponde?

«Spiegherei che non abbiamo raddoppiato l’imposta ma piuttosto che non si beneficia più dello sconto. Se quest’anno l’importo dovuto è di 540 franchi e lo scorso anno era di 270, significa che lo sconto di 270 franchi dato grazie al sistema bonus/malus ora non viene più concesso».

Nel 2018 ha promesso novità. Ma cosa cambierà? E, soprattutto, quanto pagheranno i ticinesi che nel confronto intercantonale sono tra i più tartassati?

«Mi preme sottolineare una volta per tutte che non è mia intenzione tartassare i cittadini ticinesi e gli automobilisti. Di sicuro quindi i ticinesi non pagheranno di più. Stiamo rivedendo la modalità di calcolo per renderla più semplice e comprensibile, ma il gettito globale non aumenterà».

Vorrebbe lasciare al Parlamento la facoltà di decidere e modificare i parametri. Insomma, Gobbi sgancia la patata bollente?

«Non è nel mio stile lasciare la patata bollente ad altri, anzi. È una questione di trasparenza: una delle critiche che i nostri attenti parlamentari hanno fatto alla modifica del coefficiente è stata la mancanza di chiarezza, visto che la misura in questione nella manovra era di competenza del Governo. Sarà quindi il Parlamento a poter avere l’ultima parola. Lo vedo come un diritto acquisito più che un onere scaricato, dando al Parlamento il suo ruolo».

Der Angeschlagene

Der Angeschlagene

Da Luzerner Zeitung | Norman Gobbi von der Lega ist das Aushängeschild der Rechts-Nationalen im Tessin. Doch die Affäre im Migrationsamt setzt dem ehemaligen SVP-Bundesratskandidaten zu.

Die Frage des Fernsehjournalisten kam direkt und unverblümt: «Haben Sie über einen Rücktritt nachgedacht?» Norman Gobbi, bald 40 Jahre alt, verneinte natürlich, schien aber doch verunsichert. Die Affäre um gefälschte Aufenthaltsbewilligungen, die seit zehn Tagen das Tessin und insbesondere das von ihm geführte Innen- und Justizdepartement erschüttert, hat ganz offensichtlich Spuren hinterlassen.

Gegen elf Personen wird ermittelt, darunter drei Kantonsangestellte sowie eine ehemalige Angestellte des Migrationsamtes. Was anfänglich wie die Verfehlung einzelner Personen erschien, hat sich zu einer politischen Affäre entwickelt, in deren politischem Mittelpunkt just Gobbi steht. Der schwergewichtige Regierungsrat, der gerne mit seiner Leibesfülle kokettiert, scheint ins Wanken geraten zu sein. Wichtige Fragen stehen im Raum: Wie konnte es zu einem solchen Schlendrian im Migrationsamt kommen? Hat der Chef sein Departement im Griff?

Bei der Lega nennen sie ihn «Supernorman»

Es ist die erste veritable Krise in einer Karriere, die bis anhin nur eine Richtung kannte: nach oben. Gobbi wurde bereits im Alter von 22 Jahren in den Grossen Rat gewählt. Er war fasziniert von Giuliano Bignasca, dem legendären und mittlerweile verstorbenen Gründer der Lega. Und dieser erkannte umgekehrt das politische Talent des jungen Mannes aus der Leventina und förderte ihn gezielt. 2010 rückte Gobbi als erklärter EU-Gegner im Nationalrat für den zurückgetretenen Attilio Bignasca nach. Und bei den Kantonswahlen 2011 gelang ihm der Sprung in den Staatsrat – eine Sensation. Im November 2015 schaffte es «Supernorman», wie er bei der Lega genannt wird, zu nationaler Bekanntheit: Die SVP nominierte ihn als offiziellen Bundesratskandidaten auf einem Dreier-Ticket.

Bei der Wahl kam Gobbi nicht sehr weit. Doch er blieb für die Medien ein beliebter Ansprechpartner, denn einige nationale Kernthemen fallen genau in seinen Kompetenzbereich als Polizei- und Justizdirektor des Tessins. Egal ob Flüchtlinge, Migranten, Ausländer, Kriminalität oder Aufenthaltsbewilligungen für Grenzgänger: Gobbi wirkt an vielen aktuellen Brennpunkten; und er sorgt mit manchen Forderungen, etwa dem Schliessen der Grenzen oder dem Einsatz von Militär, für knackige Schlagzeilen. Gobbi ist selbstbewusst und eloquent, und er versteht es, direkt zu kommunizieren. Er ist Staatsmann und Kumpel zugleich. Der zweifache Familienvater ist zum Tessiner Gesicht des rechts-nationalen Denkens geworden. Er mag Donald Trump, lobt dessen Entscheidungsfreude. In Flüchtlings- und Ausländerfragen vertritt er eine harte Linie. Dabei scheut er auch den Konflikt mit Italien und Bundesbern nicht. Dies zeigt die von ihm eingeführte Pflicht zur Vorlage eines Strafregisterauszugs bei der Erteilung von Aufenthalts- und Grenzgängerbewilligungen. «Er mischt sich gerne in die Zuständigkeiten des Bundes ein», kritisiert der ehemalige Staatsanwalt Paolo Bernasconi, einer der erbittertsten Gegner Gobbis. Als kürzlich nach einem Raubüberfall im Malcantone die Grenzübergänge zu Italien geschlossen wurden, hagelte es Proteste aus den italienischen Grenzregionen, weil Tausende von Grenzgängern nicht nach Hause konnten und somit kollektiv «als Geiseln» genommen wurden. Gobbi tat die Kritik mit Verweis auf Sicherheitsaspekte ab. Pikant war aber vor allem seine zusätzliche Bemerkung, wonach die Tessiner wegen der Grenzgänger täglich stundenlang im Stau stünden. Gobbi bewirtschaftet mit solchen Aussagen gekonnt den latenten Anti-Italianismus, der im Tessin ständig spürbar ist. Seinen Wählern gefällts.
In der Affäre um die B-Bewilligungen reagierte Gobbi auch nach diesem Muster, als er erklärte, es sei ein Fehler gewesen, «einen Italiener im Migrationsamt anzustellen» – ein Satz, der geharnischte Reaktionen auslöste. Weil die Einstellung dieses – später eingebürgerten – Italieners vor seinem Amtsantritt erfolgte, wurde die Aussage auch als Angriff auf seinen Vorgänger, CVPRegierungsrat Luigi Pedrazzini, interpretiert. Und dies erklärt wiederum, warum die CVP nun besonders hart mit Gobbi ins Gericht geht, ihn auffordert, einen Schritt zurück zu machen.

Affäre ist noch lange nicht ausgestanden

Belastend ist die mutmassliche Korruption im Migrationsamt für Gobbi vor allem, Weil sie just einen Verwaltungsbereich betrifft, der ihm besonders am Herzen liegt: Ausländer und Aufenthaltsbewilligungen. Gemäss einem anonymen Brief, der angeblich von drei Angestellten aus dem Migrationsamt geschrieben wurde und dieser Tage über Tessiner
Medien auftauchte, ist die Misere in diesen Amtsstuben schon lange verbreitet. Man habe dies vor Jahren angeprangert, doch nichts sei geschehen. Damit wurde weiter Öl ins Feuer gegossen. Gobbi entgegnet: «Man will nur eine Schlammschlacht anzetteln.»
Die Affäre ist noch lange nicht ausgestanden. «Gobbi ist ein guter Kommunikator, doch nun kommt bei den Leuten die Frage auf, ob er wirklich in der Lage ist, das Departement zu managen», meint der Politologe Oscar Mazzoleni. Das Vertrauen sei irgendwie angekratzt. Die Tessiner Zeitung «La Regione» veröffentlichte eine Karikatur, in der Gobbi von hinten wie ein schmollendes Kind zu sehen ist. Und da sagt er: «Uff, alle sind gegen mich; wenn ich nur denke, dass sie mich im Bundesrat haben wollten!»

Giustizia: la sfida del futuro

Giustizia: la sfida del futuro

Dal MDD l Il voto delle e dei Ticinesi di domenica scorsa, favorevole alla riduzione da 4 a 3 dei giudici dei provvedimenti coercitivi, è stato un segnale chiaro a sostegno delle scelte del Governo e del Parlamento nel programma di risanamento delle finanze cantonali. Quella dei giudici è stata la sola che toccava una riduzione nell’ambito della Giustizia ticinese, la quale dovrà affrontare la stessa sfida che attende tutta la pubblica amministrazione: fare di più con le stesse risorse.

Il fronte sindacale e della sinistra asseriva, durante la campagna sul referendum per la riduzione da tre a quattro dei giudici dei provvedimenti coercitivi, che si trattava di un risparmio minimo e che si sarebbe incrinata la garanzia dei diritti fondamentali a coloro colpiti da misure di privazione di libertà o interessati da procedimenti penali. Questo punto di vista è quello di un vecchio modo di pensare il funzionamento in generale della Pubblica amministrazione, che non mette in discussione il modus operandi e continua con la mortale affermazione “abbiamo sempre fatto così”.

La sfida che attende l’amministrazione pubblica, e quindi anche l’amministrazione della Giustizia, è saper affrontare l’evoluzione dei bisogni e del lavoro, rispondendo “presente!” e facendo fronte al lavoro con meno risorse o al maggior lavoro con le stesse risorse disponibili. Sono sforzi che dobbiamo compiere per non dilatare all’insostenibile – finanziariamente parlando – i costi dello Stato e delle sue prestazioni.

La Giustizia deve però operare secondo leggi, codici e codici di procedura, si potrebbe obiettare. Vero, ma in taluni casi le prassi instaurate potrebbero essere semplificate, grazie anche ai progetti che a livello intercantonale si stanno promuovendo per una sempre maggiore digitalizzazione del funzionamento della giustizia, sia civile che penale. A monte ci vuole una parziale riorganizzazione, che stiamo portando avanti con il progetto “Giustizia 2018”, che vuol rivedere organizzazione e funzionamento interno dei vari settori della magistratura. Inoltre, è auspicabile una collaborazione tra i vari settori della giustizia ticinese nel condividere risorse non utilizzate appieno.

Una sfida non facile da cogliere, ma che – di questi tempi – deve essere presa di petto da tutti gli attori in campo, con coscienza e responsabilità. Le spese dello Stato nei settori sensibili della socialità cresceranno in futuro, dovute in particolare a invecchiamento della popolazione, crisi economica e dumping salariale; di conseguenza, il “sistema Stato” deve saper far meglio con minori risorse in tutti i suoi settori di attività, Giustizia inclusa. 

In conclusione, ringrazio le cittadine e i cittadini Ticinesi per il loro voto favorevole alla riduzione da 4 a 3 giudici dei provvedimenti coercitivi, per aver dimostrato un atto di fiducia nei confronti di Governo e Parlamento, lanciando così la sfida all’apparato statale del “saper far di più con meno”.

Norman Gobbi, Consigliere di Stato e Direttore DI

Salvini: “In Italia è in atto una sostituzione etnica”

Salvini: “In Italia è in atto una sostituzione etnica”

Da tvsvizzera.it | Matteo Salvini, segretario federale della Lega Nord, non ha peli sulla lingua quando si tratta di parlare di immigrazione. L’Italia dovrebbe chiudere le frontiere e fare maggiori controlli. Oggi non si può più parlare di integrazione, afferma Salvini. Sono così tanti gli immigrati in certi quartieri delle grandi città italiane che ormai si deve parlare di “sostituzione etnica”.

Matteo Salvini, Norman Gobbi. Le due facce del leghismo transfrontaliero. Uno, segretario federale della Lega Nord. L’altro, Consigliere di stato del Canton Ticino della Lega dei ticinesi.

Un confronto tra i due politici sull’immigrazione clandestina o illegale lo si è avuto a Milano a margine della presentazione del libro “Immigrazione, tutto quello che dovremmo sapere” di Gian Carlo Blangiardo, Gianandrea Gaiani e Giuseppe Valditara.

L’emergenza immigrazione è nota. Nel 2016 sono stati circa 181mila gli immigrati sbarcati in Italia. In Svizzera le entrate illegali sono state quasi 50mila. Come arginare questo flusso migratorio?

La Lega propone di velocizzare le pratiche per le domande d’asilo ma soprattutto di spostare al di là del Mediterraneo la frontiera. È direttamente nei paesi africani – afferma Salvini – che si dovrebbe stabilire chi ha il diritto di immigrare e chi no. Magari con l’aiuto dell’ONU.

Immigrazione illegale

Su un altro punto Salvini e Gobbi sono d’accordo: la maggior parte degli immigrati che giungono in Europa sono “illegali”. Come ama ricordare Salvini, solo il 5% delle persone che giungono in Italia sono dei veri rifugiati. Un altro 30% ha diritto ad altre forme di protezione temporanea. Ma la maggior parte degli immigrati sono illegali. E come tali vanno chiamati secondo Salvini e Gobbi.

Asse Bruxelles-Berna

Bruxelles per Matteo Salvini non esiste. L’Italia è sotto pressione. Porta d’entrata europea degli immigrati, così come la Grecia, l’Unione europea, secondo Salvini, non ha fatto molto per aiutare l’Italia: Bruxelles è lontana da Roma.

Così come l’Italia lo è per l’Europa, anche il Ticino è la porta d’entrata della Confederazione. Al confine sud della Svizzera la pressione è altrettanto forte. Lo scorso anno dei quasi 50mila immigrati illegali, quasi 35mila sono entrati da Chiasso. Per Norman Gobbi il Ticino è spesso lontano da Berna. Sebbene, per stessa ammissione di Gobbi, la collaborazione con il governo federale è buona.

Il video e l’articolo su tvsvizzera.it: http://www.tvsvizzera.it/tvs/immigrazione-clandestina_salvini—in-italia-è-in-atto-una-sostituzione-etnica-/42961900

Due funzionari del Dipartimento delle istituzioni indagati dal Ministero pubblico e dalla Polizia cantonale

Due funzionari del Dipartimento delle istituzioni indagati dal Ministero pubblico e dalla Polizia cantonale

Il comunicato stampa del mio Dipartimento

Nell’ambito dell’inchiesta in corso che vede coinvolto, tra gli altri, un collaboratore dell’Ufficio della migrazione, due funzionari del Dipartimento delle istituzioni sono stati interrogati e denunciati con l’ipotesi di reato di violazione del segreto d’ufficio.

Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni, Norman Gobbi, ha preso atto degli sviluppi dell’inchiesta e degli ulteriori accertamenti svolti dagli inquirenti.

Come già affermato negli scorsi giorni – e senza intaccare la presunzione d’innocenza –una vicenda del genere non può che suscitare amarezza, delusione e rabbia; i funzionari coinvolti in questa vicenda hanno infatti tradito la fiducia dello Stato e soprattutto dei cittadini, i cui interessi dovrebbero sempre essere posti al centro dell’attività professionale dei collaboratori di ogni pubblica Amministrazione.

Il Dipartimento sottolinea come nei nuovi casi emersi in queste ore è venuto a meno il rispetto degli obblighi e dei doveri dei collaboratori (sanciti per altro nell’articolo 29 della legge sull’ordinamento degli impiegati dello Stato e dei docenti). Si tratta pertanto di azioni che sfuggono al controllo del datore di lavoro e che non possono essere prevenute attraverso procedure interne più severe o riorganizzazioni degli uffici trattandosi di gravi mancanze nell’ambito della cultura professionale e dell’onestà del singolo individuo.

 

Il Consigliere di Stato Norman Gobbi assicura che gli Uffici coinvolti continueranno la loro piena e trasparente collaborazione con la Polizia cantonale e la Magistratura. Assicura inoltre che gli abusi comprovati, anche in questi casi saranno trattati con la dovuta fermezza e severità compiendo i necessari passi amministrativi.

In questo senso il Governo, dopo aver ricevuto la notifica ufficiale dell’apertura di un procedimento penale da parte del Ministero pubblico, ha provveduto ad aprire formalmente un’inchiesta disciplinare e a sospendere il funzionario dell’Ufficio della migrazione arrestato la scorsa settimana.

Giustizia «I ticinesi hanno capito che così funziona»

Giustizia «I ticinesi hanno capito che così funziona»

Dal Corriere del Ticino | Norman Gobbi soddisfatto per la riduzione dei giudici dei provvedimenti coercitivi – Raoul Ghisletta: «Vedremo in futuro»

Alla prova delle urne non c’erano solo i due temi legati alla socialità, ma pure la giustizia. Ed è rarissimo che in Ticino vi siano referendum che interessano l’apparato giudiziario. Alla prima prova, con un distacco piuttosto netto, si è imposto il Governo che ha visto il popolo avallare la misura di risparmio inserita nella manovra di risanamento delle finanze cantonali. Con il 53,7% di sì (51.156 voti) contro il 46,3% di no (44.146) i ticinesi hanno deciso che i giudici dei provvedimenti coercitivi non saranno più quattro, bensì tre. In ogni caso, come misura compensativa, verrà attribuito all’ufficio un’unità giuridica proveniente dall’Amministrazione cantonale che non intaccherà in alcun modo il risparmio previsto. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi esprime «soddisfazione, perché questa votazione era complicata e insidiosa. In sostanza nessuno aveva capito il senso di questo referendum». Intende dire che neppure i promotori sapevano il perché? «Esatto, neppure loro sapevano bene cosa stavano facendo. La mia impressione è che quando si sono trovati di fronte le misure previste nella manovra hanno voluto trovare un pretesto per inserire nei referendum anche un tema che toccasse il sottoscritto, senza considerare quale era la reale posta in gioco. L’ho sempre detto: se abbiamo deciso di restare con tre giudici anziché quattro è perché ormai da mesi si procedeva già così e l’esperienza ci ha dimostrato che le cose funzionavano. Altri hanno voluto mettere in atto una battaglia ideologica e ora sono stati serviti dal verdetto popolare». Dopo questa decisione si può dire che la giustizia non verrà più toccata da misure di risparmio? «L’ho sempre detto, quello di cui stiamo parlando l’ho sempre considerato il contributo della giustizia al risanamento, una decisione che ci permetterà di risparmiare 256.000 franchi». Sul tavolo ci sono molte riforme che interessano il settore, alcune proposte puntuali arriveranno nei prossimi mesi, il lavoro per andare nella direzione di richieste puntuali anche del Ministero pubblico: «Io resto fiducioso e sono pronto ad impegnarmi, come sempre, per questo delicato settore». Si attende anche da parte del Parlamento un chiaro indirizzo per la questione della nomina dei magistrati? «Quello che noi proponiamo è chiaro, si tratta del sistema che funziona sul piano federale e che mantiene una sensibilità politica. Mi attendo che si decida e non si lasci trascorrere altro tempo infruttuso». E veniamo a chi la battaglia sul giudice dei provvedimenti coercitivi l’ha persa. Raoul Ghisletta, parlamentare del PS e sindacalista VPOD, esprime «rammarico, sono certo che, a lungo termine, la qualità della giustizia ne subirà delle conseguenze. Oggi c’è chi si dice soddisfatto, ma lo attendo nei prossimi anni. Allora gli ricorderemo questo momento di giubilo. Lo ripeto, ad uscire perdente oggi è la giustizia. Che vi sia chi esulta mi dà da pensare. Non dimentichiamo che il 46,3% dei votanti, ci ha dato ragione. Snobbare questo dato non mi pare molto responsabile. Dalle urne è giunto un chiaro segnale al Consiglio di Stato che, a nostro avviso, ha dimostrato di non considerare con sufficiente senso di responsabilità i problemi che concernono il nostro sistema giudiziario». Cosa intende dire? «Che non si entra come elefanti in una cristalleria, altrimenti i danni, prima o poi, sono garantiti». A suo avviso nella giustizia non c’è nulla da toccare, come d’altronde nella socialità? «La giustizia merita di più. La questione del quarto giudice è quanto di peggio si possa fare in un settore delicato: agire all’insegna dell’improvvisazione. Un pensionamento o una vacanza di un giudice non può essere il pretesto per tagliare un ramo essenziale di una pianta. Oggi è scontato, in Ticino avremo meno giustizia». Il presidente del PS Igor Righini reagisce così: «La votazione sul giudice a mio avviso era una questione marginale legata a una posizione in organico che noi abbiamo deciso di referendare, ma non era comunque un argomento legato a una battaglia di società come gli altri due referendum».

“Traditori dello Stato”

“Traditori dello Stato”

Dal Mattino della domenica | Permessi falsi, la rabbia del consigliere di Stato leghista Norman Gobbi – “Queste persone avevano un ottimo lavoro nell’amministrazione pubblica. Ma ne hanno abusato”

Continua a far discutere l’arresto di sei persone, accusate di corruzione nel rilascio di permessi di dimora a stranieri che non ne avevano diritto. Tra di loro, anche un collaboratore e due ex collaboratrici dell’Ufficio della migrazione, fondamentali per il perpetrarsi della truffa. L’inchiesta è in corso, tuttavia PS e PPD si sono subito scagliati contro il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni Norman Gobbi, chiedendo che sia convocato dall’Ufficio Presidenziale del Gran Consiglio. Il Consigliere di Stato leghista però ha già dimostrato di essere il primo a voler andare a fondo in questa vicenda.

Norman Gobbi, per prima cosa: com’è in questo momento il clima all’interno del Dipartimento?

Sicuramente non è di quelli che uno si augura. L’ufficio della migrazione è uno dei servizi con un importante carico di lavoro (sono quasi 76’000 i casi trattati annualmente) soprattutto per l’introduzione di diverse misure con l’obiettivo di approfondire i casi particolari con la dovuta attenzione. Ma questo è un altro tipo di pressione, dato che un collaboratore è coinvolto in un’inchiesta del genere.

A questo proposito, come sono nati i primi sospetti che c’erano situazioni poco chiare all’interno della sezione?

Sono arrivate alcune segnalazioni da Oltregottardo la primavera scorsa: da lì sono partiti i primi controlli con la capo ufficio e abbiamo coordinato i lavori con polizia e Ministero pubblico per le verifiche del caso, che poi sono sfociate negli arresti di qualche giorno fa.

Un lavoro durato quindi quasi un anno: le persone arrestate sospettavano che c’erano indagini nei loro confronti? Era importante non fare trapelare nulla, quindi è stata prestata la massima attenzione. C’erano dei sospetti, ma l’inchiesta si è svolta nel massimo riserbo.

Come ha reagito quando è stato informato di questa situazione?

Innanzitutto ho lasciato lavorare gli organi preposti nelle indagini, assicurando la mia massima collaborazione e quella dei miei funzionari.

Più arrabbiato o più deluso?

La delusione comporta anche una percentuale di tristezza che non ho per persone che commettono questo tipo di azioni. Sono arrabbiato, e chi mi conosce sa che questo è solo un eufemismo: queste sono persone che hanno avuto la fortuna di lavorare all’interno dell’amministrazione pubblica, con condizioni lavorative che molti ticinesi si sognano. Hanno tradito la fiducia della cittadinanza e anche dello Stato, che ha pure accolto e naturalizzato uno dei coinvolti.

PPD e PS si sono subito scagliati contro di lei.

Evidentemente questo fa parte del gioco politico. Io sono il direttore del Dipartimento delle Istituzioni e la faccia la metto, con il sole e con la tempesta. E lo farò anche questa volta: non ho paura di prendermi le mie responsabilità. Vorrei però ricordare che da quando sono arrivato ho posto condizioni più rigide per l’assunzione di dipendenti del Dipartimento, a partire dal requisito della cittadinanza svizzera. Criterio che non ci preserva da situazioni di illegalità ma che può ridurle. Non avrei mai tollerato l’assunzione nel mio dipartimento di un cittadino italiano come invece avvenuto nel 2010.

Sempre i due partiti che l’accusano vogliono convocarla presso l’Ufficio Presidenziale del GC.

Sono pronto a rispondere, stiamo dimostrando piena trasparenza in questa vicenda. Voglio però far notare che finché ci sarà l’inchiesta penale in corso vige il segreto istruttorio che non permette di dire tutto ciò che sappiamo.

Ma è vero che c’è il caos del Dipartimento istituzioni?

Se fosse vero, a fronte dei 30 permessi rilasciati illegalmente di cui riportano i media non ci sarebbero state le revoche di 220 permessi lo scorso anno. Le misure di sicurezza sono cresciute rispetto agli altri cantoni e abbiamo dimostrato che i controlli ci sono e funzionano. Qui stiamo parlando di qualcuno che ha tradito la fiducia dello Stato agendo in maniera illegale. Non bisogna quindi relativizzare ma circoscrivere l’accaduto.

Ci saranno misure di controllo interne più severe nel controllo del personale?

Non voglio anticipare le ulteriori misure, ma è ovvio che questa situazione comporta anche riflessioni sul controllo del personale. Comunque l’arrivo del nuovo capo sezione Thomas Ferrari, già attivo in ambito bancario, ha portato una modalità di pensiero che negli istituti bancari è già ben sviluppata sull’analisi dei rischi e le valutazione delle varie situazioni. Assieme alla capoufficio Morena Antonini in questi mesi ha migliorato sensibilmente le misure organizzative interne e ho fiducia nel loro lavoro.

Vuole dire qualcosa alla popolazione?

Sicuramente questa storia non fa del bene all’Amministrazione pubblica e allo Stato, quindi dobbiamo riconfermare e ricostruire, con il lavoro che faremo nei prossimi mesi, la linea dura, proprio perché i nostri sforzi sono sempre volti ad aumentare la sicurezza interna e ad impedire l’arrivo di persone che non devono risiedere sul nostro territorio. Facciamo del nostro meglio per meritarci la fiducia di tutta la cittadinanza.

(Intervista di Mattia Sacchi)