“Una giornata con i futuri agenti di polizia”

“Una giornata con i futuri agenti di polizia”

Dal Mattino della domenica | Uno dei momenti che preferisco da quando sono diventato Consigliere di Stato è la giornata di porte aperte della Scuola di Polizia. Un momento privilegiato come Capo Dipartimento – ma soprattutto come cittadino. Un evento che offre la possibilità di conoscere e di entrare in contatto con gli agenti di domani, con chi un giorno indosserà la divisa blu per garantire la sicurezza del nostro Cantone.

Da oltre 10 anni il Centro di formazione della Polizia cantonale organizza uno degli appuntamenti immancabili per gli aspiranti agenti, le loro famiglie e i loro Comandi: la giornata di porte aperte. Quest’anno sono 47 gli agenti in formazione di cui 4 sono donne. Oltre agli agenti che lavoreranno per la Polizia cantonale vengono formati dalla scuola anche gli agenti che opereranno per le Comunali e da quest’anno anche gli agenti italofoni della Polizia cantonale del Canton Grigioni. Vale la pena quindi ricordare che dal 1998 la Scuola di polizia propone la formazione unificata per i futuri agenti della cantonale e delle comunali. Il nostro, è un centro riconosciuto a livello nazionale per la formazione di polizia in lingua italiana. La scuola ricopre un ruolo importante e contribuisce a formare oltre ai già citati agenti della cantonale grigionese anche agenti della scuola militare.

Sulla Piazza d’armi d’Isone si sono presentati al loro pubblico. Durante le dimostrazioni hanno mostrato alcune delle tecniche che stanno apprendendo durante la loro formazione e hanno presentato l’attività del poliziotto. Un lavoro, quello dell’agente di polizia, che è in continua evoluzione. Cambiano le sfide che devono affrontare i nostri agenti, quindi la formazione riveste un ruolo ancora più importante. Già, perché il poliziotto ticinese deve essere reattivo e flessibile per poter lavorare nell’era che stiamo vivendo: un’epoca caratterizzata dalle nuove tecnologie e da nuove sfide, anche in ambito di sicurezza.

Fortunatamente possiamo contare su una Polizia reattiva. La nostra polizia è al passo con i tempi, anche grazie ai nuovi strumenti di lavoro, per salvaguardare la sicurezza dei cittadini. Ed è quanto ci hanno dimostrato gli aspiranti agenti ieri. Ci hanno presentato le tecniche impiegate dal corpo come la comunicazione radio. Strumenti che permettono a tutto il corpo di essere più performante nello svolgimento delle diverse mansioni, adattandosi facilmente alle tipologie di reato, sempre in mutamento, e alla criminalità presente alle nostre latitudini.

Rispetto a vent’anni fa, anche il mestiere del poliziotto è certamente cambiato, e il Cantone ne è cosciente. Siamo consapevoli che le sfide che attendono la Polizia cantonale ci impongono di essere sempre pronti, reattivi e tempestivi. Non dobbiamo mai dimenticare che il poliziotto è pur sempre la figura alla quale ognuno di noi, compreso il sottoscritto, pensa quando parla di sicurezza. Perché è proprio il poliziotto la persona che per prima incarna una delle missioni più alte dello Stato, ovvero il compito di salvaguardare la sicurezza dei cittadini. Scegliere questo mestiere vuol dire mettersi al servizio dei cittadini sempre, in qualsiasi luogo e a qualsiasi ora.

Mi è capitato di incontrare in quest’occasione genitori, fratelli, sorelle, mogli e fidanzate dei nostri futuri agenti di polizia e scambiare qualche parola con loro. Sui loro volti ho letto ammirazione per i loro cari che stanno affrontando la formazione. È una sensazione che conosco, perché è la stessa che ho provato alla giornata di porte aperte della scuola dell’infanzia di mia figlia. È la sensazione di trovarci di fronte al nostro futuro. Un giorno questi agenti in formazione indosseranno la divisa blu. Li vedremo sulle nostre strade, al servizio di tutti i cittadini ticinesi, per garantire la sicurezza sul nostro territorio. E come Capo del Dipartimento delle istituzioni, prometto loro che avranno sempre il mio sostegno.

 

Norman Gobbi,

Consigliere di Stato e Direttore del Dipartimento delle istituzioni

I figli prima di tutto

Da la Regione | Stranieri, cambia la prassi: no a espulsioni per ‘mere ragioni economiche’ di genitori di minori svizzeri – Una modifica per tutelare le famiglie, ma con dei paletti: il rapporto tra genitore e figlio deve essere vissuto realmente. E non si transige su revoche dovute a fatti più gravi.

La mamma è sempre la mamma. Il papà è sempre il papà. Anche se è di un’altra nazionalità e anche se per sbarcare il lunario deve far capo agli aiuti sociali. Per questo motivo il Consiglio di Stato ha deciso ieri di cambiare la prassi con cui gli Ufficio cantonale della migrazione applica la Legge federale sugli stranieri: per tutelare “i rapporti familiari” i genitori di minorenni svizzeri non potranno più venir espulsi “per mere ragioni economiche, ovvero – specifica il governo in un comunicato diramato ieri in mattinata – per la sola dipendenza dall’aiuto sociale”. Un cambio di rotta forse influenzato dalla pressione esercitata nei mesi estivi dalla politica (vedi articolo sotto) e dall’opinione pubblica e che, in ogni caso, non rappresenta una rivoluzione. Con la nuova prassi il Cantone “avrebbe preso una decisione differente – si legge infatti nel comunicato – solo nello 0,9 per cento dei casi trattati”. Per essere precisi “sul totale delle 456 decisioni negative per motivi economici emesse dal primo gennaio 2010 al 30 giugno 2016, sarebbero state emesse decisioni differenti solo in quattro casi cresciuti in giudicato”. Per i quali, sottolinea l’Esecutivo nella nota, non si torna indietro. La nuova prassi è stata proposta ai colleghi dell’Esecutivo dal capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi ed è stata accolta dal resto del governo. Governo che negli scorsi giorni si era confrontato sul tema con i rappresentanti della Sezione della popolazione del Servizio dei ricorsi dello stesso Consiglio di Stato. Poi la decisione che, spiega alla ‘Regione’ Gobbi, «non è un ‘liberi tutti’, né tantomeno un’autorizzazione a rimanere sul nostro territorio per chiunque. I paletti rimangono stretti». E c’è in particolare un paletto che non può essere aggirato: «Il rapporto tra genitore e figlio deve essere vissuto veramente». Che cosa significa? Significa, continua il responsabile delle Istituzioni, che la nuova prassi si applica quando «il rapporto tra bambino e adulto è reale. Ovvero quando il padre o la madre in questione assolve per davvero i suoi doveri, tenendo viva la relazione affettiva e partecipando effettivamente al sostentamento economico della prole». Non si transigerà inoltre, sottolinea il governo nella nota stampa, “nei casi di revoche motivate da pene detentive di lunga durata, problemi di ordine pubblico e invocazione abusiva del diritto al ricongiungimento famigliare”. Agli occhi dell’Esecutivo simili comportamenti giustificano, oggi come ieri, il foglio di via per i padri e madri stranieri di figli svizzeri.

‘Non è stato un dietrofront’

Insomma, il governo ha cambiato strada. Segno che in passato si è utilizzato erroneamente il margine di apprezzamento concesso ai Cantoni? «Il margine di apprezzamento – risponde Gobbi – veniva usato in maniera restrittiva con l’obiettivo di evitare abusi. Per evitare abusi anche per quanto concerne gli aiuti sociali erogati a cittadini stranieri che non contribuiscono alla vita economica del nostro Paese. Ora però il governo ha deciso di mettere l’accento sui figli svizzeri». Senza dimenticare, aggiunge il direttore del Di, «che i genitori stranieri espulsi rappresentano una netta minoranza di casi: meno dell’uno per cento negli ultimi due anni e mezzo. E tali decisioni non sono cadute dall’oggi al domani, ma c’erano sempre degli ammonimenti e delle prognosi negative secondo le quali la persona sarebbe dipesa anche in futuro dall’aiuto dello Stato». Nessun dietrofront quindi. «Dire che si è fatto un passo indietro – conclude Gobbi – a mio parere è sbagliato».

Espulsioni, Governo più morbido

Espulsioni, Governo più morbido

Dal Corriere del Ticino | I cittadini stranieri con figli di nazionalità svizzera non verranno allontanati solo per ragioni economiche – Norman Gobbi: «Pochi casi e c’è chi ha strumentalizzato» – Giorgio Fonio: «Coraggio, sensibilità e umanità»

La legge non cambia, ma sul margine d’apprezzamento concesso il Governo adotterà una linea più morbida. Nelle ultime settimane, anche per effetto di alcuni atti parlamentari, il Consiglio di Stato ha affrontato il nodo sensibile dei permessi di soggiorno,
declinato alle procedure d’espulsione di cittadini stranieri, genitori di minorenni con nazionalità svizzera. Un fenomeno che, come rileva l’Esecutivo, non è diffuso. Negli scorsi mesi però pochi casi avevano suscitato clamore e divisioni tra chi chiedeva maggiore umanità, proporzionalità e chi un’applicazione molto rigida di leggi e regolamenti su una materia che non conosce una prassi comune tra i 26 Uffici della migrazione dei singoli Cantoni. Lontano dalle luci della ribalta, nella sala di Palazzo delle Orsoline, l’Esecutivo ne ha discusso, giungendo ad una soluzione che sa di dietrofront. «Il Governo – si legge in una nota – ha condiviso l’idea di tutelare di principio i rapporti familiari tra i minorenni di nazionalità svizzera e i loro genitori stranieri. A questo proposito è stato in particolare stabilito che un cittadino straniero con uno o più figli
di nazionalità svizzera, entro certi limiti, non sarà allontanato dal suolo nazionale per mere ragioni economiche, ovvero per la sola dipendenza dall’aiuto sociale, alla condizione che assolva i suoi doveri di genitore prendendosi cura del figlio, tenendo viva la relazione affettiva e provvedendo al suo sostentamento economico ». Questo è possibile perché la legge federale concede ai Cantoni un margine di apprezzamento sulla revoca o il non rinnovo del permesso di soggiorno. Tuttavia l’Esecutivo ha ribadito che «nei casi di revoche motivate da pene detentive di lunga durata, problemi di ordine pubblico e invocazione abusiva del diritto al ricongiungimento famigliare, l’Ufficio della migrazione manterrà una prassi rigorosa, anche in presenza di rapporti genitoriali con uno o più minorenni di nazionalità svizzera».

La precedente prassi era sempre stata avallata dal direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi che ridimensiona così questo cambiamento: «Non viene concesso un diritto assoluto e i paletti rimangono stretti e chiari. Abbiamo voluto preservare il rapporto genitoriale, ma che deve essere vero e vissuto. E la dipendenza economica non deve diventare esorbitante». Ma, politicamente, per lei è una sconfitta? «No, non lo è. Stiamo parlando dell’1% delle decisioni negative prese nell’ultimo anno e mezzo. Deve essere chiaro a tutti che noi restiamo molto restrittivi nelle verifiche perché non possiamo tollerare che vi sia chi approfitta delle nostre assicurazioni sociali. Su questo tema c’è chi ha ingigantito e strumentalizzato parlando addirittura di apartheid».

Dal canto suo il presidente del Consiglio di Stato Paolo Beltraminelli rileva che «in precedenza la prassi era molto rigorosa e alla luce di quanto accaduto abbiamo deciso di chinarci per capire le conseguenze. Il nostro obiettivo è sempre stato il bene del bambino e sono soddisfatto, la discussione è stata costruttiva». Tuttavia, il Governo ha ribadito che nei casi di revoche motivate da pene detentive di lunga durata, problemi di ordine pubblico e invocazione abusiva del diritto al ricongiungimento
famigliare «l’Ufficio della migrazione manterrà una prassi rigorosa, anche in presenza di rapporti genitoriali con uno o più minorenni di nazionalità svizzera». Viene poi sottolineato che – secondo la nuova prassi – l’Ufficio della
migrazione avrebbe preso una decisione differente solo nello 0,9% dei casi trattati; infatti, sul totale delle 456 decisioni negative per motivi economici emesse dal 1. gennaio 2010 al 30 giugno 2016, sarebbero state emesse decisioni differenti solo in 4 casi cresciuti in giudicato. Questa decisione non mette in discussione la legalità e la legittimità delle decisioni sin qui prese.

A rallegrarsi per il nuovo orientamento è il deputato del PPD e firmatario dell’interrogazione Giorgio Fonio che a nome del suo gruppo esprime «soddisfazione» e auspica «che le precedure di revoca/allontamamento attualmente in corso siano trattate alla luce di questa nuova prassi». Poi riconosce a Gobbi di aver dimostrato «coraggio, sensibilità e umanità».

Revoca o non rinnovo di permessi di soggiorno per genitori stranieri di minorenni di nazionalità svizzera

Il Consiglio di Stato ha discusso e approfondito il tema dei permessi di soggiorno per cittadini stranieri, genitori di minorenni di nazionalità svizzera. Il Governo ha inoltre colto l’occasione per rispondere ad alcuni atti parlamentari che trattavano la questione.

Il Consiglio di Stato ha anzitutto constatato l’assenza di una prassi comune fra gli Uffici della migrazione dei 26 Cantoni elvetici. La discussione si è quindi basata oltre che sulla legislazione e sulla giurisprudenza anche su un’analisi della prassi attuale, sui criteri adottati dall’Ufficio della migrazione e su una valutazione del principio di proporzionalità nelle decisioni di revoca o di mancato rinnovo di permessi di soggiorno.

Il Governo ha condiviso l’idea di tutelare di principio i rapporti familiari tra i minorenni di nazionalità svizzera e i loro genitori stranieri. A questo proposito è stato in particolare stabilito che un cittadino straniero con uno o più figli di nazionalità svizzera, entro certi limiti, non sarà allontanato dal suolo nazionale per mere ragioni economiche, ovvero per la sola dipendenza dall’aiuto sociale, alla condizione che assolva i suoi doveri di genitore prendendosi cura del figlio, tenendo viva la relazione affettiva e provvedendo al suo sostentamento economico. Ciò è possibile poiché la legge federale concede ai Cantoni un margine di apprezzamento sulla revoca o il non rinnovo del permesso di soggiorno.

Tuttavia, il Consiglio di Stato ha ribadito che nei casi di revoche motivate da pene detentive di lunga durata, problemi di ordine pubblico e invocazione abusiva del diritto al ricongiungimento famigliare, l’Ufficio della migrazione manterrà una prassi rigorosa, anche in presenza di rapporti genitoriali con uno o più minorenni di nazionalità svizzera.
Va infine sottolineato che – secondo la nuova prassi condivisa quest’oggi dal Governo – l’Ufficio della migrazione avrebbe preso una decisione differente solo nello 0.9% dei casi trattati; infatti, sul totale delle 456 decisioni negative per motivi economici emesse dal 1. gennaio 2010 al 30 giugno 2016, sarebbero state emesse decisioni differenti solo in 4 casi cresciuti in giudicato. La decisione odierna non mette in discussione la legalità e la legittimità delle decisioni sin qui prese.

Io l’orco della situazione? Ora vi spiego quello che gli altri non vi dicono!

Io l’orco della situazione? Ora vi spiego quello che gli altri non vi dicono!

Dal Mattino della domenica | Il ministro leghista fa chiarezza e prende posizione sulla questione dei Permessi

“Norman Gobbi è senza cuore”, “Norman Gobbi smembra le famiglie”. È questa l’immagine di me che dipingono alcune correnti politiche da qualche mese. Storie raccontate ad arte sui quotidiani e sui social media, da chi tira l’acqua al proprio mulino e racconta la parte della storia dalla quale trae più beneficio: quella in cui un politico è entrato in Governo con l’obiettivo di smembrare le famiglie. Soprattutto le famiglie con figli nati e cresciuti nel nostro Paese e magari anche con il passaporto svizzero. In qualche occasione ho avuto la possibilità di dire la mia: non mi sono tirato indietro e nel limite delle mie possibilità, dettate soprattutto dal segreto d’ufficio sui casi che vengono trattati dalla Sezione della popolazione del mio Dipartimento, ho preso parte al dibattitto. Anzi al processo alle intenzioni.

C’è una parte della storia però che fa meno scalpore e non viene mai alla luce. Ma andiamo con ordine e facciamo chiarezza. Nell’ambito del rilascio di permessi a persone straniere, sul totale delle decisioni emesse sull’arco di due anni e mezzo dall’Ufficio della migrazione del mio Dipartimento (oltre 2000), il 6% concernono decisioni negative legate a motivi economici nelle quali c’erano di mezzo dei figli e meno dell’1% di queste toccavano nuclei famigliari con figli svizzeri di genitori stranieri. Pochi casi rispetto agli oltre 2000 trattati. Decisioni prese con troppa leggerezza? Non direi: quando viene presa una decisione di questo genere i miei servizi ponderano sempre l’interesse privato del cittadino a continuare il soggiorno nel nostro Paese e dall’altra l’interesse pubblico al suo allontanamento. Questo significa che queste persone, come stabilito dalla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, sono tenute a lasciare il nostro Paese se tra i vari motivi quali problemi con l’ordine pubblico o la sicurezza interna gravano eccessivamente sugli aiuti statali. Ma non stiamo parlando di poche migliaia di franchi, stiamo parlando di importi superiori agli 80’000 franchi.

Ma quello che mi preme sottolineare è che la decisione non viene presa da un giorno all’altro senza dare informazione ai diretti interessati. Nel calcio prima di essere espulso (con un cartellino rosso) il giocatore riceve un ammonimento, il famoso “giallo”. Lo stesso principio viene applicato anche in questi casi: la persona che rischia una revoca di un permesso viene ammonita non una volta – come avviene nel calcio – ma ben due volte a distanza di un periodo che va dai sei mesi a un anno. L’ammonimento in questo caso non è da intendersi come una minaccia, tutt’altro! È semmai da vedere come la possibilità per il cittadino straniero di cambiare la propria situazione economica per poter restare sul suolo elvetico. Dopo questi due ammonimenti riceve la decisione negativa. Questo è quello che prevede la legge, ed è la prassi adottata dai miei servizi.

Ma nell’altra metà della storia, quella che non viene narrata, c’è anche dell’altro. In quel 1% di casi in cui il genitore straniero di un figlio svizzero viene allontanato dal nostro paese per ragioni di tipo economico, ci sono altre sfaccettature che non vengono alla luce. Storie di genitori separati con i figli affidati all’altro genitore. Storie di persone che devono lasciare il nostro territorio per ragioni di ordine pubblico. Motivi non di poco conto insomma. Ma tutto questo appunto non viene mai a galla. No, questo non viene detto.

Non viene detto nemmeno che in diverse occasioni ho proposto all’Autorità federale alcuni casi definiti “umanitari”. Casi in cui i minori avrebbero dovuto essere allontanati dalla Svizzera verso il loro Paese d’origine separandosi dalla loro famiglia, magari un nonno, in mancanza dei genitori. Casi che non ho portato sotto i riflettori ma che mi sono impegnato a risolvere aiutando il ricongiungimento famigliare. Non me ne sono vantato a mezzo stampa, non ho creato casi mediatici. Ho gioito del risultato ottenuto, quando ho visto la felicità sul volto di questi bambini.
Perché questo è quello che faccio, ed è quello che sono. Ogni giorno mi dedico con impegno e con passione al mio lavoro. A favore dei cittadini ticinesi. Perché voglio un cantone migliore. Voglio un Ticino forte che guarda con serenità alle sfide di domani. Un Ticino pronto ad accogliere le sfide future che ci attendono. Un Ticino attento ai bisogni della sua popolazione.
Norman Gobbi ha cuore e sentimenti: sono una persona in carne (tanta) e ossa. Ma sono anche un politico che deve agire nella legalità e deve far rispettare le leggi alle quali ha giurato fedeltà. Per il bene del nostro bellissimo Canton Ticino. Questa è la storia che vorrei fosse raccontata.

Norman Gobbi,
Consigliere di Stato

La confessione di Norman Gobbi: “Anche io ho preso un radar davanti a casa mia…”

La confessione di Norman Gobbi: “Anche io ho preso un radar davanti a casa mia…”

Da Mattinonline.ch | Era il 18 aprile quando in Gran Consiglio si è te­nuto il dibattitto sui radar. Al termine della discussione la maggioranza del Parlamento ha ap­provato le mozioni chiedendo al Consiglio di Stato ulte­riori approfondimenti in particolare sulle segnalazioni dei radar mobili e su un maggior coordinamento nei con­trolli tra la cantonale e le comunali. Il Dipartimento diretto da Norman Gobbi ha fatto i compiti e per dare se­guito alla volontà parlamentare. Ab­biamo chiesto al ministro leghista di spiegarci quali valutazioni sono state intraprese dal suo Dipartimento in questi cinque mesi.

Norman Gobbi, ci dica dunque, come ha fatto i compiti?
Volevamo capire l’efficacia di segna­lare i radar mobili. La Gendarmeria stradale della Polizia Cantonale ha effettuato un test, sperimentando tre tipi di controllo della velocità su un determinato tratto stradale: uno non segnalato, uno segnalato 200 metri prima da un cartello e infine uno se­gnalato e seguito da un ulteriore radar, 300 metri dopo, per rilevare nuovamente la velocità. Il test ha mostrano come gli automo­bilisti tornavano a schiacciare il gas subito dopo aver passato il controllo. I risultati sono chiari, e a volte anche piuttosto preoccupanti: il caso più eclatante lo abbiamo registrato con un’automobile che all’altezza del primo radar viaggiava a 100 km/h, mentre 300 metri dopo aveva già rag­giunto i 150 km/h. Posizionare un cartello 200 metri prima dei radar non educa e non sen­sibilizza quindi a una guida corretta e minimizza invece il loro effetto preven­tivo. Prevenzione e sensibilizzazione che sono il motore di questo tipo di controlli.

Dobbiamo quindi affermare che la volontà parlamentare questa volta non sarà perseguita?
Assolutamente no! Sarà difficile – ma non impossibile!- soddisfare le richie­ste, per come sono state formulate. In­tendiamo trovare il modo di rispettare quanto stabilito dal Gran Consiglio senza venir meno al compito della Po­lizia di prevenzione contro gli incidenti stradali.

In che modo?
Una possibilità sarebbe di informare in maniera generica gli automobilisti riguardo aree o regioni nelle quali sa­ranno effettuati dei controlli stradali. In questo caso l’effetto preventivo non verrebbe a cadere, perché gli automo­bilisti manterrebbero l’attenzione sulla propria guida non solo in un punto specifico. Ma stiamo ancora valutando la soluzione migliore.

Adotterà anche altri accorgimenti?
Con il Dipartimento del territorio di Claudio Zali censiremo i limiti di ve­locità in tutto il Cantone, per indivi­duare quei casi che agli occhi dei conducenti possono essere percepiti come trabocchetti, come ad esempio la presenza di diverse segnaletiche in poco spazio. Questo perché vogliamo sensibilizzare e prevenire e non fare cassetta! Inoltre dovremo rafforzare il coordi­namento tra la Polizia cantonale e le Polizie comunali per evitare sovrap­posizioni nei controlli, chiedendo a quest’ultime di segnalarli tramite una piattaforma interna. Questo ci per­metterà in un secondo momento di analizzarne la qualità.

Sarà ancora più importante posizio­nare i radar in maniera adeguata e con buon senso, così da fungere da deterrente vicino a punti sensibili, come scuole o cantieri. Un importante lavoro che sto condividendo da tempo all’interno della Commissione consul­tiva della sicurezza, dove attorno allo stesso tavolo mi siedo regolarmente per discutere di collaborazione tra cantone e comunali con i referenti po­litici in materia di sicurezza per i co­muni e con i rappresentanti delle nostre forze dell’ordine.

E lei, che rapporto ha con i radar?
Mentirei se dicessi di non aver mai preso un radar, e mi è capitato addi­rittura – in un momento di disatten­zione – praticamente davanti a casa mia, ovvero ad Ambrì, con il radar fisso sulla cantonale! Nessuno è im­mune, neanche il Direttore del Di­partimento delle istituzioni. Non è mai un piacere ricevere la multa a casa. Bisogna però riflettere sull’im­portanza dei controlli della velocità a scopo preventivo che permette di scoraggiare chi ha l’abitudine di schiacciare un po’ troppo il pedale del gas, e che ha portato negli anni a una diminuzione degli incidenti e dei decessi causati dall’eccesso di velocità. Ed è questo ciò che conta veramente.

Un cavo fatale al SuperPuma

Un cavo fatale al SuperPuma

Da laRegione | Petrini: regole di manutenzione molto severe, aspettiamo l’esito dell’inchiesta

Tre gravi incidenti nell’arco di pochi mesi: un 2016 nero per l’aviazione militare svizzera. «Una tragica sequenza, ma faccio veramente fatica a individuare una causa comune», afferma Silvano Petrini, membro del comitato della sezione svizzero-italiana della Società degli ufficiali delle Forze aeree (Avia). «Da quello che ho letto e sentito, la sciagura sul Passo del Gottardo – aggiunge – sarebbe dovuta al contatto tra l’elicottero e un filo dell’alta tensione. I cavi in genere sono all’origine di almeno la metà degli incidenti d’elicottero degli ultimi vent’anni. Sarà poi l’inchiesta a fare piena luce sull’accaduto e a dirci se altri fattori hanno eventualmente avuto un ruolo».

Già, la causa. O le cause. Al momento certezze non ce ne sono. «Non dobbiamo dimenticare – riprende Petrini – che i piloti sono i primi a voler rientrare a casa la sera sani e salvi. E di norma sono militari professionisti, con un elevato grado di preparazione». L’uomo. E la macchina? «In Svizzera, e questo è riconosciuto anche a livello internazionale, la manutenzione di tutto ciò che vola viene svolta con molta cura, le regole sono assai severe – sottolinea Petrini –. E comunque i velivoli sono fatti per avere una durata operativa molto più lunga di un’automobile o di un camion. Gli aeromobili vengono costantemente aggiornati, sono costruiti con sistemi modulari, cosa che permette di sostituire alcune componenti, pensiamo per esempio all’avionica, con altre moderne. Ma, ripeto, occorre aspettare i risultati dell’inchiesta. Che mi auguro possa essere condotta in tempi ragionevolmente brevi, questo del resto è anche nell’interesse dell’Esercito e della sua immagine: si tratta di rispondere ai legittimi interrogativi dei cittadini».

Il cavo toccato dalla coda dell’elicottero militare era di una linea Aet a media tensione e stava funzionando a 8 Kilovolt, spiega alla ‘Regione’ il direttore dell’Azienda elettrica ticinese Roberto Pronini. La linea elettrica coinvolta è una delle due che salgono sul Passo del San Gottardo (una aerea, l’altra lungo la cantonale) per alimentare strada e ospizio.

Nel tardo pomeriggio sono giunti sul posto tecnici Aet per verificare i danni e per ripristinare la corrente: grazie alla presenza
dell’altro elettrodotto è stato possibile scongiurare il blackout elettrico nella galleria della strada cantonale e all’ospizio. Le Forze aeree svizzere colpite dunque da una nuova tragedia. Per il capo del Dipartimento istituzioni Norman Gobbi, il grave incidente «è una fatalità: la professionalità dei piloti non deve essere messa in dubbio. L’inchiesta chiarirà la dinamica e la causa della tragedia». Gobbi esprime intanto «il cordoglio dell’autorità cantonale alle famiglie dei due piloti che hanno perso la vita nello schianto».

Fusioni: «Se non ci fosse Capolago…»

Fusioni: «Se non ci fosse Capolago…»

Dal Giornale del Popolo | Vertice tra sindaci del Mendrisiotto sul Piano cantonale delle aggregazioni. Difficile trovare un’intesa, ma il Cantone propone un unico polo con 17 Comuni

Finita l’estate e dopo aver lasciato assestare i Municipi a seguito delle elezioni comunali, il direttore del Dipartimento
delle istituzioni Norman Gobbi ha ripreso in mano il dossier del Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). Un dossier che ieri è stato ricordato ai 17 sindaci dei Comuni del Mendrisiotto e Basso Ceresio (assente Mendrisio) che si sono incontrati a Rancate. Norman Gobbi ed Elio Genazzi, caposezione degli Enti locali, erano presenti alla riunione che – scrive il Cantone – si è svolta in un clima «costruttivo» mettendo a tema gli scenari del PCA.

Quali scenari sul tavolo? Quello di creare in una prima fase due Comuni, uno della Val Mara e Basso Ceresio (Arogno, Rovio, Bissone, Maroggia e Melano) e il secondo con la Grande, anzi, Grandissima Mendrisio, prima a 12 poi a 17 Comuni. Difficile realizzare un altro scenario, con un grande Comune a lago. Da un lato per la fusione dell’ex Comune di Capolago con Mendrisio, che ha privato i Comuni sul lago di una continuità amministrativo geografica. Dall’altro per alcune perplessità espresse proprio dai due Comuni rimasti “tagliati fuori”, quali Brusino Arsizio e Riva San Vitale. Infatti le ragioni per cui difficilmente si potrà creare un grande Comune del lago con i Comuni del Basso Ceresio sono molteplici. Come ci dice – a titolo personale – un rassegnato sindaco di Riva San Vitale Fausto Medici, presente ieri mattina a Rancate: «Inizialmente lo studio prevedeva il Comune del Mendrisiotto e poi i Comuni della Val Mara a cui Riva San Vitale, nel 2014, guardava come una possibilità di aggregazione. Noi però negli ultimi due anni e mezzo abbiamo avuto già esperienza di cosa significherebbe farne parte, con una direttrice delle scuole che ha dovuto occuparsi anche delle scuole della montagna, con grande dispendio di tempo ed energie. Il territorio diverso è già una prima discriminante, la seconda è il fatto che – non me ne vogliano – nessuno dei Comuni, Riva compreso, ha la forza economica e organizzativa per fare da capofila nell’aggregazione della Val Mara. Terzo fattore è il deficit di Capolago, che non farebbe parte di questo Comune sul lago e toglie la continuità territoriale. Non si può tornare indietro su Capolago da quando l’allora sindaco decise di andare con Mendrisio. Già lì si è rotto tutto il concetto del Comune a lago. Lì il Cantone si sarebbe dovuto esprimere, ma non disse nulla. Andare con Mendrisio? Per forza. I Comuni come Riva San Vitale non avranno più scelta. Noi subiamo questo processo». Scettico invece il sindaco di Brusino Gianfranco Poli, il quale, seppure avrebbe visto con favore la creazione di un grande Comune del lago «magari con Melide e Morcote», definisce il suo Comune una “enclave”. «Personalmente mi sembrano eccessive queste fusioni… Vogliamo fare un unico Comune Ticino e poi il Comune Svizzera? E non sono nemmeno così sicuro che alla fine si risparmi. Sarebbe stato turisticamente interessante fare un Comune del lago. Io credo che ci siano delle situazioni in cui l’aggregazione sia la cosa migliore da fare, ma in altri contesti occorre tenere conto della storia e della geografia. Noi ad esempio, siamo un Comune fuori dal mondo che non ha nessun legame con il Mendrisiotto. Siamo un territorio spezzettato, di cui bisogna tener conto».

Di pensiero diverso invece il sindaco di Melano Daniele Maffei, invitato insieme agli altri quattro Comuni della Val Mara e Basso Ceresio dal caposezione Enti locali Genazzi a concretizzare la fusione della nuova realtà territoriale a “cinque”. «Il primo passo sarà il nuovo Comune – spiega al GdP -, a realtà consolidata si procederà in un secondo tempo alla fusione con Mendrisio ». Possibile allargare alle altre realtà affacciate sul Ceresio? «Per quanto riguarda Capolago, a domanda diretta, ieri mi è stato risposto che sarebbe fattibile, ma a tal proposito dovrebbero esprimersi i cittadini di Mendrisio. Quindi non è uno scenario impossibile».

Altro caso “speciale” è Stabio, il cui sindaco Simone Castelletti per ora, senza essersi confrontato con il Municipio, non si esprime. Difficilmente il Comune cambierà posizione rispetto a quanto già detto nel 2014 a commento del PCA, quando vennero espresse molte perplessità sugli scenari aggregativi di Stabio. E poi c’è Chiasso, che da anni sostiene una fusione del Basso Mendrisiotto. Il sindaco Bruno Arrigoni: «Noi siamo aperti alle soluzioni, ma personalmente vedo prima la creazione di un Comune del Basso Mendrisiotto e poi un secondo step. Se andassimo subito sul Comune unico sarebbe la scusa per trascinare il progetto per i prossimi vent’anni. I Comuni vicini non sono così entusiasti di fare una fusione del Basso Mendrisiotto. Però questa è la volontà politica: mi chiedo cosa ne pensi la popolazione. Io sono convinto che occorra una fusione per avere una visione futura. Oggi per poter fare dei progetti pianificatori importanti bisogna ragionare per agglomerati».

In vista di una prossima fase, ora i Municipi potranno approfondire il tema e – entro fine ottobre – comunicare le proprie osservazioni al Cantone. Anche se, qualcuno già commenta, si farà “copia e incolla” di quanto già detto nel 2014.

“Un incidente anomalo”

“Un incidente anomalo”

Da Ticinonews.ch | Gobbi si esprime sullo schianto del Super Puma avvenuto sul passo del San Gottardo: “Periodo nero per le forze aeree”

“Un incidente anomalo, una terribile fatalità”. Sono queste le parole del ministro Norman Gobbi, tra i primi, oggi, ad annunciare dal suo profilo Twitter la notizia dello schianto del Super Puma sul passo del San Gottardo, in territorio ticinese. Una tragedia costata la vita a due piloti.

TeleTicino lo ha raggiunto per un commento. Il consigliere di Stato, a nome di tutto il Governo ticinese, ha anzitutto espresso il cordoglio alle famiglie delle vittime.

Un dramma, ha tenuto a ricordare Gobbi, consumatosi a poche settimane dall’incidente sul passo del Susten, quando a perdere la vita fu un altro pilota dell’esercito svizzero.

A sottolineare il periodo nero delle forze aree svizzere anche il Consigliere federale Guy Parmelin. “È un nuovo dramma per il Dipartimento federale della difesa” ha dichiarato il ministro, giunto nel tardo pomeriggio sul San Gottardo. “Dobbiamo capire cosa sia successo”, ha aggiunto, precisando che si vede che “i cavi sono stati tranciati”, pur non conoscendo l’esatta dinamica dei fatti. Assicurando che tutto sarà analizzato dagli esperti, Parmelin ha rivolto il suo pensiero ai famigliari delle vittime.

Maggiori dettagli nel video: http://www.ticinonews.ch/video/ticino/317182/un-incidente-anomalo

Piano cantonale delle aggregazioni – Incontro con i sindaci del Mendrisiotto e Basso Ceresio

Piano cantonale delle aggregazioni – Incontro con i sindaci del Mendrisiotto e Basso Ceresio

Comunicato stampa del Dipartimento delle istituzioni | Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha incontrato oggi i sindaci dei 17 Comuni del Mendrisiotto e Basso Ceresio; la riunione – che si è svolta in un clima costruttivo – ha permesso di discutere gli scenari contenuti nel Piano cantonale delle aggregazioni, come già avvenuto di recente con i rappresentanti degli agglomerati del Luganese e del Locarnese. La nuova proposta per la regione a sud del ponte-diga di Melide prevede l’istituzione di un solo Comune.

L’incontro ha anzitutto ripercorso le osservazioni formulate dai Comuni nella prima fase della consultazione sul progetto di Piano cantonale delle aggregazioni (PCA). In origine, per il comprensorio a sud del ponte-diga venivano indicati due scenari aggregativi, «Val Mara» (cinque Comuni del Basso Ceresio) e «Mendrisiotto» (dodici Comuni dell’agglomerato urbano Chiasso-Mendrisio). Dalla consultazione erano emerse un’adesione di massima a questa prospettiva e la necessità di alcuni approfondimenti; era inoltre stata formulata l’ipotesi di riunire i due scenari in un unico Comune. Proprio questa ipotesi di scenario aggregativo unificato è stata ora sottoposta ai Comuni del Mendrisiotto e Basso Ceresio. I Municipi potranno ora approfondire il tema e – entro la fine del mese di ottobre – formulare le proprie osservazioni.

Come noto, l’allestimento del Piano cantonale delle aggregazioni è stato riattivato nel corso dell’estate, dopo che il Tribunale federale ha confermato l’irricevibilità dell’iniziativa costituzionale «Avanti con le nuove città di Locarno e Bellinzona». In questo contesto il Dipartimento delle istituzioni ha deciso di organizzare alcune riunioni interlocutorie preliminari, concentrandosi sui comprensori urbani del Cantone. Anche nel corso dei precedenti incontri – con le autorità dei Comuni degli agglomerati del Luganese e del Locarnese – erano state proposte soluzioni alternative rispetto agli scenari inizialmente contenuti nel PCA.